Un vocale di dieci minuti

Di solito quando qualcuno fa un programma in radio, sul proprio blog lo annuncia prima. Al limite durante. Io, per una precisa scelta editoriale (leggi: pigrizia e dimenticanza), lo faccio dopo, nel senso dopo che il programma è finito. Almeno per questa prima stagione.

Il programma in questione s’intitola Scusa se ti mando un vocale ed è andato in onda dal 30 gennaio ogni giovedì sera alle 21.15 su Radio Sverso, l’unica web radio italiana nata e attualmente residente all’interno di una birreria (con ovvie conseguenze sulla dizione dei suoi speaker). La stessa Radio Sverso che qualche anno prima, al suo esordio sulle frequenze dell’internet, aveva ospitato la mia prima, strana e verbosissima creatura radiofonica: L’analfabeta funzionante.

Anche Scusa se ti mando un vocale, in quanto a stranezza e verbosità, fa la sua parte. Mentre infatti L’analfabeta funzionante aveva al suo interno anche della musica, oltre ad alcuni elementi tipici di un programma radiofonico (jingle, saluti, rubriche, qualche ospite ecc), Scusa se ti mando un vocale è –  come dire – un vocale. Un vero e proprio e lungo (si arriva anche a 11 minuti) vocale. Come quelli che vi mandano (se siete le vittime) i vostri contatti o che mandate (se siete i carnefici) ai vostri contatti su WhatsApp. Niente musica, a parte la sigla di apertura (di Riccardo Trecciola), niente jingle, rubriche, ospiti ecc. Solo io che faccio una specie di monologo più o meno sull’attualità (che è diventato poco dopo un monologo sul Covid, visto che il programma è partito il 30 gennaio, e dopo è successo quello che è successo).

Com’è che hai ideato, scritto, diretto e condotto un programma radiofonico che più che un programma radiofonico sembra una rubrica fastidiosa? mi chiederanno i numerosi interessati. Semplice – risponderei io -, perché SSTMUV (sigla non musicale di Scusa se ti mando un vocale) nella mia testa sarebbe dovuta essere una rubrica fastidiosa da inserire in qualche altro programma di Radio Sverso. L’idea di farne un programma pericolosamente a sé è stata di Andrea “Benty” Bentivoglio, direttore artistico di Radio Sverso, il quale deve aver temuto che potessi chiedergli di inserire la mia stramba rubrica all’interno del suo Diskobox, programma musicale che è un po’ il faro di tutta la indiesfera italiana e che è ormai giunto alla quarta stagione.

Così, quella che doveva essere una rubrica scema fatta in casa con pochi mezzi e da inserire da qualche parte (anche contro la volontà altrui) è diventata un micro-programma poco radiofonico in finta diretta (perché farmi 500 chilometri per una diretta di dieci minuti, ho calcolato, non è convenientissimo). O, come si dice adesso, un podcast.

Perciò, se non avete mai ascoltato Scusa se ti mando un vocale, e nonostante quello che ho scritto avete ancora la curiosità di capire cos’è, trovate tutte le puntate, oltre che su Radio Sverso, anche su Spotify e su iTunes. Forse anche altrove.

Però non sentitevi obbligati.

Lunghina

Avere un cane, ho scoperto, ha delle conseguenze inaspettate. Alcune riguardano addirittura la funzionalità delle interfacce uomo-macchina.

Una per esempio l’ho scoperta qualche giorno fa, mentre eravamo in un parco con Olivia (la canagialla). Gironzolavamo tenendola con una specifica interfaccia uomo-cane, ovvero un guinzaglio. Un guinzaglio lungo. Molto lungo. Talmente lungo che lo chiamano lunghina, guarda un po’. Così lungo che è lungo 10 metri. No, non è un errore di battitura: dieci metri.

La lunghina è un guinzaglio utile all’addestramento, nel senso che grazie al suo utilizzo il padrone impara rapidamente a evitare la morte per stritolamento improvviso, a saltare con energia una corda impazzita, a risolvere in fretta garbugli paurosi (al cui interno posso ritrovarsi altri cani e altri padroni di cani, oltre a oggetti vari) e a seguire passo passo il percorso canino attraverso rovi, cespugli, paludi, fossi e asperità varie della natura.

Nonostante questo assiduo addestramento, anche il padrone più brillante può incappare in qualche piccolo incidente, come quello successo appunto qualche giorno fa, nel parco che si diceva.

