Bestiario contemporaneo #1

Tetraidrocannabinario (homo cannivorus)

Detto volgarmente fumatore di droga, il Tetraidrocannabinario (da qui, THC-user) è un antropoide capace di metamorfosi: può infatti, dalla sua forma originaria di homo sapiens, regredire a quella mimetica, celando temporaneamente le facoltà di raziocinio. Tale processo, detto di sballo, è innescato dall’uso voluttuario e ricreativo dei derivati della cannabis. Lo stato d’idiozia indotta è chiamato fattanza ed è caratterizzato da rossore oculare, accessi di riso compulsivo, menefreghismo esistenziale, fame atavica. Quest’ultima determina la dieta tipica del THC-user, che è quasi sempre composta dai cosiddetti cibi a portata di mano, ovvero junk food a centimetro zero. Il suo nemico naturale è lo Sbirro (homo legalis), mentre l’alleato classico è lo Spacciatore (homo malavitosus minoris). La riproduzione avviene comunemente all’interno dei centri sociali, nel periodo del raccolto, e nelle facoltà di Lettere per il resto dell’anno. I capibranco sono ben riconoscibili per la loro singolare chioma a grandi trecce e per le numerose amicizie ad Amsterdam. Nonostante sia opinione ampiamente diffusa, il Tetraidrocannabinario difficilmente si evolve nel Pippopotamo (homo sniffator).

Come ammazzare qualcuno coi social network

Facciamo finta che ci sia qualcuno che proprio odiamo. E che siamo in tanti, a odiarlo. Una persona che deve aver compiuto delle vere e proprie nefandezze, se si fa odiare così tanto da così tanti. Per non lasciare tutto campato in aria e dare un po’ di concretezza al discorso chiameremo questa persona Itler.

Allora, diciamo che questo Itler è vivo e vegeto. È vivo, vegeto e potente come lo era il suo quasi omonimo all’apice della sua carriera di genio del male e psicotico certificato. Ha iniziativa, mezzi e un buon numero di seguaci, e con questi porta morte e distruzione ovunque può nel mondo. Tolti quelli che ci guadagnano qualcosa e i pazzi come lui, il resto della popolazione planetaria lo odia profondamente e vorrebbe vederlo morto. Ci sta.

Ovviamente, come sempre accade coi geni del male, ogni tentativo di far fuori Itler tramite complotti, congiure e attentati vari non ha funzionato. Ci vuole un’azione collettiva. Un crowdkilling. Cosa potremmo fare, noi, come popolo dell’internet, per sbarazzarci di cotanto villano?

La soluzione è semplice e a portata di mano. Avete presente, vero, quando muore qualcuno famoso, e tutti mettono subito la sua foto come avatar sui vari social network? Ecco, forse non lo sapete, ma questa cosa funziona anche pre, oltre che post. In pratica, se tutti, o se non proprio tutti almeno la maggior parte di noi, mettiamo come avatar la foto di Itler, Itler muore.

Se non è democrazia digitale questa, cosa lo è?

Datageist

L’informazione è potere. Negli anni 80 i giornali lo scrivevano un giorno sì e uno no. Negli anni 90 cinque volte a settimana. Adesso invece scrivono quasi sempre “Ve l’avevamo detto o no, negli anni 80 e 90, che l’informazione è potere?”, bullandosi per l’unica previsione che hanno azzeccato dal dopoguerra.

Quando abbiamo scoperto che un ragazzino smanettone era in grado di scatenare una guerra termonucleare globale abbiamo capito che il mondo stava cambiando. E che quel ragazzino poteva essere il figlio occhialuto e silenzioso dei nostri vicini.

