Passeggeri

Ieri pensavo che siamo scemi. Noi umani, nel senso. Lo ammetto, mi capita di pensarlo spesso e per tanti motivi diversi. Ieri però non c’erano di mezzo grandi questioni come guerre, povertà, fame, violenze, ideologie, baracca e burattini. C’erano di mezzo le automobili.

Ieri ero in auto, e a un certo punto ho pensato che sì, siamo per forza scemi. Guardavo le auto che incrociavo, tutti veicoli con una capienza di 5 persone, al limite 4, e notavo che dentro c’era solo la persona alla guida. Un passeggero al massimo.

In Italia ci sono circa 37 milioni di auto.

Facciamo finta che possano caricare al massimo 4 persone ciascuna.

Abbiamo posto per 148 milioni di persone.

Siamo in 60 milioni.

Sono sicuro che ci saranno questioni molto complicate dietro la mancata diffusione di auto con dimensioni un po’ più ragionevoli, un po’ più vicine al reale uso che ne facciamo. Questioni industriali, sociali, di mercato.

Non chiedo mica di punto in bianco di rivoluzionare il mondo dei trasporti privati, il mondo dell’automobile.

Ma almeno troviamo ‘ste 88 milioni di persone da scarrozzare, che cazzo.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

L’analfabeta funzionante

Insomma sono quasi tre mesi che ho una trasmissione radiofonica che s’intitola L’analfabeta funzionante. Spacciato come programma di cultura (ma con la R maiuscola), è più che altro l’occasione per dire un po’ di scemenze attraverso un mezzo diverso dal solito web. In realtà, visto che Radio Sverso, la radio che ospita L’analfabeta funzionante, è una web radio, l’ultima affermazione non è esattamente vera, ma non mettiamoci a sottilizzare.

Ho sempre un po’ avuto il pallino del mezzo radiofonico, ma non mi ero mai mosso in tal senso. Poi, qualche mese fa (come avevo già raccontato), mi è capitata l’occasione, e mi ci sono buttato.

Mi ci sono buttato anche se non si trattava solo di fare l’autore. Si trattava di fare più o meno tutto, visto che la radio era da costruire e poi lanciare. Quindi c’era da inventarsi un programma intero, scriverlo, condurlo e in buona parte farsi anche da regista durante le dirette (sì, si va in diretta, come quelli veri).

Il cosa, cioè l’idea di un programma umoristico di cultura, non è stato difficile. Il come, però, è stato – ed è tuttora – un altro paio di maniche.

Non avendo mai approcciato i microfoni, e non avendo tutta questa gran spigliatezza o capacità di andare a braccio, ho iniziato più o meno facendo il contrario di quello che immagino si faccia in radio: scrivere un copione da seguire dalla prima all’ultima lettera. In sostanza, per diverse puntate, ho letto. E si sente (non che legga malissimo eh, però ecco). Tanto testo, troppo pensato per essere letto invece che ascoltato.

Da quella forma iniziale, che prevedeva oltretutto un dispendio di tempo ed energie notevole (parliamo di 10-12 pagine per un’ora di programma a settimana, musica compresa), la scrittura de L’analfabeta funzionante si è evoluta e sta evolvendo. Meno densità di battute o gag, umorismo più adatto all’ascolto, meno copione, meno rigidità. Una costruzione a blocchi, con qualche rubrica ricorrente (la lettura integrale della Divina commedia; quasi fissa anche quella delle lettere – dovrei dire lettera in realtà – alla redazione). Dentro c’è finito un po’ di tutto: da animali inventati piuttosto idioti, a recensione fasulle, a ricette che vi sconsiglio vivamente, biografie, approfondimenti scientifici ecc. E ovviamente non posso non citare il fantasma del signor Guglielmo Marconi, che mi fa da silenziosa spalla durante il programma, visto che sono così furbo da avere un one-man show (tentare la comicità senza una spalla vera, chissà dove ho la testa). Insomma, per ora, e credo per parecchio ancora, sarà tutto un grande sperimentare in cerca di una formula che funzioni e che richieda uno sforzo di scrittura umano.

