Carta irriciclabile

Non compro spesso quotidiani in edicola, e ancora meno spesso in ferramenta, dove vi sconsiglio di recarvi se cercate appunto quotidiani ma anche magazine, riviste e giornali. Non ce li hanno proprio, inutile insistere. E anche quelle viti particolari che vi servono, quasi sempre “arrivano domani”. Oggi però, sull’onda della necessità e della voglia di uscire di casa per testimoniare su Facebook qualche assembramento o qualche condotta poco consona alla fase 2, sono andato in edicola.

Arrivato al classico chiosco, mi sono messo in coda rispettando sia la distanza sociale sia quella emotiva, e quindi non ho avviato relazioni sentimentali con nessuna delle tre persone che mi precedevano. Quand’è arrivato il mio turno, sempre tenendomi a debita distanza dall’edicolante, e quindi urlando, ho chiesto Tette sfrontate, Orgasmi compulsivi, Sorrisi e Cazzoni e Limes, solo per nasconderci dentro (questo invece chiesto a bassa voce) Libero, quotidiano vicino a Lord Voldemort.

Non avendo mai comprato Libero prima d’ora, solo oggi ho scoperto che:

  1. non si tratta della stampa della homepage del sito Libero.it;
  2. il sottotitolo di Libero non è “di pubblicare qualunque cazzata ci passi per la testa”;
  3. che non solo i titoli in prima pagina hanno toni violenti, ma proprio il quotidiano in sé ringhia, abbaia, sbava e va portato fuori almeno tre volte al giorno sennò vi piscia in casa.

Questa sua anima feroce ha causato anche momenti di tensione quando, tornando a casa, sono passato davanti a un ristorante africano e Libero ha cercato in tutti i modi di mandarne in frantumi la vetrina. Per fortuna che Limes sa il fatto suo.

Una volta a casa, ho provato a leggerne qualche pagina, ma mi sono dovuto arrendere perché non ho grande dimestichezza con la lingua di Mordor. L’intervista all’Occhio di Sauron però prometteva bene.

A quel punto, ritrovandomi con un quotidiano nuovo che non avrei mai letto, ho pensato di riciclare Libero per altri utilizzi, ma non è andata bene. Con la prima pagina del giornale ho fatto la classica barchetta di carta, solo che appena l’ho messa in acqua nella vasca ha attaccato, speronato e affondato due paperelle. Con un’altra pagina ho fatto il tipico cappello da muratore, ma invece di ritinteggiare la cucina ho costruito un muro anti-immigrati in salotto. Un’altra pagina l’ho usata con  l’alcol per pulire lo specchio del bagno, ma mi è rimasto un alone che recita “benvenuto nel sovranismo”.

Alla fine ho rinunciato e ho usato Libero come fondo per la gabbia dei miei pappagallini.

Ed è così che mi sono beccato una denuncia dalla LIPU.

 

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Grazie, Lombardia

Da un paio di mesi ho trovato un modo fantastico per sviare qualunque tipo di discorso o di responsabilità: mi gioco la Lombardia.

Se per esempio in una conversazione mi trovo messo all’angolo da un’affermazione del tipo “c’è da portare giù l’umido” o “sei ingrassato, forse dovresti metterti a dieta”, corro subito ai ripari così: stringo gli occhi fino a ottenere uno sguardo pensieroso e preoccupato e dico “che casino in Lombardia”. Tanto basta per riportare nei loro comodi abissi quei pericolosissimi temi e portare il dialogo altrove.

Oppure, quando mi viene rivolta un’ingiusta accusa del tipo “hai finito tutto il banana bread!”, immediatamente metto su un’espressione sdegnata, prendo il telefono in mano  e dico “ecco, guarda qui, in Lombardia sono tutti in giro”, mostrando il video (con l’audio a zero) di un concerto qualunque tenutosi a Wembley negli anni ’90.

