L’incredibile opportunità scientifica di avere due papi

Forse non ce ne rendiamo bene conto, ma avere a disposizione due papi contemporaneamente è un’opportunità incredibile. Tale fenomeno infatti si presenta molto di rado. Anzi, se ci limitiamo ai casi in cui un papa rinuncia volontariamente¹ al suo titolo, nella storia possiamo contarne solo due.

Uno è quello attualmente in corso e che coinvolge Benedetto XVI e Francesco (senza numero, almeno finché non ne arriva un altro che vuole chiamarsi Francesco: a quel punto Francesco diverrà Francesco I, e l’altro Francesco II, e così via. Per ulteriori notizie in merito vedi di Carlo M. Aglio, Numerazione dei papi e topologia algebrica – Vol 1). L’altro caso è quello che nel 1294 vide rinunciare al papato Pietro da Morrone, nickname Celestino V, un eremita che era stato eletto papa perché due cardinali avevano scommesso un dollaro su di lui: il primo cardinale credeva che fosse l’ambiente a determinare la persona, e che quindi anche un asociale semianalfabeta come Pietro fosse in grado di fare il papa; il secondo cardinale pensava invece che fosse la genetica a determinare la persona, e che quindi Pietro non sarebbe mai riuscito nell’impresa. Visto che Celestino V diede le dimissioni qualche mese dopo la sua elezione, la scommessa la vinse il secondo cardinale. Peccato che la prima occasione per spendere quel dollaro vinto sarebbe arrivata solo 500 anni più tardi. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

Un fenomeno che coinvolge figure così particolari e uniche e che è osservabile con così scarsa frequenza ci offre un’opportunità di studio che la scienza deve certamente cogliere. Anche perché, almeno per una volta, non si tratta di dover spendere miliardi per un’enorme apparecchiatura da nascondere sottoterra in Svizzera, manco fosse il caveau di una banca. Certo, bombardare un papa con un fascio di protoni accelerato a poco meno della velocità della luce dev’essere senza dubbio affascinante, ma non è questo il caso.

Vediamo quindi cosa si può sperimentare avendo a disposizione sia il sommo pontefice, cioè il papa attualmente in carica, Francesco (da qui in poi: Papa1), sia il papa emerito, o semplicemente “quell’altro”, come lo chiamano in Vaticano, Benedetto XVI, che ha rinunciato al suo ruolo nel 2013 per godersi il tfr (da qui in poi: Papa2).

Il primo esperimento che viene in mente quasi banalmente a tutti, avendo a disposizione due papi, è quello del nesso empatico, lo stesso che si dice ci sia fra gemelli biologici. Quello per cui, se un gemello si fa male a Caltanissetta, anche l’altro che è a Imperia sente dolore (le località possono variare). Dimostrare un eventuale legame empatico di questo tipo fra i due papi è piuttosto facile: è sufficiente dare una martellata su una mano a papa1 o papa2 e vedere se papa2 o papa1 provano evidente dolore. S’inizia coi due papi quasi a contatto, e poi li si allontana martellata dopo martellata, per vedere fino a che distanza “prendono”, se prendono. Per eliminare la variabile rappresentata dalla soglia del dolore, che potrebbe falsare l’esperimento, si possono sottoporre i papi a diverse esperienze dolorose. Si possono quindi aggiungere alla martellata: pugno al volto, cazzotto a martelletto, calcio allo stinco, pizzicotti sparsi, tirata d’orecchie, calcio nelle parti basse, ascolto di un disco dei The giornalisti, visione di una puntata recente dei Simpson, disdetta dell’abbonamento a Sky. Un altro metodo prevede che i due papi partecipino in coppia a un torneo di briscola e sia loro impedito l’uso dei segni. Se vincono, il nesso empatico-telepatico è dimostrato e il prosciutto vinto va ai ricercatori. Se perdono, il costo dell’iscrizione al torneo è a carico dei due pontefici.

Passando a un ambito più propriamente fisico, gli esperimenti realizzabili sono molto numerosi e permettono di individuare quali sono le proprietà fisiche che i papi hanno in comune. Per esempio: la forza di gravità agisce allo stesso modo su papa1 e papa2 oppure il processo a Galileo Galilei ha lasciato degli strascichi? I papi hanno lo stesso profilo aerodinamico o papa1 è più adatto al volo? Quanto migliora l’aerodinamica il diverso abito religioso? Se papa1 indossasse un abito Armani e papa2 un completo dell’OVS, quale dei due subirebbe di più l’attrito in un mezzo fluido? E quale dei due verrebbe prima riconosciuto a una festa di Briatore?

In ambito quantistico la domanda che più assilla la scienza sul tema è: perché papa1 e papa2, quando sono venuti a contatto, non sono annichiliti? Mentre quella che assilla i fan di Dragon Ball è: papa1 e papa2 possono fare la fusione? E che creatura verrebbe generata? Ratzoglio? Bergzinger? Papapa?

Avere due papi a disposizione significa tra l’altro poter affiancare all’esperimento principale un esperimento di controllo: in sostanza significa fare lo stesso esperimento con le stesse condizioni ma con un apparecchiatura diversa, così da poter evidenziare potenziali errori di sistema (tipo una vite non ben stretta, una spina non inserita nella presa, un computer con Windows Vista). D’altronde, “un papa di controllo non capita tutti i giorni”, come si afferma anche in un dettaglio minore e poco conosciuto del Giudizio universale di Michelangelo. In questo senso sono possibili moltissimi esperimenti di fisica e chimica dei materiali a cui sottoporre i papi, al di là dei classici crash test (che comunque nell’alto Medioevo sono stati già messi in pratica con risultati interessanti). Per esempio, si potrebbe sottoporre entrambi i papi allo stesso tatuaggio (il volto di Gesù) presso tatuatori diversi e confrontare i risultati: è più somigliante quello di papa1 o quello di papa2? Com’è che quello di papa2 sembra Kim Rossi Stuart? Chi dei due ha pagato col bancomat per avere il cashback e chi in contanti? Domande che la scienza attende solo di poter porre.

Un altro ambito che si potrebbe indagare grazie alla compresenza di due papi è quello della psicologia di massa, utilizzando i papi non come soggetti degli esperimenti ma come strumenti. Non sarebbe forse interessantissimo studiare quale sarebbe la reazione dei fedeli in attesa dell’Angelus all’affacciarsi inatteso di papa2 alla famosa finestra? E se papa2, parlando, avesse la voce di papa1? E se invece avesse la voce di Amanda Lear? E non sarebbe un grandissimo progresso per la scienza studiare le reazioni dei cattolici all’annuncio che papa1 e papa2 hanno deciso di convolare a nozze?

La presenza di due papi è una grande opportunità per allargare le nostre conoscenze scientifiche. Bisogna sfruttarla a fondo e in fretta, perché la morte di un papa ci priverebbe di questa rara possibilità, a meno che l’ultimo esperimento non si rivelasse un successo. Perché se si dimostrasse vero che morto un papa se ne fa un altro, da adesso in poi avremo sempre due papi alla volta.²

 

¹ Per quel che riguarda le rinunce non volontarie al soglio pontificio, è inutile mettersi a enumerarle. Si pensi solo che per un lungo periodo ai papi appena eletti venivano fatte firmare le dimissioni in bianco, pratica sempre osteggiata dai sindacati dei lavoratori della Chiesa. E comunque ci sono stati momenti, durante l’alto Medioevo, in cui c’erano in giro più papi che cattolici.

² O più, se si aggiungessero altri papi dimissionari. Esiste anche la possibilità, sebbene statisticamente irrilevante, di un ritorno a zero papi, in caso di morte contemporanea di tutti i papi presenti.

Aggiornamento M5S

Oggi è una giornata cruciale per il Movimento 5 Stelle. Sulla piattaforma Rousseau infatti, a parte il voto su Di Maio, evento di ben poco conto e alquanto scontato nell’esito, usciranno i nuovi aggiornamenti di Toninelli, ministro pentastellato contraddistinto da una serie di bug che fin dall’inizio del suo mandato ne ha compromesso il funzionamento.