Lunghina tenuta corta, diciamo un paio di metri, e stretta nella mano destra, perché ci avviciniamo a due cani e bisogna tastare il terreno. Il resto della lunghina, diciamo otto metri, nella mano sinistra, pronta per essere eventualmente rilasciata in caso di Defcan 5 (pace e amore tra cani). L’approccio coi due altri cani va bene, la fase di studio tra nasi dà responso positivo. Mollo la lunghina stretta nella mano destra. E parte immediatamente un gioco forsennato tra cani. Ovviamente prima che io riesca a rilasciare a dovere la lunghina rimasta stretta nella mano sinistra. Stretta, sì, ma non abbastanza da bloccare Olivia e la sua giocosa corsa, e quindi non abbastanza stretta da impedirle, alla lunghina, di scivolare molto ruvidamente via dalla mia mano per un paio di metri, piallando così con feroce e doloroso attrito una piccola ma non trascurabile parte di epidermide e impronte digitali. Guarda caso, proprio le impronte digitali del polpastrello dell’indice, cioè quelle che mi servono per sbloccare il telefono quando ce l’ho nella mano sinistra.

Così, almeno per un po’, potrò sbloccare il telefono solo con la mano destra. Però direi che ho imparato la lezione. Brava Olivia.

Il cielo sfrecciato sopra di me

Sopra casa mia ci passano gli aerei. Lo so, passano sopra le case di tutti, ma di solito lo fanno a qualche migliaio di metri di altezza. Sopra casa mia invece gli aerei passano molto bassi, perché stanno atterrando all’aeroporto Marconi, che dista in linea d’aria 4 chilometri. Non so esattamente a che altezza mi sorvolino, ma dal mio quinto e ultimo piano vedo la loro pancia bella grossa, e vedo bella grossa anche la loro ombra passare sui tetti dei palazzi attorno, quantomeno quando il sole è in una certa posizione. Oltre a vederli molto bene, gli aerei che stanno per atterrare al Marconi li sento anche molto bene. Non è un caso se in quei grafici in cui si mettono in fila le cose che producono più rumore gli aerei stiano sempre in fondo, appena prima di un concerto metal. Li sento così bene che d’estate, con le finestre aperte, se sto guardando una serie TV il rumore non copre solo i dialoghi, copre pure i sottotitoli.

Da quasi tre mesi però, questo fastidiosissimo e fin troppo frequente baccano è svanito. La pandemia ha praticamente azzerato il traffico aereo, e quindi il rumore. Il virus ha fatto anche cose buone, direbbe qualcuno. Certo, si tratta – anche solo limitandoci al drastico calo del traffico aereo – di una vera e propria catastrofe economica e turistica. “But maybe”, senza tutto quel rumore si vive meglio. Scusate l’egoismo.

E proprio perché mi sono abituato al silenzio (anzi, diciamo alla diminuzione del fracasso, perché comunque tutt’attorno ho la città che rumoreggia) e da quasi tre mesi non sono più vittima di aerei che frenano proprio sopra il tetto di casa, quando qualche ora fa ho sentito un gran putiferio aereo mi sono detto Ecco, si ricomincia. Allora sono andato alla finestra pensando Che due coglioni, e ho guardato fuori. Erano le Frecce tricolori.

Belle, certo. Ma se ne andassero a casa loro a fare tutto ‘sto casino. E che cazzo.

 

Uno sketch mai nato che sta per realizzarsi

Qualche anno fa, non ricordo esattamente quando, ho avuto un’idea per uno sketch, anzi, per una serie di sketch che si sarebbe dovuta intitolare “Se i nazisti avessero vinto” o qualcosa del genere. L’idea di partenza era quella classica di molte distopie (ucronie, per la precisione): i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale e adesso, almeno in Europa, comanda Hitler. Noi, divenuti cittadini del Reich, siamo vittime di un regime autoritario in cui ogni atto ribelle o anche solo non ortodosso è punito con severità estrema. Tutti viviamo nel terrore.

Lo sketch faceva solo un piccolo salto in avanti rispetto a questo punto di partenza: la follia nazista era portata agli estremi, includendo negli atti “non ortodossi”, e quindi severamente puniti, molti normalissimi eventi di cui siamo attori quotidianamente. Nel primo sketch della serie immaginavo questa situazione: un uomo cammina sul marciapiede, in una via in cui i segni del dominio nazista sono ben evidenti (bandiere, manifesti ecc). All’improvviso si sfrega il naso un po’ preoccupato, ma poi continua senza ulteriori tentennamenti. A un certo punto entra in un caffè (senza fare splash). Dentro ci sono quattro o cinque clienti, uno al bancone, altri ai tavolini. Alla TV c’è un notiziario che racconta qualche successo del regime; scorrono immagini di un Hitler soddisfatto. L’uomo chiede un caffè, il barista inizia a prepararlo. Tutto d’un tratto l’uomo starnutisce. Cale il gelo. Il barista si volta, ammutolito, con gli occhi spalancati. Il tizio al bancone si allontana lentamente. Uno dei clienti che era seduto al tavolino esce di corsa dal bar, quasi cadendo per la foga. Il protagonista è terrorizzato, si volta a guardare il barista e l’altro cliente ma non trova le parole da dire. Fuori dal bar si sente una frenata. Un furgone delle SS è arrivato sgommando. Escono di corsa tre soldati, uno dei quali gridando ordini in tedesco. Entrano nel bar e afferrano lo starnutitore con violenza. Quello grida delle scuse, dei non volevo. Lo trascinano fuori, lo tirano nel furgone, salgono e ripartono sgommando come sono arrivati, il tutto nell’arco di pochi secondi. Si può chiudere (penso adesso) con l’inquadratura del muro fuori dal bar, su cui è affisso un manifesto che richiama al rispetto delle regole del Reich. Più o meno: “Ricorda, cittadino: starnutire è un reato punibile con la deportazione. Se conosci qualcuno che ha starnutito, denuncialo!”. Fine.

