Quattordici giugno

 

Quando è iniziata la campagna vaccinale, a gennaio, ho pensato “mi vaccino a luglio”. L’ho pensato così, senza alcun motivo razionale, buttando lì una previsione senza uno straccio di dato. Ero proprio convinto. E non ho mai cambiato idea. Non solo lo pensavo, ma lo dicevo anche: “mi vaccino a luglio”. Indietro mi tornavano quei sorrisi compassionevoli fatti con la testa leggermente piegata che di solito si elargiscono alle persone che sono vittime di un qualche danno cerebrale. Ma io, dritto per la mia strada.

Le settimane passavano, la campagna vaccinale zoppicava, si vaccinavano i sanitari, a un ritmo discutibile, ma io niente da fare, non cedevo. Mi vaccino a luglio. Tutti calcolavano quanto ci sarebbe voluto. C’era pure un contatore, mi pare su Repubblica, a deprimere tutti. “A questo ritmo verrai vaccinato nel 3007”. A questo ritmo, certo, pensavo io, ma il ritmo aumenterà. “A luglio mi vaccino”.

Andrà a finire nel 2022. È già tanto se finiamo entro l’anno. Dicono che finiranno in autunno, ma figurati. Scomparirà prima il virus. Ma dove vogliamo andare con ventimila dosi al giorno? Ma dove vogliamo andare con cinquantamila dosi al giorno? Ma dove vogliamo andare con centomila dosi al giorno? Vedevo questi cori e pensavo, “mi vaccino a luglio”.

Ieri mi è arrivato un sms che dice che mi faranno la prima dose il quattordici giugno. Mi vaccino a giugno. La seconda dose dipende poi da quale vaccino mi faranno, potrebbe essere anche a luglio, però quando dicevo “mi vaccino a luglio” pensavo alla prima dose, quindi niente da fare, ho sbagliato la previsione. Mesi passati a pensare e dire “mi vaccino a luglio”, e poi mi vaccino a giugno.

Sarei davvero molto infastidito, se non fossi contento come una pasqua.

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Una volta qui era tutta campagna di crowdfunding

Vado dritto al punto: sto per chiedervi dei soldi. Non voglio fare come quegli ambulanti che prima ti mettono il braccialetto brutto al polso dicendo che è un regalo e poi ti chiedono i soldi, che però, attenzione, non rappresentano il costo del braccialetto brutto, che resta un regalo, perché quei soldi che date all’ambulante esulano dallo scambio commerciale, che anzi non è neanche avvenuto, trattandosi, il braccialetto brutto, di un dono, e chiedere soldi per un dono è sacrilegio in tutte le culture a parte il turbocapitalismo, ma al tempo stesso il dono ha creato fratellanza, e quando c’è la fratellanza i soldi ti tocca sborsarli.

E non voglio fare nemmeno come quelli che ti fermano in strada ma non hanno alcuna intenzione di chiederti dei soldi per la loro associazione o organizzazione, associazione o organizzazione che ovviamente fa del bene (il mio sogno è d’incrociare il banchetto della Spectre), vogliono solo fare due chiacchiere, due chiacchiere piuttosto fuori dall’ordinario perché a un certo punto comprendono la richiesta dei propri dati anagrafici, una firma e l’esborso della quota d’iscrizione. Poi per la donazione fissa annuale si può decidere con calma.

Io invece parlo chiaro. Questo post è per chiedervi dei soldi. E più precisamente per chiedervi di partecipare alla campagna di crowdfunding (una colletta, praticamente, ma detto più fico) di Radio Sverso, la webradio con cui ho il piacere di collaborare fin dalla nascita (della radio, non mia) e che ospita quella strana creatura audio che è Scusa se ti mando un vocale (e ha ospitato anche L’analfabeta funzionante). Oltre a dare una casa ai miei strani oggetti radiofonici, Radio Sverso trasmette quotidianamente programmi in cui si parla di musica, sport, viaggi, videogiochi, film e serie, politica, cultura, società e stambecchi (ok, gli stambecchi me li sono inventati, il resto è tutto vero). E quando in onda non ci sono programmi, c’è una rotazione musicale che non trovate da nessun’altra parte, piena di musica indie e roghenroa.

