Il Nobel che mi resta

È iniziata oggi, con l’annuncio dei vincitori del premio per la Medicina (o Fisiologia, ma nessuno ha mai capito cos’è), la settimana dei Nobel. Nei prossimi giorni si proseguirà con quelli per la Fisica, Chimica, Letteratura, Pace, Economia. Quello dell’Economia lo assegnano lunedì, a banche aperte.

Come ogni altro riconoscimento, anche il Nobel soffre di qualche difetto di assegnazione. Alcuni che lo meritavano non lo hanno ottenuto (l’inventore della ruota), altri che invece l’hanno ricevuto non ne sono sembrati poi così degni (Kissinger). Altri ancora che l’hanno ricevuto ma non per le loro ricerche più strepitose (Einstein lo prese per l’effetto fotoelettrico).

Dal canto mio, viste la mia età e la mia preparazione scientifica, non posso non concludere che, per quanto riguarda Medicina, Fisica (che poi avevo una teoria unificatrice mica male in mente), Chimica ed Economica, ho ormai perso il treno.
Mi restano Pace e Letteratura. Ora, non sono un tipo violento, né un attaccabrighe, ma a dir la verità non ho mai nemmeno sedato una rissa. Non credo di avere i numeri per quello della Pace, sinceramente.

Rimane il Nobel per la Letteratura. Visto che scrivere scrivo, perché no? Ci provo. Voglio dire, se hanno candidato Vecchioni qualche speranza per il futuro ce l’ho.

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Berlusconio

In natura esiste un – si fa per dire – processo in base al quale certi atomi, che hanno problemi di – si fa per dire – stabilità interna, tendono a raggiungere spontaneamente la stabilità emettendo delle particelle. Questo processo si chiama – si fa per dire – decadimento. Un tipo particolare di decadimento è il decadimento – si fa per dire – B. Perché un atomo instabile decada e diventi un diverso elemento ci vuole un certo tempo, detto emivita, che può anche essere – si fa per dire – 20 anni.

Non state a guardare troppo la precisione. Non ho mica fatto scienze – si fa per dire – politiche.

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Una notizia di cento anni fa

In un numero del marzo del 1913 il “Chienti e Potenza”, giornale di Camerino, riporta la seguente notizia, che a me – a ragione o a torto non importa – ha fatto venire in mente Achille Campanile:

Strani effetti del vino – Il primo del mese tal Sabbatini Ulderico in compagnia del padre, Domenico, non meno ubriaco di lui ebbe ad infastidire non poca gente per la così detta discesa dello Spedaletto e lungo la passeggiata delle mura. Tuttavia il loro stato di ubriachezza era tale che mal si reggevano in piedi e quindi i pacifici cittadini se ne sbarazzavano facilmente. Lo studente Vincenzo Falzi, figliuolo del Segretario della Congregazione di Carità, da essi aggredito senza un perché non durò fatica a mandarli a gambe levate uno dopo l’altro. Senonché l’Ulderico indispettito dagli insuccessi gladiatori e dalle baie dei monelli, giunto alla strada delle Scalette riabilitò il suo onore infliggendo una tremenda coltellata ad una vacca di proprietà del prof. Domenico Filippi che si trovava a passare per caso condotta da un ragazzo quattordicenne a nome Guido Carradori. La vacca va migliorando.

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Ma dove vanno i moderati

L’Universo non ha un centro. Se lo avesse, il sabato sera vedremmo sfilare una moltitudine di astronavi in quella direzione. Ci sarebbero ingorghi e clacson che sbraitano. E le vedremmo anche tornare indietro, le astronavi, più diluite, fino all’alba della domenica mattina. Qualcuna, ahimè, non tornerà: le famosi stragi astronautiche del sabato sera.

La politica invece, a quanto pare, un centro ce l’ha. Se sia nato prima di destra e sinistra è questione di lana bovina. Fatto sta che da qualche tempo a questa parte vediamo sfilare in quella direzione, e non solo il sabato sera, una moltitudine di politici, al punto che ci coglie il dubbio se si tratti di una questione gravitazionale. Calcolarne l’accelerazione potrebbe risolvere il dilemma, ma nessuno sembra intenzionato a farlo.