Era da un pezzo che non ripensavo a quest’idea, che non è mai stata realizzata. Poi, oggi, ho letto dell’istituzione degli assistenti civici, e mi è tornata in mente.

Il più furbo di tutti

Il più furbo di tutti prima o poi arriva. Sempre.

Il più furbo di tutti è quello che trova il modo di farsi beffe della norma, di aggirarla con un colpo di genio che – chissà perché – ha avuto solo lui.

Vittima di una forma particolare dell’effetto Dunning-Kruger, il più furbo di tutti si stupisce a gran voce che a una soluzione così ovvia non sia arrivato nessuno, ma lo fa solo per sottolineare quanto siano scemi tutti gli altri.

Il più furbo di tutti arriverà anche questa volta, lo so. Ed è questo il motivo per cui ogni mattina scorro con trepidazione i colonnini dei giornali online, in attesa di un titolo che più o meno dica così: “Per evitare d’indossare la mascherina se la fa tatuare in faccia”.

Bisogni

Insomma sono diventato uno dei due umani di riferimento* di una cana. Lei si chiama Olivia, viene da un canile, è un miscuglio di genomi che le ha donato la forma di canagialla, ha quasi un anno e mezzo e la cosa che ha fatto più spesso, nelle 36 ore circa che è qui, è stata dormire. Quindi ha già tutto il mio rispetto. Anche se poi dicono che è normale che dorma molto, nei primi giorni, perché le serve a gestire lo stress dei tanti cambiamenti che sta affrontando. (questa scusa me la rigioco anche io)

Un’altra cosa che all’inizio può succedere, dicono, e infatti è successa, è che non espleti le normali funzioni fisiologiche. Anche se portata regolarmente fuori, anche se pregata, anche se stimolata grottescamente come fosse umana, con quei suoni tipo “pssss”. Anche con offerte in denaro, niente. Quando ormai aveva raggiunto le 24 ore dall’ultimo evento espletativo, ed eravamo pronti a preoccuparci, ha espletato.

Meglio così, certamente. Ma devo ammettere che un paio di volte, nell’arco di quelle 24 ore, mi è capitato di pensare: che figata, abbiamo preso il modello che non piscia.

Di cani, mi rendo conto, non ho tantissima esperienza.

 

*definirci i “padroni” di Olivia l’abbiamo escluso, perché fa troppo capitalismo (e ce n’è già tanto in giro). “Umani di riferimento” ci è parsa la soluzione più adatta per descrivere il rapporto che sussiste con lei. In assenza di un contratto da lei firmato, quantomeno.

Luoghi comuni: un piccolo aggiornamento

Un luogo comune è un’affermazione comunemente accettata, una frase fatta che ci finisce in bocca già pronta per l’uso e che abbiamo tratto da un repertorio polveroso di opinioni reiterate e abusate, senza più alcun nesso con la realtà, diffuse da un individuo all’altro senza interferenze critiche come una specie di balbettio sociale. Un luogo comune è quello che diciamo quando ci sarebbero mille cose da dire, precisare, approfondire, analizzare e controbattere, ma non ne abbiamo voglia, perché abbiamo fretta, perché il nostro interlocutore non merita tale sforzo, perché a furia di usare i luoghi comuni pensiamo anche per luoghi comuni, e allora è proprio l’unica cosa che sappiamo dire, e ce la caviamo così, nel peggiore dei modi, con uno stereotipo.

Per citarne alcuni: non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, i giovani non hanno più voglia di fare niente, non è tanto il caldo quanto l’umidità. Ma la lista dei luoghi comuni potrebbe continuare per un bel po’.

Questa lista però va ora aggiornata. Alla luce di quanto successo in Italia negli ultimi mesi, infatti, credo sia giusto innalzare (anzi, abbassare) a luogo comune un’affermazione che abbiamo detto e sentito dire chissà quante volte, e che ha circolato a lungo e ovunque sotto le mentite spoglie di verità autoevidente.

Diamo quindi il benvenuto nella famiglia dei luoghi comuni a: “la sanità lombarda è la migliore d’Italia”.