Taglio corto e vado al sodo. La campagna di crowdfunding è sul sito di Produzioni dal basso -> CLICCA QUI (era da una vita che volevo scriverlo). Andate, leggete e donate. Se sarete generosi, otterrete anche un bel dono. Se non lo sarete, lo spirito del braccialetto brutto vi perseguiterà ogni notte nei vostri più lussuosi sogni turbocapitalistici.

 

 

 

 

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Le 10 frasi che un autore comico non dovrebbe mai scrivere in una mail da inviare a un’agenzia per cui vorrebbe lavorare

10. O come dite voi a Milano, comicity.

9. Di recente ho ideato e scritto la campagna “Quando ridi sei più bella”, per portare la comicità anche nel mondo femminile.

8. Ho deciso di lasciare la mia vecchia agenzia perché hanno cambiato indirizzo, telefono e nome senza avvertirmi. Molto poco professionali.

7. Davvero prendete il 10%? Mi pare tanto.

6. Mi ritwitta spesso Paolo Guzzanti.

5. Allego una lettera di referenze di alcuni miei ex compagni di liceo che facevo ridere a crepapelle.

4. Ho mandato del materiale a Louis C.K. ma poi è successo quello che è successo.

3. Nella famosa gag dell’uomo che scivola, la banana è un’idea mia. Prima mettevano un kiwi.

2. Ho trovato il vostro indirizzo nel bagno dello Zelig.

1. Attualmente scrivo per un mimo.

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A Repubblica picchiano i gattini

Quello che mi piace di Repubblica è che nel momento esatto in cui ti convinci che non possa peggiorare, ti coglie di sorpresa e peggiora. E, com’è scritto in tutti i manuali di scrittura comica, la sorpresa è metà del lavoro (l’altra metà va al fisco). Quindi anche oggi, trovandomi davanti la prima pagina di Repubblica, sono stato assalito dal solito dubbio: non sarà mica un giornale satirico? Non sarà mica una specie di Vernacoliere che ce l’ha un po’ meno coi pisani? O una specie di Giornale che ce l’ha un po’ meno cogli immigrati?

Non che io pretenda che il secondo quotidiano nazionale per diffusione abbia in prima pagina titoli equilibrati e basati sui fatti, figuriamoci. Anche perché, se la linea editoriale della versione online è il clickbaiting, è sacrosanto mantenere la coerenza e uscire anche sul cartaceo coi titoli acchiappa clic. Nessuno se ne lamenterà, nemmeno quelli che cliccano col dito sulla carta aspettandosi che le pagine del giornale scorrano fino alla pubblicità, e dopo 15 secondi fino all’articolo.

Però non si può pretendere nemmeno che io prenda sul serio un giornale che apre con un titolo che sembra quello di un film di Roland Emmerich, perché sembra di sentire la voce dei trailer che con tono grave dice “dal regista di Godzilla, Independence Day e 2012, [suono di Inception] ‘AstraZeneca, paura in Europa’. A marzo sui vostri tablet”. E poi immagino scene con fialette che si rompono a rallentatore, pipistrelli giganti che inseguono persone nella cucina di un ristorante, zombie, generali dell’esercito che dicono “è la nostra ultima speranza” e infine il grido di una creatura enorme e sconosciuta che emerge da fotogrammi così scuri che non capisci se inquadrano una grotta buia o è ora di buttare il Chromecast.

Il problema è che mentre io mi rendo conto che si tratta di giornalismo sciatto e sensazionalismo da quattro soldi, molte persone leggono la prima pagina del secondo quotidiano nazionale per diffusione e, se avevano qualche dubbio sul vaccinarsi, decidono di non vaccinarsi, se non avevano dubbi se li fanno venire e se non volevano vaccinarsi hanno una nuova arma per dire ad altri di non farlo.