Questo flusso centripeto di politici può sembrare molto strano, addirittura sospetto. Ma forse è come nelle grandi città: uno in centro ci va a lavorare, mica ci abita.

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Come affrontare bene la caduta del governo

Innanzitutto niente panico. Non stiamo parlando di un asteroide di 12 kilometri. La probabilità che la caduta del governo causi la vostra morte o quella dei vostri cari è minima. No, non è pari a zero, ma siamo lì.

La cosa migliore che potete fare è fregarvene. Inutile farsi prendere dall’ansia per un evento che non avrà ripercussioni negative sulla vostra vita: l’idea che l’instabilità politica danneggi i cittadini più della stabilità è infatti una scemenza. Siete per caso diventati più felici, più ricchi o più belli quando c’è stato un governo lungo e stabile? Non credo. Ai politici invece è successo, guarda caso. Ecco perché sono loro i primi a preoccuparsi, se cade il governo. Quindi, se non siete dei politici di mestiere, state pure tranquilli: le cose continueranno ad andar male senza scossoni.

Inoltre ricordate sempre che in Italia il declino non ha un fine corsa. Siamo stati così bravi da scoprire un metodo per far andare le cose sempre peggio senza mai raggiungere la catastrofe completa. È una cosa che assomiglia al paradosso di Achille e la tartaruga. Scaviamo scaviamo, ma non tocchiamo mai il fondo. Il che significa che potremo andare avanti per sempre, evitando comunque il disastro. Vi pare davvero il caso di preoccuparvi?

Ah, dimenticavo: bevete molta acqua.

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Uno spassionato consiglio ai terroristi di domani

Tutti devono rapportarsi alla propria epoca, anche voi terroristi. Inutile far finta di vivere in un medioevo di barbarie, massacri, ideologie e fedi. La società è evoluta, e con essa il terrore. Le bombe, le radiazioni, la minaccia chimica, il kamikaze non fanno più presa sulle persone. I dirottamenti, i sequestri, le scariche di Kalašnikov non smuovono più l’animo umano come una volta. Oggi che la tecnologia permea ogni aspetto della nostra vita, che l’intero pianeta è interconneso e viviamo immersi nelle comunicazioni, nella trasmissione d’informazioni, attraverso i nostri portatili, i nostri tablet e soprattutto con gli onnipresenti smartphone, quello che vi consiglio è di puntare su una app maligna che segnali sempre la batteria all’8%.

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La famiglia tradizionale

È scoppiato un gran casino, col signor Barilla. Ha detto delle cose e le ha dette in un modo che se prendeva un B52 e bombardava un centro d’accoglienza sovraffollato usando dei gattini ripieni di esplosivo ad alto potenziale forse si metteva contro meno categorie. In giro si parla di boicottaggio, addirittura, il che non mi stupisce: là fuori è pieno di gente che cerca da una vita di dare un bel taglio ai carboidrati senza riuscirci.

Poi, ecco che riesce fuori questa famosa famiglia tradizionale. Non è questione di essere d’accordo o meno, è questione di capire di che diavolo stiamo parlando. C’era una volta la famiglia tradizionale. Ora però, dopo i Soprano, i Pritchett, i Jefferson, i Robinson, gli Addams, i Keaton, le Gilmore, i Flintstones, i Jetsons, gli Osbourne, i Simpson, i Cunningham, i Forrester, i Tanner, i Morgan, gli Stark (e i Lannister e i Targaryen e i Greyjoy… ), i Cesaroni, i Fisher, i Bluth e chissà quante altre, davvero qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarla tradizionale?