Di seguito, la lista degli aggiornamenti che i 5 Stelle rilasceranno in giornata per risolvere alcuni dei bug che affliggono Toninelli:

  • TNL 1331.2: risolve il bug 99Ag “Toninelli fissa il vuoto dopo una domanda di un giornalista”; con questo aggiornamento i tempi di reazione dovrebbero passare da 11 secondi a 5 secondi e mezzo;
  • TNL 1378.004: risolve il bug P0Rt1 “il comando vocale ‘Toninelli chiudi i porti’ fallisce” ; con questo aggiornamento Toninelli avvierà la procedura di chiusura dei porti tramite messaggio vocale di Salvini;
  • TNL 1403.a: risolve il bug COn1 “overflow per conteggio di interi – Toninelli conta solo fino a 31, poi si azzera”; con questo aggiornamento Toninelli riuscirà a contare fino a 33 [solo per macchine con RAM>8GB]
  • TNL 1414.7: risolve il bug “output vocale random – Toninelli fa dichiarazioni casuali e non booleane”; con questo aggiornamento Toninelli non emetterà più frasi come “ponte su cui si potrà mangiare e giocare” o “tunnel del Brennero” o “cicci cicci birilli cacca pupù”;
  • TNL 1449.r1: risolve il bug “riavvio inaspettato”; con questo aggiornamento Toninelli non si riavvierà più quando dovrà rispondere a domande molto tecniche, ma andrà in sleep mode;
  • TNL 1502.4: risolve il bug “overflow per flusso di lavoro”; con questo aggiornamento Toninelli andrà in stand-by dopo 8 ore di geolocalizzazione presso il ministero;
  • TNL 1513.y1: risolve il bug “surriscaldamento CPU per dossier ministeriali”; con questo aggiornamento viene aumentata la velocità delle ventole di raffreddamento della CPU di Toninelli, in modo da evitare surriscaldamenti in fasi critiche di lavoro (lettura, scrittura, divisione per 3);
  • TNL 1622F: risolve il bug “salvataggio di Salvini da sequestro di persona”; con questo aggiornamento Toninelli potrà salvare Salvini anche da altre accuse e in altri formati;
  • TNL 1638.1: risolve il bug “basso volume permanente”; con questo aggiornamento si potrà dare più volume ai capelli di Toninelli;
  • TNL 1717: risolve il bug “mancata selezione altre lingue”; con questo aggiornamento si potrà ascoltare Toninelli, oltre che in lingua originale, anche in italiano;
  • TNL 1721S: risolve il bug “rimozione sicura di sottosegretari”; con questo aggiornamento si potrà rimuovere qualsiasi sottosegretario senza rischiare il crash del sistema;
  • TNL 1753: risolve il bug “fallita disinstallazione”; con questo aggiornamento si potrà disinstallare Toninelli dal proprio pc, ma resterà comunque nella memoria, per molto molto tempo.

Come si può vedere, nonostante l’impegno dei programmatori 5S, i problemi più importanti restano irrisolti. Per quelli, fanno sapere da Rousseau, toccherà attendere il Service Pack “Caduta del governo”.

Tenetevi aggiornati.

Coi fiocchi

Il 1° dicembre del 1973, il signor Walter “Sparky” Gibbs, elettricista, mentre percorreva con la sua Pontiac Grand Safari la statale 135 tra Crested Butte e Gunnison, in Colorado, si ritrovò, un paio di miglia dopo Almont, in mezzo a una bufera di neve.
Non c’era molto di cui stupirsi. La vallata, in quel periodo dell’anno, era solita fare scherzi del genere. Sparky, che la percorreva continuamente su e giù per lavoro, non ci fece nemmeno caso. Mise i tergicristalli al massimo, rallentò, e alzò un po’ il volume della radio, perché quelle vecchie spazzole facevano un rumore infernale. Il notiziario sportivo della KFCR era tutto dedicato alla partita dei Broncos dell’indomani, lo speaker non faceva che ripetere che i Cowboys erano i favoriti, ‘sto stronzo.
D’un tratto, mentre il tizio continuava a blaterare e portare iella, Sparky vide la bufera aprirsi, e i tergicristalli fare avanti e indietro a vuoto, perché non cadeva più un fiocco di neve. Era così per una cinquantina di yarde tutt’attorno, oltre le quali la bufera andava avanti come pochi istanti prima. Colto dal dubbio, Sparky rallentò e accostò.
Scese dall’auto e ci girò attorno, guardando in tutte le direzioni in cerca di anche una mezza spiegazione. Era freddo, molto più freddo di quello che si aspettava. Anzi, molto più freddo di quello che sarebbe dovuto essere. Aprì il portabagagli per prendere il giaccone che usava per i lavori all’esterno e all’improvviso sentì alzarsi un forte vento gelido. Guardando verso il muso dell’auto attraverso il vetro del portabagagli vide qualcosa che correva nella sua direzione. Per un istante pensò a un camion, viste le dimensioni, poi però si rese conto che quella cosa bianca, larga e alta non meno di 20 piedi, che accelerava portata dal vento, era innegabilmente un enorme fiocco di neve. Fece appena in tempo a gettarsi a terra, Sparky. Il fiocco prese in pieno il muso dell’auto. Sparky sentì il cristallo di neve schiantarsi e andare in pezzi, insieme a radiatore, cofano, vetro anteriore, specchietti e il resto della parte frontale dell’auto.
Si tirò su, il vento era cessato. La temperatura stava salendo visibilmente, e a un certo punto ricominciò a nevicare. La bufera riprese.

Il precedente avvistamento non provato di un fiocco di neve di dimensioni atipiche era stato nel gennaio del 1887 a Fort Keogh, in Montana. Il cristallo misurava circa 15 pollici.

Le leggi fisiche non pongono limiti alle dimensioni di un fiocco di neve.

La zanzara residua

La natura fa schifo. E se credete in Dio avete persino qualcuno con cui prendervela. Altrimenti sarete costretti a concludere che quasi 14 miliardi di anni – tanto è trascorso dal Big Bang che ha generato questo nostro Universo – è un tempo davvero troppo lungo per avere come risultato finale, tra le altre cose, le zanzare.

Certo, la natura non fa schifo nella sua interezza. Anzi, contiene una grandissima quantità di meraviglie di vario tipo, dai processi che alimentano le stelle alla digestione dei bovini, ma qua e là ha ingegnosamente generato, con quel malefico meccanismo fatto di caso e necessità che alimenta il mondo dei viventi, delle entità il cui scopo, nel grande disegno naturale, sembra unicamente quello di emanare fastidio. Tra queste entità ci sono senza alcun dubbio le zanzare.

Non so se a questo punto sia chiaro a tutti, ma il mio problema sono le zanzare. Anzi, la zanzara. Una, singola, specifica zanzara. La zanzara residua. Dicesi zanzara residua quella zanzara che, infilatasi all’interno di un appartamento un attimo prima dell’arrivo dei primi freddi, vi prende dimora stabile, sopravvivendo grazie alle temperature confortevoli e all’alimentazione basata sugli umani residenti.

Il caso più famoso di zanzara residua è citato nel n. 77 dell’International Journal of Mosquito Research, in un articolo intitolato Those Bloody Winters in Louisiana – The Worst Case Ever of Residual Mosquito, di G. Razi, E. Alca, T.S. Ho, in cui si racconta di una zanzara che si stabilì in una casa di Baton Rouge, negli USA, e vi dimorò per 16 anni, cibandosi del sangue dei suoi abitanti.

Il mio caso è ben lontano dalla tragedia analizzata nell’articolo citato, perché la mia zanzara residua ha preso dimorai da appena tre settimane, ma devo essere sincero: ci tengo pochissimo a finire in un articolo di entomologia in qualità di risorsa alimentare, quindi prima finisce questa situazione meglio è.

Il problema è che, come viene anche sottolineato nell’articolo di cui sopra, la zanzara residua non è una zanzara qualunque, ma è, in termini biologici, una creatura superiore, un esemplare fuori dal comune. Il che è piuttosto scontato, visto che si tratta di un individuo che è riuscito a sopravvivere a tutto il periodo estivo, ad arrivare ai primi freddi, a trovare rifugio in un ambiente antropizzato e ostile e lì a sfuggire giorno dopo giorno e notte dopo notte al suo peggior nemico, l’homo technologicus dotato di ciabatta, giornale arrotolato e stracci vari.

