L’incredibile opportunità scientifica di avere due papi

Forse non ce ne rendiamo bene conto, ma avere a disposizione due papi contemporaneamente è un’opportunità incredibile. Tale fenomeno infatti si presenta molto di rado. Anzi, se ci limitiamo ai casi in cui un papa rinuncia volontariamente¹ al suo titolo, nella storia possiamo contarne solo due.

Uno è quello attualmente in corso e che coinvolge Benedetto XVI e Francesco (senza numero, almeno finché non ne arriva un altro che vuole chiamarsi Francesco: a quel punto Francesco diverrà Francesco I, e l’altro Francesco II, e così via. Per ulteriori notizie in merito vedi di Carlo M. Aglio, Numerazione dei papi e topologia algebrica – Vol 1). L’altro caso è quello che nel 1294 vide rinunciare al papato Pietro da Morrone, nickname Celestino V, un eremita che era stato eletto papa perché due cardinali avevano scommesso un dollaro su di lui: il primo cardinale credeva che fosse l’ambiente a determinare la persona, e che quindi anche un asociale semianalfabeta come Pietro fosse in grado di fare il papa; il secondo cardinale pensava invece che fosse la genetica a determinare la persona, e che quindi Pietro non sarebbe mai riuscito nell’impresa. Visto che Celestino V diede le dimissioni qualche mese dopo la sua elezione, la scommessa la vinse il secondo cardinale. Peccato che la prima occasione per spendere quel dollaro vinto sarebbe arrivata solo 500 anni più tardi. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

Un fenomeno che coinvolge figure così particolari e uniche e che è osservabile con così scarsa frequenza ci offre un’opportunità di studio che la scienza deve certamente cogliere. Anche perché, almeno per una volta, non si tratta di dover spendere miliardi per un’enorme apparecchiatura da nascondere sottoterra in Svizzera, manco fosse il caveau di una banca. Certo, bombardare un papa con un fascio di protoni accelerato a poco meno della velocità della luce dev’essere senza dubbio affascinante, ma non è questo il caso.

Vediamo quindi cosa si può sperimentare avendo a disposizione sia il sommo pontefice, cioè il papa attualmente in carica, Francesco (da qui in poi: Papa1), sia il papa emerito, o semplicemente “quell’altro”, come lo chiamano in Vaticano, Benedetto XVI, che ha rinunciato al suo ruolo nel 2013 per godersi il tfr (da qui in poi: Papa2).

Il primo esperimento che viene in mente quasi banalmente a tutti, avendo a disposizione due papi, è quello del nesso empatico, lo stesso che si dice ci sia fra gemelli biologici. Quello per cui, se un gemello si fa male a Caltanissetta, anche l’altro che è a Imperia sente dolore (le località possono variare). Dimostrare un eventuale legame empatico di questo tipo fra i due papi è piuttosto facile: è sufficiente dare una martellata su una mano a papa1 o papa2 e vedere se papa2 o papa1 provano evidente dolore. S’inizia coi due papi quasi a contatto, e poi li si allontana martellata dopo martellata, per vedere fino a che distanza “prendono”, se prendono. Per eliminare la variabile rappresentata dalla soglia del dolore, che potrebbe falsare l’esperimento, si possono sottoporre i papi a diverse esperienze dolorose. Si possono quindi aggiungere alla martellata: pugno al volto, cazzotto a martelletto, calcio allo stinco, pizzicotti sparsi, tirata d’orecchie, calcio nelle parti basse, ascolto di un disco dei The giornalisti, visione di una puntata recente dei Simpson, disdetta dell’abbonamento a Sky. Un altro metodo prevede che i due papi partecipino in coppia a un torneo di briscola e sia loro impedito l’uso dei segni. Se vincono, il nesso empatico-telepatico è dimostrato e il prosciutto vinto va ai ricercatori. Se perdono, il costo dell’iscrizione al torneo è a carico dei due pontefici.