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Pensate al futuro (cit)

Ci sono quelli che quando gli dici che stai leggendo, che so, Dick o Asimov, o che lì davanti al cinema stai aspettando di vedere, che so, Elysium, e che insomma ti piace la fantascienza, ti senti rispondere cose tipo “No, io ‘ste cazzate… “. Poi magari loro ti dicono che gli piace Dan Brown e stanno andando a vedere l’ultimo grido in fatto di commedie romantiche. E tu pensi che, se la realtà non subisce tracolli, è più probabile che si avveri un mondo di astronavi e alieni che quello di Dan Brown. Figuriamoci le commedie romantiche.

Tutto questo per dire che è uscito, per i tipi elettronici delle Barabba Edizioni, “L'(n+1)esimo libro della fantascienza”, un e-book di ragguardevoli dimensioni pieno di racconti, qualche disegno e qualche poesia, ovviamente a tema fantascientifico. Gratis. Lo trovate qui.

Lunga vita e prosperità.

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Blogfest, il post che pare obbligatorio

Sabato mattina, era quasi l’ora di pranzo, me ne stavo seduto su una panchina del lungomare di Rimini a farmi dei giganteschi affari miei e a godermi un po’ d’ombra. Ero stato fino in fondo al molo – quel giorno l’avrei fatto altre due volte, il che spiega la vibrazione nella Forza che andavo percependo – dove un’epifania a lento rilascio (forse per colpa delle poche ore dormite) mi aveva svelato che si trattava di una giornata da 30 gradi al sole, mentre io ero vestito per una che massimo massimo 25 e ventilata.

Dal nulla sbuca una signorina, con un vestitino a fiori, che mi dice che con un amico stanno cercando di tirar giù una Vespa da un furgone, ma lei non ce la fa e insomma gli servirebbe una mano. E penso che sfiga, ora che avevo smesso di sudare. E poi penso che l’ho già vista, da qualche parte, la signorina.
Le dico ok, vi aiuto, perché se nel giorno dell’equinozio d’autunno una signorina sul lungomare di Rimini ti chiede di tirar giù una Vespa da una furgone, non ce l’hai mica la prontezza d’inventarti un’ernia lì per lì, così dici ok, vi aiuto. Lei mi dice grazie e si presenta: Io sono Spora. E penso che nome strano. Poi mi presento io: Io sono Mix. E penso che così strano non è, Spora, se poi ti presenti come Mix. Poi alla fine c’arrivo: ah! Spora, pensa te.

La Vespa esiste davvero. Pure il furgone che la contiene. Solo che, no, non stiamo parlando di una Vespa classicamente poggiata sul pianale di un furgone. Troppo facile. La Vespa sta su una specie di ripiano, nella parte posteriore del furgone, mezza incastrata in alto, forse per non farla ballare. Una roba da far svenire un esperto di logistica.
Esiste davvero anche l’amico della signorina, e per fortuna è dotato di altezza, a differenza di me. Altrimenti tanto valeva chiudere tutto e andare col furgone in Tibet. Lui si prende la parte del motore, io sto in zona pedana. Ci aiuta anche la signorina Spora, ma accecato dallo sforzo non realizzo in che modo. Al secondo tentativo le cose vanno lisce. Al primo ho chiesto un annullo missione perché avevo sbagliato la presa e stavo per ucciderci tutti e tre, sul lungomare di Rimini, nel giorno clou della Blogfest. Avrei avuto un picco di follower.

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Nessuno dovrebbe mai incontrare l’Internet

Succede un po’ come con i romanzieri o i musicisti. Uno adora le loro opere, impazzisce per i loro libri e le loro canzoni, e si fa un’idea. Un’idea di com’è quell’artista come persona, e com’è di persona. Nel senso che se ne fa un’immagine non solo, per così dire, psicologica, ma anche fisica. Simpatico, antipatico, snob, alla mano, taciturno, chiacchierone. Bello, brutto, grasso, magro. Cose così.

Poi succede che li incontri davvero, fisicamente. E ci resti male, perché l’immagine psicofisica che ti eri fatto non corrisponde. Quasi non li riconosci. Ti dici “no, non è lui, sarà uno che si spaccia per lui”. E invece no.

Con le persone dell’Internet succede la stessa cosa. Io, per esempio, secondo me la gente legge quello che scrivo e pensa che devo essere piuttosto alto. E invece no. Mi dispiace.

