Contratto con gli italiani

Tra Mix, tenutario di questo blog, e i cittadini italiani si conviene e si stipula quanto segue.

Mix si impegna a realizzare nell’anno 2014 i seguenti obiettivi:

  1. Leggere di più
  2. Scrivere meglio e di più
  3. Andare a correre

Nel caso che al termine del 2014 almeno 2 su 3 di questi traguardi non fossero stati raggiunti, Mix si impegna formalmente a non ripresentarsi l’anno successivo con altri buoni propositi.

In fede,
Mix

Il contratto sarà reso valido e operativo il 1° gennaio 2014.

Dopo Natale

Lo sapete già tutti, immagino, che Natale non è sempre stato Natale. Prima di essere Natale, nel senso di Gesù bambino, Natale si chiamava Dies Natalis Solis Invicti, nel senso del Sole, ed era una festa legata ai cicli naturali e al solstizio d’inverno.

Una volta eravamo molto più contadini di oggi, e più che la fratellanza universale e le tripartizioni metafisiche c’interessava che il sole splendesse riscaldandoci e nutrendo i raccolti.

Così, quando il Cristianesimo ha iniziato ad avere successo a Roma, c’è stato bisogno d’inserirlo con una certa delicatezza, sfruttando comunque secoli e secoli di tradizioni precedenti. Perché i contadini son gente semplice, e se gli dici che non si inneggia più al sole che li fa vivere ma a un bambino nato in medioriente da madre vergine e sospettato di essere futuro re del mondo, quantomeno li confondi, e rischi di bruciarti una religione.

Fatto sta che nel volgere di qualche secolo è nato il Natale (la famosa autonatività), così come lo conosciamo, o giù di lì.

Poi da qualche tempo è arrivata questa nuova religione, il Consumismo, e anch’essa ha iniziato, con delicatezza, a innestarsi sul Natale cristiano. Perché noi siamo gente semplice, e se ci dici che non si inneggia più al bambino nato in medioriente da madre vergine e sospettato di essere futuro re del mondo ma all’acquisto di beni e servizi e al consumo di beni di varia (anche scarsa) necessità, quantomeno ci confondi, e rischi di bruciarti questa nuova fede che ha tutte le carte in regola per replicare il successo della precedente.

Allo stato attuale, siamo nella fase di passaggio. Alcuni riti si sono sovrapposti, alcuni si sono sostituiti, altri hanno solo cambiato nome. È un percorso abbastanza classico. È solo questione di tempo.

La vera domanda, casomai, è cosa verrà dopo il consumismo. Cosa ci verrà trapiantato sopra? Da quale religione sarà sostituito?

Stai a vedere che è tutto un gran ciclo, e si torna a pregare il sole.

 

Rilanciare l’economia (una ricetta semplice semplice)

Ci sono un sacco di pezzi grossi della politica e dell’economia che stanno lì a lamentarsi tutto il giorno e tutti i giorni che l’economia è ferma, i consumi sono ridotti al minimo, nessuno spende più, ma ce ne fosse uno che si è spremuto le meningi per tirar fuori una soluzione. Solo piagnistei.

Allora niente, mi ci sono messo io, a pensare una soluzione. Che non mi spetterebbe nemmeno come compito, visto che quelli lì intascano degli stipendi favolosi, e io, fossi in voi, invece di tagliargli gli stipendi, pretenderei un’idea geniale per ogni euro in busta paga che si ritrovano. O anche ogni 5, che va bene lo stesso.

Perciò, l’idea che ho avuto è questa. Una specie d’incrocio tra lotterie e politica bancaria. Non può non funzionare. In pratica si tratta di riprogrammare i bancomat in modo che, in base a un’estrazione casuale, ogni tanto regalino dei soldi a chi è andato a ritirare. Niente cifre esorbitanti: vincite da 50, 100, 200 euro, oppure calcolate in base ai soldi che si prendono. I soldi, come per i vari giochi di fortuna, ce li mette lo stato. Così uno è molto più spronato ad andare a fare bancomat. Anche se non gli servono i soldi, e pensa che quelli che ha in tasca può farseli bastare un altro giorno, o non deve far spese, lo stimolo a prenderli ce l’ha, con la speranza di portarsene a casa un po’ di più.