Premiata nella lotta per la sopravvivenza con la medaglia d’oro, sponsorizzata da Darwin e munita di capacità cognitive ben al di sopra della media della sua specie, la zanzara residua sa come, dove e quando muoversi. È in grado di rimanere nascosta per giorni, per poi attaccare nel momento più opportuno, quando l’homo technologicus è disarmato e disattento: cioè è sul divano davanti alla TV.

L’attacco della zanzara residua però non è mai diretto, e questo dimostra quanto essa sia un’abile stratega; in tal modo infatti si esporrebbe troppo all’eventuale contrattacco. La zanzara residua invece intraprende prima una serie di azioni di disturbo (ex volare attorno alle orecchie dell’umano e poi ritirarsi; farsi notare in luoghi difficilmente raggiungibili al contrattacco, come in alto sulle pareti, vicino al soffitto), azioni finalizzate a stancare l’avversario/obiettivo, dopodiché porta l’attacco vero e proprio, solitamente dal punto più inaspettato e meno difeso, cioè dal basso, con una prima linea di tiro che mira direttamente alle caviglie.

Oppure, con una strategia ancora più vincente e ancora meno rischiosa, la zanzara attende che l’avversario/cibo sia completamente indifeso, ovvero a riposo. L’homo technologicus che dorme placido nel suo letto, agli occhi di una zanzara non è che un gigantesco ristorante su cui spicca la scritta al neon “ALL YOU CAN EAT – FREE” (le zanzare parlano inglese, nel caso non lo sapeste); uno spropositato pasto gratis in stato di incoscienza, che se anche si svegliasse allarmato dall’attacco risulterebbe lento, rincoglionito e comunque incapace di vederci al buio. A fine nottata, nient’altro che un esemplare della specie che domina il pianeta che si sveglia e davanti allo specchio s’accorge di avere uno smisurato bubbone zanzaresco in piena fronte.

Così è stato, con la mia zanzara residua. E così è. Perché lei è ancora lì fuori. Anzi, qui dentro. Nascosta in un angolo buio, paziente, in attesa di colpire senza fretta e senza prendersi rischi. Perché a lei serve succhiarmi via quel tanto che basta per superare l’inverno e arrivare alla prossima bella stagione, quando potrà uscire e scorrazzare libera, guidando – grazie al grado raggiunto nel frattempo – formazioni aeree di giovani zanzare in missioni spericolate e atti d’eroismo.

Lei è qui da qualche parte, lo so. Piccolo schifoso gioiello della natura.

Per comprarmi il Porsche

Allora. Io, in qualità di scrittore, che si sappia, come obiettivo ho quello di comprarmi il Porsche. Perciò, visto che in questi giorni ho avuto a che fare coi resoconti delle vendite di Scienziaggini, mi sono messo a fare un po’ di calcoli per capire quanto dista la meta.

Tolto il primo semestre di vendite, che è un discorso a parte perché c’è il lancio e tutta la fase di promozione violenta, cioè quella in cui sfinisci i tuoi contatti finché non ti comprano il libro, Scienziaggini si è assestato su una media di vendite di circa 30 copie a semestre. Cifra niente male, se si considera che è un’opera di esordio, umoristica, a tema scientifico, in una collana di matematica, uscita solo in e-book, in Italia.

Perciò, se ipotizziamo che il libro continuerà a vendere a questo ritmo a tempo indeterminato, ne risulta che potrò acquistare, pagandolo in contanti, un Porsche 911 cabrio (allestimento base) nel 7817 d.C., a fine aprile.

Dico in contanti perché dubito che, su queste basi, me lo facciano prendere a rate.

 

Fondamenti di sinistra quantistica

Figura d’interferenza sinistro-quantistica (realizzata da Milena)

La meraviglia che ognuno di noi prova nel contemplare la superba perfezione dell’Universo è pari solo allo stupore che ci assale di fronte ai suoi misteri o a una dichiarazione di Borghezio.

A differenza di Borghezio però questi misteri sono sondabili, risolvibili. Le capacità intellettuali che la natura stessa ci ha messo a disposizione ci consentono di completare un po’ a fatica i sudoku in spiaggia ma anche di studiare i fenomeni naturali e di comprendere le leggi che li regolano.


Dio non gioca a dadi con l’Universo. Preferiscono la briscola.
Albert Einstein


In questa incredibile avventura della conoscenza hanno avuto e hanno tuttora un ruolo da protagoniste le scienze politiche, con il loro ambito di studio più paradossale: la sinistra quantistica. Settore che ha dimostrato in modo definitivo che aprire un negozio di toelettatura anguille tutto sommato non è poi così assurdo, se confrontato con la realtà politica.

La recente scoperta di un’ulteriore scissione nella sinistra, cioè quella che ha caratterizzato SEL (Sinistra Elettroni e Libertà) e LED (L’Ennesima Divisione), ci offre l’opportunità di trattare alcuni dei fondamenti teorici che spiegano il comportamento della sinistra. Parliamo, ovviamente, della LQM (Left Quantum Mechanics).

Einstein nella sua famosa imitazione di Ignazio Marino

Le origini di questa teoria risalgono ai primi del Novecento, quando Marx Planck (pensate stia scherzando?, N.d.A.), fisico tedesco, si trovò a dover affrontare il problema della radiazione del corpo rosso, inteso come insieme degli elettori di sinistra. L’applicazione delle ben note equazioni di Marxwell (adesso sì, N.d.A.) a questo problema portava infatti a un risultato assurdo: una qualsiasi formazione ideale di sinistra avrebbe emesso un continuo di elettori di potenza infinita (catastrofe dell’ultrarosso). Situazione che era in contrasto con ogni evidenza elettorale.

Planck, pur titubante, avanzò l’ardita ipotesi dei quanti, in base alla quale l’energia della sinistra e la sua evoluzione ideologica non fossero descrivibili secondo le leggi della politica classica, e che le emissioni e le oscillazioni sinistrorse avvenissero solo per quantità discrete. Il postulato di Planck si dimostrò valido. Una nuova scienza politica era nata: la LQM, la meccanica sinistro-quantistica.

Scoperti i limiti della sinistra classica, adatta a descrivere il mondo macroscopico delle grandi masse operaie e delle basse energie riformiste, la LQM iniziò a mostrare cosa avveniva a scale politiche più fondamentali, permettendo di gettare uno sguardo sulla micro e micromega-politica.


Nulla è di sinistra finché non è misurato.
Niels Bohr


Nel 1913 il fisico Niels Bohr, famoso anche per aver inventato le danesi alla crema, sfruttò i risultati di Planck sulla quantizzazione dell’energia di sinistra per applicarli a scala atomica, ottenendo così quello che oggi è conosciuto come modello partitico di Bohr. Tale modello prevedeva un partito formato da un nucleo centrale (dirigenza) composto da dirigenti muniti di carica e dirigenti privi di carica (della famiglia dei baroni, si scoprì più tardi), attorno a cui orbitano un certo numero di elettori (base) che possono allontanarsi dal partito o avvicinarsi a esso solo seguendo percorsi ben definiti e discreti (salto quantoideologico).

Riunione del direttivo comunista della sezione di Sassuolo, 1927

Il precedente modello partitico, elaborato da Rutherford qualche anno prima, soffriva di un grave problema di stabilità politica: gli elettori del partito, infatti, entro una quantità finita di tornate elettorali, finivano per cadere all’interno del nucleo dirigenziale, generando il paradosso di una formazione politica con una dirigenza infinita ma priva di elettori. Inserendo la quantizzazione, Bohr risolse il problema, e le evidenze sperimentali gli diedero ragione. Inizialmente proposto per l’atomo politico più semplice (la sezione di quartiere), il modello trovò applicazione anche per strutture più complesse (provincia, regione, governo centrale, federazione dei pianeti, internet).


Penso di poter affermare che nessuno capisce le affermazioni di Vendola.
Richard Feynman


Qualche anno più tardi Louis de Broglie (scopritore altresì dei brogli elettorali, da cui prendono il nome) scoprì che l’elettorato di sinistra può essere descritto in modo assolutamente equivalente sia come corpuscolo popolare che come onda comunista (principio di plementarieà comunista, o com-plementarietà). Nel volgere di poco Werner Heisenberg e Erwin Schrödinger formalizzarono questa intuizione dando avvio a un nuovo e fecondo campo di studi, quello dei sondaggi elettorali e degli exit poll.