60 milioni di tu

L’unica conferenza stampa di Conte che accetteremmo tutti senza critiche, suonerebbe più o meno così:

Proseguiamo in ordine alfabetico… Adesso c’è Micucci Cristiano. Allora, Cristiano, domani verso le 14.50 ti chiamiamo per chiedere se vuoi fare qualche test, il sierologico o il tampone, decidi tu, quello che ti fa stare più tranquillo. Risposta in giornata. A seconda dell’esito poi decidiamo insieme. Poi, per la mascherine nessun problema, domattina te le ritrovi nella cassetta della posta, intanto una decina di chirurgiche, quando le hai finite chiami il numero che fra poco ti mandiamo su WhatsApp e sei a posto. Se vuoi quelle in tessuto lavabili specifica il colore mi raccomando. Per la questione del ritornare a trovare i tuoi, che non vedi da mesi e sono in un’altra regione, dacci qualche giorno e ti facciamo avere una macchina sanificata col Telepass e il pieno. Se hai preferenze per il modello ce lo dici su WhatsApp a quel numero che ti dicevo. Tre giorni ti bastano? Che poi l’auto serve a… aspetta che controllo… Luigi Gualdrappi… Non fumarci dentro che a Luigi dà fastidio tantissimo l’odore di fumo… Ah, non cambiare le memorie dell’autoradio; questione tecnica che non ti sto a spiegare. Per quanto riguarda i sussidi in attesa che il lavoro riparta, fatti due conti e dicci quanto pensi ti possa servire… Per il lavoro in sé vediamo di organizzarci. Sei in un settore un po’ sfortunato, sai, le robe che implicano un pubblico sono parecchio incasinate… ma vedrai che qualcosa ti troviamo. Adesso come adesso potrei offrirti solo un posticino da social media manager… mi rendo conto che non è il massimo, però se intanto vuoi tenerti occupato… Chissà, può darsi pure che ti piaccia. Scherzo, naturalmente. Cos’altro? Ah, quella camicia a quadri con la macchia sul polsino, prova a metterla a bagno in acqua tiepida qualche ora con del detersivo per delicati. Sennò prova col limone sfregato direttamente sulla macchia. Mi pare tutto. Se hai qualche domanda o dubbio, scrivici in chat, come sopra. Non mandarci vocali per favore, che lo sappiamo che lo fai spesso ultimamente, però a noi serve il testo per farlo elaborare da… scusa, questioni tecniche, non ti sto ad annoiare oltre. Buona serata Cristiano, tieni duro.

E via così, per tutti i 60 milioni che siamo.

Il mondo senza di noi

A proposito dei cambiamenti avvenuti durante il lockdown e di natura che si riappropria dei suoi spazi, in un libro di Guido Morselli intitolato Dissipatio H.G. (è o non è un titolo bellissimo?) a un certo punto è scritto:

In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d’uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s’intende. L’istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell’aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante).

Poco più avanti poi:

La fine del mondo? Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort». Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

Perché è sempre utile ricordare che, se riportiamo tutto alle debite proporzioni, noi umani come specie contiamo non dico poco, ma il giusto.

Carta irriciclabile

Non compro spesso quotidiani in edicola, e ancora meno spesso in ferramenta, dove vi sconsiglio di recarvi se cercate appunto quotidiani ma anche magazine, riviste e giornali. Non ce li hanno proprio, inutile insistere. E anche quelle viti particolari che vi servono, quasi sempre “arrivano domani”. Oggi però, sull’onda della necessità e della voglia di uscire di casa per testimoniare su Facebook qualche assembramento o qualche condotta poco consona alla fase 2, sono andato in edicola.

Arrivato al classico chiosco, mi sono messo in coda rispettando sia la distanza sociale sia quella emotiva, e quindi non ho avviato relazioni sentimentali con nessuna delle tre persone che mi precedevano. Quand’è arrivato il mio turno, sempre tenendomi a debita distanza dall’edicolante, e quindi urlando, ho chiesto Tette sfrontate, Orgasmi compulsivi, Sorrisi e Cazzoni e Limes, solo per nasconderci dentro (questo invece chiesto a bassa voce) Libero, quotidiano vicino a Lord Voldemort.

Non avendo mai comprato Libero prima d’ora, solo oggi ho scoperto che:

  1. non si tratta della stampa della homepage del sito Libero.it;
  2. il sottotitolo di Libero non è “di pubblicare qualunque cazzata ci passi per la testa”;
  3. che non solo i titoli in prima pagina hanno toni violenti, ma proprio il quotidiano in sé ringhia, abbaia, sbava e va portato fuori almeno tre volte al giorno sennò vi piscia in casa.

