ITA missa est

L’Alitalia non c’è più. Cioè, c’è ancora, ma ormai è solo un contenitore di debiti. Una specie di cassaforte al contrario. Se un ladro la scassinasse, non solo non diventerebbe ricco, ma si ritroverebbe senza nemmeno i soldi che possedeva già e con una folla di creditori incazzati sotto casa.

L’Alitalia, la nostra storica compagnia di bandiera, ha smesso di esistere dopo 75 anni. Lascia un grande vuoto, soprattutto nel bilancio statale. Già adesso mi sale la nostalgia: chissà se mi mancheranno di più i salvataggi di Alitalia o quelli di Baywatch.

L’Alitalia adesso è in amministrazione straordinaria. Non fa tanto effetto, in un Paese come il nostro in cui lo straordinario è ormai l’ordinario, e l’ordinario è esso stesso l’attesa dello straordinario. Insomma, la bara dell’Alitalia è ancora aperta e possiamo darle l’ultimo saluto. “Guarda, pare che dorme”.

Al suo posto è già arrivata ITA, la compagnia con la sigla più fastidiosa da infilare in qualunque discorso, e la cui utilizzabilità nei giochi di parole è dolorosamente infinITA. Essere passati da “Alitalia” a “ITA” è come dire “Visto? Abbiamo già risparmiato”, come fossero le lettere il problema.

Non è che a una compagnia appena nata voglio già tarpare le ali. Soprattutto perché non mi va di vedere una compagnia aerea diventare una compagnia di autobus. Però non sono fiducioso.

Non sono fiducioso, perché la prima cosa che ho letto di questa nuova ITA è che i suoi aerei saranno di colore azzurro. Adesso io voglio sapere chi è il genio che ha deciso di verniciare degli aerei che sfrecciano in cielo pieni di gente e a centinaia di chilometri orari dello stesso colore dello sfondo. Aerei azzurro cielo. Una follia a livello di visibilità. Sarebbe come fare le auto color asfalto. O color nebbia.

Ma va bene così. Ci abitueremo anche a questo.

E allora addio cara Alitalia. Speriamo ti chiudano la bara in fretta, perché sinceramente cominci un po’ a puzzare.

Dopodiché, potrai finalmente volare in cielo. Per una volta in perfetto orario.

 

Il mondo dei No vax

Anno 2035. La popolazione mondiale è ridotta a 13 milioni di abitanti. Tra il 2031 e il 2032 infatti, tutti coloro che avevano ricevuto il vaccino contro il Covid-19 sono morti a causa di un misterioso e letale effetto collaterale. Tale effetto è insorto in ogni vaccinato esattamente a dieci anni dalla vaccinazione, proprio lo stesso giorno, ma verso le otto di sera. Una fatale modifica del DNA che spingeva la persona colpita a chiedere “Ordiniamo del poke?” e a collassare immediatamente dopo priva di vita.

Nei paesi ricchi le perdite hanno sfiorato il 99%, perché fra campagne ministeriali, pass sanitari, obbligo di vaccinazione e appello della Ferragni solo una minima parte della popolazione, i No vax inossidabili, è riuscita a non vaccinarsi. Nei paesi poveri invece erano morti in pochissimi, perché i paesi ricchi col cavolo che gli avevano mandato davvero le dosi necessarie, ma poi sono morti per le solite ragioni per cui si muore a grappoli nei paesi poveri. Nonostante non ci fosse più nessuno che li aiutava a casa loro.

Negli anni successivi al 2032 sono morti anche molti No vax, perché se c’è un problema causato da una quasi estinzione, è quello della mancanza dei servizi. Sanità, trasporti, commercio, birrifici artigianali: tutte le basi su cui si reggeva la civiltà sono venute a mancare da un momento all’altro. Innumerevole il numero delle morti per fame causate dalla scomparsa improvvisa di Just eat.

Anche in Italia tutto è andato in pezzi. Hanno resistito solo il Codacons e il Garante della privacy. Ad oggi la popolazione dell’intera penisola conta solo 11 mila persone, di cui 8 mila a Milano. Perché comunque Milano è Milano. Lì la catastrofe è tangibile come in nessun altro posto: hanno addirittura annullato il Fuori Salone.

Internet non esiste più. Un virus cinese ha mandato in crash il 99% dei server nel 2033, il resto l’ha fatto l’assenza di manutenzione. L’unico sito rimasto in piedi è Dagospia. Anzi, DagospIA, perché pare che a tenerlo in vita sia un’intelligenza artificiale avida di gossip.

Il mondo, adesso, appartiene ai No vax. Dopo anni di lotte e proteste, dopo anni di prese in giro e meme, dopo anni di restrizioni e clandestinità, finalmente hanno avuto ragione. Il loro è il più potente grido “ve l’avevamo detto!” che la storia ricordi, peccato che ad ascoltarlo non ci sia nessuno. Nonostante tutti gli altri siano cadaveri in avanzato stato di decomposizione, i No vax si aggirano comunque nelle deserte vie delle svuotate città perennemente a testa alta e con un ghigno stampato in faccia. Cosa non può il senso di rivalsa?

In una via qualunque di una città che la natura si sta riprendendo in fretta, tra automobili abbandonate, rifiuti di plastica e scarafaggi che scorrazzano indisturbati, s’incontrano due di questi ormai padroni della Terra. Due No vax.

– Ehi.
– Ehi ciao. Come va?
– Non posso lamentarmi. E tu?
– Le solite cose.
– Sai dove posso trovare un po’ di cibo? Le mie scorte stanno finendo.
– Se vai in centro, da quella parte, c’è una specie di negozio di alimentari.
– Un alimentari?
– Sì. Verdura, frutta, uova, formaggio. Pane. Qualche volta c’è persino la carne. Oh, non ti aspettare granché.
– Ma è fantastico, sono due settimane che mangio solo pere e scarafaggi.
– Pere e scarafaggi?
– Come abbinamento non è male, però alla lunga…
– Comunque laggiù c’è un ipermercato abbandonato con ancora gli scaffali pieni di cibo in scatola.
– Grazie, ma quella roba cerco di non toccarla. Giusto se non mangio da tre giorni.
– Pure io evito, con tutti quei conservanti e coloranti. Robaccia.
– Peggio di quelle merda solo i vaccini.
– Davvero.
– Eppure c’era gente che ci faceva la fila.
– Per il cibo in scatola?
– Per i vaccini.
– Ah.
– E sai dove portava invece quella fila?
– Dove?
– Al cimitero.
– AHAHAAHAHAHAHAH.
– AHAHAHAHAHAH
– AHAHAHAH.
– AHAHAH.
– Ahahah.
– Ahah.
– Ah
– Mh.
– Tra l’altro, visto che siamo rimasti così pochi, sai di cosa non dovremo preoccuparci più?
– Di cosa?
– Del riscaldamento globale.
– NON C’È ALCUN RISCALDAMENTO GLOBALE!!