Così abbiamo iniziato a temere quelli che i giornali chiamavano – ovviamente sbagliando – hacker, furfanti del cyberspazio che s’infiltravano, comodamente da casa, nei sistemi informatici del governo, per rubare e distruggere, mettendo in pericolo la vita di noi onesti e tecno-disadattati cittadini perché, si sa, tutto è controllato dalle macchine, e queste sono collegate, i virus si trasmettono dall’una all’altra in un battibaleno, poi c’è la teoria del caos che dice che basta un attimo e tutto crolla, e non è che le macchine pensino, eseguono solo dei programmi, però ti tagliano fuori, e non puoi staccare la corrente perché la macchina è programmata per reagire, e basta un corso di Basic per poter costruire un supercomputer, per non parlare di Matrix. Insomma questi criminali informatici bisogna fermarli, prima che facciano chissà quali danni.

Ce l’hanno insegnata così bene, la cantilena, che ora che abbiamo scoperto che l’unico vero gigantesco hacker è il governo USA, ci siamo persino rimasti male.

Proposta per un programma televisivo di cui si sente il bisogno (almeno io sì)

La televisione degli ultimi anni ha sfornato una quantità di format così singolari che viene spesso da pensare che gli autori non sappiano più cosa inventarsi, e ancor di più lo si spera. È passato poco più di un decennio da quando siamo rimasti frastornati dal Grande fratello, e nel frattempo le stranezze televisive si sono moltiplicate. Tra un’ondata di reality e una di talent, nel bel mezzo di un bombardamento di programmi food (attenzione a non dire “di cucina”) è sorto tutto un sottobosco di trasmissioni che vi portano in casa robe che in casa non vorreste mai avere: sporcizia, malattie, morte, psicopatologie, Sgarbi.

In questo panorama così variegato e che fa rimpiangere il Postmodernismo (ora dovremmo essere nel Magarisitornassealmodernismo) si sente la mancanza di un programma che sia in grado di raccogliere i cocci di tutto quello che è andato in frantumi, cioè tutto, e inizi a reincollarli per vedere se si riesce ancora a tirarne fuori qualcosa di buono. Perciò, ispirandomi al famoso show con Gordon “blé di rabbia” Ramsey, ho ideato un reality intitolato “Governi da incubo”.

In pratica, si prende l’equivalente politico-amministrativo del famoso chef e lo si manda a cercare di salvare il governo dalla catastrofe, agendo ai vari livelli della pubblica amministrazione: comuni sull’orlo del fallimento, province commissariate, regioni afflitte da scandali, tangenti e infiltrazioni malavitose. Ovunque ci sia bisogno di un miracolo, quindi ovunque, e di un uomo forte in grado di operarlo, il Gordon Ramsey governativo va e risolve; oppure fallisce, e signori si chiude. Oltre alla stagione standard che si basa sulle amministrazioni più o meno locali, si può prevedere un finale di stagione di due episodi ambientato in Parlamento.

Ai produttori che fossero ancora in dubbio vorrei far notare come un format del genere sia facilmente esportabile all’estero, lavorando sulla caratterizzazione nazionale, e possa essere venduto anche alle emittenti governative dei regimi dittatoriali, proponendolo però come programma di tarda serata, o col bollino rosso.

Non mi metto a scendere nei dettagli, ma se qualcuno della TV volesse contattarmi per discuterne, si senta libero di farlo.

Cose che restano da dire sul femminicidio

Mettiamo da parte il fatto che in Italia le cose si fanno solo quando c’è una sorta di emergenza, nel senso proprio dell’emergere.

E mettiamo anche da parte il fatto che quasi sempre quest’emergenza è fasulla, statisticamente parlando, e si tratta di un’emergenza in senso mediatico, perché i numeri danno prova del problema da chissà quanto tempo, ma nessuno se n’era mai accorto, chissà perché.

E mettiamo anche da parte il fatto che è l’onda mediatica ad accendere gli animi, creare discussioni, avviare movimenti e associazioni, fiaccolate, aizzare lo sdegno, produrre speciali dedicati, fiction a tema (un ritorno ci vuole, no?), e soprattutto a risvegliare i politici dalla costante pennichella istituzionale (perché si sa, in Italia ci sono sempre le elezioni, fra poco, ed è meglio farsi vedere attivi – anche se incapaci – che inattivi) giusto il tempo per produrre in fretta e furia un testo di legge che spegnerà gli ardori e non risolverà niente, perché fra i proclami e l’applicabilità dei provvedimenti c’è un mare, e fra l’applicabilità e la funzionalità c’è un oceano.