Questa natura ambivalente dell’elettorato di sinistra emerge in modo piuttosto eclatante da una serie di esperimenti (iniziati da Young, detto Il giovane, all’inizio dell’800) chiamati “della doppia fenditura”, o anche del “e mo chi voto?”. In pratica si prende una sorgente di elettori di sinistra e la si dirige verso un muro (famoso, per le dimensioni, quello utilizzato a Berlino fino al 1989, poi abbattuto per mancanza di fondi alla ricerca) dotato di due fenditure, una a sinistra e una più a sinistra, dietro cui è posta una parete in grado di rilevare l’urto degli elettori. Su questa parete durante l’esperimento viene a formarsi la classica figura di comunismo (falce e martello, vedi figura in alto), tipica dei fenomeni ondulatori.


La sinistra non è una rappresentazione della realtà, ma del nostro modo di pensare a Berlinguer.
Werner Heisenberg


Cio che è paradossale è che se si sparano i singoli elettori – corpuscoli di sinistra dotati di tessera elettorale – uno alla volta, sulla parete di fondo viene a formarsi comunque la figura di comunismo, come se il singolo elettore interferisse con se stesso (quantoschizofrenia) e passasse contemporaneamente da entrambe le fenditure (quantoballottaggio). Ancora più assurdo è che se si fa un sondaggio elettorale presso una delle due fenditure, per capire dove passa l’elettore, la figura di comunismo scompare, e sulla parete di fondo si forma il simbolo del PD.

Secondo Richard Feynman (fisico che ha ispirato a Elio e le storie tese la nota strofa di Parco Sempione: “piantala con ‘sti bonghi” ) il paradosso del collasso della funzione d’onda comunista a elettorato corpuscolare del PD è conseguenza del principio d’indeterminazione di Heisenberg.


Questa sinistra quantistica è una bomba!
Robert Oppenheimer


Tale principio, che Heisenberg partorì mentre cercava di calcolare la quantità di Brezel sufficiente per non sbronzarsi completamente con 8 boccali di birra, afferma che è impossibile misurare contemporaneamente e con precisione arbitraria la posizione politica di un elettore di sinitra e la velocità con cui questi si sta spostando verso un altro partito di sinistra.

Se si tenta una misura simile, per esempio con un’intervista telefonica, si avrà questa situazione: più si cerca una risposta precisa dell’elettore, più l’elettore sarà soggetto a un ripensamento. In numerosi esperimenti effettuati è stato confermato che chiedere lista, partito e nome del candidato preferiti ha come conseguenza l’annichilazione dell’elettore stesso, fenomeno che è conosciuto come PCI (People Collapse Interaction).


I gatti sono rivoluzionari reazionari.
Erwin Schrödinger


Per mostrare quanto la LQM sia controintuitiva e lontana dalle leggi della sinistra classica, sarà il caso di accennare a un famoso esperimento mentale ideato nel 1935, quello dell’elettore di Schrödinger. Lo facciamo con le parole dello scienziato stesso:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un elettore di sinistra in una cabina elettorale, insieme alla seguente macchina infernale: una matita copiativa e una scheda elettorale su cui sono stampati due simboli partitici, quello del PCI e quello del PD. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che l’elettore è di sinistra se nel frattempo ha messo una croce sul simbolo del PCI, mentre non lo è se ha messo la croce sul simbolo del PD. La funzione (PSI) dell’intero sistema porta ad affermare che in essa l’elettore di sinistra e non di sinistra non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso.

In poche parole, fino all’atto della misura, ovvero lo spoglio elettorale, l’elettore è contemporaneamente di sinistra e non di sinistra, cioè in una sovrapposizione di stati (come anche Palestina e Israele, per esempio). Nel momento in cui la scheda viene aperta e osservata dallo scrutatore la funzione d’onda comunista collassa in uno dei sue stati possibili e la sovrapposizione sparisce: l’elettore ha votato o PCI o PD, quindi è di sinistra o non è di sinistra. Per quanto sorprendente, i fondamenti della sinistra quantistica conducono a tali risultati.

Elettore di Schrödinger

È il caso di far notare, per non incorrere in fraintendimenti, che il cosiddetto “centrosinistra”, che spesso i non addetti ai lavori scambiano per una sovrapposizione degli stati “centro” e “sinistra” nell’ambito della LQM, è in realtà un concetto proprio di una teoria chiamata Gravità Quantistica a DC (Divine Center Quantum Gravity), nata allo scopo di superare l’incompatibilità tra la LQM e la RG (Right Gravity). La DCQG si configura infatti come una teoria di unificazione, in grado di spiegare ogni interazione politica esistente in natura. Essa parte dall’assunto che le varie forze politiche conosciute siano nient’altro che espressioni a bassa energia di una, sola, cattolica, apostolica, forza partitica che ad altissime energie elettorali le riunisce tutte.

La Gravità Quantistica a DC, allo stato attuale, non ha ottenuto alcuna conferma sperimentale.

 


Questo scritto è stato pubblicato in origine su Diecimila.me. Era il 17 luglio 2014. A parte qualche dettaglio (cambiano le sigle, restano le scissioni), il resto dell’apparato teorico sembra essere ancora valido. Probabilmente resterà tale fino alla prossima rivoluzione. Scientifica.

 

Quel genio di da Vinci

Forse non tutti sanno che, oltre a essere un geniale pittore, scultore, scrittore, ingegnere e inventore, Leonardo da Vinci fu anche – come spesso capita a quelle menti vulcaniche che eruttano idee a ritmo continuo e che mal sopportano la lentezza, secondo loro, degli ingegni altrui – un gran rompicoglioni.

Così, non è poi completamente da escludere che a Firenze, intorno al 1480, si possa essere svolto quanto segue.