A tagliarmi i capelli

Condivido con gli adepti di Scientology la credenza che meno sono i capelli che una persona ha in testa più bassa è la temperatura che questa percepisce. I pelati infatti hanno sempre freddo. In realtà non so se quelli di Scientology credano in una roba del genere, però non mi stupirebbe, visto che credono in cose ben più assurde. Meno capelli meno caldo, quindi, è il mio dogma. Dogma che mi porta di corsa, quando le temperature superano la soglia della vivibilità, a ridurre la quantità di capelli che ho in testa tramite il cosiddetto taglio.

L’altro giorno, visto che i capelli che avevo in testa mi avevano portato a percepire fino a 35° all’ombra, sono andato a tagliarmeli, per abbassarli fino ai ben più piacevoli 27°-28°. Ho un parrucchiere preferito, dove però non vado fisso perché questi esercenti bisogna sempre un po’ tenerli sulle spine, sennò si abituano, ti danno per scontato e poi ti trattano ogni volta un po’ peggio, fino alle percosse fisiche. Se invece li tieni sul filo del “chissà, magari vado da un altro”, sfoderano un livello di qualità più alto. Questa strategia la chiamo ORT, Owner Relationship Terrorism.

Trovare un parrucchiere alternativo (al mio preferito, nel senso; non nel senso che ti lava la testa con la San Pellegrino) nel mio quartiere è facile, basta uscire da casa e entrare nel civico successivo. O in quello precedente. O in quello di fronte. O in qualunque altro. Si tratta di un fenomeno inquietante. Io non ho mai visto una così alta concentrazione di parrucchierie. La mia speranza è che buona parte di queste siano semplici coperture per attività criminali, non tanto perché tifo criminalità, quanto perché l’unica altra spiegazione possibile è che i parrucchieri si riproducano per mitosi, scenario non bello.

Ieri quindi sono uscito e ho infilato una porta a caso del quartiere, ritrovandomi ovviamente in un negozio che conteneva specchi, poltrone, forbici, tagliacapelli ma soprattutto un essere umano addetto a tagli e acconciature. Un semplice “si accomodi” e la la procedura è iniziata.

Durante la procedura, convenzione sociale vuole che fra acconciatore e acconciato s’intrattenga una conversazione che esula da quella strettamente professionale e necessaria a dirigere la procedura stessa del taglio (“come li facciamo?” ecc.). La qualità e la quantità di tale conversazione dipende da molti fattori, e può andare dal livello più basilare (meteo, critiche allo Stato) fino a quello più estremo (confessione di reati, dichiarazione d’amore, versetti danteschi).

Visto che a causa dei social network ci si ritrova fin troppo spesso ad affrontare le opinioni becere e le idee tremende degli sconosciuti, in real life, come dicono a Milano, tendo a tenere la manopola della conversazione tra “sono timido” e “mi fingo morto”. Anche con così poche parole scambiate però è apparso subito chiaro che il mio acconciatore avesse origini napoletane.

Ed è per questo che, finito il taglio, perfettamente riuscito, quando mi sono alzato dalla poltrona e ho estratto il portafoglio, ci sono rimasto a dir poco malissimo quando l’acconciatore chiaramente napoletano mi si è avvicinato e:

«Ecco la ricevuta, sono venti euro».
«Mi scusi?»
«Sono venti euro».
«Quello l’ho capito. Ma la ricevuta…»
«La ricevuta cosa?»
«Mi ha fatto la ricevuta»
«Be’, certo»
«Senza chiedermelo»
«Funziona così, non è mica a richiesta»
«Non doveva farmela»
«Ma come no?»
«Al limite dovevo essere io a chiederla stizzito»
«Guardi, mi dia i venti euro e siamo a posto»
«Non si fa così!»
«Non capisco»
«Ma scusi, non è napoletano?»
«Sì, ma cos…»
«E allora lei così mi rovina»
«Per venti eur…»
«Non doveva farmela, la ricevuta!»
«Starà mica dicendo che noi napol…»
«Ma certo che lo sto dicendo. È così che dev’essere. Altrimenti le battute?»
«Quali battute?»
«Quelle che scrivo. Mi pagano per quello… Ma così lei mi manda in rovina!»
«Cosa c’entro io con le sua battute? Mi dia venti euro e se ne v…»
«Dove andremo a finire senza gli stereotipi? Su cosa si faranno le battute? Senza napoletani truffaldini, romani sfaticati, milanesi cocainomani, genovesi tirchi, siciliani mafiosi, marchigiani contadini, molisani inesistenti su cosa scherzeremo? Non ci sarà più niente da dire, la comicità sarà finita e io sarò rovinato, e la colpa è sua, sua e di quella ricevuta maledetta che…»
«Basta! La strappo. Strappo la ricevuta. Ecco. Mi dia ‘sti venti euro e non torni mai più»
«Va be’ ma senza ricevuta facciamo quindici, no?»

 

Giù la mascherina

Da ieri non c’è più l’obbligo d’indossare la mascherina all’aperto.

Ha quindi finalmente termine quel periodo di amletici dubbi che tutti abbiamo vissuto soprattutto nelle ultime settimane, da quando cioè le temperature si sono fatte prima estive e poi infuocate e la mascherina ha smesso di essere un abituale fastidio ed è diventata l’equivalente delle mani guantate che si stringono con forza attorno al collo nella più classica delle scene da thriller. Qualcosa che finirebbe in cronaca titolato così: “Strangolato in strada. In manette la mascherina (che comunque salutava sempre)”. A causa del caldo molte persone, quasi tutte per la verità, io compreso, quando era possibile la mascherina già non la indossavano più, all’aperto, pur tenendola a portata di mano.