Tutto qui.

In questo Paese, non lo so, se non ci penso io, a trovare soluzioni, chi ci pensa.

Manifestare meno. Manifestare tutti

L’idea non è per niente sbagliata. Manifestare è un bell’impegno: ci vogliono tempo ed energia, innanzitutto. Poi, ovviamente, un minimo di pianificazione. Bisogna difendersi dal freddo, dalle cariche della polizia, preparare qualche panino e qualche fiasco di vino, i cartelli, gli slogan e tutta quella parte di forclore che fa di una protesta una protesta di successo, che meriti cioè un servizio nei tiggì delle 20.

Così, questi forconi, che lì per lì sembravano dei buzzurri, invece hanno dimostrato di avere un cervello fino, perché hanno ragionato così: invece di starci a rompere – quei quattro gatti che siamo – tutto il giorno in piazza o nelle strade, a prendere freddo, a spendere in speck e fontina, a vuotare le damigiane di casa, telefoniamo un po’ in giro e tiriamo su dei turni. Chiamiamo i contadini, gli autotrasportatori, gli artigiani del legno, i tifosi esagitati, gli appassionati di motocross, i collezionisti di spranghe, i metalmeccanici dentisti, i pescatori di frodo, gli impiallacciatori e anche tutti gli altri, e ci dividiamo questo rottura di manifestare. Turni di un’ora, un’ora e mezza. Se siamo abbastanza, ci tocca più o meno un turno a settimana. La protesta continua imperterrita ma noi si fa tutti l’indispensabile senza strafare.

A ragionare così, fanno la figura dei comunisti. Altroché.

Rivoluzionet!

La protesta dei Forconi dimostra quanto sia ancora ampio in Italia il digital divide.

Altrimenti non c’è spiegazione.

Noi in Italia ci piace parecchio gridare alla rivoluzione, poi però di farla, insomma. Grillo, per dire, a forza di invocare la rivoluzione ha mandato i suoi in Parlamento, che non è esattamente l’esito che uno si aspetta da un movimento rivoluzionario.

Comunque, questi Forconi, che siano scesi nelle strade, suona un po’ strano. Com’è che sono passati all’azione? Si sta tanto bene su Internet, su Facebook più che altro, a inneggiare alla rivolta, a insultare la classe politica, a sbraitare contro qualsiasi cosa sembri in qualche modo legata al potere. In Rete la rivoluzione c’è ogni giorno, cosa gli è passato per la testa a questi qui?

L’unica spiegazione è che non abbiano Facebook, non abbiano Internet, che a casa loro l’adsl non arrivi, e nemmeno prenda bene lo smartphone. Se uno è tagliato fuori così dalla rivoluzione quotidiana, certo che poi prende e va a manifestare per davvero.

Robe da matti.

La lotteria delle primarie

La sensazione, secondo me, quando uno esce dal seggio delle primarie, è un po’ quella di quando si esce dal tabaccaio, dopo aver giocato al Superenalotto.

Hai compilato la scheda, gli hai lasciato un paio d’euro, e speri in una svolta. Lo sai bene che non sarai tu, a svoltare, ma quello che farà 6, il nuovo segretario. Però magari qualche premio minore, anche fosse un 3, va bene, giusto la soddisfazione. Invece poi, alla fine, manco quella.

Ah, magari è il caso di scrivere “Vota responsabilmente”, ai seggi. Sia mai che uno ci prende gusto.