Passando a un ambito più propriamente fisico, gli esperimenti realizzabili sono molto numerosi e permettono di individuare quali sono le proprietà fisiche che i papi hanno in comune. Per esempio: la forza di gravità agisce allo stesso modo su papa1 e papa2 oppure il processo a Galileo Galilei ha lasciato degli strascichi? I papi hanno lo stesso profilo aerodinamico o papa1 è più adatto al volo? Quanto migliora l’aerodinamica il diverso abito religioso? Se papa1 indossasse un abito Armani e papa2 un completo dell’OVS, quale dei due subirebbe di più l’attrito in un mezzo fluido? E quale dei due verrebbe prima riconosciuto a una festa di Briatore?

In ambito quantistico la domanda che più assilla la scienza sul tema è: perché papa1 e papa2, quando sono venuti a contatto, non sono annichiliti? Mentre quella che assilla i fan di Dragon Ball è: papa1 e papa2 possono fare la fusione? E che creatura verrebbe generata? Ratzoglio? Bergzinger? Papapa?

Avere due papi a disposizione significa tra l’altro poter affiancare all’esperimento principale un esperimento di controllo: in sostanza significa fare lo stesso esperimento con le stesse condizioni ma con un apparecchiatura diversa, così da poter evidenziare potenziali errori di sistema (tipo una vite non ben stretta, una spina non inserita nella presa, un computer con Windows Vista). D’altronde, “un papa di controllo non capita tutti i giorni”, come si afferma anche in un dettaglio minore e poco conosciuto del Giudizio universale di Michelangelo. In questo senso sono possibili moltissimi esperimenti di fisica e chimica dei materiali a cui sottoporre i papi, al di là dei classici crash test (che comunque nell’alto Medioevo sono stati già messi in pratica con risultati interessanti). Per esempio, si potrebbe sottoporre entrambi i papi allo stesso tatuaggio (il volto di Gesù) presso tatuatori diversi e confrontare i risultati: è più somigliante quello di papa1 o quello di papa2? Com’è che quello di papa2 sembra Kim Rossi Stuart? Chi dei due ha pagato col bancomat per avere il cashback e chi in contanti? Domande che la scienza attende solo di poter porre.

Un altro ambito che si potrebbe indagare grazie alla compresenza di due papi è quello della psicologia di massa, utilizzando i papi non come soggetti degli esperimenti ma come strumenti. Non sarebbe forse interessantissimo studiare quale sarebbe la reazione dei fedeli in attesa dell’Angelus all’affacciarsi inatteso di papa2 alla famosa finestra? E se papa2, parlando, avesse la voce di papa1? E se invece avesse la voce di Amanda Lear? E non sarebbe un grandissimo progresso per la scienza studiare le reazioni dei cattolici all’annuncio che papa1 e papa2 hanno deciso di convolare a nozze?

La presenza di due papi è una grande opportunità per allargare le nostre conoscenze scientifiche. Bisogna sfruttarla a fondo e in fretta, perché la morte di un papa ci priverebbe di questa rara possibilità, a meno che l’ultimo esperimento non si rivelasse un successo. Perché se si dimostrasse vero che morto un papa se ne fa un altro, da adesso in poi avremo sempre due papi alla volta.²

 

¹ Per quel che riguarda le rinunce non volontarie al soglio pontificio, è inutile mettersi a enumerarle. Si pensi solo che per un lungo periodo ai papi appena eletti venivano fatte firmare le dimissioni in bianco, pratica sempre osteggiata dai sindacati dei lavoratori della Chiesa. E comunque ci sono stati momenti, durante l’alto Medioevo, in cui c’erano in giro più papi che cattolici.

² O più, se si aggiungessero altri papi dimissionari. Esiste anche la possibilità, sebbene statisticamente irrilevante, di un ritorno a zero papi, in caso di morte contemporanea di tutti i papi presenti.