Poi ci sarebbe da parlare delle mie capacità di speaker, ma stendiamo un velo pietoso. Lì il cammino sarà ancora più lungo (d’altronde ho l’animo dell’autore, mica dell’interprete).

Mi diverto a farlo (il che non significa che non sia fonte di molte parolacce quando i testi non funzionano, o non vengono le idee), ed è una continua sfida, e queste sono le cose che contano. Perciò si va avanti. Almeno finché non mi cacciano o non mi chiamano alla RAI (per svuotare i cestini probabilmente).

Se siete curiosi, i risultati ottenuti nel tempo li trovate in forma di podcast. Se invece volete sapere a che punto sono ora, c’è la diretta, il martedì alle 22, su Radio Sverso.

E non fermatevi alla terza media.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

Fondamenti di sinistra quantistica

Figura d’interferenza sinistro-quantistica (realizzata da Milena)

La meraviglia che ognuno di noi prova nel contemplare la superba perfezione dell’Universo è pari solo allo stupore che ci assale di fronte ai suoi misteri o a una dichiarazione di Borghezio.

A differenza di Borghezio però questi misteri sono sondabili, risolvibili. Le capacità intellettuali che la natura stessa ci ha messo a disposizione ci consentono di completare un po’ a fatica i sudoku in spiaggia ma anche di studiare i fenomeni naturali e di comprendere le leggi che li regolano.


Dio non gioca a dadi con l’Universo. Preferiscono la briscola.
Albert Einstein


In questa incredibile avventura della conoscenza hanno avuto e hanno tuttora un ruolo da protagoniste le scienze politiche, con il loro ambito di studio più paradossale: la sinistra quantistica. Settore che ha dimostrato in modo definitivo che aprire un negozio di toelettatura anguille tutto sommato non è poi così assurdo, se confrontato con la realtà politica.

La recente scoperta di un’ulteriore scissione nella sinistra, cioè quella che ha caratterizzato SEL (Sinistra Elettroni e Libertà) e LED (L’Ennesima Divisione), ci offre l’opportunità di trattare alcuni dei fondamenti teorici che spiegano il comportamento della sinistra. Parliamo, ovviamente, della LQM (Left Quantum Mechanics).

Einstein nella sua famosa imitazione di Ignazio Marino

Le origini di questa teoria risalgono ai primi del Novecento, quando Marx Planck (pensate stia scherzando?, N.d.A.), fisico tedesco, si trovò a dover affrontare il problema della radiazione del corpo rosso, inteso come insieme degli elettori di sinistra. L’applicazione delle ben note equazioni di Marxwell (adesso sì, N.d.A.) a questo problema portava infatti a un risultato assurdo: una qualsiasi formazione ideale di sinistra avrebbe emesso un continuo di elettori di potenza infinita (catastrofe dell’ultrarosso). Situazione che era in contrasto con ogni evidenza elettorale.

Planck, pur titubante, avanzò l’ardita ipotesi dei quanti, in base alla quale l’energia della sinistra e la sua evoluzione ideologica non fossero descrivibili secondo le leggi della politica classica, e che le emissioni e le oscillazioni sinistrorse avvenissero solo per quantità discrete. Il postulato di Planck si dimostrò valido. Una nuova scienza politica era nata: la LQM, la meccanica sinistro-quantistica.

Scoperti i limiti della sinistra classica, adatta a descrivere il mondo macroscopico delle grandi masse operaie e delle basse energie riformiste, la LQM iniziò a mostrare cosa avveniva a scale politiche più fondamentali, permettendo di gettare uno sguardo sulla micro e micromega-politica.


Nulla è di sinistra finché non è misurato.
Niels Bohr


Nel 1913 il fisico Niels Bohr, famoso anche per aver inventato le danesi alla crema, sfruttò i risultati di Planck sulla quantizzazione dell’energia di sinistra per applicarli a scala atomica, ottenendo così quello che oggi è conosciuto come modello partitico di Bohr. Tale modello prevedeva un partito formato da un nucleo centrale (dirigenza) composto da dirigenti muniti di carica e dirigenti privi di carica (della famiglia dei baroni, si scoprì più tardi), attorno a cui orbitano un certo numero di elettori (base) che possono allontanarsi dal partito o avvicinarsi a esso solo seguendo percorsi ben definiti e discreti (salto quantoideologico).