Questa sua anima feroce ha causato anche momenti di tensione quando, tornando a casa, sono passato davanti a un ristorante africano e Libero ha cercato in tutti i modi di mandarne in frantumi la vetrina. Per fortuna che Limes sa il fatto suo.

Una volta a casa, ho provato a leggerne qualche pagina, ma mi sono dovuto arrendere perché non ho grande dimestichezza con la lingua di Mordor. L’intervista all’Occhio di Sauron però prometteva bene.

A quel punto, ritrovandomi con un quotidiano nuovo che non avrei mai letto, ho pensato di riciclare Libero per altri utilizzi, ma non è andata bene. Con la prima pagina del giornale ho fatto la classica barchetta di carta, solo che appena l’ho messa in acqua nella vasca ha attaccato, speronato e affondato due paperelle. Con un’altra pagina ho fatto il tipico cappello da muratore, ma invece di ritinteggiare la cucina ho costruito un muro anti-immigrati in salotto. Un’altra pagina l’ho usata con  l’alcol per pulire lo specchio del bagno, ma mi è rimasto un alone che recita “benvenuto nel sovranismo”.

Alla fine ho rinunciato e ho usato Libero come fondo per la gabbia dei miei pappagallini.

Ed è così che mi sono beccato una denuncia dalla LIPU.

 

Grazie, Lombardia

Da un paio di mesi ho trovato un modo fantastico per sviare qualunque tipo di discorso o di responsabilità: mi gioco la Lombardia.

Se per esempio in una conversazione mi trovo messo all’angolo da un’affermazione del tipo “c’è da portare giù l’umido” o “sei ingrassato, forse dovresti metterti a dieta”, corro subito ai ripari così: stringo gli occhi fino a ottenere uno sguardo pensieroso e preoccupato e dico “che casino in Lombardia”. Tanto basta per riportare nei loro comodi abissi quei pericolosissimi temi e portare il dialogo altrove.

Oppure, quando mi viene rivolta un’ingiusta accusa del tipo “hai finito tutto il banana bread!”, immediatamente metto su un’espressione sdegnata, prendo il telefono in mano  e dico “ecco, guarda qui, in Lombardia sono tutti in giro”, mostrando il video (con l’audio a zero) di un concerto qualunque tenutosi a Wembley negli anni ’90.

O ancora, se torno a casa e mi viene rivolta la domanda “hai preso le mascherine in farmacia?”, domanda che mi ricorda che no, non sono passato in farmacia a prendere le mascherine, però sono passato in edicola a comprare l’inserto speciale Gattini e micetti nell’orto, del mensile La rivista dei gattini e dei micetti in vari luoghi, ma questo non è il caso di dirlo in quel momento, prontamente replico che sì, sono passato in farmacia, ma niente da fare, le mascherine non si trovano, non arrivano, ne stavano aspettando due milioni, dovevano arrivare ieri, invece sai chi si è messa in mezzo e se le è accaparrate tutte? La Lombardia. Perché loro dicono che ne hanno più bisogno, perché devono andare a lavorare, e sui navigli ad assembrarsi come dice ogni giorno Repubblica, e sui monopattini elettrici bevendo cocktail tipici della Terra del fuoco serviti in una busta di mater-bi mentre fanno una call per il briefing sull’asporto iraniano migliore in zona Porta Genova che non è tanto il cibo che alla fine fa cacare ma vuoi mettere l’esperienza?
E il gioco è fatto.

E quindi grazie, Lombardia. Grazie per risolvermi queste situazioni.

Adesso, per un po’, ce la prendiamo con te.

Niente di personale.

 

 

 

I believe I can believe

La cura a base di plasma che nessuno vuole raccontarvi. Il ruolo del 5G nella diffusione della Covid. Il virus uscito dal laboratorio cinese dov’era stato fabbricato apposta per farlo uscire dal laboratorio. Il virus già in circolazione in autunno, anzi no nel 2018, anzi no a Giochi senza frontiere dell’89, anzi no ne parlava già Ippocrate, anzi no hanno trovato uno scheletro di virologo risalente al Cretaceo.

E così via, ad libitum.

A volte mi verrebbe da redarguire o spernacchiare (in molti lo fanno) coloro che pubblicano e diffondono storie del genere. Poi però mi torna alla mente l’articolo 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Insomma, in Italia c’è la libertà di culto, quindi siamo liberi di credere in qualsiasi narrazione indimostrabile, se ci fa sentire meglio. E di propagandarla, a meno che non lo si faccia nudi o indossando una t-shirt con la faccia di Renzi.

Certo, di tale libertà sarebbe meglio non approfittarne troppo. Ma questo nell’articolo 19 non è specificato.

 

 

 

 

Esco più tardi

Lunedì non sono uscito.