L’ometto avvicinò lo sgabello al muro, ci salì, e da lassù sbirciò attraverso la finestrella dalle grosse inferriate. Attento a non esporsi troppo, controllò ogni angolo della piazzetta che si apriva proprio di fronte alla porta del suo ufficio, mettendo bene a fuoco tutti quelli che l’attraversavano. Su chi era fermo non si attardava nemmeno un istante, perché il suo nemico – tale ormai si poteva definire – non stava mai fermo. Mai.
Assicuratosi che non fosse in vista, scese dallo sgabello e lo ripose al solito posto, davanti al tavolone pieno di scartoffie. Lì sedevano gli utenti, perché chi sta scomodo si sbriga. Per lui, invece, faceva bella mostra dietro al tavolo una seggiolona coi braccioli che lo faceva sembrare ancora più minuto, quando ci stava sopra, ma che era di una comodità senza pari, grazie anche al grande cuscino ricamato che sua moglie gli aveva regalato quando era diventato unico responsabile dell’ufficio brevetti.
Prima di prendere posto e immergersi tra le pratiche, sebbene l’impulso fosse come ogni giorno quello di tenere serrata l’entrata e non aprire al pubblico, si avvicinò all’ingresso e lentamente, senza fare rumore, girò la grossa chiave e fece scattare la serratura. Il clic non si era nemmeno ancora spento, che il leggero burocrate fece un volo di un paio di metri, perché la grande porta gli aveva fatto da catapulta aprendosi fulminea con inaudita potenza. Steso a terra e dolorante, con già un bernoccolo che gli cresceva in fronte, l’ometto inquadrò lo specchio della porta, dove una gigantesca figura bloccava quasi tutta la luce proveniente dalla bella giornata di sole che c’era fuori. Eccolo lì, il nemico. Leonardo da Vinci.
«Quest’ufficio dovrebbe aprire alle nove, e sono di già le nove e un quarto!», disse Leonardo tutto infervorato.
Il responsabile, tirandosi su e spolverandosi, vide il gigante sovrastarlo, con addosso una palandrana tutta macchiata di chissà cosa, strappata in più punti, e con in faccia degli occhi rossi spiritati e una barba impazzita in vari punti.
«Allora? Come si spiega questo fatto? Son le nove e un quarto, quasi venti!», disse Leonardo.
«Le nove, i venti, i quarti? Ma di che parla?», disse l’ometto tutto stizzito, dirigendosi verso la sua seggiolona.
«Un nuovo metodo che ho inventato giusto venendo qui, per suddividere le ore e indicare il tempo della giornata. Se mi dà un foglio e dell’inchiostro butto giù due righe e registro pure questo, oltre agli altri ventitré che mi sono balenati alla mente stanotte», disse Leonardo sedendosi sullo sgabellino, su cui stava come può stare un’aquila reale offesa su un rametto di pesco.
«Messere, messere, santo cielo», disse l’ometto già sudando, «lei c’è bisogno che mi dia tregua. Si prenda una pausa, delle ferie. Oppure inventi e ingegni, ma metta da parte, scremi, selezioni, e poi mi viene qui magari ogni quindici giorni, non dico un mese, e deposita. Venir qui mattina e pomeriggio, insomma!».
«Verrei la notte, se foste aperto! Ma lei niente, da dipendente pubblico mi fa resistenza a questa innovazione. Le idee arrivano come frecce scagliate da un arciere nascosto nei cespugli della mente, e quando arrivano c’è da correre a rivendicarle, perché fuori da quella porta ci sono altri cerebri all’opera, e sia mai che mi faccio fregare un’invenzione», disse Leonardo poggiando i gomiti sul tavolone e inclinandolo leggermente per il peso.
L’ometto lo guardò disperato, asciugandosi la fronte con un grosso fazzoletto rosso, e disse: «La prego, Leonardo, non le sto dietro. Guardi questa pila di documenti: sono tutte pratiche per suoi brevetti. E questa qui? Lo stesso. E quella lì in terra? Uguale! E non parliamo dell’armadio. Non ce la faccio, pure lavorandoci tutto il giorno senza tregua. Da un po’ mi porto anche il lavoro a casa, trascuro mia moglie, i miei figli, lo struzzo».
«Ha uno struzzo?», disse Leonardo incuriosito.
«Sì», disse l’ometto rifiatando.
«Le dispiacerebbe prestarmelo, un giorno? Ho alcune teorie che vorrei verificare», disse Leonardo prendendo rapidamente un appunto con quella sua solita scrittura strana.
«Verificare… cioè? È pericoloso?», disse l’impiegato.
«Macché, macché», disse Leonardo continuando a scrivere rapidamente su un foglio, «sto facendo degli studi di aerodinamica, avrei bisogno di proietti animali per testare le resistenze del piumaggio. Ma non stia a preoccuparsi, suona peggio di quel che è. Tornando a noi, ecco i brevetti che vorrei registrare oggi. Ventitrè e… Ventiquattro! Finito».
Vedendo originarsi davanti a sé un altro pilastro di scartoffie leonardesche, l’impiegato ammutolì tremante, poi si sciolse in un pianto dirotto, singhiozzando sonoramente e sputacchiando frasi incomprensibili che avevano a che fare con la pietà, lo stress lavorativo, la carriera bloccata lì per ingolfamento di pratiche, la dignità del lavoratore pubblico, l’accanimento delle intelligenze sulle creature miti e mediocri.
Davanti a quella scena Leonardo cedette alla compassione. Lentamente poggiò una mano sul braccio del piangente, cercando di consolarlo: «Su, non faccia così, la prego. Le prometto che tenterò in ogni modo di porre un freno al fuoco che mi brucia in testa, che scarterò, valuterò meglio le idee, rinuncerò a brevettarle, se non sono almeno geniali».
Leonardo fissò con intensità l’impiegato dell’ufficio brevetti e disse, quasi sottovoce: «Ora però, per favore, smetta di piangere. Le sue lacrime mi fanno… mi fanno… », e mentre stentava a continuare, come preso da una grande emozione, allungò l’altra mano e prese un foglio bianco, su cui iniziò a scrivere rapidamente, senza nemmeno guardare. Allora continuò: «Mi fanno pensare che… se fossero raccolte, e sottoposte a certi processi particolari, le si potrebbe purificare, elaborare, e infine utilizzare come ottimo rimedio per certi rossori e per certe infiammazioni dell’occhio!». E finito di scrivere, sbatté il foglio appuntato sul tavolone e gridò: «Venticinque!».

Pi latino

La storia delle scoperte è piena zeppa di furti intellettuali o presunti tali.

L’America, per esempio. Ancora oggi la sua scoperta è da tutti attribuita a Cristoforo Colombo, quando invece il primo a gridare “Terra!”, dopo aver visto l’esile sagoma del nuovo continente all’orizzonte, fu un certo Rodrigo de Triana, marinaio della Pinta.

(su come poi si possa scoprire un continente già popolato, e quindi già scoperto quantomeno dai suoi abitanti, è questione che qui non approfondiremo)

Altro famoso caso fu quello del calcolo infinitesimale, la cui scoperta fu disputata tra Newton, Leibniz e Schuller, un birraio di Brema piuttosto pignolo per quel che riguardava la grammatura del luppolo per la sua pils.

Quasi sconosciuta invece è la vicenda del tentato furto del Pi greco, risalente a un periodo compreso tra il 12 e il 321 d.C. (le fonti sono vaghe).

Protagonista della vicenda fu un matematico romano, e precisamente umbro (l’Umbria a quell’epoca corrispondeva all’attuale Umbria), di nome Marcio Numerico, il quale, per un errore di calcolo (aveva mandato agli inferi un senatore perché l’aveva quasi investito col suo cavallo), era stato esiliato a Pocopopulos, una frazione di Atene.

Lì, nella culla della civiltà occidentale, Marcio Numerico si era quasi addormentato. Così, un giorno, per togliersi di dosso la fiacca, decise di fare una passeggiata, che in Grecia all’epoca si chiamava peripatata (poi in seguito videro bene di cambiare termine).

Peripatando a lungo, Marcio Numerico finì nei pressi di un Istituto Tecnico per Geometri, proprio durante l’ora di ricreazione. Lì, osservò dei giovani che nel cortile della scuola giocavano a una forma avanzata di girotondo, intonando una misteriosa filastrocca:

Gyros gyros tondo
casca l’orbe terracqueo
casca Atlante
tutti giù a levante!

Marcio Numerico, incuriosito, si avvicinò e chiese a uno dei giovani “Ma come cavolo ci riuscite?”, e quello gli raccontò che avevano imparato quel gioco solo da poche settimane, da quando cioè l’insegnante di Numeri irrazionali trascendenti aveva spiegato loro Pi. (“Pi nostro”, lo chiamavano, per la precisione)

Il matematico umbro ci pensò un po’ su, poi chiese: “Pi, la lettera?”. “No – rispose il futuro inoccupato – il numero”. “Ah – disse Marcio -, e che numero è?”. “3,14 circa, ma ora non ho tempo di dirle tutte le cifre decimali, perché la ricreazione è finita e ho il laboratorio di sillogismi. Buona peripatata”. (in lontananza si sentì un fauno ridere)

Marcio Numerico rimase ancora qualche minuto di fronte all’ITG Archimede, riflettendo sull’opportunità unica che aveva a disposizione: esportare Pi in Italia, spacciandolo per una sua invenzione, e diventare ricco e famoso come qualsiasi matematico di successo.

Corse come una furia verso casa, cercando di tenere a mente tutto quello che lo studente gli aveva rivelato. Siccome però aveva peripatato a lungo, ed era molto distante dalla sua abitazione, durante il ritorno qualcosa sfuggì dalla sua memoria e, una volta rincasato, dopo 7 clessidre da 23 minuti, tirando giù dei rapidi appunti scrisse “Pi=III,XLI circa (poi altre cifre che a nessuno importano)”, invece che III,XIV. Tre giorni dopo s’imbarcò su una nave alla volta di Roma.

Durante il viaggio, Marcio Numerico scrisse un trattato di poche pagine, confuso e pieno di scarabocchi, a causa del mare forza 8, ma con un titolo molto accattivante (“Gli strani rapporti tra Diametro e Circonferenza: il Pi latino – così l’aveva rinominato – e la rivoluzione ludica”) che, una volta diffuso in patria, attirò l’attenzione di molti studiosi e rese Marcio un matematico famoso, addirittura in lizza per la medaglia Campi Flegrei.