Coi fiocchi

Il 1° dicembre del 1973, il signor Walter “Sparky” Gibbs, elettricista, mentre percorreva con la sua Pontiac Grand Safari la statale 135 tra Crested Butte e Gunnison, in Colorado, si ritrovò, un paio di miglia dopo Almont, in mezzo a una bufera di neve.
Non c’era molto di cui stupirsi. La vallata, in quel periodo dell’anno, era solita fare scherzi del genere. Sparky, che la percorreva continuamente su e giù per lavoro, non ci fece nemmeno caso. Mise i tergicristalli al massimo, rallentò, e alzò un po’ il volume della radio, perché quelle vecchie spazzole facevano un rumore infernale. Il notiziario sportivo della KFCR era tutto dedicato alla partita dei Broncos dell’indomani, lo speaker non faceva che ripetere che i Cowboys erano i favoriti, ‘sto stronzo.
D’un tratto, mentre il tizio continuava a blaterare e portare iella, Sparky vide la bufera aprirsi, e i tergicristalli fare avanti e indietro a vuoto, perché non cadeva più un fiocco di neve. Era così per una cinquantina di yarde tutt’attorno, oltre le quali la bufera andava avanti come pochi istanti prima. Colto dal dubbio, Sparky rallentò e accostò.
Scese dall’auto e ci girò attorno, guardando in tutte le direzioni in cerca di anche una mezza spiegazione. Era freddo, molto più freddo di quello che si aspettava. Anzi, molto più freddo di quello che sarebbe dovuto essere. Aprì il portabagagli per prendere il giaccone che usava per i lavori all’esterno e all’improvviso sentì alzarsi un forte vento gelido. Guardando verso il muso dell’auto attraverso il vetro del portabagagli vide qualcosa che correva nella sua direzione. Per un istante pensò a un camion, viste le dimensioni, poi però si rese conto che quella cosa bianca, larga e alta non meno di 20 piedi, che accelerava portata dal vento, era innegabilmente un enorme fiocco di neve. Fece appena in tempo a gettarsi a terra, Sparky. Il fiocco prese in pieno il muso dell’auto. Sparky sentì il cristallo di neve schiantarsi e andare in pezzi, insieme a radiatore, cofano, vetro anteriore, specchietti e il resto della parte frontale dell’auto.
Si tirò su, il vento era cessato. La temperatura stava salendo visibilmente, e a un certo punto ricominciò a nevicare. La bufera riprese.

Il precedente avvistamento non provato di un fiocco di neve di dimensioni atipiche era stato nel gennaio del 1887 a Fort Keogh, in Montana. Il cristallo misurava circa 15 pollici.

Le leggi fisiche non pongono limiti alle dimensioni di un fiocco di neve.

Grandi e vaccinati

Ieri, girando per i soliti social network, a proposito di morbillo e vaccini mi sono imbattuto in un paio di soggetti interessanti. Uno diceva, più o meno, “Ai miei tempi non ci si vaccinava per il morbillo e non è mai morto nessuno”, mentre l’altro, sempre più o meno, diceva “Non c’entrano i vaccini, il morbillo lo portano i clandestini, ecco perché è aumentato”. Per dire quanto può essere creativa la mente umana.

Al di là di queste note di colore, che però aiutano a farsi un’idea del clima che si respira sull’argomento, ci tenevo solo a sottolineare un dettaglio che mi sembra un po’ trascurato.

Ovvero.

Vista la convinzione dimostrata da chi è contro i vaccini, vista la campagna che è stata portata avanti (perché sì, ci vuole una campagna dis-informativa per far sì che le vaccinazioni calino al punto da far ricomparire certi fenomeni epidemiologici, e mettere in moto di conseguenza campagne pro vaccinazioni), visti la forza e l’animo spesi nelle discussioni da queste persone, a me pare piuttosto ovvio, lo do proprio per scontato, che quando inizieranno i decessi (e sì, inizieranno), questi individui se ne prenderanno tutto il merito.