O ancora, se torno a casa e mi viene rivolta la domanda “hai preso le mascherine in farmacia?”, domanda che mi ricorda che no, non sono passato in farmacia a prendere le mascherine, però sono passato in edicola a comprare l’inserto speciale Gattini e micetti nell’orto, del mensile La rivista dei gattini e dei micetti in vari luoghi, ma questo non è il caso di dirlo in quel momento, prontamente replico che sì, sono passato in farmacia, ma niente da fare, le mascherine non si trovano, non arrivano, ne stavano aspettando due milioni, dovevano arrivare ieri, invece sai chi si è messa in mezzo e se le è accaparrate tutte? La Lombardia. Perché loro dicono che ne hanno più bisogno, perché devono andare a lavorare, e sui navigli ad assembrarsi come dice ogni giorno Repubblica, e sui monopattini elettrici bevendo cocktail tipici della Terra del fuoco serviti in una busta di mater-bi mentre fanno una call per il briefing sull’asporto iraniano migliore in zona Porta Genova che non è tanto il cibo che alla fine fa cacare ma vuoi mettere l’esperienza?
E il gioco è fatto.

E quindi grazie, Lombardia. Grazie per risolvermi queste situazioni.

Adesso, per un po’, ce la prendiamo con te.

Niente di personale.

 

 

 

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I believe I can believe

La cura a base di plasma che nessuno vuole raccontarvi. Il ruolo del 5G nella diffusione della Covid. Il virus uscito dal laboratorio cinese dov’era stato fabbricato apposta per farlo uscire dal laboratorio. Il virus già in circolazione in autunno, anzi no nel 2018, anzi no a Giochi senza frontiere dell’89, anzi no ne parlava già Ippocrate, anzi no hanno trovato uno scheletro di virologo risalente al Cretaceo.

E così via, ad libitum.

A volte mi verrebbe da redarguire o spernacchiare (in molti lo fanno) coloro che pubblicano e diffondono storie del genere. Poi però mi torna alla mente l’articolo 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Insomma, in Italia c’è la libertà di culto, quindi siamo liberi di credere in qualsiasi narrazione indimostrabile, se ci fa sentire meglio. E di propagandarla, a meno che non lo si faccia nudi o indossando una t-shirt con la faccia di Renzi.

Certo, di tale libertà sarebbe meglio non approfittarne troppo. Ma questo nell’articolo 19 non è specificato.

 

 

 

 

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Esco più tardi

Lunedì non sono uscito.

Lo so, si poteva, non più solo per le urgenze. Si poteva uscire a fare una passeggiata, una corsa (ma io non corro, io cammino. A me correre, se non c’è qualcuno o qualcosa che m’insegue, mi sembra di essere scemo). Però non sono uscito. È che uscire davvero, uscire nel senso di non andare dritto a fare la spesa e poi tornare dritto a casa, uscire così, subito, il primo giorno che si può uscire, boh.  È come quelli che vanno al cinema a vedere un film appena esce, il primo giorno che è nelle sale. È come quelli che partono per le vacanze il primo giorno di ferie. Si danno fastidio l’uno con l’altro, non si godono il piacere.

Non sono uscito nemmeno martedì, cioè ieri. C’era un gran bel sole, ma avevo delle cose da sbrigare, in casa, e mi sono detto Ma sì, uscirò domani, sono stato cinquanta e passa giorni in casa senza andare a fare passeggiate di piacere, posso anche starci un giorno di più, non succede niente. Esco domani.

Oggi c’è un tempo di merda. Ci sono dei nuvoloni scuri, ed è anche freschino. Uscire per poi prendere la pioggia, uscire per poi dover stare in felpa invece che a riscaldarsi al sole, chi me lo fa fare? Esco domani e via.

Domani, ho pensato, ho delle cose da fare. Non posso rimandarle. Non è detto che mi occupino tutta la giornata, però buona parte sì. E uscire prima di cominciarle, per poi stare fuori con l’ansia di dover tornare in fretta, non vale mica la pena. Uscire dopo, a cose finite, secondo me si fa tardi, e uscire che già il sole va giù non vale mica la pena. Esco venerdì, non muore nessuno.