E mettiamo anche da parte il fatto che per l’ennesima volta in un provvedimento che doveva regolamentare le castagne ci sono finite anche le noci (consigliano sempre di usare frutta di stagione, volevo provare), e nonostante tutti si siano messi a gridare allo scandalo, lo scandalo è stato approvato, perché sai, c’è l’emergenza.

E mettiamo anche da parte il fatto che questo vizio di regolamentare a scale sempre minori, verso casi ogni volta più specifici, spostando il peso dalla saggezza del giudicante al suo mero rispetto della normativa, che è un altro modo per dire disumanizzazione, prima o poi ci porterà a un sistema di una complessità tale da risultare completamente paralizzato (già adesso i ritmi sono molto bassi, e i tempi di conseguenza molto lunghi), incapace di giudicare alcunché, e in grado tuttalpiù di calcolare unicamente una pena quantitativa in base a quelli che saranno nient’altro che algoritmi di un codice più simile a quello software che a quello penale.

Messo da parte tutto questo, non è che resti molto da dire. Anzi.

Accatto al potere

Non so se l’avete sentito dire, però c’è la crisi. Il che significa che fra precariato, disoccupazione, pressione fiscale e tutto il resto, siamo tutti piuttosto al verde. Chi era povero lo è ancora di più, chi non lo era lo sta diventando e chi era mezzo ricco rischia di guarire dalla schizofrenia. I ricchi, manco a dirlo, continuano a esserlo, il che ci fornisce un buon inidizio sul dove stiano finendo tutti i nostri soldi.

Una delle conseguenze più ovvie di questo allargamento della povertà è l’aumento dei mendicanti. Persino nella profonda provincia, dove fino a qualche anno fa era impensabile vederne, gli aspiranti ai nostri spiccioli hanno fatto la loro comparsa. Il tizio vicino ai carrelli del supermercato, per dirne uno, è già quasi mainstream, e buona parte della popolazione ha ormai sviluppato i classici meccanismi di indifferenza.

Così, come in ogni libero mercato che si rispetti, anche nel settore dell’accattonaggio è scattata la concorrenza. Ai questuanti oggi come oggi è richiesta una preparazione non indifferente in svariati ambiti: scelta delle location, approccio al cliente, PNL, fidelizzazione, fuga dai vigili. I corsi di aggiornamento sono diventati indispensabili. Per esempio, l’ultima tendenza, diffusasi a partire dagli Stati Uniti, paese dove i mendicanti hanno un loro albo professionale, è chiamata “POM” (Piss Off the Machine), e consiste nel piazzarsi a un bancomat e insistere con tale intensità e talmente a lungo che alla fine lo sportello cede e fa l’elemosina. In Italia la POM è ancora poco usata, ma si vocifera di almeno un paio di casi di successo, in Abruzzo.

Salvataggi

Dev’esserci stato un periodo in cui Word non aveva la funzione di salvataggio automatico. Non so esattamente quando sia stata introdotta, ma all’inizio dubito l’avesse. (E anche se l’aveva, non è che siamo qui a fare del giornalismo d’inchiesta) D’altronde, cosa se ne sarebbe dovuta fare la gente, del salvataggio automatico? C’era già lì il classico Salva. C’era già lì addirittura la scorciatoia da tastiera. Quando uno vuol salvare, lo fa.