E non importa se sotto a quel titolo c’è un articolo che dice altro. Il danno è fatto. Qualcuno penserà che a Repubblica picchiano i gattini.

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Merce di scarto cecoslovacca

In un libro di Thomas Bernhard che s’intitola Camminare, c’è un personaggio di nome Oehler che racconta al narratore, mentre i due camminano, di come Kerrer, un uomo con cui sia Oehler che il narratore erano soliti camminare, ma in giorni diversi, sia impazzito, e di come la sua pazzia sia esplosa definitivamente nel negozio di abbigliamento di Rustenschacher, in un crescendo tragicomico che sembra uscito da una commedia slapstick, con Kerrer che si fa mostrare in controluce un paio di pantaloni dopo l’altro, sbattendo con forza il suo bastone sul bancone e osservando che in ogni paio ci sono punti radi, e criticando quindi aspramente e sempre più violentemente i tessuti utilizzati per confezionarli, replicando ogni volta alle parole gentili del commesso, che gli fa osservare che si tratta di “tessuto inglese di primissima qualità”, dicendo che si tratta invece di “merce di scarto cecoslovacca”, e ogni volta che il commesso prova a convincerlo della qualità dei pantaloni e a farlo ragionare, Kerrer glieli fa mettere controluce e ripete che altro che tessuto di qualità, quella è “merce di scarto cecoslovacca”, e Kerrer mi ha convinto così tanto, col suo discorso sulla qualità, che ho deciso che anch’io, adesso, quando qualcuno mi dice che qualcosa è di grande qualità, ma secondo me non lo è per niente, gli dico che quella roba lì altro che qualità, quella lì è merce di scarto cecoslovacca, perché pure a me, cercare di vendermi qualcosa come fosse di qualità, ma che di qualità non è, è una roba che mi manda al manicomio, e Kerrer infatti c’è finito, al manicomio.

[Thomas Bernhard, Camminare, traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi 2018]

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Deconstructing Dibba

Basta stelle, hai detto. A un certo punto disse così anche Lele Mora. (per rimanere sullo stesso calibro). È sempre un giorno triste quando uno di destra non riesce a fare coming out. Lo vedi arrampicarsi su quei né di destra né di sinistra, hai paura che cada. Ma tu, D., eri arrivato in cima senza ossigeno, e infatti i danni cerebrali a bizzeffe. Non mi chiedo cosa farai, adesso, D., mi chiedo cosa hai fatto prima. Cosa cazzo hai mai fatto. Eppure no, smentito dai fatti. Dal CV. Politico, giornalista, falegname, scrittore. Contieni moltitudini. Chissà il commercialista che impazzimento, con le aliquote e tutto il resto. Figlio di un grillo e padre di umani, un salto di specie che potevi fare il botto, se non ci fosse stato quello dal pipistrello, l’anno scorso. Ti ha deluso eh, l’altro D. L’amico dei giorni più lieti. Certe zingarate, insieme. A Bruxelles in macchina (madonna le risate). A fanculo di corsa. A Roma in giacca e cravatta. Un hard disk pieno di foto tue. E un hard disk pieno di foto tue con anche altre persone, i fan. L’Iran. I fan in Iran. Lì ancora ti ricordano. Gli anziani dei villaggi, riuniti la sera attorno a un fuoco (ce lo raccontavi così l’Iran, come in un libro di esplorazioni del primo Ottocento), in silenzio, finché uno non tira su il capo dalla pipa di betulla e chiede “Ve lo ricordate quel cojone?”. Dibba cuore d’acciaio Dibba. Un Veltroni che non ce l’ha fatta, se Veltroni fosse stato dell’Msi. E lobotomizzato. Ti si nota di più se non vieni o se hai un seggio in Parlamento? La seconda, ma tu no, la poltrona in Parlamento no, me le faccio da solo in garage, vedessi che lavorazione, da questa non mi scollo più. La stessa tigna, nelle politica e nello scartavetrare. Cosa faranno senza di te, D? Quattro stelle e mezza? “Ne avrei messe cinque ma il cameriere mai un sorriso”. Cosa lasci al Movimento? Il moto circolare? L’attrito? Piangerei, Dibba, se me ne fregasse qualcosa. Lo faresti anche tu, per l’occasione, lacrime di coccogrillo. [qui viene giù un fondale e due faretti]. E il Movimento, cosa ti lascia? Te lo affidano Travaglio o bisogna fare le battaglie in tribunale? Tocca telefonare di corsa a Bonafede finché ha le password? Ne hai viste cose, D., che noi umani non potremmo immaginarci. Meet-up in fiamme al largo dei baretti di Orione. I fasci B balenare a Porta a porta. E tutti quei momenti andranno perduti, come punti esclamativi nei post. È tempo di svanire.