Appoggiata sotto al mento, i più tradizionalisti, appesa all’orecchio, i più temerari (quelli che fanno arrampicata, tipo), sul gomito i giovani e i rapper, in tasca i precisini e lasciata direttamente a casa gli smemorati, più o meno tutti all’aperto ci siamo avvalsi della facoltà di respirare senza filtri se il distanziamento era garantito.

Ma quella del distanziamento, abbiamo scoperto, non è questione semplicemente metrica, perché ha a che fare, escludendo quelli che giravano col metro a fettuccia in tasca, con la percezione delle distanze. Provate a chiedere a dieci persone quanto è lungo un metro. Vi risponderanno in dodici, per dire quanto la cosa sia soggettiva. Il distanziamento ha pure a che fare con con la percezione del pericolo. La paura del Covid, per esempio, ad alcuni ha fatto sembrare millimetri quelli che invece erano chilometri, e nei momenti di maggiore paranoia c’è stato chi ha messo la mascherina pure per parlare al telefono (o preferendo un più sobrio vivavoce); ad altri, meno preoccupati, ha fatto gridare discorsi a due centimetri dall’orecchio dell’interlocutore, nella convinzione che un sottile strato di tessuto potesse bloccare parole sparate fuori a 120 decibel.

Quello che idealmente sarebbe dovuto essere un parametro oggettivo si è scoperto molto banalmente soggettivo, come quasi tutto nell’universo (all’infuori della bontà della pizza). E da qui i famosi amletici dubbi sul quanto prima bisognasse rimettersi la mascherina quando si stava per incrociare qualcuno. Ammettiamolo, tutti noi abbiamo sentito la mancanza di un apposito galateo Covid che ci fornisse delle indicazioni sul come affrontare queste situazioni. In assenza di tale prontuario, ognuno ha fatto da sé, sulla base delle proprie valutazioni e convinzioni. Nonostante tale varietà di vedute, sono emersi alcuni scenari molto diffusi, praticamente dei classici. Ne elenco qui i più semplici, in cui ad interagire sono due persone. Le chiameremo Ugo e Uga.

Paranoid humanoid: Ugo e Uga si notano da molto lontano e subito si mettono la mascherina. Se la toglieranno entrambi solo a casa, pur non avendo incontrato nessun altro.

Rogue One: Ugo e Uga si notano da molto lontano e subito si mettono la mascherina. Dopo 250 metri e a 3 metri dall’incontro Ugo se la toglie perché non ne può più. Uga lo fulmina con lo sguardo.

The Great Escape: Ugo e Uga si notano da lontano. Quando sono a una ventina di metri Uga indossa la mascherina, Ugo no. A 10 metri tutto come prima. A 5 uguale. A 3 Uga attraversa la strada per evitare Ugo. Ugo si mette la mascherina.

Contact: Ugo e Uga si notano da molto lontano. Ugo inizia a gridare “SCUSI PUÒ METTERSI LA MASCHERINA, GRAZIE” e continua a farlo finché non sono a circa 10 metri, quando Ugo si accorge che Uga la mascherina la indossava già. Lui invece dimentica d’indossarla.

Divergent: Ugo e Uga si notano da molto lontano e subito si mettono la mascherina. Dopo 250 metri e a 3 metri dall’incontro Uga entra in un portone. Ugo bestemmia.

The Good, the Bad and the Ugly: Ugo e Uga si notano da una trentina di metri. Si vanno incontro lentamente. Ognuno aspetta che l’altro faccia la prima mossa con la mascherina. Entrambi la sfiorano senza indossarla. Quando sono a 3 metri Ugo lancia la mascherina in faccia a Uga. Titoli di coda.

Fast&Furious, Covid Lane: Ugo e Uga sono due runner, la mascherina non devono mettersela nemmeno se respirano come mantici e sputacchiano come Lama.

Fear and Loathing in White Zone: Ugo e Uga si notano da lontano. Ugo indossa subito la mascherina. A 5 metri s’accorge che Uga è un cartello di divieto di sosta.

 

 

 

5 brevi curiosità attorno al Concordato

(in basso e molto a destra nella foto, Mussolini che compila la lista delle cose buone che ha fatto)
  1. Si definisce concordato un trattato bilaterale che regola i rapporti tra Dio e un qualsiasi stato terrestre. Non essendo Dio persona giuridica, la firma del documento lato Dio è opera di un prestanome di fiducia della proprietà, detto il Papa. La dicitura attuale nella firma del trattato è “in rappresentanza di Dio, Papa …”. La precedente dicitura, modificata nel 1979 dopo grandi pressioni della Santa Sede, era “per Dio, Papa…”.
  2. Il primo concordato tra la Santa Sede e l’Italia era contenuto nei Patti lateranensi del 1929, ma nel 1984, anno della firma del nuovo concordato, si preferì un più funzionale cassetto.
  3. “Libera Chiesa in libero Stato” è la frase utilizzata dai cittadini della Città del Vaticano per chiamare la tana libera tutti a nascondino.
  4. Nonostante la credenza popolare, il nome “concordato” non deriva dal fatto che il documento è stato firmato su un Concorde Roma-Città del Vaticano. Anche perché a causa della grande velocità del velivolo non ci sarebbe stato il tempo materiale per farlo.
  5. La Santa Sede ha insistito per inserire nel concordato una clausola secondo cui tra Vaticano e Italia tutti i rapporti devono essere senza alcuna protezione.

L’incredibile opportunità scientifica di avere due papi

Forse non ce ne rendiamo bene conto, ma avere a disposizione due papi contemporaneamente è un’opportunità incredibile. Tale fenomeno infatti si presenta molto di rado. Anzi, se ci limitiamo ai casi in cui un papa rinuncia volontariamente¹ al suo titolo, nella storia possiamo contarne solo due.

