Quattordici giugno

 

Quando è iniziata la campagna vaccinale, a gennaio, ho pensato “mi vaccino a luglio”. L’ho pensato così, senza alcun motivo razionale, buttando lì una previsione senza uno straccio di dato. Ero proprio convinto. E non ho mai cambiato idea. Non solo lo pensavo, ma lo dicevo anche: “mi vaccino a luglio”. Indietro mi tornavano quei sorrisi compassionevoli fatti con la testa leggermente piegata che di solito si elargiscono alle persone che sono vittime di un qualche danno cerebrale. Ma io, dritto per la mia strada.

Le settimane passavano, la campagna vaccinale zoppicava, si vaccinavano i sanitari, a un ritmo discutibile, ma io niente da fare, non cedevo. Mi vaccino a luglio. Tutti calcolavano quanto ci sarebbe voluto. C’era pure un contatore, mi pare su Repubblica, a deprimere tutti. “A questo ritmo verrai vaccinato nel 3007”. A questo ritmo, certo, pensavo io, ma il ritmo aumenterà. “A luglio mi vaccino”.

Andrà a finire nel 2022. È già tanto se finiamo entro l’anno. Dicono che finiranno in autunno, ma figurati. Scomparirà prima il virus. Ma dove vogliamo andare con ventimila dosi al giorno? Ma dove vogliamo andare con cinquantamila dosi al giorno? Ma dove vogliamo andare con centomila dosi al giorno? Vedevo questi cori e pensavo, “mi vaccino a luglio”.

Ieri mi è arrivato un sms che dice che mi faranno la prima dose il quattordici giugno. Mi vaccino a giugno. La seconda dose dipende poi da quale vaccino mi faranno, potrebbe essere anche a luglio, però quando dicevo “mi vaccino a luglio” pensavo alla prima dose, quindi niente da fare, ho sbagliato la previsione. Mesi passati a pensare e dire “mi vaccino a luglio”, e poi mi vaccino a giugno.

Sarei davvero molto infastidito, se non fossi contento come una pasqua.

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Di Mix

Grouchomarxista praticante.

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