Poi però Word si è diffuso, trasportato dal quasi onnipresente Windows. E le persone hanno seriamente iniziato a scriverci: lettere anonime, lettere d’amore (che sono come quelle anonime ma in Comic Sans), relazioni, tesi, romanzi. È nato così quel fenomeno noto come “salvataggio compulsivo”, ovvero la tendenza a salvare il documento con una frequenza variabile dal singolo paragrafo al singolo carattere. Alla Microsoft l’hanno capita, e nelle versioni successive è stato inserito il salvataggio automatico ogni N minuti. Gli ossessivo-compulsivi hanno vivacemente protestato perché la frequenza fosse in secondi, ma quelli di Mountain View (Vista Montagna, non aggiungo altro) hanno temuto di dare il via a un’escalation che portasse a salvataggi ogni picosecondo, e si sono limiti a un salvataggio automatico al minuto, non di più.

Ora, riflettendoci, si potrebbe fare la stessa cosa con Alitalia. Cioè, invece di aspettare che la situazione sfoci nella catastrofe, con perdita di soldi e documenti di testo che hanno richiesto lacrime e sangue, perché non si fanno dei salvataggi automatici, che so, ogni 2 anni (ossessivo-compulsivi: no, non si può fare ogni 2 mesi), così ce ne stiamo tutti più tranquilli? Sarebbe una bella comodità.

Che peccati

Se alle religioni togliamo la parte metafisica (quella fumosa, che se non ci credete tanto vale cambiare fede) e la parte rituale (quella noiosa, che se non partecipate poi le poche volte che lo fate vi guardano male), quel che resta, più o meno, è un sistema normativo. Tipo i dieci comandamenti. Tradotto: regole. Se le rispettate, avrete accesso alla business class della vita ultraterrena. Se le violate, seconda classe di un regionale di pendolari con l’aria condizionata rotta a fine luglio, per sempre. Molti grandi peccatori pendolari ferroviari non noteranno quindi alcuna differenza.

Per avere degli sconti di pena, fino anche al totale annullamento, esiste, quantomeno nel sistema cattolico, la confessione. Avete presente quando vi rinchiudete in un posto isolato insieme a un prete e aprite la vostra intimità a lui e non si tratta di un abuso? Ecco, quella è la confessione. Da quanto tempo non ti confessi? Hai bestemmiato? Hai fornicato? Hai rubato? E via così, anche senza domande, in una spontanea ammissione di colpe.

Allora pensavo, non si potrebbe fare una roba del genere, una confessione, che però sia laica? Con un confessore che invece di riferirsi al sistema normativo cattolico, si riferisca a quello civile, e non nel senso legislativo, e chi si metta a chiedere se parcheggi in doppia fila, se hai letto almeno un libro nell’ultimo mese, se continui a sfondarti di reality, se ti stai informando in vista del voto, se ti sei sforzato di ragionare con la tua testa oppure il tuo cervello ha deciso di abdicare, se sprechi e tutto il resto. E alla fine nessuna penitenza, perché tanto, se fai delle cazzate del genere, le stai già pagando, anche se non te ne accorgi.

 

Berlusconio

In natura esiste un – si fa per dire – processo in base al quale certi atomi, che hanno problemi di – si fa per dire – stabilità interna, tendono a raggiungere spontaneamente la stabilità emettendo delle particelle. Questo processo si chiama – si fa per dire – decadimento. Un tipo particolare di decadimento è il decadimento – si fa per dire – B. Perché un atomo instabile decada e diventi un diverso elemento ci vuole un certo tempo, detto emivita, che può anche essere – si fa per dire – 20 anni.

Non state a guardare troppo la precisione. Non ho mica fatto scienze – si fa per dire – politiche.

Ma dove vanno i moderati

L’Universo non ha un centro. Se lo avesse, il sabato sera vedremmo sfilare una moltitudine di astronavi in quella direzione. Ci sarebbero ingorghi e clacson che sbraitano. E le vedremmo anche tornare indietro, le astronavi, più diluite, fino all’alba della domenica mattina. Qualcuna, ahimè, non tornerà: le famosi stragi astronautiche del sabato sera.