Controcorrente

Di recente mi è successo di leggere un libro di Amedeo Balbi intitolato Dove sono tutti quanti?, nelle cui pagine si racconta e si spiega la ricerca della vita al di fuori del nostro pianeta. Saggiamente, prima di dirci cosa potrebbe esserci là fuori (e dove, nel caso), Balbi ci dice cosa c’è qui, intanto, sul nostro pianeta, e soprattutto cos’è il “cosa”, cioè la vita, perché se vogliamo cercarla altrove dobbiamo pur sapere come riconoscerla. E no, non è così scontato.

Così, nel capitolo in cui si cerca di definire la vita, mi sono imbattuto in alche righe che mi hanno molto colpito:

La vita, però, non è solo complessità. Anche un cristallo, una nuvola o una galassia sono strutture molto complesse. C’è qualcosa di più, una caratteristica talmente importante da far sembrare i sistemi viventi profondamente diversi dal resto della materia che troviamo nell’universo: essi sembrano eludere la spontanea tendenza di tutto ciò che esiste a precipitare nel disordine. È una legge di natura, la seconda legge della termodinamica: lasciato a se stesso, qualunque sistema inizialmente ordinato si incasina inesorabilmente. Senza manutenzione i monumenti si sgretolano, e non ci aspettiamo certo che un mucchio di sassi inizi improvvisamente a mettersi assieme formando un edificio. Eppure, in un certo senso, un sistema vivente fa proprio questo, almeno finché ci riesce. Più o meno consapevolmente, è questo il criterio con cui distinguiamo ciò che è vivo da ciò che non lo è: la capacita sorprendente di restare separato dal flusso del decadimento che coinvolge ogni cosa. La morte non è altro che il ritorno di un organismo al comportamento spontaneo della materia inanimata, la perdita graduale di una struttura organizzata.

Insomma, la vita è una specie di resistenza. Un opporsi a un destino inesorabile, per un breve istante (almeno in termini cosmologici), emergendo per un attimo da un fiume in piena, nuotando controcorrente, faticosamente, per percorrere solo pochi centimetri, se non millimetri, e poi via, sfiniti, di nuovo dalla parte “giusta”, con tutto il resto.

Combattere sapendo di non poter vincere. Piccoli stupidi eroi.

Surfin’ Universe

Fra le innumerevoli frasi che Einstein non ha mai detto, e che insieme ai gattini e alle amache di Michele Serra riempiono le bacheche di Facebook, ce n’è una che dice: “Mi ci gioco le palle che esistono le onde gravitazionali”.

Iniziava proprio così infatti il suo lavoro del 1918 intitolato Über Gravitationswellen, in cui prediceva l’esistenza del trasporto privato con autista tramite app per smartphone e approfondiva la questione delle onde gravitazionali, fenomeni previsti dalla sua di poco precedente Teoria della relatività generale.

La Relatività generale, in particolare, non faceva altro che spiegare come era fatto l’Universo su grande scala, che è un po’ quello che fa vostra moglie in macchina il sabato pomeriggio, mentre vi aggirate attorno al centro commerciale in cerca di un parcheggio, solo con meno formule.

(per capire l’importanza della Relatività generale: senza, gli unici film di fantascienza che vedremmo sarebbero quelli con Godzilla)

Detta come se avessi studiato alla scuola Radioelettra, ma con buoni risultati: tutto quanto c’è nell’Universo galleggia in un mare di spaziotempo.

Prima di Einstein c’erano lo spazio (1 metro) e il tempo (1 secondo), ben separati; lo spettinato Albert però si rese genialmente conto che per fare 1 metro ci metteva 1 secondo, quindi le due cose andavano considerate insieme, indissolubili. Ualà lo spaziotempo.