Riunione del direttivo comunista della sezione di Sassuolo, 1927

Il precedente modello partitico, elaborato da Rutherford qualche anno prima, soffriva di un grave problema di stabilità politica: gli elettori del partito, infatti, entro una quantità finita di tornate elettorali, finivano per cadere all’interno del nucleo dirigenziale, generando il paradosso di una formazione politica con una dirigenza infinita ma priva di elettori. Inserendo la quantizzazione, Bohr risolse il problema, e le evidenze sperimentali gli diedero ragione. Inizialmente proposto per l’atomo politico più semplice (la sezione di quartiere), il modello trovò applicazione anche per strutture più complesse (provincia, regione, governo centrale, federazione dei pianeti, internet).


Penso di poter affermare che nessuno capisce le affermazioni di Vendola.
Richard Feynman


Qualche anno più tardi Louis de Broglie (scopritore altresì dei brogli elettorali, da cui prendono il nome) scoprì che l’elettorato di sinistra può essere descritto in modo assolutamente equivalente sia come corpuscolo popolare che come onda comunista (principio di plementarieà comunista, o com-plementarietà). Nel volgere di poco Werner Heisenberg e Erwin Schrödinger formalizzarono questa intuizione dando avvio a un nuovo e fecondo campo di studi, quello dei sondaggi elettorali e degli exit poll.

Questa natura ambivalente dell’elettorato di sinistra emerge in modo piuttosto eclatante da una serie di esperimenti (iniziati da Young, detto Il giovane, all’inizio dell’800) chiamati “della doppia fenditura”, o anche del “e mo chi voto?”. In pratica si prende una sorgente di elettori di sinistra e la si dirige verso un muro (famoso, per le dimensioni, quello utilizzato a Berlino fino al 1989, poi abbattuto per mancanza di fondi alla ricerca) dotato di due fenditure, una a sinistra e una più a sinistra, dietro cui è posta una parete in grado di rilevare l’urto degli elettori. Su questa parete durante l’esperimento viene a formarsi la classica figura di comunismo (falce e martello, vedi figura in alto), tipica dei fenomeni ondulatori.


La sinistra non è una rappresentazione della realtà, ma del nostro modo di pensare a Berlinguer.
Werner Heisenberg


Cio che è paradossale è che se si sparano i singoli elettori – corpuscoli di sinistra dotati di tessera elettorale – uno alla volta, sulla parete di fondo viene a formarsi comunque la figura di comunismo, come se il singolo elettore interferisse con se stesso (quantoschizofrenia) e passasse contemporaneamente da entrambe le fenditure (quantoballottaggio). Ancora più assurdo è che se si fa un sondaggio elettorale presso una delle due fenditure, per capire dove passa l’elettore, la figura di comunismo scompare, e sulla parete di fondo si forma il simbolo del PD.

Secondo Richard Feynman (fisico che ha ispirato a Elio e le storie tese la nota strofa di Parco Sempione: “piantala con ‘sti bonghi” ) il paradosso del collasso della funzione d’onda comunista a elettorato corpuscolare del PD è conseguenza del principio d’indeterminazione di Heisenberg.


Questa sinistra quantistica è una bomba!
Robert Oppenheimer


Tale principio, che Heisenberg partorì mentre cercava di calcolare la quantità di Brezel sufficiente per non sbronzarsi completamente con 8 boccali di birra, afferma che è impossibile misurare contemporaneamente e con precisione arbitraria la posizione politica di un elettore di sinitra e la velocità con cui questi si sta spostando verso un altro partito di sinistra.

Se si tenta una misura simile, per esempio con un’intervista telefonica, si avrà questa situazione: più si cerca una risposta precisa dell’elettore, più l’elettore sarà soggetto a un ripensamento. In numerosi esperimenti effettuati è stato confermato che chiedere lista, partito e nome del candidato preferiti ha come conseguenza l’annichilazione dell’elettore stesso, fenomeno che è conosciuto come PCI (People Collapse Interaction).


