Le 10 frasi che un autore comico non dovrebbe mai scrivere in una mail da inviare a un’agenzia per cui vorrebbe lavorare

10. O come dite voi a Milano, comicity.

9. Di recente ho ideato e scritto la campagna “Quando ridi sei più bella”, per portare la comicità anche nel mondo femminile.

8. Ho deciso di lasciare la mia vecchia agenzia perché hanno cambiato indirizzo, telefono e nome senza avvertirmi. Molto poco professionali.

7. Davvero prendete il 10%? Mi pare tanto.

6. Mi ritwitta spesso Paolo Guzzanti.

5. Allego una lettera di referenze di alcuni miei ex compagni di liceo che facevo ridere a crepapelle.

4. Ho mandato del materiale a Louis C.K. ma poi è successo quello che è successo.

3. Nella famosa gag dell’uomo che scivola, la banana è un’idea mia. Prima mettevano un kiwi.

2. Ho trovato il vostro indirizzo nel bagno dello Zelig.

1. Attualmente scrivo per un mimo.

Educazione siderurgica

Han fatto bene a manganellarli, quegli operai lì.

Perché l’operaio, se non lo manganelli subito, poi chissà cosa si mette in testa.

Basta un attimo di distrazione, e l’operaio te lo ritrovi con lo striscione, col fischietto, con gli slogan, nelle piazze, davanti ai palazzi. Un disastro.

Poi così non te lo scolli più, l’operaio. Capace che si porta pure i sindacati, la volta dopo.

Se invece lo manganelli subito, l’operaio, la prossima volta magari sta a casa, o a fare i presidi, i picchetti, quelle cose da operaio che vanno anche bene l’importante è che non se ne vada in giro a protestare dove lo sentono e lo vedono e ci sono i giornalisti e blocca le vie alza la voce chiede chiede chiede sta sempre a chiedere ‘st’operaio ma cosa vorrà mai? lo sa che in Cina prende tipo 50 centesimi l’ora per 12-14 ore anche più se c’è bisogno e se ne sta zitto e tranquillo perché alla prima parola lo buttano fuori lì sì che le cose funzionano e infatti ci hanno portato tutti le fabbriche mica è un caso invece qui ci passi i giorni i mesi gli anni tra concerta riforma discuti modifica contratta ottieni cedi e riunioni e discussioni e mediazioni e tavoli.

Tavoli. Se non lo manganelli subito, l’operaio, sai come finisce? Che te lo ritrovi ai tavoli. E nemmeno in piedi, proprio seduto. Che tu sei lì, sulla tua poltrona, che chissà quanto c’hai messo a conquistartela, quanti hai dovuti convincere, piegare, fregare, insomma hai fatto un lavoro che altro che l’acciaieria e i turni e le malattie professionali, e di fronte a te, adesso, allo stesso tavolo, seduto come te, ci ritrovi l’operaio.

Solo perché non l’hai manganellato subito, quando potevi.

Su Marte per lavoro

Sono due anni che il rover Curiosity percorre la superficie di Marte. Due anni. Fosse in Italia, gli toccherebbe la revisione.

È bene specificare un dettaglio non da poco: Curiosity è su Marte da 2 anni terrestri. In tempo marziano, invece, di anno ne è passato solo uno. Se si va per lavoro è meglio leggere bene il contratto. Anche ai fini pensionistici la differenza è notevole.

Curiosity in effetti è su Marte per lavoro, anche se è difficile da credere. Percorrere 563 milioni di kilometri per poi rimanere lì in zona fotografando ogni cosa che capiti a tiro e pubblicandola online sembra una roba più simile alle classiche ferie. Anche i sassi che raccoglie, magari sono souvenir. Invece lavora.

Questo fa sì che su Marte la disoccupazione sia allo 0%. Prima di Curiosity si attestava al 100%. Per dire quanto paghi investire nella ricerca.

Con dati del genere, se ci fosse un governo, su Marte, in questo momento godrebbe di amplissimo consenso. Almeno fino al prossimo rover.