Uno è quello attualmente in corso e che coinvolge Benedetto XVI e Francesco (senza numero, almeno finché non ne arriva un altro che vuole chiamarsi Francesco: a quel punto Francesco diverrà Francesco I, e l’altro Francesco II, e così via. Per ulteriori notizie in merito vedi di Carlo M. Aglio, Numerazione dei papi e topologia algebrica – Vol 1). L’altro caso è quello che nel 1294 vide rinunciare al papato Pietro da Morrone, nickname Celestino V, un eremita che era stato eletto papa perché due cardinali avevano scommesso un dollaro su di lui: il primo cardinale credeva che fosse l’ambiente a determinare la persona, e che quindi anche un asociale semianalfabeta come Pietro fosse in grado di fare il papa; il secondo cardinale pensava invece che fosse la genetica a determinare la persona, e che quindi Pietro non sarebbe mai riuscito nell’impresa. Visto che Celestino V diede le dimissioni qualche mese dopo la sua elezione, la scommessa la vinse il secondo cardinale. Peccato che la prima occasione per spendere quel dollaro vinto sarebbe arrivata solo 500 anni più tardi. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

Un fenomeno che coinvolge figure così particolari e uniche e che è osservabile con così scarsa frequenza ci offre un’opportunità di studio che la scienza deve certamente cogliere. Anche perché, almeno per una volta, non si tratta di dover spendere miliardi per un’enorme apparecchiatura da nascondere sottoterra in Svizzera, manco fosse il caveau di una banca. Certo, bombardare un papa con un fascio di protoni accelerato a poco meno della velocità della luce dev’essere senza dubbio affascinante, ma non è questo il caso.

Vediamo quindi cosa si può sperimentare avendo a disposizione sia il sommo pontefice, cioè il papa attualmente in carica, Francesco (da qui in poi: Papa1), sia il papa emerito, o semplicemente “quell’altro”, come lo chiamano in Vaticano, Benedetto XVI, che ha rinunciato al suo ruolo nel 2013 per godersi il tfr (da qui in poi: Papa2).

Il primo esperimento che viene in mente quasi banalmente a tutti, avendo a disposizione due papi, è quello del nesso empatico, lo stesso che si dice ci sia fra gemelli biologici. Quello per cui, se un gemello si fa male a Caltanissetta, anche l’altro che è a Imperia sente dolore (le località possono variare). Dimostrare un eventuale legame empatico di questo tipo fra i due papi è piuttosto facile: è sufficiente dare una martellata su una mano a papa1 o papa2 e vedere se papa2 o papa1 provano evidente dolore. S’inizia coi due papi quasi a contatto, e poi li si allontana martellata dopo martellata, per vedere fino a che distanza “prendono”, se prendono. Per eliminare la variabile rappresentata dalla soglia del dolore, che potrebbe falsare l’esperimento, si possono sottoporre i papi a diverse esperienze dolorose. Si possono quindi aggiungere alla martellata: pugno al volto, cazzotto a martelletto, calcio allo stinco, pizzicotti sparsi, tirata d’orecchie, calcio nelle parti basse, ascolto di un disco dei The giornalisti, visione di una puntata recente dei Simpson, disdetta dell’abbonamento a Sky. Un altro metodo prevede che i due papi partecipino in coppia a un torneo di briscola e sia loro impedito l’uso dei segni. Se vincono, il nesso empatico-telepatico è dimostrato e il prosciutto vinto va ai ricercatori. Se perdono, il costo dell’iscrizione al torneo è a carico dei due pontefici.

Passando a un ambito più propriamente fisico, gli esperimenti realizzabili sono molto numerosi e permettono di individuare quali sono le proprietà fisiche che i papi hanno in comune. Per esempio: la forza di gravità agisce allo stesso modo su papa1 e papa2 oppure il processo a Galileo Galilei ha lasciato degli strascichi? I papi hanno lo stesso profilo aerodinamico o papa1 è più adatto al volo? Quanto migliora l’aerodinamica il diverso abito religioso? Se papa1 indossasse un abito Armani e papa2 un completo dell’OVS, quale dei due subirebbe di più l’attrito in un mezzo fluido? E quale dei due verrebbe prima riconosciuto a una festa di Briatore?

In ambito quantistico la domanda che più assilla la scienza sul tema è: perché papa1 e papa2, quando sono venuti a contatto, non sono annichiliti? Mentre quella che assilla i fan di Dragon Ball è: papa1 e papa2 possono fare la fusione? E che creatura verrebbe generata? Ratzoglio? Bergzinger? Papapa?

Avere due papi a disposizione significa tra l’altro poter affiancare all’esperimento principale un esperimento di controllo: in sostanza significa fare lo stesso esperimento con le stesse condizioni ma con un apparecchiatura diversa, così da poter evidenziare potenziali errori di sistema (tipo una vite non ben stretta, una spina non inserita nella presa, un computer con Windows Vista). D’altronde, “un papa di controllo non capita tutti i giorni”, come si afferma anche in un dettaglio minore e poco conosciuto del Giudizio universale di Michelangelo. In questo senso sono possibili moltissimi esperimenti di fisica e chimica dei materiali a cui sottoporre i papi, al di là dei classici crash test (che comunque nell’alto Medioevo sono stati già messi in pratica con risultati interessanti). Per esempio, si potrebbe sottoporre entrambi i papi allo stesso tatuaggio (il volto di Gesù) presso tatuatori diversi e confrontare i risultati: è più somigliante quello di papa1 o quello di papa2? Com’è che quello di papa2 sembra Kim Rossi Stuart? Chi dei due ha pagato col bancomat per avere il cashback e chi in contanti? Domande che la scienza attende solo di poter porre.

Un altro ambito che si potrebbe indagare grazie alla compresenza di due papi è quello della psicologia di massa, utilizzando i papi non come soggetti degli esperimenti ma come strumenti. Non sarebbe forse interessantissimo studiare quale sarebbe la reazione dei fedeli in attesa dell’Angelus all’affacciarsi inatteso di papa2 alla famosa finestra? E se papa2, parlando, avesse la voce di papa1? E se invece avesse la voce di Amanda Lear? E non sarebbe un grandissimo progresso per la scienza studiare le reazioni dei cattolici all’annuncio che papa1 e papa2 hanno deciso di convolare a nozze?

La presenza di due papi è una grande opportunità per allargare le nostre conoscenze scientifiche. Bisogna sfruttarla a fondo e in fretta, perché la morte di un papa ci priverebbe di questa rara possibilità, a meno che l’ultimo esperimento non si rivelasse un successo. Perché se si dimostrasse vero che morto un papa se ne fa un altro, da adesso in poi avremo sempre due papi alla volta.²

 

¹ Per quel che riguarda le rinunce non volontarie al soglio pontificio, è inutile mettersi a enumerarle. Si pensi solo che per un lungo periodo ai papi appena eletti venivano fatte firmare le dimissioni in bianco, pratica sempre osteggiata dai sindacati dei lavoratori della Chiesa. E comunque ci sono stati momenti, durante l’alto Medioevo, in cui c’erano in giro più papi che cattolici.