I gatti sono rivoluzionari reazionari.
Erwin Schrödinger


Per mostrare quanto la LQM sia controintuitiva e lontana dalle leggi della sinistra classica, sarà il caso di accennare a un famoso esperimento mentale ideato nel 1935, quello dell’elettore di Schrödinger. Lo facciamo con le parole dello scienziato stesso:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un elettore di sinistra in una cabina elettorale, insieme alla seguente macchina infernale: una matita copiativa e una scheda elettorale su cui sono stampati due simboli partitici, quello del PCI e quello del PD. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che l’elettore è di sinistra se nel frattempo ha messo una croce sul simbolo del PCI, mentre non lo è se ha messo la croce sul simbolo del PD. La funzione (PSI) dell’intero sistema porta ad affermare che in essa l’elettore di sinistra e non di sinistra non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso.

In poche parole, fino all’atto della misura, ovvero lo spoglio elettorale, l’elettore è contemporaneamente di sinistra e non di sinistra, cioè in una sovrapposizione di stati (come anche Palestina e Israele, per esempio). Nel momento in cui la scheda viene aperta e osservata dallo scrutatore la funzione d’onda comunista collassa in uno dei sue stati possibili e la sovrapposizione sparisce: l’elettore ha votato o PCI o PD, quindi è di sinistra o non è di sinistra. Per quanto sorprendente, i fondamenti della sinistra quantistica conducono a tali risultati.

Elettore di Schrödinger

È il caso di far notare, per non incorrere in fraintendimenti, che il cosiddetto “centrosinistra”, che spesso i non addetti ai lavori scambiano per una sovrapposizione degli stati “centro” e “sinistra” nell’ambito della LQM, è in realtà un concetto proprio di una teoria chiamata Gravità Quantistica a DC (Divine Center Quantum Gravity), nata allo scopo di superare l’incompatibilità tra la LQM e la RG (Right Gravity). La DCQG si configura infatti come una teoria di unificazione, in grado di spiegare ogni interazione politica esistente in natura. Essa parte dall’assunto che le varie forze politiche conosciute siano nient’altro che espressioni a bassa energia di una, sola, cattolica, apostolica, forza partitica che ad altissime energie elettorali le riunisce tutte.

La Gravità Quantistica a DC, allo stato attuale, non ha ottenuto alcuna conferma sperimentale.

 


Questo scritto è stato pubblicato in origine su Diecimila.me. Era il 17 luglio 2014. A parte qualche dettaglio (cambiano le sigle, restano le scissioni), il resto dell’apparato teorico sembra essere ancora valido. Probabilmente resterà tale fino alla prossima rivoluzione. Scientifica.

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

Il naso della Sfinge

Quello che succede oggi è il risultato della somma di alcuni atti coraggiosi (o di una totale mancanza di senno).

Il primo è quello dello scrittore, Roberto Radimir. Scrivere, se non lo si fa solo per il cassetto della propria scrivania, è sempre un atto di coraggio. Se si è al primo romanzo, lo è ancora di più. Se il primo romanzo racconta di se stessi e della propria famiglia, figuriamoci.

Il secondo è quello dell’editore, Blonk. A parte che per un piccolo editore ogni libro pubblicato è un rischio, e non da poco, decidere di affidare una nuova collana a uno che di collane non ne sa niente è un bell’atto di coraggio.

Il terzo è quello del sottoscritto, più esattamente di colui che di collane non ne sa niente. O almeno non ne sapeva, e proprio per questo c’è voluto del coraggio ad accettare. Non che sia diventato un esperto, ovviamente, ma visto quello che succede oggi direi che l’essenziale lo maneggio.

Quello che succede oggi, ovvero la pubblicazione de Il naso della Sfinge, di Roberto Radimir, che inaugura una nuova collana Blonk intitolata Stravaganze, curata dal sottoscritto, è sul serio il risultato di una serie di atti di coraggio.

Forse anche di una totale mancanza di senno.