Venerdì mi sa che però è meglio se vado a fare la spesa. E uscire per fare la spesa e riuscire pure per fare una passeggiata non so, mi pare troppo. Che poi fare la spesa mi sfianca, fra code, mascherine, guanti, stai attento a questo stai attento a quello cosa tocchi cosa non tocchi non grattarti l’occhio che prude che chissà perché prude solo quando sono tra le corsie del supermercato a casa mai una volta. No, venerdì esco solo per la spesa, che già di suo è un’impresa. Esco sabato.

Di sabato, si sa, escono tutti. Uscirà chi durante la settimana ha lavorato, chi non ha lavorato. Usciranno pure quelli che hanno aspettato qualche giorno prima di uscire. Sabato ci sarà gente ovunque, nei prati, nei vicoli, nelle piazza, al sole, all’ombra. Non va mica bene. Bisogna evitarle, queste situazioni. Forse è meglio se sabato me ne resto a casa. Anche per dovere civico, voglio dire. Per fare la mia parte nella soluzione di questo problema. Esco domenica e non se ne parla più.

La domenica però, quant’è bello starsene in casa? Ci si riposa, ci si rilassa, si sciolgono le tensioni della settimana, si sta senza pensieri sul divano, a far nulla, a oziare, a traccheggiare. Uscire è un atto contrario allo spirito della domenica. La domenica si sta in casa.

Uscirò lunedì.

O forse il giorno successivo, o quello dopo ancora. Adesso vediamo. Non facciamo programmi. Come si fa a fare programmi, di questi tempi? Vediamo come va. Esco più avanti. Che problema c’è? Che fretta c’è?

A proposito, quand’è che inizia la fase 3?

 

 

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Coronaids

Se il Corona virus avesse un account Instagram, in questo momento avrebbe circa tre milioni e mezzo di follower. Una cifra niente male, certo. Ma non bisogna dimenticare che – giusto per fare un esempio – uno come Fedez ne ha quasi undici milioni, di follower, a dimostrazione del fatto che più danni fai all’umanità più le persone sono pronte a seguirti.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, sarebbe il momento di fare  – giusto per fare un esempio – come Fedez, e quindi fidanzarsi e poi eventualmente sposarsi e poi eventualmente produrre della prole con una partner (ipotizzo che il Corona virus sia maschio, ma sulla questione non c’è ancora grande chiarezza: vedi il lavoro di Chiang e Wazowski, What’s the frakkin’ gender of SARS-CoV-2?, arXiv.org) con non meno di dieci milioni di follower su Instagram. Se ci fosse ancora in giro la spagnola, sarebbe perfetta. Allo stato attuale la partner più adatta sarebbe il/la (vedi riga precedente) virus dell’HIV, ma vi sfido a convincere il Corona virus a mettersi con qualcuno che ha l’AIDS.

(poi dovremmo chiamarli Coronaids, immagino)

Se il Corona virus avesse un account Instagram, sarebbe il caso di rivedere la strategia social. Perché va bene che hai tre milioni e mezzo di follower, ma se 350mila di questi non ti cuoreranno mai più perché li hai ammazzati siamo in una situazione in cui il gatto si morde la coda e quindi si denuncia per danni e assume lo stesso avvocato e quindi a conti fatti i danni sono a saldo zero ma l’avvocato lo paghi due volte e allora è solo una perdita di tempo ed energie, sempre che non si vada in prescrizione poi.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, ci sarebbero comunque ottime prospettive di crescita, per quanto riguarda il numero di follower.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, posterebbe foto da tutto il mondo, contemporaneamente, spiazzando il suo pubblico.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, a me non lo aprirebbe perché ho l’antivirus.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, più che altro sarebbe lui a seguire noi. Tutti. Ovunque. Finché non lo conoscessimo di persona. Perché lui (vedi sopra) è fatto così, un po’ all’antica. Preferisce il contatto fisico.

Almeno finché non apre un account il vaccino.

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La soluzione definitiva a questo problema della Covid

Quello della Covid è un problema complicatissimo da risolvere, superato per difficoltà solo dal problema dell’allacciarsi un paio di mocassini. O da quello di indossarli, dei mocassini, senza provare raccapriccio.