² O più, se si aggiungessero altri papi dimissionari. Esiste anche la possibilità, sebbene statisticamente irrilevante, di un ritorno a zero papi, in caso di morte contemporanea di tutti i papi presenti.

The Empire Strikes Back

Da un po’ di tempo a questa parte ero preoccupato. Va bene che c’erano altri temi all’ordine del giorno, la pandemia per esempio, o i Måneskin e il loro essere rock o meno, ma la prolungata assenza della Chiesa cattolica dalle prime pagine dei giornali e dai primi servizi dei tiggì iniziava a insospettirmi. Al punto che ho persino temuto che il Vaticano avesse seriamente deciso di farsi i cazzi propri, finendola con le solite e continue interferenze nella gestione della cosa pubblica italiana.

Oggi, per fortuna, questo terribile dubbio è stata archiviato. Il Vaticano c’è. Dio invece, chissà (non che la cosa abbia tutta questa importanza, a questo punto). Il Vaticano c’è eccome, e schizza alla ribalta con un suo grande classico riproposto con calore e nostalgia, in un misto di vecchio e nuovo che non può non colpire al cuore. Qualcuno in quelle affrescatissime e sacre sale deve aver visto la reunion di Friends.

E quindi, scoccata l’estate, ecco l’opposizione al ddl Zan, che già di per sé viaggiava zoppo e affaticato verso l’approvazione. La Chiesa mette in campo alcuni temi della tradizione (la famiglia è solo quella padre-madre-tutti i figli che ci scappano non potendo utilizzare il preservativo; ok che Dio è amore infinito, ma le coppie dello stesso sesso se ne approfittano), ma declinati in una forma completamente nuova: la violazione del Concordato.

Il tutto per ora si può sintetizzare con una domanda che in Vaticano devono essersi posti, con un ritardo di un paio di millenni, quando hanno dato un’occhiata al testo del ddl. E la domanda è: e se poi ci prendono per omofobi?

Bentornato Vaticano. Non c’eri mancato per niente.

A Repubblica picchiano i gattini

Quello che mi piace di Repubblica è che nel momento esatto in cui ti convinci che non possa peggiorare, ti coglie di sorpresa e peggiora. E, com’è scritto in tutti i manuali di scrittura comica, la sorpresa è metà del lavoro (l’altra metà va al fisco). Quindi anche oggi, trovandomi davanti la prima pagina di Repubblica, sono stato assalito dal solito dubbio: non sarà mica un giornale satirico? Non sarà mica una specie di Vernacoliere che ce l’ha un po’ meno coi pisani? O una specie di Giornale che ce l’ha un po’ meno cogli immigrati?

Non che io pretenda che il secondo quotidiano nazionale per diffusione abbia in prima pagina titoli equilibrati e basati sui fatti, figuriamoci. Anche perché, se la linea editoriale della versione online è il clickbaiting, è sacrosanto mantenere la coerenza e uscire anche sul cartaceo coi titoli acchiappa clic. Nessuno se ne lamenterà, nemmeno quelli che cliccano col dito sulla carta aspettandosi che le pagine del giornale scorrano fino alla pubblicità, e dopo 15 secondi fino all’articolo.

Però non si può pretendere nemmeno che io prenda sul serio un giornale che apre con un titolo che sembra quello di un film di Roland Emmerich, perché sembra di sentire la voce dei trailer che con tono grave dice “dal regista di Godzilla, Independence Day e 2012, [suono di Inception] ‘AstraZeneca, paura in Europa’. A marzo sui vostri tablet”. E poi immagino scene con fialette che si rompono a rallentatore, pipistrelli giganti che inseguono persone nella cucina di un ristorante, zombie, generali dell’esercito che dicono “è la nostra ultima speranza” e infine il grido di una creatura enorme e sconosciuta che emerge da fotogrammi così scuri che non capisci se inquadrano una grotta buia o è ora di buttare il Chromecast.

Il problema è che mentre io mi rendo conto che si tratta di giornalismo sciatto e sensazionalismo da quattro soldi, molte persone leggono la prima pagina del secondo quotidiano nazionale per diffusione e, se avevano qualche dubbio sul vaccinarsi, decidono di non vaccinarsi, se non avevano dubbi se li fanno venire e se non volevano vaccinarsi hanno una nuova arma per dire ad altri di non farlo.

E non importa se sotto a quel titolo c’è un articolo che dice altro. Il danno è fatto. Qualcuno penserà che a Repubblica picchiano i gattini.

Deconstructing Dibba

Basta stelle, hai detto. A un certo punto disse così anche Lele Mora. (per rimanere sullo stesso calibro). È sempre un giorno triste quando uno di destra non riesce a fare coming out. Lo vedi arrampicarsi su quei né di destra né di sinistra, hai paura che cada. Ma tu, D., eri arrivato in cima senza ossigeno, e infatti i danni cerebrali a bizzeffe. Non mi chiedo cosa farai, adesso, D., mi chiedo cosa hai fatto prima. Cosa cazzo hai mai fatto. Eppure no, smentito dai fatti. Dal CV. Politico, giornalista, falegname, scrittore. Contieni moltitudini. Chissà il commercialista che impazzimento, con le aliquote e tutto il resto. Figlio di un grillo e padre di umani, un salto di specie che potevi fare il botto, se non ci fosse stato quello dal pipistrello, l’anno scorso. Ti ha deluso eh, l’altro D. L’amico dei giorni più lieti. Certe zingarate, insieme. A Bruxelles in macchina (madonna le risate). A fanculo di corsa. A Roma in giacca e cravatta. Un hard disk pieno di foto tue. E un hard disk pieno di foto tue con anche altre persone, i fan. L’Iran. I fan in Iran. Lì ancora ti ricordano. Gli anziani dei villaggi, riuniti la sera attorno a un fuoco (ce lo raccontavi così l’Iran, come in un libro di esplorazioni del primo Ottocento), in silenzio, finché uno non tira su il capo dalla pipa di betulla e chiede “Ve lo ricordate quel cojone?”. Dibba cuore d’acciaio Dibba. Un Veltroni che non ce l’ha fatta, se Veltroni fosse stato dell’Msi. E lobotomizzato. Ti si nota di più se non vieni o se hai un seggio in Parlamento? La seconda, ma tu no, la poltrona in Parlamento no, me le faccio da solo in garage, vedessi che lavorazione, da questa non mi scollo più. La stessa tigna, nelle politica e nello scartavetrare. Cosa faranno senza di te, D? Quattro stelle e mezza? “Ne avrei messe cinque ma il cameriere mai un sorriso”. Cosa lasci al Movimento? Il moto circolare? L’attrito? Piangerei, Dibba, se me ne fregasse qualcosa. Lo faresti anche tu, per l’occasione, lacrime di coccogrillo. [qui viene giù un fondale e due faretti]. E il Movimento, cosa ti lascia? Te lo affidano Travaglio o bisogna fare le battaglie in tribunale? Tocca telefonare di corsa a Bonafede finché ha le password? Ne hai viste cose, D., che noi umani non potremmo immaginarci. Meet-up in fiamme al largo dei baretti di Orione. I fasci B balenare a Porta a porta. E tutti quei momenti andranno perduti, come punti esclamativi nei post. È tempo di svanire.