Poi però, s’inizia a sfogliarlo, Il naso della Sfinge. A leggere le prime righe, i primi paragrafi, che diventano in fretta pagine. Ci si immerge in un calore che non si sa bene se sia quello del clima egiziano o quello famigliare, dei propri cari, ma è un calore accogliente, invitante.

S’iniziano a intravedere vicoli polverosi, banchi di ambulanti circondati dalle mosche, ragazzini che corrono e s’infilano in ogni stretto pertugio tra la folla, scomparendo dietro gli angoli, soldati inglesi armati e annoiati, europei spaesati in mezzo a una massa umana vociante formata da talmente tante etnie, culture e fedi da apparire coerente nell’insieme.

L’odore inebriante delle spezie, ma anche quello nauseabondo della Molokhia che qualcuno sta preparando, chissà dove. Coppie che litigano, perché “vuoi mettere i greci rispetto agli armeni?” Qualcuno che nella hall di un albergo grida: “Zabakéria!”. Chissà cosa vuol dire. Cani dal pelo scuro che si aggirano come padroni delle vie. Orde di nazionalisti che vanno mettendo segni su certe case. Solo su alcune. Tram che frenano all’improvviso, senza motivo, coi passeggeri che scoppiano a ridere. Deserto. Oasi. Il futuro nei fondi del caffè. Minareti altissimi. Fotografi amanti dei giochi di parole, tristemente inascoltati. Passaporti. Partenze. E poi ritorni, alla ricerca delle proprie origini. Memorie frammentarie che si vanno incastrando. Nomi, foto, racconti, leggende, invenzioni e bugie.

E sì, forse un po’ di senno è mancato. E di coraggio ce n’è voluto.

Ma ne è valsa la pena dalla prima all’ultima parola.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

Stravaganze

Sono successe delle cose, ultimamente.

Una delle cose che mi sono successe – anche se ufficialmente accadrà fra alcuni giorni – è che sono diventato un direttore di collana. Tolte le battute riguardanti gioielli e bigiotteria, resta questa definizione un po’ altisonante, che nella pratica vera e propria vuol dire semplicemente curatore di una serie di libri (molto meglio averne cura che dirigerli, i libri), ma di solito si dice così: direttore. E chi sono io per esimermi dal pavoneggiarmi un po’?

Com’è successo che sono diventato un direttore di collana? Ecco com’è andata. Un giorno mi telefona il buon Lele Rozza, direttore – nel suo caso è più azzeccato, il termine – editoriale di Blonk, casa editrice che ha pubblicato il mio romanzo (racconto lungo!) Eccì. Mi telefona e mi dice, più o meno: «Stavamo pensando di lanciare una nuova collana», e io: «Che bravi, fate bene», e lui: «Non hai capito. Dovresti farla tu, la collana», e io: «Ah. Ma non so mica come si fa». Io, mi rendo conto, devo essere abbastanza in controtendenza rispetto a quest’epoca in cui tutti dicono di saper fare tutto e fanno di tutto. Lì per lì dico: «Proviamo».

La prima idea naturalmente è stata quella di mettere in piedi una collana umoristica. Di letteratura umoristica, nel senso. Ovvero una delle mie passioni, nonché una cosa che nel panorama editoriale nostrano manca abbastanza.
Poi mi ricordo di quella volta che in una libreria di Roma ho chiesto dove fosse la sezione umorismo, e stava di sotto, in fondo a destra, nell’angolo, sul retro della colonna, davanti alla porta del gabinetto. E c’erano libri di barzellette, libri di “fenomeni del web”, e un paio di libri di Campanile che mi guardavano supplichevoli e sembravano dire “portaci via!”. Credo di averli portati via.
È un po’ così, da noi. O è narrativa, o è umorismo. Quantomeno a livello commerciale e di scaffali.

Niente collana umoristica allora. Però l’umorismo ce lo volevo, dentro. In una delle sue tante forme possibili: dalla sottile ironia alle demenzialità, dal tragicomico al brillante. Un po’ di satira, anche, se possibile. Dal riso silenzioso al sorriso al ghigno fino alla sganasciata. E chiedo scusa ai puristi, se mischio tutto nello stesso calderone.