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Ma non vi pare incredibile

Ma non vi pare incredibile che per le cose che in anni e anni ho scritto qui sul blog, e per tutte le migliaia di battute sui social, e per le cose che scrivo e poi dico nei podcast, e per un sacco di racconti e raccontini sparsi in giro per l’internet, non vi pare incredibile – dicevo – che non vi abbia mai chiesto dei soldi?

Siete proprio fortunati, secondo me.

 

 

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Un witz (8ª edizione)

Come ormai ogni anno, anche oggi per il giorno della memoria pubblico qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Cholìllah / Chalìlah”, che significa “Dio non voglia”, “lungi da noi” (ma che viene usata anche come espressione scaramantica nel caso opposto, e cioè per manifestare incredula meraviglia di fronte a un’eventualità da sogno, ex: “Se, cholìllah, diventassi miliardario!”).

Due ebrei decidono di uccidere Hitler. Comprano una pistola ciascuno e vanno a nascondersi dietro la porta di un palazzo dove il Führer è atteso. Passa un’ora, ne passano due, e non arriva nessuno. Gli ebrei sono quanto mai inquieti e agitati. Alla fine uno dei due si volta verso l’altro e sussurra: «Speriamo che non gli sia successo niente, cholìllah…».

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La variante che tutti aspettiamo

Non sono esperto di niente, figuriamoci di virologia o epidemiologia. Però, se ho capito bene la questione delle varianti del virus, per cui bisogna cercare di limitare il più possibile la diffusione delle varianti più pericolose, anche inasprendo maggiormente le norme anti Covid, allora si dovrebbe anche incoraggiare la diffusione di quelle meno pericolose.

Quindi immagino che se si individuasse una variante (sarebbe bello fosse italiana) che non solo non è letale in alcun caso, ma che come sintomi peggiori ha giusto un po’ il naso chiuso o un filo di emicrania, allora ci sarebbe tutto l’interesse affinché questa variante tenue e accettabilissima si diffondesse rapidamente in tutto il mondo.

Di conseguenza suppongo che tutti i governi del pianeta, perché si verifichi questa superdiffusione, sarebbero costretti non solo a ritirare tutte le norme sul distanziamento varate finora, ma dovrebbero subito stabilirne altre che incitino al contatto massiccio e continuato fra le persone, e ci troveremmo a essere obbligati ad abbracciare chiunque e ovunque e in qualsiasi momento, a toccarlo, a parlargli vicinissimo, a baciarlo, a stare tutti radunati finché non finisce lo spazio, belli stretti, per legge.

Allora sì che potremmo uscirne migliori.

A parte quelli del movimento nohugs, certo.

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Domani

Oggi alle 18 ora italiana giurerà a Washington il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joseph Robinette Biden Jr., per tutti “Nonno Joe”.

Ci sono tante persone che aspettavano questo giorno da quattro anni, ma il mio pensiero va a tutti i battutisti e vignettisti americani che domattina si sveglieranno coi postumi di una sbornia da endorfine e ancora un largo sorriso in faccia che sparirà all’istante quando, riacquistato quel minimo di lucidità, penseranno: e adesso?