L’inutilità delle primarie

Io, questa mania che ultimamente ha la politica di consultare i cittadini quando c’è da fare delle scelte che potrebbe benissimo fare da sé, salvo poi far finta che non esistiamo quando c’è davvero da prendere decisioni importanti, mi pare una mezza presa in giro.

Prendiamo le primarie. Prendiamole del Partito Democratico, per comodità, già che ci siamo. Tu, PD, mi fai scegliere quale sarà il candidato alle prossime elezioni. Ok.

Facciamo pure finta che tutti quei gran discorsi Basta alla personalizzazione della politica! Bisogna ritornare ai programmi! Alle idee!, non siano mai esistiti, sennò diventa tutto più complicato.

Ci sono tre tipi di persone che possono recarsi a votare alle primarie: l’elettore più o meno fisso del PD, l’elettore più o meno fisso del centrodestra, l’indeciso.

L’elettore più o meno fisso del PD voterà il suo candidato preferito. Se quello vince, bene. Se quello non vince, peccato. Alle elezioni voterà comunque PD, con buona certezza.

L’elettore più o meno fisso del centrodestra scriverà sulla scheda cose tipo Comunisti!, Evviva Berlusconi! Andate a lavorare! o disegnerà delle oscenità. Poi voterà centrodestra, con altrettanta buona certezza.

Il vero gioco, quindi, lo fanno gli indecisi. Le primarie sono per loro.

L’indeciso voterà il suo candidato preferito. Se quello vince, voterà PD. Se quello perde, no. Solo che qui non c’è alcuna buona certezza. L’indeciso, infatti, resta tale indipendentemente dal risultato, sennò che indeciso è? L’indeciso è uno che anche se gli piace il candidato del PD, e l’ha pure votato, magari all’ultimo momento ci ripensa, e alle elezioni non lo vota. Oppure non l’ha votato alle primarie, ha votato un altro, e alle elezioni gli dà il voto, così, perché è indeciso, e se lo può permettere.

Quindi, visto che le primarie sono fatte per convincere gli indecisi, tanto vale non farle, perché sono uno sforzo inutile.

Vi ho convinto?

Bestiario contemporaneo #3

Veterocomunista (homo ruber)

Sottospecie politico-ideologica dell’homo sapiens, è ormai assodato che sia in via d’estinzione. Nonostante il suo ambiente d’origine fosse quello rigido della steppa sovietica, nella seconda metà del XX secolo si è diffuso anche in climi temperati, riuscendo ad ambientarsi addirittura nell’isola di Cuba (homo ruber castrista). Preoccupati da tale proliferazione, gli Stati Uniti ne hanno promosso la caccia, decimandone la popolazione. I selvaggi ripopolamenti con l’homo capitalis non hanno fatto che peggiorare la situazione. Si è nutrito abitualmente alle Feste dell’Unità, nonché di bambini, finché ciò è stato possibile. Oggi, i pochi esemplari in vita, vagano per la macchia mediterranea e in Emila Romagna cibandosi di vecchie copie di “Berlinguer ti voglio bene” e di cd masterizzati dei Modena City Rambler e di Guccini.

Zalonewski

Allora ieri sera ho preso e sono andato al cinema. C’è un multisala, qui, dove il mercoledì si paga meno. Sono andato e ho fatto il biglietto per il film di Checco Zalone. Ormai, mi sono detto, è alla seconda se non terza settimana, di folla non ce ne sarà. Al cinema io e le folle non andiamo d’accordo. La gente che chiacchiera, che commenta, che gli squilla il cellulare (e risponde!) durante il film la ficcherei in una sceneggiatura di Lars von Trier.

Prendo le mie M&M’s (busta gialla, quelle con la nocciola dentro, di solito non arrivano al secondo tempo), mi strappano il biglietto e mi dirigo verso la sala. Quando vado a entrare, non ci riesco. C’è tipo un campo di forza invisibile che non me lo permette. Gli altri passano tranquilli, qualcuno mi guarda strano. Provo e riprovo, ma niente.