E allora storie, di qualsiasi tipo o genere, finzioni o quasi-finzioni o poco-finzioni, ma raccontate in un certo modo peculiare. Un’esplorazione senza né mappa né navigatore, percorsi non chiari, a prima vista incoerenti, una miscellanea che disorienta, in cui ci si perde, mancando i riferimenti. Un cammino con solo questa – a volte quasi invisibile ma sempre presente – traccia di fondo da seguire, umoristica. Così è nata Stravaganze, una collana, lo dice la parola stessa, che vaga lungo percorsi non battuti, lontana dalle principali vie di comunicazione, e che facilmente conterrà stranezze e bizzarrie. Lassù in cima potete vederne il logo, a sé (credo renda bene l’idea che c’è dietro la collana). Qui, invece, inserito nel suo marchio.

Fra alcuni giorni Stravaganze vedrà la luce, col suo primo volume. S’intitola Il naso della Sfinge, e l’autore è Roberto Radimir (qualcuno qui sul web potrebbe riconoscerlo più facilmente dal suo nick, CoqBaroque). Per ora non vi dico altro, a parte che c’è un’apposita pagina Facebook che fareste bene a seguire per avere presto novità in merito. Intanto vi metto qui la quarta, come diciamo noi direttori di collana:

È notte quando la motonave Esperia, scivolando tra le onde scure del Mediterraneo, si lascia alle spalle le acque territoriali egiziane e al contempo la dittatura di Nasser. L’annuncio del capitano è salutato da un boato di gioia dei passeggeri: una gioia che ha il gusto dello scampato pericolo, anche se il futuro è incerto. Proprio da quest’epilogo prende avvio una narrazione che, un tassello dopo l’altro, ripercorre le vicende di una famiglia d’italiani d’Egitto, e insieme a quelle forma l’esotico e vivace mosaico della società cosmopolita in cui era immersa. Un percorso biografico tracciato con sottile ironia, in cui memoria, invenzione e ricerca storica diventano indistinguibili, ma che attraverso ritratti umani, aneddoti, ricette e canzoni ci racconta un mondo affascinante e caleidoscopico in cui religioni, lingue, usi e costumi molto diversi convivevano in perfetta armonia. Un mondo ormai scomparso, che si rianima però nella memoria e nella ricerca delle proprie origini.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

Di nuovo un witz

Come ogni anno, in questo giorno dedicato alla memoria metto qui un witz, ovvero un motto di spirito, esempio del sempre folgorante umorismo ebraico. Questa, in particolare, è tratta dal libro L’ebreo che ride, di Moni Ovadia:

Tre madri ebree si raccontano di quanto siano amorevoli i rispettivi figli.
La prima dice: «Il mio Joe me lo vuole un bene, ma un bene… che me l’ha comprato qvi a New York un appartamentino proprio che gvarda il Central Park e me l’ha preso un cameriera che io non lo devo fare niente, solo il dolce vita».
La seconda con aria di superiorità dice: «E cosa ce l’è di speciale in qvesto? Il mio Bill me l’ha comprato un villa al Miami Beach con cameriera, gvardarobiera e cuoco! Tutte il settimane viene a trovarmi e anche se qvella pitocca del suo moglie non vuole, lui se ne frega tanto vuole bene al suo mamma!»
La terza guarda le due amiche con commiserazione, poi fa: «Voi qvesto chiamate amore del figli? Cosa lo dovrei io dire del mio Sheldon? Il mio Sheldon! Il mio Sheldon lo paga un doctore psicoanalista qvattro volte il settimana, ogni volta paga lui 100 dollari! E per cosa fa tutto qvesto? Per cosa? Solo per parlare del sua mamma!!!»

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

Radio days

Cos’era? Ferragosto se non sbaglio. Ero a una grigliata con un po’ di amici. Una di quelle giornate in cui s’inizia a cuocere alle dieci della mattina e si finisce verso mezzanotte, giusto un attimo prima che si calino dagli elicotteri le squadre speciali inviate dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Fra una braciola e un bicchiere di rosso, un amico mi dice che c’è una mezza intenzione di tirar su una webradio. All’interno di una birreria. Cerco di pensare a una definizione migliore di paradiso ma lì per lì non la trovo, così il mio amico aggiunge che ha già fatto il mio nome, e se mi va di pensare a qualcosa, un’idea per un programma. Poi mi fa sapere quando c’è la riunione.