In questo oceano di spaziotempo, attraversato continuamente e in ogni direzione da una miriade di entità microscopiche che interagiscono in tutti i modi possibili, come una sorta di plancton quantistico, ci sono anche i moti ondosi, che sono provocati da cataclismi cosmici come lo scontro fra due buchi neri, oppure la rotazione di certi sistemi stellari binari, o anche il repentino movimento del solito (e sempre utile in questi casi) Marione Adinolfi nostro.

Questi moti ondosi però, queste onde gravitazionali, hanno il difetto di essere difficilmente rilevabili e allo stesso tempo facilmente non rilevabili, un’accoppiata che ha rappresentato per moltissimi anni una vera e propria sfida per il mondo della fisica e per quello della filosofia del linguaggio.

Ora però, finalmente, a un secolo dalla loro teorizzazione, e a quasi 53 anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, le onde gravitazionali sono state rilevate. Questa volta direttamente.

(per farvi capire la differenza tra rilevazione diretta e indiretta: le fatture del carrozziere sono la rilevazione indiretta del tizio che per anni vi ha disegnato con un chiodo un membro maschile sulla portiera della macchina. Ecco, questa volta l’avete beccato mentre lo stava disegnando, il cazzo: rilevazione diretta)

Ci sono voluti 100 anni, due interferometri laser lunghi qualche chilometro (anzi miglia, ché sono americani) e distanti qualche migliaio di chilometri (miglia), centinaia di scienziati, 741mila litri (miglia) di caffè americano, 908 tonnellate (miglia) di ciambelle e la collaborazione di un gruppo di ricerca con sede nella campagna pisana.

E più di ogni altra cosa, c’è voluto lo scontro tra un buco nero di 36 masse solari e un altro buco nero di 29 masse solari, i quali, 1,3 miliardi di anni fa, sono corsi l’uno contro l’altro a metà della velocità della luce pur di schiantarsi e infine unirsi per creare una famiglia tradizionale fatta di singolarità, disco di accrescimento e orizzonte degli eventi.

Tutto questo cataclisma cosmico per farci sentire una specie di bzzz, che potete ascoltare qui.

(pur essendo un impatto di più di un miliardo di anni fa, suona molto più moderno di certe canzoni sentite a Sanremo)

Il ruolo dell’Italia in questa lunga ricerca è stato fondante e fondamentale. Nascosto nelle campagne toscane, infatti, questa volta non c’era un serial killer, ma VIRGO, un interferometro senza il quale LIGO, quello americano che ha rilevato le onde gravitazionali, non esisterebbe. Quindi, checché ne vogliano gli americani arraffatori di risultati e continenti altrui, il grande asse mondiale degli interferometri è: Livingston, Louisiana – Hanford, Washington – Cascina, Toscana.

Non a caso il Presidente del consiglio Matteo Renzi ha tenuto a complimentarsi con gli scienziati di VIRGO, e li ha ringraziati per aver concepito la Relatività generale, Twitter e le solette ortopediche, e ha sottolineato come questo risultato sia la prova tangibile che la riforma dell’Universo sta procedendo sulla giusta strada.

Al di là delle considerazioni politiche, quello che davvero conta, in questo eclatante risultato scientifico, è l’aver scoperto finalmente come diavolo fa Silver Surfer.

Un esperimento pericolosissimo

A dicembre, ormai lo sapete, è uscito Eccì, il mio secondo libro.

Per la precisione si tratta di un e-book, un libro elettronico. È fatto cioè unicamente di elettroni. Ed è leggibile solo con certi apparecchi – tipo i kindle, i tablet, gli smartphone – che sanno gestire a dovere queste particelle. Chi non ha uno di questi apparecchi, oltre a vivere nella preistoria, non può leggere Eccì.

Allora adesso, insieme all’editore, abbiamo deciso di fare gli scienziati pazzi, e tentare un esperimento che non si era mai visto prima. Un esperimento che se lo dici a quelli del CERN ti guardano come se guardassero Paolo Fox.