Nonostante ciò, nonostante sia ormai chiaro a tutti che il livello di complessità della questione richieda soluzioni che siano multiple e altrettanto complesse, mirate e specifiche per ogni ambito particolare, step by step, aggiornabili, sostenibili nonché socialmente, economicamente, moralmente e politicamente accettabili, viviamo ormai nell’epoca della faciloneria, perciò chiediamo a gran voce una soluzione che sia una, e che sia una soluzione definitiva, o come direbbero certi anzianissimi tedeschi, una soluzione finale.

Proprio ispirato da quest’ultima espressione, vorrei far notare a tutti come in realtà un’unica soluzione totale al problema della Covid non solo esista, ma sia anche a portata di mano e oltretutto ampiamente sostenibile.

Il ragionamento retrostante è semplice. Ai fini della sua diffusione il Corona virus, solo soletto, è utile come un pene di 30 cm in una commedia romantica. Perché invada il mondo ha bisogno di ospiti che lo facciano moltiplicare e che lo trasportino in giro, un po’ dove capita, ma soprattutto nelle RSA lombarde.

Questo ci porta alla fase 2 del nostro ragionamento, molto più chiara della fase 2 annunciata dal nostro governo: senza ospiti, il virus è sconfitto. Spariti gli umani, il virus resta solo in un paio di pipistrelli e sulla maniglia d’ingresso della vostra farmacia, ma giusto per mezz’ora.

Di conseguenza, la soluzione più immediata per la scomparsa della Covid19 e del Corona virus è la morte volontaria di ogni essere umano, volgarmente detta suicidio (ok, ci vorrà anche qualche omicidio di massa per ovviare al problema degli individui non in grado di intendere o di volere o di applicare materialmente il suicidio, ma ci si è sempre organizzati bene in passato, per queste cose, non vedo perché non si possa fare anche questa volta).

Ed ecco come un problema molto complesso può essere risolto con estrema facilità, morendo tutti. E se la vostra obiezione è: “ma morire tutti non risolve solo il problema della Covid. Risolve tutti i problemi dell’umanità”, posso solo dire: rileggetevi.

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Un occhio della testa

I grafici, si sa, attirano le persone con la stessa efficacia con cui le calamite attirano i collezionisti di calamite. È proprio dell’animo umano trovare repellenti delle tabelle piene di numeri e adorare i disegnini che le rappresentano, e il motivo è molto semplice: con le prime non ci capiamo un cazzo, con i secondi ci convinciamo immediatamente di aver capito tutto.

E infatti in questi ultimi due mesi è circolata un’enorme quantità di grafici relativi all’evoluzione della pandemia in corso. E infatti adesso ci sono in giro più esperti di virologia che esperti di calcio, anche perché il calcio è fermo e da qualche parte le energie intellettuali bisogna pur sfogarle.

In questa massa incommensurabile di linee, colonne e fette di torta però, è mancato un grafico che ritengo essenziale all’interpretazione della realtà attuale, ovvero quello che mostra, accanto all’andamento dei contagiati, l’andamento dei prezzi delle webcam. Lungi da me dedurre che la diffusione del virus è causata dall’aumento dei prezzi delle webcam (correlation is not causation, direbbe un inglese esperto di calcio), sarebbe interessante capire quanto la curva del costo delle webcam sia simile a quella dei contagiati da Covid19, ma soprattutto, sarebbe interessante capire perché il picco dei contagi è passato mentre il picco dei prezzi delle webcam ancora non è stato raggiunto, e cercare inoltre di prevedere quando questo succederà. Così, almeno, potrò capire quand’è il caso di acquistare una webcam senza dover ricorrere all’accensione di un mutuo.

Per fortuna che intanto il petrolio costa -37 dollari al barile, e sto diventando ricco comprandone spropositate quantità.