Corro in biglietteria che mancano 5 minuti all’inizio del film. Spiego il problema, pronto a farmi prendere per pazzo, ma la signorina dietro il vetro non si scompone, e mi domanda: “L’ultimo film che ha visto?”. Non mi viene in mente, le dico che era il mercoledì precedente, ma lei precisa: “Non qui, in generale. L’ultimo film che ha visto”. Ieri sera ho visto Paris, Texas di Wenders, ce l’ho in DVD. I film di Wim Wenders mi piacciono molto, soprattutto le robe più vecchie, che spesso non si capisce un cazzo, però mi ci trovo bene. Mi pare uno che cerca di far parlare le immagini, più che i personaggi, e infatti in Paris, Texas il protagonista ci mette così tanto per aprir bocca che uno pensa che abbiano avuto delle beghe con l’audio, durante le riprese.

Insomma le dico che ho visto Wenders, ieri sera. Mi dice: “Allora si spiega tutto. Non è il primo a cui succede”. Così le chiedo se questo tutto lo spiega pure a me. In pratica, mi chiarisce, se uno viene da un film d’autore, d’essai, un film di un certo contenuto culturale, non ce la fa ad andare a vedere Zalone. Le dico che io ho voglia di vederlo, altrimenti non avrei fatto il biglietto, avrei visto altro, e lei mi risponde che non dipende da me, è un discorso di cultura e intrattenimento, o cultura alta e cultura popolare, di alternativo e commerciale. Quelle robe lì.

Il discorso mi sfugge, sinceramente, perciò vado al dunque: come posso fare per vedere il film di Zalone? La signorina, gentilissima, mi dice che devo andare per gradi: fra Wenders e Zalone devo metterci qualcos’altro, tipo uno scalino intermedio, sennò il salto è troppo lungo. Guardo i film in cartellone: “Thor?”, le chiedo. Mmmh, fa lei. Lo immaginavo. Toh, c’è quello di Veronesi! Lei annuisce e mi fa l’occhietto. Poi il biglietto.

Quello di Zalone me lo sono visto al secondo spettacolo. Con un’altra busta di M&M’s.

 

Alfano e Romina

A proposito di Berlusconi e Alfano, volevo solo dire che io era dai tempi di Albano e Romina che non ci rimanevo così bene per due che si lasciano.

Achille e l’autovelox

Un mobile più lento non può essere raggiunto da uno più rapido;
giacché quello che segue deve arrivare al punto che occupava
quello che è seguìto e dove questo non è più (quando il secondo arriva);
in tal modo il primo conserva sempre un vantaggio sul secondo.
(Wikipedia che cita il Dizionario di scienze filosofiche della Hoepli
che cita Aristotele che cita vagamente Zenone. Per dire)

A 2500 anni dal paradosso di Achille e la tartaruga, con tutto il rispetto per il filosofo di Elea, si sente proprio il bisogno di una versione più adatta ai nostri tempi, ai nostri ritmi, alle nostre problematiche quotidiane.

Ecco allora che lo Stato, sempre alla ricerca della felicità dei propri cittadini, percepito questo desiderio, si mette in moto per esaudirlo, e decide che le infrazioni al codice della strada, se non particolarmente gravi, possono essere pagate con uno sconto del 30%: basta farlo entro 5 giorni.

Perciò, l’automobilista multato per eccesso di velocità, spronato dalla possibilità di pagare meno, correrà a saldare il suo debito con lo Stato, e correndo incapperà in un altro eccesso di velocità, ed essendo doppiamente spronato a correre verso il primo e l’ulteriore pagamento, per ottenere il 30% di sconto, si troverà di nuovo multato per eccesso di velocità, e via così, di nuovo e di nuovo, senza poter mai più uscire dalla logica del paradosso, né da quella del codice della strada.