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Acquisti pericolosi

Allora oggi è successo che dopo tanto tempo mi sono ritrovato a comprare delle bacchette. Bacchette per suonare la batteria, che lo so che state già dicendo “pensa che paranoico, si compra le bacchette personali per mangiare dal cinese, non si fida di quelle che ti danno al ristorante, dev’essere uno di quelli fissati con l’igiene-i materiali-la provenienza delle robe, d’altronde, a pensarci bene, non ha mica tutti i torti, non è che ci sia da fidarsi poi tanto, anzi, fammi dare un’occhiata su eBay, se le trovo anch’io, così ho le mie e punto, vado sul sicuro. Toh!, c’è un tizio in Cina che le vende a prezzi stracciati”.

Mentre ero lì che ammiravo lo scaffale delle bacchette, le prendevo in mano valutandone la presa, il bilanciamento, la lunghezza, la larghezza, la rastrematura, la punta (io preferisco quella di legno, a oliva, o anche sferica, quando mi sento particolarmente frivolo), provandole anche, su un pad che era lì accanto, mi guardavo continuamente attorno, circospetto, per controllare che non arrivasse un commando di ambientalisti per picchiarmi, colpevole di partecipare al disboscamento planetario, un po’ com’è successo qualche giorno fa a quella sagra dove un gruppo di vegani ha ferito degli arrosticini, mi pare.

Poi sono andato in libreria. Lo so, un po’ me le cerco.

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Cielo, uno scarabeo!

Secondo me la realtà è piena di connessioni da inventare. O, al più, da scoprire.

Pochi giorni fa, tramite un tweet di Amedeo Balbi, ho scoperto l’esistenza della Scala di Bortle, che misura la luminosità del cielo notturno in base all’inquinamento luminoso e ci dice quali oggetti celesti siano visibili o meno. La maggior parte di noi vive sotto classi di cielo che vanno dalla 9 (cielo di centro città, in pratica vi accorgereste di un’invasione aliena quando già non c’è scampo) fino alla 4 (cielo rurale/suburbano, nonostante la buona visibilità, l’orizzonte luminoso vi ricorda sempre da che parte potete trovare un centro commerciale). Esiste però anche una classe 1 (cielo buio eccellente), piuttosto rara, che è il miglior cielo notturno che possiate esperire, e che ha una strana caratteristica: è lui a essere luminoso. Cioè: è talmente buio che il cielo fa luce, e la Via Lattea proietta ombre sul terreno. Se invece vi aggirate sotto una classe 5 o più, la Via Lattea potete solo immaginarvela.

Sempre pochi giorni fa, ho letto della consegna degli Ig Nobel, ovvero quei premi che vengono assegnati annualmente alle ricerche scientifiche più bizzarre, se non ridicole, “che prima fanno ridere e poi pensare”. Per la categoria congiunta Astronomia e Biologia è stato premiato uno studio intitolato “Dung Beetles Use the Milky Way for Orientation”. Gli autori della ricerca hanno scoperto che lo scarabeo stercorario, nei suoi percorsi notturni con la pallina di sterco, riesce a orientarsi magnificamente usando come riferimento la Via Lattea.

Perciò, a causa dell’inquinamento luminoso, è pieno di scarabei che si sono persi mentre portavano a casa la loro pallina di cacca.

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Una nuova e migliore teoria sui lavori in corso

È ormai cosa risaputa che alla presenza di un cantiere stradale corrisponda sempre e invariabilmente quella di un piccolo capannello di anziani, osservatori attenti e instancabili delle varie fasi dei lavori in corso. Questi omarelli, perlopiù pensionati erranti alla ricerca di modi per riempire l’ex tempo lavorativo, si autoeleggono organismo di controllo di metodi e procedure adottati nei cantieri, il che li porta quasi sempre a essere, oltreché spettatori, anche solerti suggeritori di tecniche e soluzioni alle varie maestranze presenti.
Detto ciò, non essendoci evidenze tali da escludere che sia la presenza degli anziani a precedere quella dei lavori in corso, si vuole qui proporre un’ipotesi alternativa: è la presenza degli omarelli a generare i cantieri stradali. In buona sostanza, ogni volta che un raggruppamento di anziani raggiunge una massa critica, viene avviato un cantiere. Sebbene – mi rendo conto – si configuri qui un cambio di paradigma non meno traumatico di quello già occorso col sistema copernicano, vorrei far notare che questa ipotesi ha il vantaggio di spiegare per quale motivo i lavori in corso compaiano all’improvviso, e in luoghi assolutamente casuali.