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Silence is sexy

 

(John Baldessari, Beethoven’s Trumpet (with Ear) Opus #127)

Una pandemia globale non ha, a quanto pare, numerosi vantaggi. Non che prima di sperimentarla pensassimo che potesse essere Mirabilandia, anzi. Semplicemente nessuno (esclusi David Quammen, autore di Spillover, Scott Z. Burns, sceneggiatore di Contagion, alcuni virologi sparsi per il mondo e un paio di pipistrelli cinesi) immaginava una situazione del genere, quindi nemmeno i conseguenti svantaggi e vantaggi.

Qualche vantaggio però c’è. In città, per esempio, c’è un gran silenzio. Soprattutto se abitate, come me, vicino a una strada solitamente abbastanza trafficata. Ancor di più se abitate, come me, perfettamente in linea con la pista di atterraggio di un aeroporto che dista circa quattro chilometri. Niente auto + pochi bus + niente aerei = silenzio. Chi l’avrebbe immaginato?

Grazie a questo silenzio, che nel fine settimana raggiunge picchi da paesino di provincia, sono riemersi suoni che altrimenti resterebbero inascoltati.

Il cinguettio brillante degli uccelli.

Il cigolio della grondaia di fronte, che mezza sganciatasi dal sostegno oscilla anche per una brezza delicata.

L'”HAI ROTTO IL CAZZO!” di qualcuno giù in strada, che ce l’ha chissà con chi.

 

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Quarantadue

Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus SARS-CoV-2, che tutti chiamano simpaticamente Corona virus (specifico il tutto giusto per coloro che si fossero svegliati dal coma poche ore fa, in una terapia intensiva insolitamente affollata).

Visto che questo blog da un po’ di tempo a questa parte scarseggia di nuovi contenuti, mi sono detto (perché tanto ormai tutti parliamo da soli, giusto?) Perché non rianimarlo – toh, guarda, del gergo medico sanitario! – proprio nel giorno di confinamento 42, numero topico (nel senso del topos ma anche dei topi, lo sa bene chi l’ha letto) di quel libro di Douglas Adams che porta quel magnifico titolo che è Guida galattica per gli autostoppisti? E dopo essermi posto una domanda così ricca di incisi e di parentesi, mi sono risposto con un’altra domanda, sebbene retorica, ovvero: Perché no?

Dopo averlo riportato in vita, l’obiettivo sarebbe anche quello di offrire a questo blog un’esistenza dignitosa. Quindi la prima cosa da fare è tenerlo lontano da certe RSA divenute piuttosto famose. La seconda è pubblicarci con una certa frequenza contenuti di varia natura e argomento, non necessariamente sanitario-escatologici.

Il contenuto di oggi, visto che si parlava di Douglas Adams, è il seguente. Tra le tante belle idee scaturite dalla mente di Douglas Adams c’è anche l’azzeccatissimo titolo di un disco dei Pink Floyd del 1994, The Division Bell. Lo scrittore “donò” il titolo a David Gilmour, di cui era amico, durante una serata di beneficenza, in cambio di una donazione di 5 mila sterline a un’associazione benefica che si occupava di ambiente. Da grande fan sia dei Pink Floyd sia di Douglas Adams, quando qualche anno fa ho scoperto questa cosa ho pensato che l’universo è fatto anche un po’ come un puzzle, e ogni tanto capita persino che due tessere s’incastrino a dovere.

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Un Witz, come da tradizione

Come da tradizione, anche se con un imperdonabile giorno di ritardo, in occasione del giorno della Memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Questa in particolare è tratta da un libro di Moni Ovadia che s’intitola L’ebreo che ride. Se volete saperne di più sulla grande tradizione dell’umorismo ebraico e volete anche farvi delle piacevoli risate, ve ne consiglio la lettura.