Abbiamo deciso di aggiungere a Eccì i protoni e i neutroni.

Lo so, è una follia, però per il progresso questo e altro.

Non vi sto a dire la procedura perché si tratta di roba tecnica. (c’è da creare un p-book – protonic-book – e un n-book – neutronic-book – e poi unirli all’e-book di Eccì)

Comunque, se non saltiamo in aria nel frattempo, fra un paio di settimane dovremmo essere in grado di produrre Eccì con elettroni, neutroni e protoni tutti insieme. Atomi, in breve.

Cartaceo, in pratica.

Elleaccaccì

Da piccolo avevo l’abitudine, dopo un breve e appropriato utilizzo, di smontare i giocattoli per vedere com’erano fatti dentro.

Comprendere (o quantomeno tentare di) i meccanismi che li facevano funzionare era un’esperienza appassionante. E secondo i miei genitori un po’ troppo costosa, visto che raramente alla fase di smontaggio seguiva quella di rimontaggio. Quasi sempre il giocattolo veniva classificato rotto, invece che fonte di dati empirici finalizzata alla costruzione di un modello interpretativo e predittivo della realtà. Valli a capire, i grandi.

Così, quando penso agli scienziati dell’Elleaccaccì, non posso fare a meno di immaginarli come bambini alle prese con un giocattolo, mentre cercano di capire come funziona, com’è fatto dentro.

La differenza, alla fine, è solo quantitativa, di dimensioni. I bambini del CERN hanno a disposizione il giocattolo più piccolo di tutti (le particelle) e lo strumento più potente per smontarlo (il Large Hadron Collider). Per il resto la curiosità, la voglia di comprendere, la ricerca del “come” sono le stesse.

Adesso poi che l’LHC, nella sua seconda corsa, può raggiungere 13 TeV di energia, i bambini del CERN possono smontare il giocattolo ancora più a fondo, come se gli avessero dato un cacciavite a punta fine per aprire quel dannato motorino della locomotiva che col cacciavite grande non ne voleva sapere.

Devono essere eccitatissimi. Dovremmo esserlo tutti.

Stanno per togliere un altro pezzo e vedere cosa c’è sotto.

E non ci sono nemmeno i genitori a punirli.

Fermi, è uscito Scienziaggini!

copertina Scienziaggini

Egr. Dott. Enrico Fermi,

sì, lo so che è morto da più di sessant’anni, oggi però è una giornata talmente speciale, e ho così bisogno di un testimonial d’eccezione, che il fatto che Lei sia da tempo scomparso (a proposito, notizie di Majorana?) non mi preoccupa più di tanto.

Oggi, infatti, Dottor Fermi, esce il mio primo libro (nel senso: il primo libro pubblicato da un vero editore; e anche il primo in cui c’è proprio il mio nome in copertina, non un nome collettivo. Scusi la pignoleria, so che ci tiene).

Questo mio primo libro s’intitola Scienziaggini. Già questo dovrebbe farle intuire perché mi sono rivolto a Lei. Se avessi scritto un poemetto pastorale sarei andato certamente a bussare a un’altra bara porta, Scienziaggini però parla di scienza (anche se in modo un po’ particolare), e come testimonial postumo Lei mi è sembrato subito perfetto.

Anche perché non si tratta di un libro cartaceo, ma di un e-book, un libro elettronico, e Lei, che per tutta la vita ha avuto a che fare con la materia atomica e subatomica, non può che trovarsi a suo agio pubblicizzandolo.

Per quanto riguarda gli argomenti, c’è dentro parecchia fisica, ma ci sono anche altre scienze importanti, e anche la tecnologia. Di matematica non ce ne ho messa tantissima: credo sia giusto così, visto che la collana si chiama Altramatematica. Si fosse chiamata Questamatematica o Propriomatematica, ne avrei messa di più.