A un passo dal definitivo riconoscimento però, successe che nelle scuole di ogni ordine e grado s’iniziò ad applicare, all’ora di ricreazione, il Pi latino. Fu una carneficina. Centinaia di girotondi andarono fuori asse e presero a roteare in modo incontrollabile: ragazzini di ogni età e anche qualche bidello iniziarono a schizzare via, sparati dal moto caotico assunto dalla giostra umana mal calcolata.

Marcio Numerico tentò la fuga, che però durò pochissimo, perché il suo carro aveva le ruote fatte su misura, secondo le indicazioni di Marcio stesso. Fu catturato e condannato a dimostrare l’ipotesi di Riemann.

Qualche anno più tardi, il Pi greco – quello vero – fu importato in Italia, e si poté tornare a fare i girotondi in tutta sicurezza.

Surfin’ Universe

Fra le innumerevoli frasi che Einstein non ha mai detto, e che insieme ai gattini e alle amache di Michele Serra riempiono le bacheche di Facebook, ce n’è una che dice: “Mi ci gioco le palle che esistono le onde gravitazionali”.

Iniziava proprio così infatti il suo lavoro del 1918 intitolato Über Gravitationswellen, in cui prediceva l’esistenza del trasporto privato con autista tramite app per smartphone e approfondiva la questione delle onde gravitazionali, fenomeni previsti dalla sua di poco precedente Teoria della relatività generale.

La Relatività generale, in particolare, non faceva altro che spiegare come era fatto l’Universo su grande scala, che è un po’ quello che fa vostra moglie in macchina il sabato pomeriggio, mentre vi aggirate attorno al centro commerciale in cerca di un parcheggio, solo con meno formule.

(per capire l’importanza della Relatività generale: senza, gli unici film di fantascienza che vedremmo sarebbero quelli con Godzilla)

Detta come se avessi studiato alla scuola Radioelettra, ma con buoni risultati: tutto quanto c’è nell’Universo galleggia in un mare di spaziotempo.

Prima di Einstein c’erano lo spazio (1 metro) e il tempo (1 secondo), ben separati; lo spettinato Albert però si rese genialmente conto che per fare 1 metro ci metteva 1 secondo, quindi le due cose andavano considerate insieme, indissolubili. Ualà lo spaziotempo.

In questo oceano di spaziotempo, attraversato continuamente e in ogni direzione da una miriade di entità microscopiche che interagiscono in tutti i modi possibili, come una sorta di plancton quantistico, ci sono anche i moti ondosi, che sono provocati da cataclismi cosmici come lo scontro fra due buchi neri, oppure la rotazione di certi sistemi stellari binari, o anche il repentino movimento del solito (e sempre utile in questi casi) Marione Adinolfi nostro.

Questi moti ondosi però, queste onde gravitazionali, hanno il difetto di essere difficilmente rilevabili e allo stesso tempo facilmente non rilevabili, un’accoppiata che ha rappresentato per moltissimi anni una vera e propria sfida per il mondo della fisica e per quello della filosofia del linguaggio.

Ora però, finalmente, a un secolo dalla loro teorizzazione, e a quasi 53 anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, le onde gravitazionali sono state rilevate. Questa volta direttamente.

(per farvi capire la differenza tra rilevazione diretta e indiretta: le fatture del carrozziere sono la rilevazione indiretta del tizio che per anni vi ha disegnato con un chiodo un membro maschile sulla portiera della macchina. Ecco, questa volta l’avete beccato mentre lo stava disegnando, il cazzo: rilevazione diretta)

Ci sono voluti 100 anni, due interferometri laser lunghi qualche chilometro (anzi miglia, ché sono americani) e distanti qualche migliaio di chilometri (miglia), centinaia di scienziati, 741mila litri (miglia) di caffè americano, 908 tonnellate (miglia) di ciambelle e la collaborazione di un gruppo di ricerca con sede nella campagna pisana.

E più di ogni altra cosa, c’è voluto lo scontro tra un buco nero di 36 masse solari e un altro buco nero di 29 masse solari, i quali, 1,3 miliardi di anni fa, sono corsi l’uno contro l’altro a metà della velocità della luce pur di schiantarsi e infine unirsi per creare una famiglia tradizionale fatta di singolarità, disco di accrescimento e orizzonte degli eventi.

Tutto questo cataclisma cosmico per farci sentire una specie di bzzz, che potete ascoltare qui.

(pur essendo un impatto di più di un miliardo di anni fa, suona molto più moderno di certe canzoni sentite a Sanremo)

Il ruolo dell’Italia in questa lunga ricerca è stato fondante e fondamentale. Nascosto nelle campagne toscane, infatti, questa volta non c’era un serial killer, ma VIRGO, un interferometro senza il quale LIGO, quello americano che ha rilevato le onde gravitazionali, non esisterebbe. Quindi, checché ne vogliano gli americani arraffatori di risultati e continenti altrui, il grande asse mondiale degli interferometri è: Livingston, Louisiana – Hanford, Washington – Cascina, Toscana.

Non a caso il Presidente del consiglio Matteo Renzi ha tenuto a complimentarsi con gli scienziati di VIRGO, e li ha ringraziati per aver concepito la Relatività generale, Twitter e le solette ortopediche, e ha sottolineato come questo risultato sia la prova tangibile che la riforma dell’Universo sta procedendo sulla giusta strada.

Al di là delle considerazioni politiche, quello che davvero conta, in questo eclatante risultato scientifico, è l’aver scoperto finalmente come diavolo fa Silver Surfer.

L’inspiegabile asimmetria miracolo-botta di culo

“Il Papa è un cancro”, titolava qualche giorno fa l’Anticlericale Incazzato, una fanzine di settore la cui distribuzione porta a porta è affidata a bambini emaciati e visibilmente spaventati (ma in realtà sono attori adulti nani semi-professionisti truccati ad arte).

Un titolo certamente forte (dovreste vedere la copertina del numero di settembre 2012, intitolato “Vatic-ano”), ma non per gli undici lettori abituali della rivista, tutti rigorosamente sbattezzati e col poster di Richard Dawkins sopra il letto.
Se fosse rimasto all’interno di quella cerchia ristretta di appassionati, ora staremmo parlando di tutt’altro. Per esempio di un europarlamentare leghista che si è presentato in TV con una pistola per dimostrare che non ne ha alcun bisogno per sparare cazzate. Oppure di carne rossa. Che più o meno è la stessa cosa.

Uno di quegli undici lettori dell’Anticlericale Incazzato deve infatti aver trasgredito la prima regola della rivista, stampata in bella evidenza sulla prima pagina: Non parlarne con nessuno! Oppure la seconda: Non leggermi sull’autobus! O forse la terza: Non lasciarmi sopra la lavatrice!

Quelle poche ma impattanti parole (ricordiamole: “Il Papa è un cancro”) sono filtrate in tal modo dalla bolla materialista-meccanicista al mondo reale delle influenze esoteriche e dei fluidi intangibili, e qualche occhio giornalistico deve averle captate. Da lì è stata sufficiente la professionalità media della stampa italiana per partorire quel sensazionale “Il Papa ha il cancro” e spargerlo per tutto l’orbe terracqueo.

Nel giro di poche ore i direttori di tutte le maggiori testate sono stati costretti a spedire negli scantinati delle redazioni i garzoni addetti al leccaggio degli angoli della pagine, per rispolverare gli esperti di teodicea abbandonati lì dai tempi in cui la Vergine Maria deviava in pubblico i proiettili destinati al Papa.

(ora, non c’entra niente, ma chissà se avete notato anche voi questa cosa: se su Facebook hai meno di tremila amici e scrivi una roba banale, hai scritto una roba banale; se hai più di tremila amici e scrivi una roba banale, sei il geniale interprete di un sentimento popolare)

Saltiamo tutta quella parte in cui il Vaticano si mobilita per dire che no, il Papa non ha assolutamente un tumore, e anche se ce l’ha è benigno, e anche se ce l’ha è benigno e piccolo, e anche se ce l’ha è benigno, piccolo e al centro del cervello, in una zona in cui non c’è problema, e anche se ce l’ha è begnigno, piccolo, al centro del cervello ed ecco la TAC da cui si vede benissimo che figurati se è pericoloso, fornendo così molto più materiale informativo di quello che era uscito sui quotidiani, e andiamo al nucleo della questione.