Bestiario contemporaneo #2

Gattyno (felis digitalis)

Questo quadrupede gattiforme composto unicamente di pixel popola il cyberspazio, habitat all’interno del quale si è ricavato una nicchia ecologica particolarmente adatta alla sua proliferazione: i social network. Dominatore assoluto della scena digitale, ha scalato la catena alimentare del web fino a diventare un meme. Si nutre della cosiddetta puccyness, una forma di tenerezza che riesce a far emanare ai navigatori della Rete (homo telematicus), in particolar modo agli esemplari femminili nubili sopra la trentina. Osservato in una sterminata varietà di forme e colori (famosi sono i LOLcat, o il Nyan Cat), ricava la sua tana all’interno di gif, gif animate e jpeg. Si riproduce a ritmo vertiginoso per copia-incolla e per condivisione. Leggenda vuole che, scomparsa la specie umana, erediterà Internet.

Nomi divini

Mi arriva un mail intitolata “Cristiano, quest’anno il Natale va di moda”. Me la manda una nota società che fa da mediatrice per i pagamenti in rete per spingermi – credo – a fare dei pagamenti in rete.

Allora mi chiedo se per caso inviino anche – non a me, ovviamente – delle mail intitolate “Musulmano, quest’anno il Id al-adha va di moda”, oppure “Ebreo, quest’anno il Chanukkah va di moda”, o anche “Buddista, quest’anno il Vesak va di moda”.

Poi mi accorgo che non mi chiamano per religione, ma per nome.

Così ho deciso che se avrò un figlio lo chiamerò Paypal.

Fascicoli

C’è un momento dell’anno, all’incirca tra la fine di agosto e la metà di settembre, in cui certe fantomatiche case editrici dai nomi inquietanti, che spesso nascondono grandi gruppi editoriali, o anche grandi associazioni criminali (che poi sono la stessa cosa), ci ricordano che la bella stagione presto cederà all’autunno, e in men che non si dica all’inverno, facendoci rintanare in casa al calduccio e con l’ansia di avviare un nuovo entusiasmante passatempo domestico.

Per salvarci dal taedium vitae, come se non esistessero i libri, la tivvì, i videogiochi, l’internet, la maglieria, le droghe ricreative, il modellismo, la scrittura di romanzi generazionali, la scrittura di romanzi non generazionali, i gatti e i cani coccoloni, la sempre apprezzata nullafacenza e quella infinita risorsa che sono le chiacchiere inutili, ci propongono un universo di raccolte a fascicoli settimanali con cui sollazzarci mentre fuori sembra stiano girando il finale della seconda stagione di Game of Thrones. Primo fascicolo un euro, poi si va avanti per progressione geometrica. Si narra di miliardari ridotti sul lastrico per aver completato le 160 uscite di “Tazze da tè del mondo”.

(Un avvertimento. Ormai dovremmo essere alle settima-ottava uscita: non vi conviene iniziare adesso, richiedendo gli arretrati, se non avete una casa da ipotecare)

Nell’ultima tornata di proposte qualcuna mi è sembrata davvero degna di nota, anche se devo ammettere che prestando poca attenzione alla tivvì quelle che elenco qui potrei essermele inventate di sana pianta. Il che non esclude che possano essere regolarmente in edicola. Eccole qua.

50 ricette con la neve. Lo sapevi che in eschimese esistono 50 parole per dire antipasto? Sbizzarrisciti in cucina preparando i migliori manicaretti della cucina Inuit. In ogni numero un cubetto di ghiaccio per guarnire i tuoi piatti.
[50 uscite]

Bungee jumping fai da te. Sei un fanatico degli sport estremi ma anche un puntiglioso amante del bricolage? Mettiti alla prova e costruisci la tua corda da bungee jumping fatta in casa. E se la completi, il salto te l’offriamo noi.*
[40 uscite+20 uscite per la corda di sicurezza]
[*Offerta limitata ai primi 2 richiedenti]