Lo so, si poteva, non più solo per le urgenze. Si poteva uscire a fare una passeggiata, una corsa (ma io non corro, io cammino. A me correre, se non c’è qualcuno o qualcosa che m’insegue, mi sembra di essere scemo). Però non sono uscito. È che uscire davvero, uscire nel senso di non andare dritto a fare la spesa e poi tornare dritto a casa, uscire così, subito, il primo giorno che si può uscire, boh.  È come quelli che vanno al cinema a vedere un film appena esce, il primo giorno che è nelle sale. È come quelli che partono per le vacanze il primo giorno di ferie. Si danno fastidio l’uno con l’altro, non si godono il piacere.

Non sono uscito nemmeno martedì, cioè ieri. C’era un gran bel sole, ma avevo delle cose da sbrigare, in casa, e mi sono detto Ma sì, uscirò domani, sono stato cinquanta e passa giorni in casa senza andare a fare passeggiate di piacere, posso anche starci un giorno di più, non succede niente. Esco domani.

Oggi c’è un tempo di merda. Ci sono dei nuvoloni scuri, ed è anche freschino. Uscire per poi prendere la pioggia, uscire per poi dover stare in felpa invece che a riscaldarsi al sole, chi me lo fa fare? Esco domani e via.

Domani, ho pensato, ho delle cose da fare. Non posso rimandarle. Non è detto che mi occupino tutta la giornata, però buona parte sì. E uscire prima di cominciarle, per poi stare fuori con l’ansia di dover tornare in fretta, non vale mica la pena. Uscire dopo, a cose finite, secondo me si fa tardi, e uscire che già il sole va giù non vale mica la pena. Esco venerdì, non muore nessuno.

Venerdì mi sa che però è meglio se vado a fare la spesa. E uscire per fare la spesa e riuscire pure per fare una passeggiata non so, mi pare troppo. Che poi fare la spesa mi sfianca, fra code, mascherine, guanti, stai attento a questo stai attento a quello cosa tocchi cosa non tocchi non grattarti l’occhio che prude che chissà perché prude solo quando sono tra le corsie del supermercato a casa mai una volta. No, venerdì esco solo per la spesa, che già di suo è un’impresa. Esco sabato.

Di sabato, si sa, escono tutti. Uscirà chi durante la settimana ha lavorato, chi non ha lavorato. Usciranno pure quelli che hanno aspettato qualche giorno prima di uscire. Sabato ci sarà gente ovunque, nei prati, nei vicoli, nelle piazza, al sole, all’ombra. Non va mica bene. Bisogna evitarle, queste situazioni. Forse è meglio se sabato me ne resto a casa. Anche per dovere civico, voglio dire. Per fare la mia parte nella soluzione di questo problema. Esco domenica e non se ne parla più.

La domenica però, quant’è bello starsene in casa? Ci si riposa, ci si rilassa, si sciolgono le tensioni della settimana, si sta senza pensieri sul divano, a far nulla, a oziare, a traccheggiare. Uscire è un atto contrario allo spirito della domenica. La domenica si sta in casa.

Uscirò lunedì.

O forse il giorno successivo, o quello dopo ancora. Adesso vediamo. Non facciamo programmi. Come si fa a fare programmi, di questi tempi? Vediamo come va. Esco più avanti. Che problema c’è? Che fretta c’è?

A proposito, quand’è che inizia la fase 3?

 

 

Coronaids

Se il Corona virus avesse un account Instagram, in questo momento avrebbe circa tre milioni e mezzo di follower. Una cifra niente male, certo. Ma non bisogna dimenticare che – giusto per fare un esempio – uno come Fedez ne ha quasi undici milioni, di follower, a dimostrazione del fatto che più danni fai all’umanità più le persone sono pronte a seguirti.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, sarebbe il momento di fare  – giusto per fare un esempio – come Fedez, e quindi fidanzarsi e poi eventualmente sposarsi e poi eventualmente produrre della prole con una partner (ipotizzo che il Corona virus sia maschio, ma sulla questione non c’è ancora grande chiarezza: vedi il lavoro di Chiang e Wazowski, What’s the frakkin’ gender of SARS-CoV-2?, arXiv.org) con non meno di dieci milioni di follower su Instagram. Se ci fosse ancora in giro la spagnola, sarebbe perfetta. Allo stato attuale la partner più adatta sarebbe il/la (vedi riga precedente) virus dell’HIV, ma vi sfido a convincere il Corona virus a mettersi con qualcuno che ha l’AIDS.