Secondo i cattolici, è noto, Dio ha un certo peso all’interno dell’Universo. Oltre ad averlo creato cioè, ogni tanto, in certe situazioni particolari, se non è dal commercialista, ci agisce all’interno. Fa cose. Interviene. Trattandosi di roba sua, non vedo perché non dovrebbe. Uno in casa propria fa quello che gli pare, che è anche il motto delle violenze domestiche.

Quello che appare quantomeno singolare è che questi interventi divini (d’ora in poi: miracoli) si configurano tutti come soluzioni a problemi precedenti. Tolte infatti le apparizioni della Madonna, ben riconoscibili perché puntualmente calendarizzate, coperte da copyright e con merchandising dedicato, tutti gli altri miracoli si presentano sotto forma di inaspettate guarigioni da patologie di vario tipo.

(questa cosa che ad apparire è sempre la Vergine, figura femminile di bella presenza, è una mossa di marketing vecchia come Matusalemme. Che se al Vaticano fossero un minimo più svegli, seguendo la stessa logica consentirebbero il sacerdozio femminile domani stesso. Poi vedi che chiese piene)

Quindi, ricapitolando (il grado di attenzione medio si è abbassato notevolmente a causa dei social network, quindi non posso escludere che abbiate perso il filo per poche righe di parentesi. Capita a tutti, non vi preoccupate).

Quindi, ricapitolando, il nostro livello di attenzione medio è diminuito per colpa dei social network, e perdiamo il filo più spesso.

Quindi, ricapitolando, non mi ricordo di cosa parlavamo.

Quindi.*

Se uno guarisce inspiegabilmente da una malattia grave (se la malattia non è grave – tipo una lombosciatalgia** – e guarisce inspiegabilmente, non gliene frega niente a nessuno, nemmeno ai familiari, figuriamoci alla Chiesa) si grida al miracolo, ovvero all’intervento divino, praticato attraverso uno dei rappresentanti di zona. (per esempio in questo periodo l’Italia la copre San Pio, detto Padre).

Se uno si ammala inspiegabilmente*** invece si grida alla sfiga.

Cioè, sintetizzando:

Dio guarisce ma non ammala.
+
Il caso ammala ma non guarisce.


(e dopo pochi semplici passaggi)
=
Il caso ammala e Dio guarisce.

Ne risulta un’asimmetria così lapalissiana da essere seconda solo a quella materia-antimateria (di quest’ultima ho una soluzione facile facile in mente, ma ora non entra nei margini della pagina, quindi niente).

E dall’asimmetria Dio-caso dovrebbe derivare piuttosto facilmente l’asimmetria miracolo-botta di culo, che è quella del titolo.

I calcoli fateli voi.


 

* questa tecnica, detta della ricapitolazione reiterata – recapping loop, in inglese -, è usata fin dal III secolo a.C. per mascherare dei macroscopici non sequitur all’interno delle argomentazioni.

** “E tutti i lombosciatalgiaci si recarono presso la dimora dello scrivente, e una grande folla assediò il suo uscio gridando. E la loro voce era una, ed essa diceva ‘Quindi la lombosciatalgia non sarebbe una malattia grave, eh?! Vieni giù un attimo che te lo spieghiamo’”. (Geremia, 7,12)

*** Se fumate due pacchetti di sigarette e vi scolate una bottiglia di whiskey al giorno, e nei fine settimana sniffate il 3% del PIL della Colombia, l’avverbio inspiegabilmente non si applica.

Se per le auto funzionasse come per i software

Andremmo dal concessionario e sceglieremmo un modello.

Un modello base, molto spartano.

Con solo il sedile del guidatore. Tre marce, non di più. Una sola portiera. Il cristallo anteriore e basta. La freccia solo a sinistra. Un solo faro, anabbagliante. Frizione e acceleratore, il freno no. Nessuna verniciatura, pochissimi cavalli, un serbatoio che basta per farci 20-25 chilometri.

Prenderemmo l’auto e ce la porteremmo a casa gratis.

E il concessionario ci chiamerebbe una volta a settimana, o ogni quindici giorni, chiedendoci se c’interessa il modello a pagamento, che ha tutti i sedili, cinque marce, o sei nella versione premium, frecce per entrambe le direzioni, tutti i fari, il freno, il colore che più ci piace, un centinaio di cavalli almeno, autonomia per 800 chilometri.

E noi saremmo liberi di dirgli che magari ci pensiamo ancora un po’.

107 Scienziaggini

 

107 è niente male, come numero.

È primo, quindi divisibile solo per 1 e per 107.

(È anche nontotiente, solo che non ho capito cosa vuol dire, nonostante la spiegazione su Wikipedia)

È il numero atomico del Bohrio, un elemento chimico talmente instabile che se gli va bene, nella forma migliore, dura un minuto.

È il numero di copie che Scienziaggini, il mio primo vero libro, ha venduto fino a giugno.

Com’è andata dopo ancora non lo so. Vedremo.

Comunque 107, davvero, non è male come numero.

Poi a me piace molto anche 10007. Per dire.

H2-OOOOH!

Credo sia giunto il momento di organizzare dei corsi per insegnare a distinguere le notizie scientifiche eclatanti da quelle che non lo sono. E che siano rivolti sia a chi le legge che a chi le scrive, e ancora prima a chi le comunica, anello originario della catena che porterà un evento scientifico quasi scontato a essere protagonista di articoli che si aprono con “INCREDIBILE!”, “DATA STORICA!”, “EINSTEIN SI ERA SBAGLIATO!” (quest’ultimo titolo ormai è diventato un classico anche se si parla di neurobiologia).

Per carità, sono contentissimo che la scienza abbia ampio risalto. Ed è vero che, soprattutto in certi campi, si stiano facendo delle scoperte epocali.

Però, ecco, diamoci una regolata.

Anche perché da ieri buona parte di noi immagina Marte come una specie di paradiso caraibico attraversato da fiumi d’acqua cristallina costantemente sfiorati dal volo di pappagalli multicolori dal verso musicale, nonché costellato di cascate vaporose da ammirare gustando dolcissimi frutti esotici serviti al bar dell’albergo con una magnifica coreografia di ombrellini e cannucce e vodka lunare.

Invece è un posto di merda. Quantomeno dal punto di vista della sopravvivenza umana.

Nel senso che senza un apposito supporto che vi garantisca almeno aria e temperatura adeguate, sareste morti entro un paio di minuti al massimo. E no, è molto peggio che su un autobus romano in un giorno d’agosto particolarmente caldo.

E al posto di limpidi fiumi e ruscelletti alpini ci sono tracce di sali idrati. Ecco qual è la scoperta: sali idrati. Niente torrenti, niente laghi, nemmeno una pozzangheretta. Anche perché sulla superficie di Marte l’acqua liquida durerebbe ben poco, per questioni ambientali. Come quando ai concerti vi fanno togliere il tappo dalla bottiglietta d’acqua.

Qualcuno immagina anche che sia stato il robottino esploratore, sudato e triste di solitudine, con gli occhioni di Wall-E, a scavare esausto con il braccio-paletta, quasi sconfitto, e a trovare invece, all’improvviso, questa pozzetta d’acqua, e ci è tornato in mente il ricordo di quando da bambini, in spiaggia, facevamo una buca profonda profonda lontano dalla riva, e alla fine comunque trovavamo l’acqua, e allora si faceva festa e si rideva e poi tutti a fare il bagno e appena usciti dall’acqua un bel pezzo di pizza calda col pomodoro e attento che ci va la sabbia.

E invece i sali idrati li ha scoperti una sonda orbitante attorno a Marte, con tecniche spettrografiche.

Vediamo di capirci: non che non sia una notizia importante. Potrebbe significare (ci sono diverse ipotesi in proposito, nessuna confermata) che il ghiaccio sotterraneo (che sapevamo già che ci fosse) non è così sotterraneo da poter, in determinate condizioni climatiche, emergere in forma liquida per brevissimi periodi, e anche non così sotteraneo da non poter essere raggiunto, in caso di necessità, dalla trivella di una missione umana che ha sete o vuole innaffiare il ficus dell’astronave.
E poiché sappiamo che l’acqua è un ambiente favorevole alla proliferazione della vita e delle bollette, potrebbe anche significare che Marte ospita delle forme di vita, per quanto piuttosto elementari (i pappagalli sono decisamente esclusi).