Un witz (8ª edizione)

Come ormai ogni anno, anche oggi per il giorno della memoria pubblico qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Cholìllah / Chalìlah”, che significa “Dio non voglia”, “lungi da noi” (ma che viene usata anche come espressione scaramantica nel caso opposto, e cioè per manifestare incredula meraviglia di fronte a un’eventualità da sogno, ex: “Se, cholìllah, diventassi miliardario!”).

Due ebrei decidono di uccidere Hitler. Comprano una pistola ciascuno e vanno a nascondersi dietro la porta di un palazzo dove il Führer è atteso. Passa un’ora, ne passano due, e non arriva nessuno. Gli ebrei sono quanto mai inquieti e agitati. Alla fine uno dei due si volta verso l’altro e sussurra: «Speriamo che non gli sia successo niente, cholìllah…».

La variante che tutti aspettiamo

Non sono esperto di niente, figuriamoci di virologia o epidemiologia. Però, se ho capito bene la questione delle varianti del virus, per cui bisogna cercare di limitare il più possibile la diffusione delle varianti più pericolose, anche inasprendo maggiormente le norme anti Covid, allora si dovrebbe anche incoraggiare la diffusione di quelle meno pericolose.

Quindi immagino che se si individuasse una variante (sarebbe bello fosse italiana) che non solo non è letale in alcun caso, ma che come sintomi peggiori ha giusto un po’ il naso chiuso o un filo di emicrania, allora ci sarebbe tutto l’interesse affinché questa variante tenue e accettabilissima si diffondesse rapidamente in tutto il mondo.

Di conseguenza suppongo che tutti i governi del pianeta, perché si verifichi questa superdiffusione, sarebbero costretti non solo a ritirare tutte le norme sul distanziamento varate finora, ma dovrebbero subito stabilirne altre che incitino al contatto massiccio e continuato fra le persone, e ci troveremmo a essere obbligati ad abbracciare chiunque e ovunque e in qualsiasi momento, a toccarlo, a parlargli vicinissimo, a baciarlo, a stare tutti radunati finché non finisce lo spazio, belli stretti, per legge.

Allora sì che potremmo uscirne migliori.

A parte quelli del movimento nohugs, certo.

Domani

Oggi alle 18 ora italiana giurerà a Washington il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joseph Robinette Biden Jr., per tutti “Nonno Joe”.

Ci sono tante persone che aspettavano questo giorno da quattro anni, ma il mio pensiero va a tutti i battutisti e vignettisti americani che domattina si sveglieranno coi postumi di una sbornia da endorfine e ancora un largo sorriso in faccia che sparirà all’istante quando, riacquistato quel minimo di lucidità, penseranno: e adesso?

Il grande vantaggio di Renzi

 

Ci vuole un bel coraggio ad aprire una crisi di governo durante una pandemia. Certo, l’Italia e gli italiani hanno da tempo imparato a tirare avanti nonostante i politici che li governano, figuriamoci quindi quando il governo non c’è proprio, ma un vuoto di potere in questa situazione non è esattamene nella lista “Le dieci cose da fare durante un’emergenza sanitaria se ci si annoia”, lista che probabilmente trovate da qualche parte sulla home di Repubblica.

Scatenare una crisi di governo nel momento più sbagliato della storia repubblicana richiede la stessa spavalderia che richiede di questi tempi l’andare a leccare le maniglie delle porte in una RSA. A meno che non sentiate i sapori, allora non è spavalderia, è altro.

Eppure Renzi l’ha fatto, dimostrando uno sprezzo del pericolo persino superiore a quelli che in pizzeria ordinano una “Massimiliano – condimenti a scelta del pizzaiolo”.

E Renzi potrà anche avere tutti i difetti del mondo (in effetti li ha, uno studio dell’Università di Brema lo conferma), ma uno manca alla sua collezione: l’impulsività. Non è uno che agisce senza valutare pro e contro, senza ragionare sulle conseguenze, senza consultare, bevendoci un chinotto assieme, il buon vecchio Scalfarotto, amico delle passeggiate più belle nella campagna toscana.

La decisione di Renzi di aprire la crisi di governo è il frutto di un calcolo. Renzi infatti, dopo anni che ci gira attorno, ha finalmente capito che lui, rispetto a qualsiasi altro politico in circolazione, che sia di destra, di sinistra o di in alto sullo scaffale in fondo dietro gli addobbi di Natale come i 5 Stelle, è l’unico a possedere un vantaggio schiacciante. Un vantaggio che gli permette di prendere qualsiasi decisione, anche la più folle, anche la più impopolare, senza alcun timore.

Renzi ha finalmente capito che tanto, ormai, sta già sul cazzo a tutti.

Ditelo con i fiori

Ricordo che alle elementari avevo un quaderno sulla cui copertina era disegnata una vignetta con questa scena: una specie di angioletto che annaffiava dei fiori chiedeva a una specie di diavoletto “A te piacciono i fiori?”, e quello rispondeva “Sì, col sale”.