Umberto Bossi legge la Divina Commedia. Sei stanco di ascoltare il capolavoro dantesco sempre dalle solite voci? Ci vuole davvero un toscano per leggere un toscano? Bisogna sul serio saper leggere per leggere? Regalati un’emozione tutta nuova con questa incredibile raccolta di Audio Cd. Fatti trasportare attraverso le meraviglie dei regni dell’oltretomba da un interprete d’eccezione, e insieme uscirete “a rhvedhhr’e stel eh”.
[100 uscite+5 Audio Cd di “Dietro le quinte”]

Bestiario contemporaneo #1

Tetraidrocannabinario (homo cannivorus)

Detto volgarmente fumatore di droga, il Tetraidrocannabinario (da qui, THC-user) è un antropoide capace di metamorfosi: può infatti, dalla sua forma originaria di homo sapiens, regredire a quella mimetica, celando temporaneamente le facoltà di raziocinio. Tale processo, detto di sballo, è innescato dall’uso voluttuario e ricreativo dei derivati della cannabis. Lo stato d’idiozia indotta è chiamato fattanza ed è caratterizzato da rossore oculare, accessi di riso compulsivo, menefreghismo esistenziale, fame atavica. Quest’ultima determina la dieta tipica del THC-user, che è quasi sempre composta dai cosiddetti cibi a portata di mano, ovvero junk food a centimetro zero. Il suo nemico naturale è lo Sbirro (homo legalis), mentre l’alleato classico è lo Spacciatore (homo malavitosus minoris). La riproduzione avviene comunemente all’interno dei centri sociali, nel periodo del raccolto, e nelle facoltà di Lettere per il resto dell’anno. I capibranco sono ben riconoscibili per la loro singolare chioma a grandi trecce e per le numerose amicizie ad Amsterdam. Nonostante sia opinione ampiamente diffusa, il Tetraidrocannabinario difficilmente si evolve nel Pippopotamo (homo sniffator).

Come ammazzare qualcuno coi social network

Facciamo finta che ci sia qualcuno che proprio odiamo. E che siamo in tanti, a odiarlo. Una persona che deve aver compiuto delle vere e proprie nefandezze, se si fa odiare così tanto da così tanti. Per non lasciare tutto campato in aria e dare un po’ di concretezza al discorso chiameremo questa persona Itler.

Allora, diciamo che questo Itler è vivo e vegeto. È vivo, vegeto e potente come lo era il suo quasi omonimo all’apice della sua carriera di genio del male e psicotico certificato. Ha iniziativa, mezzi e un buon numero di seguaci, e con questi porta morte e distruzione ovunque può nel mondo. Tolti quelli che ci guadagnano qualcosa e i pazzi come lui, il resto della popolazione planetaria lo odia profondamente e vorrebbe vederlo morto. Ci sta.

Ovviamente, come sempre accade coi geni del male, ogni tentativo di far fuori Itler tramite complotti, congiure e attentati vari non ha funzionato. Ci vuole un’azione collettiva. Un crowdkilling. Cosa potremmo fare, noi, come popolo dell’internet, per sbarazzarci di cotanto villano?

La soluzione è semplice e a portata di mano. Avete presente, vero, quando muore qualcuno famoso, e tutti mettono subito la sua foto come avatar sui vari social network? Ecco, forse non lo sapete, ma questa cosa funziona anche pre, oltre che post. In pratica, se tutti, o se non proprio tutti almeno la maggior parte di noi, mettiamo come avatar la foto di Itler, Itler muore.

Se non è democrazia digitale questa, cosa lo è?

Datageist

L’informazione è potere. Negli anni 80 i giornali lo scrivevano un giorno sì e uno no. Negli anni 90 cinque volte a settimana. Adesso invece scrivono quasi sempre “Ve l’avevamo detto o no, negli anni 80 e 90, che l’informazione è potere?”, bullandosi per l’unica previsione che hanno azzeccato dal dopoguerra.