(poi dovremmo chiamarli Coronaids, immagino)

Se il Corona virus avesse un account Instagram, sarebbe il caso di rivedere la strategia social. Perché va bene che hai tre milioni e mezzo di follower, ma se 350mila di questi non ti cuoreranno mai più perché li hai ammazzati siamo in una situazione in cui il gatto si morde la coda e quindi si denuncia per danni e assume lo stesso avvocato e quindi a conti fatti i danni sono a saldo zero ma l’avvocato lo paghi due volte e allora è solo una perdita di tempo ed energie, sempre che non si vada in prescrizione poi.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, ci sarebbero comunque ottime prospettive di crescita, per quanto riguarda il numero di follower.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, posterebbe foto da tutto il mondo, contemporaneamente, spiazzando il suo pubblico.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, a me non lo aprirebbe perché ho l’antivirus.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, più che altro sarebbe lui a seguire noi. Tutti. Ovunque. Finché non lo conoscessimo di persona. Perché lui (vedi sopra) è fatto così, un po’ all’antica. Preferisce il contatto fisico.

Almeno finché non apre un account il vaccino.

La soluzione definitiva a questo problema della Covid

Quello della Covid è un problema complicatissimo da risolvere, superato per difficoltà solo dal problema dell’allacciarsi un paio di mocassini. O da quello di indossarli, dei mocassini, senza provare raccapriccio.

Nonostante ciò, nonostante sia ormai chiaro a tutti che il livello di complessità della questione richieda soluzioni che siano multiple e altrettanto complesse, mirate e specifiche per ogni ambito particolare, step by step, aggiornabili, sostenibili nonché socialmente, economicamente, moralmente e politicamente accettabili, viviamo ormai nell’epoca della faciloneria, perciò chiediamo a gran voce una soluzione che sia una, e che sia una soluzione definitiva, o come direbbero certi anzianissimi tedeschi, una soluzione finale.

Proprio ispirato da quest’ultima espressione, vorrei far notare a tutti come in realtà un’unica soluzione totale al problema della Covid non solo esista, ma sia anche a portata di mano e oltretutto ampiamente sostenibile.

Il ragionamento retrostante è semplice. Ai fini della sua diffusione il Corona virus, solo soletto, è utile come un pene di 30 cm in una commedia romantica. Perché invada il mondo ha bisogno di ospiti che lo facciano moltiplicare e che lo trasportino in giro, un po’ dove capita, ma soprattutto nelle RSA lombarde.

Questo ci porta alla fase 2 del nostro ragionamento, molto più chiara della fase 2 annunciata dal nostro governo: senza ospiti, il virus è sconfitto. Spariti gli umani, il virus resta solo in un paio di pipistrelli e sulla maniglia d’ingresso della vostra farmacia, ma giusto per mezz’ora.

Di conseguenza, la soluzione più immediata per la scomparsa della Covid19 e del Corona virus è la morte volontaria di ogni essere umano, volgarmente detta suicidio (ok, ci vorrà anche qualche omicidio di massa per ovviare al problema degli individui non in grado di intendere o di volere o di applicare materialmente il suicidio, ma ci si è sempre organizzati bene in passato, per queste cose, non vedo perché non si possa fare anche questa volta).

Ed ecco come un problema molto complesso può essere risolto con estrema facilità, morendo tutti. E se la vostra obiezione è: “ma morire tutti non risolve solo il problema della Covid. Risolve tutti i problemi dell’umanità”, posso solo dire: rileggetevi.

Un occhio della testa

I grafici, si sa, attirano le persone con la stessa efficacia con cui le calamite attirano i collezionisti di calamite. È proprio dell’animo umano trovare repellenti delle tabelle piene di numeri e adorare i disegnini che le rappresentano, e il motivo è molto semplice: con le prime non ci capiamo un cazzo, con i secondi ci convinciamo immediatamente di aver capito tutto.

E infatti in questi ultimi due mesi è circolata un’enorme quantità di grafici relativi all’evoluzione della pandemia in corso. E infatti adesso ci sono in giro più esperti di virologia che esperti di calcio, anche perché il calcio è fermo e da qualche parte le energie intellettuali bisogna pur sfogarle.

In questa massa incommensurabile di linee, colonne e fette di torta però, è mancato un grafico che ritengo essenziale all’interpretazione della realtà attuale, ovvero quello che mostra, accanto all’andamento dei contagiati, l’andamento dei prezzi delle webcam. Lungi da me dedurre che la diffusione del virus è causata dall’aumento dei prezzi delle webcam (correlation is not causation, direbbe un inglese esperto di calcio), sarebbe interessante capire quanto la curva del costo delle webcam sia simile a quella dei contagiati da Covid19, ma soprattutto, sarebbe interessante capire perché il picco dei contagi è passato mentre il picco dei prezzi delle webcam ancora non è stato raggiunto, e cercare inoltre di prevedere quando questo succederà. Così, almeno, potrò capire quand’è il caso di acquistare una webcam senza dover ricorrere all’accensione di un mutuo.

Per fortuna che intanto il petrolio costa -37 dollari al barile, e sto diventando ricco comprandone spropositate quantità.