Io lo capisco eh, che ormai dev’essere tutto comunicazione, immagine, sentiment, mood e tutto il resto, però dei padiglioni a forma di fiore nelle piazze per andarsi a vaccinare è un’idea carina per la copertina di un quaderno delle elementari, tutt’al più. Nella quotidiana e tragica realtà in cui siamo immersi, andrà benissimo uno stanzino anonimo, grigio, basta si faccia in fretta e si tenga traccia. Al limite, dopo, mi si può offrire un caffè della macchinetta, che per quanto possa essere cattivo mi sembrerà il più buono della mia vita. Mi pare anche più economico.

E poi, visto che il momento si può dire epocale senza nemmeno disturbare la retorica, visto che ci è stata data la sfortuna di vivere questo adesso che segnerà un prima e un dopo, forse è il momento giusto per archiviare un italianissimo difetto. Quello di trasformare tutto ciò che è serio in barzelletta e tutto ciò che è barzelletta in cosa seria.

Mica un passo avanti da poco.

 

Materasso patrimoniale

C’è preoccupazione tra i ricchi, quasi allarme. Dalle loro dimore di incalcolabili metri quadrati e dai loro uffici dotati di eco naturale si telefonano con voce seria, preoccupata, a qualcuno trema la voce. Vogliono sapere, capire, chiedono. “Quand’è successo? E com’è possibile?”. Nessuno sa niente. Si sa solo che un loro privilegio, forse il più importante tra tutti quelli che possiedono, gli è stato sottratto. All’improvviso. Un privilegio che può avere solo quell’1% di umanità che possiede il 50% della ricchezza. Un privilegio che hanno sempre avuto, fin dall’antichità, un privilegio che fa di loro quello che sono: ricchi. E fa degli altri una massa di poveri. Senza quel privilegio i soldi e il potere restano, ma hanno un altro sapore, annacquato, scialbo.  Che gusto c’è a essere ricchi così. Che gusto c’è a non essere odiati dal rimanente 99%? A cosa sono serviti tutti quei comportamenti di ostentazione e di repulsione? A cosa è servito ostacolare ogni tentativo di quel 99% di scalare la via della ricchezza? A cosa è servito tentare di peggiorare ancora di più la situazione di quel 99%? Come per esempio inventare i materassi memory per ostacolare coloro che mettevano i soldi nel materasso, costringendoli così a portarli in banca, dove piano piano anche quella sommetta sarebbe stata erosa a favore del solito 1%. Che gusto c’è a essere ricchi se i poveri non ce l’hanno con te? Che gusto c’è se ti ammirano, se ti osannano? Che gusto c’è se vogliono che tu, ricco, abbia ancora di più? O al limite non abbia di meno?

È proprio vero, anche i ricchi piangono. Piangono per colpa dei poveri. ‘sti stronzi.

La letterina che non mi ha scritto il Presidente del Consiglio

(non ricevo e volentieri pubblico)

Caro Cristiano,

lo so, non mi hai scritto alcuna lettera. Forse non l’hai fatto per ritrosia, forse perché non sai bene come raggiungermi, se tramite la mia pagina Facebook, tramite quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso i siti istituzionali, con Twitter, TikTok o Tinder (ma lì non mi chiamo Giuseppe Conte Presidente del Consiglio dei Ministri, sono GiuseppeContePCM). Nonostante ciò, ho deciso di risponderti.

Ti scrivo per farti sentire la mia vicinanza in questi momenti di grave difficoltà, tua come anche di tutto il Paese, e soprattutto perché Casalino insiste fino allo sfinimento che sembro un vuoto burocrate capitato lì per chissà quale accidente della storia che si ritrova a fare scelte importantissime per l’Italia senza nemmeno l’ombra di un’anima politica (ma sa anche essere duro, quando ce n’è bisogno) e che se ogni tanto mostro dell’umanità, pure artificiale e architettata, male non può fare. E quindi ecco questa mia.
(rileggendo mi accorgo di quel “mostro dell’umanità”: mi pare una bellissima definizione di ciò che potrei essere)

Sono tempi duri, caro Cristiano, e immagino che pure tu non te la stia passando bene. Le incognite per il futuro sono tante. Il lavoro (pure tu però, non potevi trovartene uno vero? Scrivere cose per far ridere? Di questi tempi poi? Ma anche in altri tempi, insomma… ), la vita sociale (davvero ne facevi?), la salute, gli affetti: questa pandemia ha messo in discussione tutto.

Prendiamo me, non per egocentrismo ma perché sono la persona che mi conosce meglio: sono finito a Palazzo Chigi quasi per caso e adesso mi ritrovo a gestire la più difficile crisi nazionale dai tempi della guerra. Non sono forse la cosa più vicina al protagonista di uno di quei film, spesso americani, in cui un emerito sconosciuto finisce per salvare il mondo? È questo, il mio viaggio dell’eroe? Se dai un’occhiata ai diagrammi derivati dal Vogler non puoi avere dubbi: sono proprio io. Ogni ondata della pandemia è una soglia? La prova suprema (una mozione di sfiducia?) è ancora da compiere o l’ho già superata? L’elisir è forse il vaccino? Domanda difficili, almeno finché il viaggio è in corso.

Ma una domanda necessita una risposta, caro Cristiano: in questo viaggio dell’eroe che mi vede protagonista, tu che ruolo vuoi avere? Vuoi essere l’antagonista, probabilmente vestendo gli abiti di un leader negazionista che mi ostacola diffondendo fake news e aizzando le folle al non rispetto delle norme anti Covid? O vuoi essere un guardiano della soglia, duro ma benevolo, che intende mettere alla prova i cavilli di ogni DPCM per assicurarsi che davvero posso diventare il campione di questa terra martoriata? Oppure vuoi essere la spalla divertente, un po’ giullare un po’ amicone, goffo ma dal cuore d’oro, che spezza la tensione nei momenti difficili e trova persino la soluzione geniale quando nessuno se l’aspetta?

A questa domanda, caro Cristiano, devi rispondere tu. Fai in fretta, perché lo storytelling attende. E con esso l’Italia.

Un caro saluto dal tuo campione, nonché Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana,

G.

ps. il ruolo di mentore se l’è già preso Casalino, non potevo dirgli di no.