Anni fa, durante i primi passi dell’esplorazione spaziale, c’era chi prometteva che nel giro di poco saremmo potuti andare ad abitare sulla Luna, e in vacanza su Marte. Invece poi, quei pochi che sono andati sulla Luna, era per lavoro.

E su Marte ci sono dei robot. Come in fabbrica.

Forse è per questo che l’esplorazione spaziale va a rilento. Un conto, nei posti, è andarci da turisti. Un conto è andarci per lavoro. Alla fine uno preferisce stare a casa.

 

Lo storytelling come ammortizzatore sociale

Adesso che la disoccupazione ha raggiunto livelli catastrofici immagino una ressa furibonda per iscriversi alla Scuola Holden. Che – nel caso non lo sapeste – è quella scuola che vi fa diventare scrittori famosi (ricchi già lo siete, se potete permettervi la retta). Scrittori detto un po’ all’antica, ovviamente. Ché oggi si dice storyteller.

Lo storytelling, quella cosa che v’insegnano alla Scuola Holden insieme alle Performing Arts (l’equivalente di “Difesa contro le Arti Oscure” di Hogwarts), negli ultimi anni ha scalato tutte le gerarchie delle arti, entrando di prepotenza nel trivio, nel quadrivio, nel metodo Montessori, nella riforma Gelmini, nelle 100 cose da fare prima di morire, e posizionandosi bene anche tra le virtù teologali e nel campionato di serie C.

L’universo, in questo preciso istante, è storytellingcentrico (alla Holden v’insegnano a dirlo meglio e con più parole).

Consapevole della situazione, anche il governo sta cercando d’incanalare le diffuse energie creative post-industriali (disoccupati) verso questo grande attrattore artistico, e si prepara a una svolta epocale. Grazie a un apposito decreto, promosso all’unisono da tutte le forze politiche, molto presto ai lavoratori delle aziende in crisi verrà data la possibilità di scegliere tra la classica cassa integrazione e un corso di storytelling.

Non dubito che fra lo starsene a casa e percepire circa l’80% dello stipendio, magari integrandolo con qualche lavoretto in nero, e percepirne solo il 30% ma poter seguire un corso di storytelling, quasi tutti sceglieranno questa seconda via.

Volete mettere la differenza tra l’essere disoccupati e il narrare di essere disoccupati? Tra il disagio del lavoratore e il disagio dello scrittore? Tra lo sbattimento di protestare e la comodità di raccontare di protestare?

È il nostro intimo bisogno di storytellare. Non possiamo farne a meno. Da una parte trasmettiamo il nostro patrimonio genetico alle future generazioni, biologicamente, e dall’altra, usando pratiche in fondo non troppo diverse, trasmettiamo il nostro patrimonio narrativo. L’importante è non confondere le due parti: si rischia la querela.

Queste iniziative, la Scuola Holden, i corsi di marketing, i decreti inventati, non fanno che riportarci prepotentemente alle nostre origini di cantastorie. Siamo operai di una catena narrativa.

L’età in cui le cose esistevano e si facevano è finita. Ora si raccontano. E il bello è che si possono raccontare anche le cose che non esistono e non si fanno.

Non esiste più il vero, non esiste più il falso. Esiste il raccontato bene e il raccontato male.

Ecco perché c’è la fila alla Suola Holden.

 

 

 

 

Un curriculum

Ho mandato un curriculum per una roba che non so fare. Nella mail c’ho scritto che in effetti no, quella roba lì non la so fare. Mi hanno risposto che, eh, ci sono dei candidati che quella roba lì la sanno fare, quindi niente, gli dispiace.

Anche il primo maggio

Ci sono quei centri commerciali che tu i giorni scorsi ci passavi davanti e vedevi un grande cartello con su scritto “Aperti anche il primo maggio!”, o una roba simile, e si capiva che non era solo un’informazione, e che quella frase aveva un certo tono, che voleva esprimere un vanto, come a dire “Vedi che forza che siamo, che teniamo aperto anche il primo maggio?”, e tu pensavi che a vantarsi di una cosa del genere bisogna essere proprio scemi.