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Il grande vantaggio di Renzi

 

Ci vuole un bel coraggio ad aprire una crisi di governo durante una pandemia. Certo, l’Italia e gli italiani hanno da tempo imparato a tirare avanti nonostante i politici che li governano, figuriamoci quindi quando il governo non c’è proprio, ma un vuoto di potere in questa situazione non è esattamene nella lista “Le dieci cose da fare durante un’emergenza sanitaria se ci si annoia”, lista che probabilmente trovate da qualche parte sulla home di Repubblica.

Scatenare una crisi di governo nel momento più sbagliato della storia repubblicana richiede la stessa spavalderia che richiede di questi tempi l’andare a leccare le maniglie delle porte in una RSA. A meno che non sentiate i sapori, allora non è spavalderia, è altro.

Eppure Renzi l’ha fatto, dimostrando uno sprezzo del pericolo persino superiore a quelli che in pizzeria ordinano una “Massimiliano – condimenti a scelta del pizzaiolo”.

E Renzi potrà anche avere tutti i difetti del mondo (in effetti li ha, uno studio dell’Università di Brema lo conferma), ma uno manca alla sua collezione: l’impulsività. Non è uno che agisce senza valutare pro e contro, senza ragionare sulle conseguenze, senza consultare, bevendoci un chinotto assieme, il buon vecchio Scalfarotto, amico delle passeggiate più belle nella campagna toscana.

La decisione di Renzi di aprire la crisi di governo è il frutto di un calcolo. Renzi infatti, dopo anni che ci gira attorno, ha finalmente capito che lui, rispetto a qualsiasi altro politico in circolazione, che sia di destra, di sinistra o di in alto sullo scaffale in fondo dietro gli addobbi di Natale come i 5 Stelle, è l’unico a possedere un vantaggio schiacciante. Un vantaggio che gli permette di prendere qualsiasi decisione, anche la più folle, anche la più impopolare, senza alcun timore.

Renzi ha finalmente capito che tanto, ormai, sta già sul cazzo a tutti.

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Un giorno come tutti gli altri

Poi ci sono quelli che “ma sì, alla fine Natale è un giorno come tutti gli altri”, a cui bisognerebbe rispondere “mamancoperilcazzo”, solo che di solito chi non pensa che Natale sia un giorno come tutti gli altri pensa anche che a Natale non è il caso di mettersi a litigare con qualcuno, e allora si lascia perdere e si risponde “ma sì, ma sì” e finisce lì. Un gesto natalizio, più o meno.

Solo che quest’anno, vista la situazione, è un po’ vero che Natale è un giorno come tutti gli altri. È un po’ meno Natale, diciamo.

Quindi volevo avvertire quelli che “ma sì, alla fine Natale è un giorno come tutti gli altri” che quest’anno, visto che è un po’ meno Natale, può darsi anche che un vaffanculo se lo prendono.

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Nessuno


Mi ricordo che c’è stato un periodo della mia vita, verso l’adolescenza e anche un po’ più tardi, in cui ogni tanto succedeva che le persone mi chiedessero “di che segno sei?”. E quando io rispondevo “acquario”, quelle persone facevano sempre una faccia che si vedeva che pensavano “be’, e non ti vergogni?”.

È da un sacco di tempo che nessuno me lo chiede più. Forse è passata l’età, forse è passata la moda, chissà. Comunque, anche se qualcuno lo facesse, un po’ per convinzioni mie un po’ per evitare altri sguardi di disapprovazione, adesso risponderei “nessuno”.

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Ditelo con i fiori

Ricordo che alle elementari avevo un quaderno sulla cui copertina era disegnata una vignetta con questa scena: una specie di angioletto che annaffiava dei fiori chiedeva a una specie di diavoletto “A te piacciono i fiori?”, e quello rispondeva “Sì, col sale”.