Quando abbiamo scoperto che un ragazzino smanettone era in grado di scatenare una guerra termonucleare globale abbiamo capito che il mondo stava cambiando. E che quel ragazzino poteva essere il figlio occhialuto e silenzioso dei nostri vicini.

Così abbiamo iniziato a temere quelli che i giornali chiamavano – ovviamente sbagliando – hacker, furfanti del cyberspazio che s’infiltravano, comodamente da casa, nei sistemi informatici del governo, per rubare e distruggere, mettendo in pericolo la vita di noi onesti e tecno-disadattati cittadini perché, si sa, tutto è controllato dalle macchine, e queste sono collegate, i virus si trasmettono dall’una all’altra in un battibaleno, poi c’è la teoria del caos che dice che basta un attimo e tutto crolla, e non è che le macchine pensino, eseguono solo dei programmi, però ti tagliano fuori, e non puoi staccare la corrente perché la macchina è programmata per reagire, e basta un corso di Basic per poter costruire un supercomputer, per non parlare di Matrix. Insomma questi criminali informatici bisogna fermarli, prima che facciano chissà quali danni.

Ce l’hanno insegnata così bene, la cantilena, che ora che abbiamo scoperto che l’unico vero gigantesco hacker è il governo USA, ci siamo persino rimasti male.

Proposta per un programma televisivo di cui si sente il bisogno (almeno io sì)

La televisione degli ultimi anni ha sfornato una quantità di format così singolari che viene spesso da pensare che gli autori non sappiano più cosa inventarsi, e ancor di più lo si spera. È passato poco più di un decennio da quando siamo rimasti frastornati dal Grande fratello, e nel frattempo le stranezze televisive si sono moltiplicate. Tra un’ondata di reality e una di talent, nel bel mezzo di un bombardamento di programmi food (attenzione a non dire “di cucina”) è sorto tutto un sottobosco di trasmissioni che vi portano in casa robe che in casa non vorreste mai avere: sporcizia, malattie, morte, psicopatologie, Sgarbi.

In questo panorama così variegato e che fa rimpiangere il Postmodernismo (ora dovremmo essere nel Magarisitornassealmodernismo) si sente la mancanza di un programma che sia in grado di raccogliere i cocci di tutto quello che è andato in frantumi, cioè tutto, e inizi a reincollarli per vedere se si riesce ancora a tirarne fuori qualcosa di buono. Perciò, ispirandomi al famoso show con Gordon “blé di rabbia” Ramsey, ho ideato un reality intitolato “Governi da incubo”.

In pratica, si prende l’equivalente politico-amministrativo del famoso chef e lo si manda a cercare di salvare il governo dalla catastrofe, agendo ai vari livelli della pubblica amministrazione: comuni sull’orlo del fallimento, province commissariate, regioni afflitte da scandali, tangenti e infiltrazioni malavitose. Ovunque ci sia bisogno di un miracolo, quindi ovunque, e di un uomo forte in grado di operarlo, il Gordon Ramsey governativo va e risolve; oppure fallisce, e signori si chiude. Oltre alla stagione standard che si basa sulle amministrazioni più o meno locali, si può prevedere un finale di stagione di due episodi ambientato in Parlamento.

Ai produttori che fossero ancora in dubbio vorrei far notare come un format del genere sia facilmente esportabile all’estero, lavorando sulla caratterizzazione nazionale, e possa essere venduto anche alle emittenti governative dei regimi dittatoriali, proponendolo però come programma di tarda serata, o col bollino rosso.

Non mi metto a scendere nei dettagli, ma se qualcuno della TV volesse contattarmi per discuterne, si senta libero di farlo.

Cose che restano da dire sul femminicidio

Mettiamo da parte il fatto che in Italia le cose si fanno solo quando c’è una sorta di emergenza, nel senso proprio dell’emergere.