Beh, oggi quella cosa mezza accennata durante una grigliata è diventata una realtà, e si chiama Radio Sverso. Trasmette davvero da dentro una birreria (ops!, birroteca), che guarda caso si chiama Lo sverso, e contiene davvero, oltre a un sacco di bella musica, dei programmi in diretta.

E tra questi c’è pure L’analfabeta funzionante, un programma di cultura con la R maiuscola, ovvero il frutto di quell’idea che mi è stata chiesta a Ferragosto e chi mi porterà ai microfoni di Radio Sverso ogni martedì alle 22, a partire da domani 20 dicembre. Una grande avventura di scrittura e conduzione (e regia, a dirla tutta).

Se penso a tutto il mio scetticismo iniziale (giro sempre con diversi container di scetticismo, si sappia) e all’entusiasmo che circonda questa cosa in questo momento, non posso che riconoscere per l’ennesima volta una grande regola: un gruppo di cazzari, riuniti attorno a un tavolo e qualche birra, possono l’improbabile.

A domani sera, amici ascoltatori.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+

Casi referendari

Per dire, un signore di nome Silvano all’inizio aveva deciso di votare sì. Poi, col passare dei giorni e dei mesi, aveva cambiato idea, e infine aveva scelto no. Silvano, che inizia con il Si e finisce con il no.

C’era un altro, il nome non si sa, che pur di votare sì era pronto a votare sì. Così diceva.

Una signora di Lugo pensava che votare sia sì che no fosse la cosa più giusta da fare, visto che c’erano sia pro sia contro.

C’era una che diceva a tutti che avrebbe votato no, poi in cabina votò sì. E mentre votava, fuori sentivano che ridacchiava.

Uno era talmente poco convinto del no che votò sì. Un altro era anche lui talmente poco convinto del no che votò no. A volte basta un attimo di distrazione.

Un tizio di Sulmona era stato minacciato dalla moglie: “Se voti sì non ti faccio più la pasta e fagioli che adori”. Infatti poi aveva votato no, per sicurezza.

Uno aveva deciso di astenersi, l’avevano trascinato a votare per forza. Aveva provato pure a fare resistenza, a scappare, ma con la sedia a rotelle non aveva più lo scatto di una volta.

Uno aveva detto al figlio: “Io voto no, tu voti no. Funziona così”. Il figlio aveva risposto: “Ho 16 anni, non voto. Funziona così”. Niente paghetta per un settimana.

Una sulla scheda voleva scrivere le motivazioni della sua scelta, ma era un discorso lungo e alla fine aveva fatto un disegno, anche niente male.

Uno di Marotta aveva chiesto al prete cosa fare, perché aveva dei dubbi. “C’ho capito poco”, aveva risposto il prete. Poi gli aveva detto di affidarsi al Signore. Quel tipo di Marotta poi si era astenuto.

C’era un gruppo di amici, era la prima volta che votavano, ne avevano già le scatole piene. “Se è sempre così”, aveva detto uno con gli occhiali, “mi sa che smetto presto”.

Una voleva votare a casa, aveva anche chiamato l’ufficio comunale per chiedere, ma le avevano detto che si poteva solo in caso di persone inferme, che non si potevano muovere. Lei aveva risposto che faceva tutti i giorni 10 chilometri a piedi.

Uno votava all’estero. Ci aveva pensato a lungo, aveva deciso qual era la scelta migliore e poi aveva votato l’altra. Perché tanto comunque lui non voleva tornare.

Un bambino di 5 anni aveva insistito talmente tanto che l’avevano fatto votare, anche se per finta. Aveva votato “BILLI”, che era il suo pupazzo preferito.

Uno sulla scheda aveva scritto “TRAMP”. Era abbastanza convinto, oltretutto.

Una era invischiatissima nel no, faceva propaganda, portava i volantini, stava ai gazebo, andava agli incontri, poi il 4 aveva la febbre a 39.