Silence is sexy

 

(John Baldessari, Beethoven’s Trumpet (with Ear) Opus #127)

Una pandemia globale non ha, a quanto pare, numerosi vantaggi. Non che prima di sperimentarla pensassimo che potesse essere Mirabilandia, anzi. Semplicemente nessuno (esclusi David Quammen, autore di Spillover, Scott Z. Burns, sceneggiatore di Contagion, alcuni virologi sparsi per il mondo e un paio di pipistrelli cinesi) immaginava una situazione del genere, quindi nemmeno i conseguenti svantaggi e vantaggi.

Qualche vantaggio però c’è. In città, per esempio, c’è un gran silenzio. Soprattutto se abitate, come me, vicino a una strada solitamente abbastanza trafficata. Ancor di più se abitate, come me, perfettamente in linea con la pista di atterraggio di un aeroporto che dista circa quattro chilometri. Niente auto + pochi bus + niente aerei = silenzio. Chi l’avrebbe immaginato?

Grazie a questo silenzio, che nel fine settimana raggiunge picchi da paesino di provincia, sono riemersi suoni che altrimenti resterebbero inascoltati.

Il cinguettio brillante degli uccelli.

Il cigolio della grondaia di fronte, che mezza sganciatasi dal sostegno oscilla anche per una brezza delicata.

L'”HAI ROTTO IL CAZZO!” di qualcuno giù in strada, che ce l’ha chissà con chi.

 

Quarantadue

Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus SARS-CoV-2, che tutti chiamano simpaticamente Corona virus (specifico il tutto giusto per coloro che si fossero svegliati dal coma poche ore fa, in una terapia intensiva insolitamente affollata).

Visto che questo blog da un po’ di tempo a questa parte scarseggia di nuovi contenuti, mi sono detto (perché tanto ormai tutti parliamo da soli, giusto?) Perché non rianimarlo – toh, guarda, del gergo medico sanitario! – proprio nel giorno di confinamento 42, numero topico (nel senso del topos ma anche dei topi, lo sa bene chi l’ha letto) di quel libro di Douglas Adams che porta quel magnifico titolo che è Guida galattica per gli autostoppisti? E dopo essermi posto una domanda così ricca di incisi e di parentesi, mi sono risposto con un’altra domanda, sebbene retorica, ovvero: Perché no?

Dopo averlo riportato in vita, l’obiettivo sarebbe anche quello di offrire a questo blog un’esistenza dignitosa. Quindi la prima cosa da fare è tenerlo lontano da certe RSA divenute piuttosto famose. La seconda è pubblicarci con una certa frequenza contenuti di varia natura e argomento, non necessariamente sanitario-escatologici.

Il contenuto di oggi, visto che si parlava di Douglas Adams, è il seguente. Tra le tante belle idee scaturite dalla mente di Douglas Adams c’è anche l’azzeccatissimo titolo di un disco dei Pink Floyd del 1994, The Division Bell. Lo scrittore “donò” il titolo a David Gilmour, di cui era amico, durante una serata di beneficenza, in cambio di una donazione di 5 mila sterline a un’associazione benefica che si occupava di ambiente. Da grande fan sia dei Pink Floyd sia di Douglas Adams, quando qualche anno fa ho scoperto questa cosa ho pensato che l’universo è fatto anche un po’ come un puzzle, e ogni tanto capita persino che due tessere s’incastrino a dovere.

Un Witz, come da tradizione

Come da tradizione, anche se con un imperdonabile giorno di ritardo, in occasione del giorno della Memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Questa in particolare è tratta da un libro di Moni Ovadia che s’intitola L’ebreo che ride. Se volete saperne di più sulla grande tradizione dell’umorismo ebraico e volete anche farvi delle piacevoli risate, ve ne consiglio la lettura.

Yankele e Moishele litigano furiosamente e ad un certo punto Yankele al colmo dell’ira sfida Moishele a duello. Dato che tutti e due hanno servito lo Zar nell’esercito e conoscono l’uso delle armi, decidono di fare il duello alla pistola. Stabiliscono di incontrarsi il giorno successivo alle sei in punto di mattina, nel campetto di fianco al mulino.
Il giorno dopo, alle sei precise, Yankele è lí nel campetto di fianco al mulino, evidentemente con i suoi padrini. Passa mezz’ora, tre quarti d’ora, di Moishele nessuna traccia. Dopo un’ora si vede spuntare correndo da dietro il mulino un vecchio ebreo ortodosso con le falde del pastrano e i cernecchi svolazzanti. Il khassida tiene in mano e agita un foglio di carta. Quando raggiunge Yankele gli domanda: «Lei è il signor Yankele? Sí? Questo è un lettera per lei di parte del signor Moishele».
Yankele lacera la busta, estrae la missiva e legge: Yankele, sono il Moishele. Senti, se lo dovessi ritardare, non stare lì ad aspettarmi. Comincia pure solo… Spara!»