La politica invece, a quanto pare, un centro ce l’ha. Se sia nato prima di destra e sinistra è questione di lana bovina. Fatto sta che da qualche tempo a questa parte vediamo sfilare in quella direzione, e non solo il sabato sera, una moltitudine di politici, al punto che ci coglie il dubbio se si tratti di una questione gravitazionale. Calcolarne l’accelerazione potrebbe risolvere il dilemma, ma nessuno sembra intenzionato a farlo.

Questo flusso centripeto di politici può sembrare molto strano, addirittura sospetto. Ma forse è come nelle grandi città: uno in centro ci va a lavorare, mica ci abita.

Come affrontare bene la caduta del governo

Innanzitutto niente panico. Non stiamo parlando di un asteroide di 12 kilometri. La probabilità che la caduta del governo causi la vostra morte o quella dei vostri cari è minima. No, non è pari a zero, ma siamo lì.

La cosa migliore che potete fare è fregarvene. Inutile farsi prendere dall’ansia per un evento che non avrà ripercussioni negative sulla vostra vita: l’idea che l’instabilità politica danneggi i cittadini più della stabilità è infatti una scemenza. Siete per caso diventati più felici, più ricchi o più belli quando c’è stato un governo lungo e stabile? Non credo. Ai politici invece è successo, guarda caso. Ecco perché sono loro i primi a preoccuparsi, se cade il governo. Quindi, se non siete dei politici di mestiere, state pure tranquilli: le cose continueranno ad andar male senza scossoni.

Inoltre ricordate sempre che in Italia il declino non ha un fine corsa. Siamo stati così bravi da scoprire un metodo per far andare le cose sempre peggio senza mai raggiungere la catastrofe completa. È una cosa che assomiglia al paradosso di Achille e la tartaruga. Scaviamo scaviamo, ma non tocchiamo mai il fondo. Il che significa che potremo andare avanti per sempre, evitando comunque il disastro. Vi pare davvero il caso di preoccuparvi?

Ah, dimenticavo: bevete molta acqua.

Uno spassionato consiglio ai terroristi di domani

Tutti devono rapportarsi alla propria epoca, anche voi terroristi. Inutile far finta di vivere in un medioevo di barbarie, massacri, ideologie e fedi. La società è evoluta, e con essa il terrore. Le bombe, le radiazioni, la minaccia chimica, il kamikaze non fanno più presa sulle persone. I dirottamenti, i sequestri, le scariche di Kalašnikov non smuovono più l’animo umano come una volta. Oggi che la tecnologia permea ogni aspetto della nostra vita, che l’intero pianeta è interconneso e viviamo immersi nelle comunicazioni, nella trasmissione d’informazioni, attraverso i nostri portatili, i nostri tablet e soprattutto con gli onnipresenti smartphone, quello che vi consiglio è di puntare su una app maligna che segnali sempre la batteria all’8%.

La famiglia tradizionale

È scoppiato un gran casino, col signor Barilla. Ha detto delle cose e le ha dette in un modo che se prendeva un B52 e bombardava un centro d’accoglienza sovraffollato usando dei gattini ripieni di esplosivo ad alto potenziale forse si metteva contro meno categorie. In giro si parla di boicottaggio, addirittura, il che non mi stupisce: là fuori è pieno di gente che cerca da una vita di dare un bel taglio ai carboidrati senza riuscirci.

Poi, ecco che riesce fuori questa famosa famiglia tradizionale. Non è questione di essere d’accordo o meno, è questione di capire di che diavolo stiamo parlando. C’era una volta la famiglia tradizionale. Ora però, dopo i Soprano, i Pritchett, i Jefferson, i Robinson, gli Addams, i Keaton, le Gilmore, i Flintstones, i Jetsons, gli Osbourne, i Simpson, i Cunningham, i Forrester, i Tanner, i Morgan, gli Stark (e i Lannister e i Targaryen e i Greyjoy… ), i Cesaroni, i Fisher, i Bluth e chissà quante altre, davvero qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarla tradizionale?