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La morte come problema informatico

Non so se avete presente Matrix, quel film con Keanu Reeves in cui gli umani sono tutti collegati a delle macchine, dei computer, e in pratica la vita si svolge all’interno di una gigantesca simulazione. Ecco. Mettiamo che le cose stiano davvero così, cosa che poi non possiamo nemmeno escludere al 100%. Immagino che anche Matrix, come i computer che usiamo tutti i giorni, ogni tanto scazzi. Ci saranno anche lì dei bug nel software e difetti hardware: programmi che crashano e processori che si bruciano, cose così. Magari uno attraversa un incrocio pedonale col verde e gli passa sopra un tir perché c’è un errore nel codice. Oppure gli prende un ictus mentre fa colazione, perché quel dato settore del disco è rovinato. Può succedere, immagino, in un sistema del genere.

Perciò, vorrei pregare ogni programmatore, ogni tecnico dell’assistenza, e tutti coloro da cui dipende il buon funzionamento dei pc, di fare sempre del proprio meglio. Perché chissà chi ci vive nei nostri computer.

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Un piccolo dubbio sulla raccolta differenziata

L’altro giorno, mentre buttavo delle bucce di patate nell’umido, sono stato colto da un terribile dubbio. Ho pensato che la carta che gettiamo negli appositi contenitori, poi loro la prendono, la lavorano, e ci fanno altra carta. Ci fanno libri, giornali, manifesti e via dicendo. Poi ho pensato che anche con la plastica succede lo stesso: la buttiamo, loro la prendono, la lavorano, e ci si fanno dei nuovi oggetti di plastica. Bottiglie, penne, ruote di pattini e un sacco di altre cose. E anche col vetro stesso discorso. Allora mi sono chiesto se per caso con l’umido che butto ci fanno del cibo nuovo. Bistecche, insalate, profiterole.

Mi pare strano, ma il dubbio rimane.

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Vite infinite

Anche fosse vero, quello che ti promettono le religioni, e cioè che o dopo morti c’è un’altra vita, infinita ma ultraterrena, o che dopo morti c’è un’infinità di vite terrene ma tutte nuove, be’, anche fosse vero, mi pare un’idiozia. Cosa vivo a fare se poi tutta l’esperienza di una vita va buttata, o perché non me ne faccio niente o perché non me la ricordo. Quanto sono più intelligenti i videogiochi, che quando muori ti chiedono cosa vuoi fare, e tu puoi scegliere di ripartire da lì dove sei morto, oppure lasciar perdere?

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Chi Ben Affleck comincia è a metà dell’opera

Mettiamo fin da subito in chiaro un paio di cose, anche tre.

Primo, mi ritengo in diritto, con questo mio nuovo blog, di utilizzare anche titoli scemi, per i post. Perdo troppo tempo a pensare titoli raffinati. Se mi vengono entro qualche minuto ok, sennò niente: titolo scemo.

Secondo, tutti quelli che si sono espressi con lamentazioni alla Mario Merola perché Ben Affleck interpreterà al cinema il prossimo Batman, adesso mi devono spiegare perché non hanno messo una bomba sporca alla Columbia Pictures dopo aver visto Nicholas Cage in Ghostrider.

Terzo, e mi fermo, il proverbio “chi ben comincia è a metà dell’opera” è una stupidaggine. Prendete Hitler. La seconda guerra mondiale l’aveva iniziata benissimo, poi è andata com’è andata.

Allora, dico io, meglio iniziare così così.

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