Quest’ultima sì che sarebbe una scoperta eclatante.

Ma se continuiamo con questi titoli e con questi toni anche per notizie per cui potevamo risparmiarceli, quando (e se, ovviamente) succederà di trovare la vita fuori dal nostro pianeta, saremo talmente assuefatti ai titoloni che al massimo reagiremo con un “Ma va?”.

82 milioni di emendamenti

 

Nel corso della storia ci sono momenti che segnano un punto di svolta, di non ritorno. Oggi noi abbiamo la fortuna di assistere a uno di questi.

L’onorevole Calderoli ha infatti depositato 82.730.460 proposte di modifica al ddl Boschi. 82 milioni. Un numero che lui stesso non aveva idea che esistesse.

L’intento dell’operazione è chiaro a tutti: si chiama ostruzionismo, e non è certo una novità. Se siedi in Parlamento le possibilità sono due: o governi o cerchi di non far governare. Per questo fare il politico è così semplice. Per questo lo vogliono fare tutti. E anche la paga non è male.

Il nucleo della questione però è altrove, e sta nell’ordine di grandezza di tale operazione e nel metodo per generarla.

Calderoli non è nuovo a queste magie numeriche, ma nei suoi precedenti record si era fermato a qualche centinaia di migliaia di proposte di modifica. Una cifra che, avendo a disposizione mezzi, organizzazione e un hangar di militanti della Lega messi lì come le famose scimmie che battono a macchina senza sapere cosa fanno e alla fine producono un discorso di Bossi, è ancora possibile produrre umanamente.

82.730.460 emendamenti però sono impossibili da generare con tale metodo, quantomeno nei tempi necessari.

E allora ecco entrare in gioco il software, la generazione automatica. Ovvero la macchina.

Dal punto di vista tecnologico non è nemmeno un’invenzione. Non stiamo parlando di un software che, inserito nella centralina di un’auto, ne regola le emissioni quando è in fase di test, in modo da rispettare le norme di legge, anche se poi, per il resto del tempo, emette fiamme e odore di zolfo.

Chiunque conosca un minimo di programmazione può sfornarvi, se gli promettete abbastanza visibilità, un programmino che partendo da un testo ne generi una valanga di varianti. Tanto non importa che abbiano senso.

– Quanti emendamenti vuoi?
– 80 milioni.
– Ok… Eccoli. Ho fatto 82: che faccio, lascio?

E allora la vera domanda che dobbiamo porci è: è giusto che quegli emendamenti portino la firma di Calderoli?

In fondo lui non ha davvero prodotto quelle proposte di modifica. Al massimo ha spinto il tasto invio, cercandolo a lungo, al terzo tentativo. Ma dubito si sia preso un tale gravoso impegno.

Dovrebbe firmarli il programmatore?

Anche lui, in fin dei conti, ha solo applicato un algoritmo, probabilmente già esistente. Non ha ha generato gli emendamenti.

La verità è che quegli 82 milioni di emendamenti dovrebbero portare la firma della macchina, di quell’insieme di hardware e software che ha dato vita a quel numero iperbolico di varianti. Senza la macchina sarebbero stati inutili Calderoli, che ha avuto quest’idea bislacca, e anche il programmatore, che non avrebbe avuto niente da programmare, e infatti avrebbe fatto un altro mestiere.

Eccola quindi la svolta, il punto di non ritorno: il primo passo verso la democrazia affidata alle macchine. Una prima macchina per generare ostruzionismo, tramite milioni di proposte di modifica. Poi una seconda macchina per smontare e bocciare gli emendamenti. Poi una terza per approvarli. E via così, passo dopo passo, verso un sistema in cui i politici, se proprio ci tengono, possono fare da portavoce alle macchine, oppure da semplici fantocci urlanti in aula, cosa per cui sono già parecchio preparati.

Mentre la macchina fa il vero lavoro.

E governa.

Forse è giunto il momento di spegnere e riaccendere.

Eppur si muove, ma pochissimo (la Chiesa)

Galileo Galilei, secondo la testimonianza di un inviato di Paperissima Sprint, appena uscito dall’aula in cui aveva abiurato l’eliocentrismo e la teoria copernicana affermò: “E pur si muove!”.

Lì per lì nessuno capì cosa intendesse con tale dichiarazione. Alcuni pensarono che si riferisse al mimo che si esibiva lì all’angolo. Molti invece attribuirono quell’uscita senza senso al forte stress che il processo gli aveva causato. D’altronde non è facile cercare di spiegare le proprie ragioni a dei giudici che continuano a giocherellare con delle pietre focaie e ti ascoltano distratti mentre preparano delle spezie per arrosto.

Qualcuno credette addirittura che Galileo si riferisse proprio alla Terra, confermando le convinzioni copernicane che aveva appena rigettato. Un po’ come se Alberto Stasi, dopo l’assoluzione in primo grado per l’omicidio di Chiara Poggi, avesse dichiarato: “Giudici allocchi”.

In realtà con quel “e pur si muove” si riferiva alla Chiesa. Da genitore 2 del metodo scientifico, infatti, Galileo intendeva esprimere un’osservazione empirica: la Chiesa è dotata di moto.

A quel tempo ovviamente era inconcepibile credere a un’affermazione simile, e ancora oggi in molti dubitano di questo fatto. Eppure, dopo un’approfondita serie di misurazioni con laser ad altissima precisione, allo stato attuale delle nostre conoscenze il dato è inoppugnabile: la Chiesa non è quell’entità immobile all’interno del progresso umano che tutti pensavamo. Si sposta di circa 2,16 femtometri (10−15 m) all’anno. All’indietro.

A parte la questione quantitativa, quello che c’interessa qui è rintracciare le cause di questa assenza di progresso, ovvero di questa resistenza al moto che trascina il resto della società in avanti.

Se la Chiesa fosse un software, dopo duemila anni saremmo ancora alla versione 1.0, e i pochissimi aggiornamenti rilasciati avrebbero risolto giusto qualche piccolo bug, o eresia.

Insomma, l’innovazione non è certo il punto forte di questa organizzazione diffusa a livello globale. Che riesca a sopravvivere nel folle mercato neoliberista è – guarda caso – un miracolo. Pur potendo sfruttare il vantaggio di aver fidelizzato nel tempo una clientela vastissima, è difficile credere che con questa strategia restia ai cambiamenti la Chiesa possa continuare a essere un soggetto credibile e in grado di gareggiare sui mercati.

La domanda che sorge spontanea è: perché questa resistenza ai cambiamenti? Perché non si mette mano al kernel di questo sistema per adattarlo alle nuove esigenze che la società ribadisce quasi quotidianamente? Perché non ci si mette al passo coi tempi?

Sebbene una risposta certa non esista, e nessuna conferma o smentita sia mai trapelata dai dirigenti del gruppo, diversi analisti hanno avanzato un’ipotesi piuttosto ragionevole: la Chiesa non attua cambiamenti perché i costi di aggiornamento sarebbero proibitivi.

Il vero problema non è né la programmazione delle nuove regole, né l’implementazione, né i i vari test di tenuta. In una struttura societaria come quella della Chiesa cattolica il vero problema è la comunicazione. A causa dello statuto che la regge e della sua natura fondamentalmente 1.0, infatti, la Chiesa, in caso di modifiche contrattuali di un certo peso, deve richiederne l’accettazione a ogni singolo cliente, rigorosamente in forma scritta. Tale rigidità, che può suonare assurda, fa invece da contrappeso alla rigidità lato cliente, la quale permette lo scioglimento del contratto solo dopo una lunga e faticosa trafila burocratica.

Secondo alcuni scenari elaborati dal Financial Times, il costo di un’operazione di comunicazione del genere, considerando che andrebbe diretta a non meno di 1,2 miliardi di clienti, porterebbe potenzialmente la Chiesa verso la bancarotta.

Tale tragico esito non suona irrealistico se si ripensa a quanto incise sul bilancio societario l’aggiornamento delle regole della privacy della confessione.

Non è escluso che esistano ulteriori ragioni a frenare il progresso della Chiesa. Potrebbero essere di natura ideologica o metodologica. Ma allo stato attuale, e senza limpide dichiarazioni del gruppo dirigente, quella legata ai costi appare la più ovvia.