Il tono e il modo, Dottor Fermi, bisogna che l’avverta, non sono proprio seri. Anzi, sarò completamente sincero con Lei, è tutto uno scherzare sulla scienza e prenderla in giro, a varie scale: dalla microbattuta fino al tutorial per costruire la versione base base della macchina del tempo. Sono certo che un premio Nobel come Lei abbia un gran senso dell’umorismo, quindi apprezzerà.

Comunque, per darle un’idea di Scienziaggini, le metto qui l’Introduzione:

Viviamo in un’epoca davvero confusa se il sottoscritto, che fu rimandato in matematica al liceo scientifico per due anni consecutivi, si ritrova a pubblicare un libro proprio in una collana di matematica.
Ora che ho fatto scappare metà dei lettori sarà il caso di spiegare meglio la situazione: mi ritrovo pubblicato in una collana di matematica, pur essendo un asino della materia, perché questo libro non ha niente a che fare con la matematica.
A questo punto, ipotizzando che la fuga dei lettori segua una progressione geometrica, dovrebbe essercene ancora 1/4 che insiste su queste righe.
Sarà quindi opportuno specificare che questo volume, sebbene non riguardi la matematica, ha come argomento la scienza. Si parlerà infatti di fisica, chimica, biologia, cosmologia e informatica. E non posso escludere che vi siano trattate anche altre discipline, per esempio il cake design.
A quell’1/8 di lettori coraggiosi rimasti sento di dover inoltre confessare che non sono un grande esperto nemmeno delle aree di studio menzionate. Tutt’al più posso definirmi un appassionato, o ancora meglio un fan.
Ridotti ormai a 1/16, meritate di sapere anche che nelle pagine successive le varie scienze verranno prese in giro a suon di battute, paradossi e surrealismi.
Altra precisazione importante, a voi 1/32: la sequenza degli argomenti è priva della benché minima coerenza. La successione dei capitoli è stata infatti decisa da un generatore di numeri pseudo-casuali.
Giunti a 1/64 ormai non dovreste più temere niente, ma nel dubbio mi fermerò qui. Non vorrei perdere troppi lettori.

Insomma, Dottor Fermi, mi dia una mano con questo Scienziaggini. Dica a tutti quelli che conosce che possono andare qui o qui o in qualsiasi altro posto dove vendono questi elettroni ben distribuiti e comprarlo. Dica in giro che è bello, che Lei si è divertito così tanto a leggerlo che non può che consigliarlo.

E se proprio non se la sente fa lo stesso. Resterò comunque un suo grande ammiratore.

 

ps: Dottor Fermi, vorrei rassicurarla: com’è scritto anche sulla copertina, nessun elettrone è stato maltrattato per realizzare questo e-book.

Di doman non c’è certezza

Quando salutiamo qualcuno dicendogli Ci vediamo domani, forse non ce ne rendiamo conto, però compiamo un bell’azzardo. Un salto dal noto all’ignoto.

È l’abitudine. Quel meccanismo mentale senza il quale la specie umana avrebbe vagato disorientata e terrorizzata per qualche tempo, per poi estinguersi rapidamente e lasciare il posto a certi scarafaggi molto meno pensierosi e molto più pragmatici.

Abbiamo visto che nel passato le cose sono andate in un certo modo, ci convinciamo che nel futuro le stesse cose andranno nel medesimo modo. Semplicissimo. E non richiede nemmeno attenzione. Se leggete Hume, lui ve lo spiega molto meglio di me.

Che vergogna, penserete voi. Siamo così irrazionali, così approssimativi. Dovremmo essere più scientifici.

Si dà il caso però che perfino la scienza, quella cosa che useremmo come testimonial se dovessimo pubblicizzare il cervello, agisce esattamente allo stesso modo, quando deve fare quel passaggio.