Yankele e Moishele litigano furiosamente e ad un certo punto Yankele al colmo dell’ira sfida Moishele a duello. Dato che tutti e due hanno servito lo Zar nell’esercito e conoscono l’uso delle armi, decidono di fare il duello alla pistola. Stabiliscono di incontrarsi il giorno successivo alle sei in punto di mattina, nel campetto di fianco al mulino.
Il giorno dopo, alle sei precise, Yankele è lí nel campetto di fianco al mulino, evidentemente con i suoi padrini. Passa mezz’ora, tre quarti d’ora, di Moishele nessuna traccia. Dopo un’ora si vede spuntare correndo da dietro il mulino un vecchio ebreo ortodosso con le falde del pastrano e i cernecchi svolazzanti. Il khassida tiene in mano e agita un foglio di carta. Quando raggiunge Yankele gli domanda: «Lei è il signor Yankele? Sí? Questo è un lettera per lei di parte del signor Moishele».
Yankele lacera la busta, estrae la missiva e legge: Yankele, sono il Moishele. Senti, se lo dovessi ritardare, non stare lì ad aspettarmi. Comincia pure solo… Spara!»

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Bene! Bravo! Bis!

La politica italiana dell’ultimo mese è stata un po’ come quel film, Donnie Darko. L’avete visto, e vi ha pure coinvolto, ma non avete idea di cosa cazzo parli. È successo di tutto e il contrario di tutto, coi giornali che raccontavano il contrario di tutto quando succedeva di tutto, e raccontavano di tutto quando succedeva il contrario di tutto, come loro abitudine.

Dire con esattezza come sono andate le cose è impossibile. Perché è caduto il governo gialloverde? Chi l’ha fatto cadere? Cos’è andato storto? Non lo sapremo mai. Io, nel mio piccolo, so solo che adesso, quando organizzo la serata poker a casa mia, tutti gli amici che invito non fanno che ripetermi “Oh, mi raccomando, dillo pure a Salvini!”. Ma no, non lo inviterò. Mi svuoterebbe la dispensa. Mi chiuderebbe il porto (ho un piccolo porto in casa).

Fatto sta che la crisi di governo più beckettiana da che siamo una repubblica si è finalmente conclusa, e il gialloverde è passato di moda. D’altronde l’estate sta finendo, ed è il momento di far partire la collezione autunnale, che giustamente è giallorossa, a ricordare le foglie pronte a cadere dai rami e certe ferite piene di pus. Dopodiché arriverà l’inverno: cioè il sonno, la morte, la putrefazione, ovvero il contributo del PD al programma. I 5 Stelle ci hanno messo la carta intestata.

El gobierno ha muerto, viva el gobierno!
(Elon Musk)

È vero, PD e 5 Stelle sono una strana coppia. Ma non so se siete mai stati di notte in certi parcheggi isolati di periferia.

Si sono presi a insulti per mesi. Anzi, per anni. E se avete esperienze matrimoniali sapete quanto questo conti perché la cosa funzioni bene. Finché morte non li separi, ovviamente.

Certo, le politiche sull’immigrazione dovranno cambiare. Dire a quei poveri disperati che arrivano sui barconi “non venite in Italia, non c’è lavoro, non ci sono opportunità” non funzionerà più. Non dopo aver dato una seconda chance sia a Conte che a Di Maio. Siamo ufficialmente il paese delle seconde possibilità.

Conte fa il bis. Peccato non si tratti di Paolo.

Ma va bene così. Abbiamo mandato a casa qualche ministro e qualche sottosegretario che persino a Mordor sarebbero stati visti con diffidenza.

Spiace un po’ per Toninelli. Di strada non ne ha fatta così tanta. E sì che era il ministro dei trasporti.

Vediamo cosa combina questo nuovo governo. I mercati ci credono, lo spread è in forte calo, e pure la glicemia di Salvini è rientrata nei valori normali. (va be’, un po’ di stress al fegato, ma quello ci sta)

Sarà un quadrimestre bellissimo.

 

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Se si baciano due uomini

Se si baciano due uomini, a me non dà alcun fastidio. Non parlo di diritti, ovviamente. Quello è un altro discorso. Ognuno ha il diritto di baciare chi gli pare. Sempre che l’altro sia d’accordo, certo. O anche di baciare cosa gli pare, e in questo caso non c’è bisogno che la cosa sia d’accordo, perché le cose si lasciano baciare sempre, anche se raramente ricambiano. Parlo proprio di assistere a un bacio fra due uomini.