 

 

 

 

Sia sanificato il tuo nome

In un confessionale qualunque. (va bene anche uno di quelli dei reality show, tanto ormai)

Da quanto non ti confessi, figliolo?
Eh, saranno anni luce…
Ma che dici?
Nel senso che è tanto tempo.
Appunto, l’anno luce è una misura di spazio.
Non ho capito.
L’anno luce…
Eh…
È come dire metri o chilometri. È una misura di spazio, non di tempo. In pratica è lo spazio che percorre la luce in un anno… sono quasi novemila e cinquecento miliardi di chilometri.
Wow. Ci si fa il giro della Terra.
Beh, se ne fanno tanti di giri della Terra, con quei chilometri.
Addirittura.
Allora, la circonferenza della Terra è intorno ai quarantamila chilometri… novemila miliardi e cinque diviso quarantamila… aspetta che uso la calcolatrice del telefono…
Glielo faccio io sul mio?
No, no, sto facendo…
Ho un iPhone… magari fa prima…
Ecco, diciamo duecentoquaranta milioni di giri attorno alla Terra… circa… all’anno. Sono… aspetta… sono seicentocinquantamila giri al giorno, più o meno.
E quanti all’ora?
All’ora sono… ma tu figliolo non eri venuto per confessarti?
Sì. Cioè, so.
So? Non ho capito.
Né sì né no. So.
Si dice ni.
Pensavo si dicesse anche so. Sa, una lettera di qua e una di là…
Però so non si usa. Si usa ni.
Ok.
Quindi, vuoi confessarti o no?
Ni.
E fin qui…
Più che altro volevo chiederle una cosa…
Sentiamo.
Il Covid l’ha mandato Dio?
Eh? Nel senso che è una punizione divina?
No, niente punizione. Nel senso… visto che Dio ha creato il mondo, avrà creato lui pure il Covid.
Mh. Diciamo che è più complicato di così.
Quindi l’ha mandato Dio o no?
Ni.
Ni?
So.
Ah, ok.
Figliolo, hai dei peccati da confessare per caso? Perché avrei…
Ho un’altra domanda.
Dimmi, ma cerchiamo di fare in fretta, ho un funerale alle quattro.
Voi preti state facendo qualcosa per questo Covid?
In che senso? Assistenza sanitaria, dici? No, però stiam…
No… nel senso, state pregando per farlo andare via?
Beh, sì, certo. Preghiamo per la salute delle persone, preghiamo per gli ammalati, preghiamo per…
Non è che state sbagliando preghiere?
Come?
Non si offenda eh. Però dico, state pregando bene, sì?
Non capisco cosa vuoi dire.
Usate le preghiere giuste? Non è che dite le parole sbagliate…
Usiamo le preghiere di sempre.
Guardi, io non voglio insegnare il lavoro a nessuno, ma non è che servono delle preghiere nuove, speciali? Che ne so, più potenti…
No, le preghiere sono giuste.
Perché boh, mi pare che i risultati…
Scusa?
Forse pregate troppo piano…
Ma cos…
Forse bisogna gridare. Sa, tipo PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI…
Cosa gridi?!
Era per fare un esempio.
Cosa c’entra il volume con la preghiera?
Boh, faccio delle ipotesi… non c’è mica bisogno di arrabbiarsi. Che ne so io quant’è lontano Dio, magari è a ummilione di anni luce, e se non urli niente da fare.
E sì perché Dio è duro d’orecchi.
Dico solo che è distante.
Dio è ovunque. E le preghiere si possono anche solo pensare.
Cioè basta il pensiero? Come per i regali.
Ma c…
Comunque ho capito.
Ah sì?
Sì, ho capito che anche voi preti state messi come tutti.
Cioè?
Cioè non ci state capendo un cazzo nemmeno voi.
Figliolo!
Mi scusi, m’è sfuggito.
Sono dieci avemarie.
Ma se non mi sono nemmeno confessato.
Per la parolaccia.
Ah, ok. Mi pare giusto.
Ora devo proprio andare.
Anch’io. Grazie per le risp… per le sue parole.
A proposito.
Dica.
C’è lì lo spruzzino con un rotolo di carta. Dai una disinfettata, che con questo Covid meglio stare attenti.

Il cielo sfrecciato sopra di me

Sopra casa mia ci passano gli aerei. Lo so, passano sopra le case di tutti, ma di solito lo fanno a qualche migliaio di metri di altezza. Sopra casa mia invece gli aerei passano molto bassi, perché stanno atterrando all’aeroporto Marconi, che dista in linea d’aria 4 chilometri. Non so esattamente a che altezza mi sorvolino, ma dal mio quinto e ultimo piano vedo la loro pancia bella grossa, e vedo bella grossa anche la loro ombra passare sui tetti dei palazzi attorno, quantomeno quando il sole è in una certa posizione. Oltre a vederli molto bene, gli aerei che stanno per atterrare al Marconi li sento anche molto bene. Non è un caso se in quei grafici in cui si mettono in fila le cose che producono più rumore gli aerei stiano sempre in fondo, appena prima di un concerto metal. Li sento così bene che d’estate, con le finestre aperte, se sto guardando una serie TV il rumore non copre solo i dialoghi, copre pure i sottotitoli.

Da quasi tre mesi però, questo fastidiosissimo e fin troppo frequente baccano è svanito. La pandemia ha praticamente azzerato il traffico aereo, e quindi il rumore. Il virus ha fatto anche cose buone, direbbe qualcuno. Certo, si tratta – anche solo limitandoci al drastico calo del traffico aereo – di una vera e propria catastrofe economica e turistica. “But maybe”, senza tutto quel rumore si vive meglio. Scusate l’egoismo.

E proprio perché mi sono abituato al silenzio (anzi, diciamo alla diminuzione del fracasso, perché comunque tutt’attorno ho la città che rumoreggia) e da quasi tre mesi non sono più vittima di aerei che frenano proprio sopra il tetto di casa, quando qualche ora fa ho sentito un gran putiferio aereo mi sono detto Ecco, si ricomincia. Allora sono andato alla finestra pensando Che due coglioni, e ho guardato fuori. Erano le Frecce tricolori.

Belle, certo. Ma se ne andassero a casa loro a fare tutto ‘sto casino. E che cazzo.