E mettiamo anche da parte il fatto che quasi sempre quest’emergenza è fasulla, statisticamente parlando, e si tratta di un’emergenza in senso mediatico, perché i numeri danno prova del problema da chissà quanto tempo, ma nessuno se n’era mai accorto, chissà perché.

E mettiamo anche da parte il fatto che è l’onda mediatica ad accendere gli animi, creare discussioni, avviare movimenti e associazioni, fiaccolate, aizzare lo sdegno, produrre speciali dedicati, fiction a tema (un ritorno ci vuole, no?), e soprattutto a risvegliare i politici dalla costante pennichella istituzionale (perché si sa, in Italia ci sono sempre le elezioni, fra poco, ed è meglio farsi vedere attivi – anche se incapaci – che inattivi) giusto il tempo per produrre in fretta e furia un testo di legge che spegnerà gli ardori e non risolverà niente, perché fra i proclami e l’applicabilità dei provvedimenti c’è un mare, e fra l’applicabilità e la funzionalità c’è un oceano.

E mettiamo anche da parte il fatto che per l’ennesima volta in un provvedimento che doveva regolamentare le castagne ci sono finite anche le noci (consigliano sempre di usare frutta di stagione, volevo provare), e nonostante tutti si siano messi a gridare allo scandalo, lo scandalo è stato approvato, perché sai, c’è l’emergenza.

E mettiamo anche da parte il fatto che questo vizio di regolamentare a scale sempre minori, verso casi ogni volta più specifici, spostando il peso dalla saggezza del giudicante al suo mero rispetto della normativa, che è un altro modo per dire disumanizzazione, prima o poi ci porterà a un sistema di una complessità tale da risultare completamente paralizzato (già adesso i ritmi sono molto bassi, e i tempi di conseguenza molto lunghi), incapace di giudicare alcunché, e in grado tuttalpiù di calcolare unicamente una pena quantitativa in base a quelli che saranno nient’altro che algoritmi di un codice più simile a quello software che a quello penale.

Messo da parte tutto questo, non è che resti molto da dire. Anzi.

Accatto al potere

Non so se l’avete sentito dire, però c’è la crisi. Il che significa che fra precariato, disoccupazione, pressione fiscale e tutto il resto, siamo tutti piuttosto al verde. Chi era povero lo è ancora di più, chi non lo era lo sta diventando e chi era mezzo ricco rischia di guarire dalla schizofrenia. I ricchi, manco a dirlo, continuano a esserlo, il che ci fornisce un buon inidizio sul dove stiano finendo tutti i nostri soldi.

Una delle conseguenze più ovvie di questo allargamento della povertà è l’aumento dei mendicanti. Persino nella profonda provincia, dove fino a qualche anno fa era impensabile vederne, gli aspiranti ai nostri spiccioli hanno fatto la loro comparsa. Il tizio vicino ai carrelli del supermercato, per dirne uno, è già quasi mainstream, e buona parte della popolazione ha ormai sviluppato i classici meccanismi di indifferenza.

Così, come in ogni libero mercato che si rispetti, anche nel settore dell’accattonaggio è scattata la concorrenza. Ai questuanti oggi come oggi è richiesta una preparazione non indifferente in svariati ambiti: scelta delle location, approccio al cliente, PNL, fidelizzazione, fuga dai vigili. I corsi di aggiornamento sono diventati indispensabili. Per esempio, l’ultima tendenza, diffusasi a partire dagli Stati Uniti, paese dove i mendicanti hanno un loro albo professionale, è chiamata “POM” (Piss Off the Machine), e consiste nel piazzarsi a un bancomat e insistere con tale intensità e talmente a lungo che alla fine lo sportello cede e fa l’elemosina. In Italia la POM è ancora poco usata, ma si vocifera di almeno un paio di casi di successo, in Abruzzo.