Io lo capisco eh, che ormai dev’essere tutto comunicazione, immagine, sentiment, mood e tutto il resto, però dei padiglioni a forma di fiore nelle piazze per andarsi a vaccinare è un’idea carina per la copertina di un quaderno delle elementari, tutt’al più. Nella quotidiana e tragica realtà in cui siamo immersi, andrà benissimo uno stanzino anonimo, grigio, basta si faccia in fretta e si tenga traccia. Al limite, dopo, mi si può offrire un caffè della macchinetta, che per quanto possa essere cattivo mi sembrerà il più buono della mia vita. Mi pare anche più economico.

E poi, visto che il momento si può dire epocale senza nemmeno disturbare la retorica, visto che ci è stata data la sfortuna di vivere questo adesso che segnerà un prima e un dopo, forse è il momento giusto per archiviare un italianissimo difetto. Quello di trasformare tutto ciò che è serio in barzelletta e tutto ciò che è barzelletta in cosa seria.

Mica un passo avanti da poco.

 

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Materasso patrimoniale

C’è preoccupazione tra i ricchi, quasi allarme. Dalle loro dimore di incalcolabili metri quadrati e dai loro uffici dotati di eco naturale si telefonano con voce seria, preoccupata, a qualcuno trema la voce. Vogliono sapere, capire, chiedono. “Quand’è successo? E com’è possibile?”. Nessuno sa niente. Si sa solo che un loro privilegio, forse il più importante tra tutti quelli che possiedono, gli è stato sottratto. All’improvviso. Un privilegio che può avere solo quell’1% di umanità che possiede il 50% della ricchezza. Un privilegio che hanno sempre avuto, fin dall’antichità, un privilegio che fa di loro quello che sono: ricchi. E fa degli altri una massa di poveri. Senza quel privilegio i soldi e il potere restano, ma hanno un altro sapore, annacquato, scialbo.  Che gusto c’è a essere ricchi così. Che gusto c’è a non essere odiati dal rimanente 99%? A cosa sono serviti tutti quei comportamenti di ostentazione e di repulsione? A cosa è servito ostacolare ogni tentativo di quel 99% di scalare la via della ricchezza? A cosa è servito tentare di peggiorare ancora di più la situazione di quel 99%? Come per esempio inventare i materassi memory per ostacolare coloro che mettevano i soldi nel materasso, costringendoli così a portarli in banca, dove piano piano anche quella sommetta sarebbe stata erosa a favore del solito 1%. Che gusto c’è a essere ricchi se i poveri non ce l’hanno con te? Che gusto c’è se ti ammirano, se ti osannano? Che gusto c’è se vogliono che tu, ricco, abbia ancora di più? O al limite non abbia di meno?

È proprio vero, anche i ricchi piangono. Piangono per colpa dei poveri. ‘sti stronzi.

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Pensieri da chissà dove

Non so come si formino i pensieri, esattamente. O da dove vengano. Di solito c’è una voce nella mia testa che dice delle cose, ma non si capisce mai bene se sono io che le pronuncio in silenzio oppure faccio solo da ascoltatore, dette da chissà chi o cosa. Quasi sempre queste parole hanno a che fare con quello che sto facendo o con le parole che le hanno precedute, in un flusso continuo che ha quasi sempre una certa coerenza interna. A volte certi pensieri arrivano inaspettati, come se si facesse un salto in avanti in quel flusso di parole, come se si saltassero le tappe intermedie. Forse avere un’idea è questo: fare un salto. Più si fa un salto lungo, più l’idea è originale, anche se non necessariamente buona. (ma buona per cosa, poi?). Succede persino che il salto sia così lungo che subito si pensi “non c’entra niente”.

Altre volte invece, più raramente, i pensieri arrivano proprio dal nulla. Lo fanno in modo così inatteso che appena le parole si formano in testa quella stessa voce interiore che le ha pronunciate continua dicendo “be’, e questo adesso da dove viene?”. Pensieri che in quell’istante non c’entrano niente col mondo interiore né con quello esteriore, caduti da un iperuranio o generati dalla fantasmagorica complessità e attività di quell’intrico di neuroni che abbiamo dentro la scatola cranica. O, plausibilmente, anche da un qualche suo malfunzionamento. Una specie di glitch del cervello. A volte sono lampi di genio, a volte non sono niente.