Osserva il cammino del sole, raccoglie dati sulla sua posizione, cerca una regola che sia in accordo con quelli, le fa produrre nuovi dati e verifica se in effetti domani il sole sorge in quel punto e a quell’ora. Se non succede si rimette mano alle ipotesi, si controllano i dati, e si riprova. Se succede, è un buon primo passo verso una teoria.

In tutto questo però non esiste la minima garanzia che il sole domani sorga. L’uniformtià passato-futuro è un tacito presupposto, un’abitudine alla base della ricerca scientifica, come anche alla base della vita di ogni giorno.

Per quanto ne sappiamo, domani il mondo potrebbe essere tutto completamente diverso. Potrebbe anche smettere di esistere, di punto in bianco. Facciamo finta di no, ovviamente, e pianifichiamo: fare la spesa, andare al teatro, ci vediamo domani, ti lascio un appunto.

Nessuno sa se il sole sorgerà, domani. Comunque, se saremo ancora qui, vi annuncio l’uscita di Scienziaggini, il mio primo e-book.

Poi domani ve ne parlo.

Forse.

Ematologia religiosa

Questi giorni, nel paesello in cui abito, c’è stato (e c’è ancora) parecchio trambusto.

A parte le elezioni comunali, che di fibrillazione ne portano sempre, è successo che il corpo della Beata Mattia Nazzarei, suora vissuta nel XIII secolo e beatificata con grande calma, nel 1765, ha iniziato a sanguinare, o meglio a emanare una sorta di umore sanguigno. Indipendentemente dall’esito elettorale, parrebbe.

La cosa si era già verificata in passato, solo che quella volta non c’erano i mezzi di comunicazione di massa, così, oltre all’immediata devozione dei cittadini, è scattata anche quella di giornali, radio, televisioni e internet. Barbara D’Urso compresa.

Per essere un paese che sta cercando di puntare sul turismo, direi che questo è un colpaccio.

Per quanto riguarda l’aspetto sacro, personalmente ho più un cervello che tifa scienza, e invece di gridare al miracolo grido al processo fisico-chimico in atto.

E mi piace pensare, vedendo le immagini della folla che scorre lenta davanti alla teca dentro cui è conservato il corpo della Beata, che tutte quelle persone stiano venerando, invece del mistero della fede, un fenomeno che, per quanto raro, sia comunque regolato da norme universali e comprensibili, e si meraviglino di fronte ad atomi e molecole e reazioni, e alla superba perfezione delle leggi della natura.

Il Nobel che mi resta

È iniziata oggi, con l’annuncio dei vincitori del premio per la Medicina (o Fisiologia, ma nessuno ha mai capito cos’è), la settimana dei Nobel. Nei prossimi giorni si proseguirà con quelli per la Fisica, Chimica, Letteratura, Pace, Economia. Quello dell’Economia lo assegnano lunedì, a banche aperte.

Come ogni altro riconoscimento, anche il Nobel soffre di qualche difetto di assegnazione. Alcuni che lo meritavano non lo hanno ottenuto (l’inventore della ruota), altri che invece l’hanno ricevuto non ne sono sembrati poi così degni (Kissinger). Altri ancora che l’hanno ricevuto ma non per le loro ricerche più strepitose (Einstein lo prese per l’effetto fotoelettrico).

Dal canto mio, viste la mia età e la mia preparazione scientifica, non posso non concludere che, per quanto riguarda Medicina, Fisica (che poi avevo una teoria unificatrice mica male in mente), Chimica ed Economica, ho ormai perso il treno.
Mi restano Pace e Letteratura. Ora, non sono un tipo violento, né un attaccabrighe, ma a dir la verità non ho mai nemmeno sedato una rissa. Non credo di avere i numeri per quello della Pace, sinceramente.

Rimane il Nobel per la Letteratura. Visto che scrivere scrivo, perché no? Ci provo. Voglio dire, se hanno candidato Vecchioni qualche speranza per il futuro ce l’ho.