Uno era talmente schifato dal tifo da stadio che invece di andare a votare era andato alla partita.

Uno aveva deciso che era l’ultima volta che votava, e infatti aveva scelto il no, simbolicamente.

Un tizio di Siracusa aveva dei forti dubbi, come su tutto.

Una signora di Vieste aveva deciso di andare a votare solo perché le era rimasto un solo timbro da mettere sulla tessera, e così non ci pensava più.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine si era astenuto, perché non si può votare quello che non si capisce.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine aveva votato no, perché voleva dire che stavano cercando di fregarlo.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine aveva votato sì, perché tanto se lo volevano fregare lo fregavano comunque.

Uno era convinto si votasse il 5.

Una signora era arrivata al seggio col cane, aveva chiesto se poteva votare pure lui. “Tanto ormai”, aveva detto.

Un tizio a Cremona si era presentato all’ultimo secondo. Voleva proprio votare per ultimo, perché, diceva, “Pensa se voto no e il no vince per un voto. L’ho fatto vincere io!”. “E se invece col tuo voto li fai pareggiare?”, gli avevano chiesto. Lui era rimasto un po’ lì sulla soglia del seggio, poi era andato a casa.

Una signora di una certa età aveva chiesto consiglio a sua figlia. Anche lei a sua volta aveva chiesto consiglio a sua figlia, che poi era la nipote della signora di una certa età. “È complicato”, aveva detto la ragazzina.

Uno invece aveva chiesto consiglio al gommista, mentre quello gli cambiava le gomme. Il gommista gli aveva fatto tutto un bel discorso chiaro e articolato sulla riforma, sui pro i contro e i dubbi che circolavano, e alla fine gliel’aveva messo in conto.

Uno aveva deciso subito, mesi prima, che il no era meglio del sì, solo che quando aveva aperto la scheda, in cabina, era passato talmente tanto tempo che si era dimenticato, e aveva votato sì, però a caso.

Uno al bar diceva sempre che non è il caso di chiedere ai cittadini una roba così complicata, poi ordinava un cappuccino in vetro tiepido con poca schiuma niente cacao e se ci scappa un disegnino sopra.

Uno si era informato talmente tanto che era morto. Ma non è certo che fosse quello il motivo.

Una aveva tutte le amiche che votavano no, lei voleva votare sì, e non sapeva se doveva votare no o cambiare amiche.

Un signore di Mantova pensava si dovesse pagare, per votare. Quando gli hanno detto che no, non si paga mica, ci è andato anche volentieri.

Uno diceva che non era andato a votare, ma venne fuori che qualcuno l’aveva visto entrare al seggio.

Un signore di Alessandria diceva che il suo partito diceva di votare no. “Che partito?”, gli avevano chiesto, e lui aveva risposto. Quel partito non c’era più da vent’anni.

“Tu voti?”, avevano chiesto a una signora di Gorizia, “Quand’è il caso”, aveva risposto.

Uno si era deciso: “Se piove voto no, se c’è il sole voto sì”. Era variabile.

Uno sulla scheda aveva scritto “Adesso però basta eh”.

Un signore di Todi aveva votato no. Poi dopo mezz’ora si era ripresentato dicendo che nel frattempo aveva capito alcune cose e aveva cambiato idea, e se c’era modo di modificare il suo voto, tanto era passato così poco tempo che la sua scheda si trovava facilmente, nell’urna.

A una signora di una certa età avevano chiesto “Cosa voti?”, e lei aveva detto “Stagnozzi”, che era il sindaco di quando era giovane.

Uno era andato a votare convinto, solo che dopo venti minuti non aveva trovato parcheggio e allora niente, era tornato a casa.

Uno in un paesino si era recato al seggio e gli avevano chiesto il documento. “Ma non mi riconoscete?” aveva chiesto al presidente, al segretario, agli scrutatori. “No”, avevano detto quelli. Allora era tornato a casa, perché non aveva documenti con sé, ed era ritornato al seggio. “Ah, ma certo!”, aveva detto il presidente, dopo aver visto la foto sulla carta d’identità.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+