Non so come si formino i pensieri, esattamente. So solo che l’altra mattina, appena sveglio, mentre mi stiracchiavo ancora assonnato seduto sul bordo del letto, tutto d’un tratto mi sono ritrovato a pensare “Gengis Khan mariuolo”.

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La letterina che non mi ha scritto il Presidente del Consiglio

(non ricevo e volentieri pubblico)

Caro Cristiano,

lo so, non mi hai scritto alcuna lettera. Forse non l’hai fatto per ritrosia, forse perché non sai bene come raggiungermi, se tramite la mia pagina Facebook, tramite quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso i siti istituzionali, con Twitter, TikTok o Tinder (ma lì non mi chiamo Giuseppe Conte Presidente del Consiglio dei Ministri, sono GiuseppeContePCM). Nonostante ciò, ho deciso di risponderti.

Ti scrivo per farti sentire la mia vicinanza in questi momenti di grave difficoltà, tua come anche di tutto il Paese, e soprattutto perché Casalino insiste fino allo sfinimento che sembro un vuoto burocrate capitato lì per chissà quale accidente della storia che si ritrova a fare scelte importantissime per l’Italia senza nemmeno l’ombra di un’anima politica (ma sa anche essere duro, quando ce n’è bisogno) e che se ogni tanto mostro dell’umanità, pure artificiale e architettata, male non può fare. E quindi ecco questa mia.
(rileggendo mi accorgo di quel “mostro dell’umanità”: mi pare una bellissima definizione di ciò che potrei essere)

Sono tempi duri, caro Cristiano, e immagino che pure tu non te la stia passando bene. Le incognite per il futuro sono tante. Il lavoro (pure tu però, non potevi trovartene uno vero? Scrivere cose per far ridere? Di questi tempi poi? Ma anche in altri tempi, insomma… ), la vita sociale (davvero ne facevi?), la salute, gli affetti: questa pandemia ha messo in discussione tutto.

Prendiamo me, non per egocentrismo ma perché sono la persona che mi conosce meglio: sono finito a Palazzo Chigi quasi per caso e adesso mi ritrovo a gestire la più difficile crisi nazionale dai tempi della guerra. Non sono forse la cosa più vicina al protagonista di uno di quei film, spesso americani, in cui un emerito sconosciuto finisce per salvare il mondo? È questo, il mio viaggio dell’eroe? Se dai un’occhiata ai diagrammi derivati dal Vogler non puoi avere dubbi: sono proprio io. Ogni ondata della pandemia è una soglia? La prova suprema (una mozione di sfiducia?) è ancora da compiere o l’ho già superata? L’elisir è forse il vaccino? Domanda difficili, almeno finché il viaggio è in corso.

Ma una domanda necessita una risposta, caro Cristiano: in questo viaggio dell’eroe che mi vede protagonista, tu che ruolo vuoi avere? Vuoi essere l’antagonista, probabilmente vestendo gli abiti di un leader negazionista che mi ostacola diffondendo fake news e aizzando le folle al non rispetto delle norme anti Covid? O vuoi essere un guardiano della soglia, duro ma benevolo, che intende mettere alla prova i cavilli di ogni DPCM per assicurarsi che davvero posso diventare il campione di questa terra martoriata? Oppure vuoi essere la spalla divertente, un po’ giullare un po’ amicone, goffo ma dal cuore d’oro, che spezza la tensione nei momenti difficili e trova persino la soluzione geniale quando nessuno se l’aspetta?

A questa domanda, caro Cristiano, devi rispondere tu. Fai in fretta, perché lo storytelling attende. E con esso l’Italia.

Un caro saluto dal tuo campione, nonché Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana,

G.

ps. il ruolo di mentore se l’è già preso Casalino, non potevo dirgli di no.

 

 

 

 

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