So che ad alcuni non piace, una scena del genere. Alcuni si scandalizzano, altri provano repulsione, certi emettono versi di riprovazione, altri ancora minacciano azioni legali, terrene o divine, mostrando i pugni al cielo, e altri ancora, ma pochissimi, si strappano via gli occhi con violenza e intraprendono un cammino di redenzione visiva che li porterà su pullman canterini diretti verso santuari che promettono pochissimo in termini di miracoli ma moltissimo in termini di accoglienza alberghiera.

Io invece, se vedo due uomini che si baciano, penso Toh, si baciano. E anche per due donne, stessa cosa. Toh, si baciano. Invece, molti di quelli che si scandalizzano se vedono due uomini baciarsi (bleah!), si scandalizzano un po’ meno se a baciarsi sono due donne (mmh). Io invece penso Toh, si baciano. Se sono due uomini, se sono due donne, se sono un uomo e una donna, se sono quel che vogliono essere. Toh, si baciano, penso.

A meno che.

A meno che i due uomini che vedo baciarsi non siano due politici della Lega. In quel caso, mi spiace, ma un po’ di fastidio ce l’ho. Cioè, davanti a due uomini politici della Lega che si baciano, lo ammetto, provo un po’ di repulsione. Anche solo immaginarli, io faccio una fatica che non vi dico. Mi si storce la bocca.

Anche due donne eh, se sono politiche della Lega e le vedo baciarsi, stessa cosa, mi si smuove un po’ lo stomaco, mi tocca voltarmi.

E pure se un uomo politico della Lega baciasse una donna politica della Lega, e ci fossi io lì a vederli, diomio che robaccia!, ma cosa mi tocca vedere!?

E a dirla tutta, anche un uomo politico della Lega da solo, o una donna, pure lei politica della Lega da sola, che sta lì e basta, non bacia nessuno, non c’è nessun altro, c’è proprio lui e basta, o lei e basta, fermo, ferma, a far niente, a fare il politico leghista, a fare la politica leghista, ma dico io, vedere una scena simile, insomma, ma non si vergognano?

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Aggiornamento M5S

Oggi è una giornata cruciale per il Movimento 5 Stelle. Sulla piattaforma Rousseau infatti, a parte il voto su Di Maio, evento di ben poco conto e alquanto scontato nell’esito, usciranno i nuovi aggiornamenti di Toninelli, ministro pentastellato contraddistinto da una serie di bug che fin dall’inizio del suo mandato ne ha compromesso il funzionamento.

Di seguito, la lista degli aggiornamenti che i 5 Stelle rilasceranno in giornata per risolvere alcuni dei bug che affliggono Toninelli:

  • TNL 1331.2: risolve il bug 99Ag “Toninelli fissa il vuoto dopo una domanda di un giornalista”; con questo aggiornamento i tempi di reazione dovrebbero passare da 11 secondi a 5 secondi e mezzo;
  • TNL 1378.004: risolve il bug P0Rt1 “il comando vocale ‘Toninelli chiudi i porti’ fallisce” ; con questo aggiornamento Toninelli avvierà la procedura di chiusura dei porti tramite messaggio vocale di Salvini;
  • TNL 1403.a: risolve il bug COn1 “overflow per conteggio di interi – Toninelli conta solo fino a 31, poi si azzera”; con questo aggiornamento Toninelli riuscirà a contare fino a 33 [solo per macchine con RAM>8GB]
  • TNL 1414.7: risolve il bug “output vocale random – Toninelli fa dichiarazioni casuali e non booleane”; con questo aggiornamento Toninelli non emetterà più frasi come “ponte su cui si potrà mangiare e giocare” o “tunnel del Brennero” o “cicci cicci birilli cacca pupù”;
  • TNL 1449.r1: risolve il bug “riavvio inaspettato”; con questo aggiornamento Toninelli non si riavvierà più quando dovrà rispondere a domande molto tecniche, ma andrà in sleep mode;
  • TNL 1502.4: risolve il bug “overflow per flusso di lavoro”; con questo aggiornamento Toninelli andrà in stand-by dopo 8 ore di geolocalizzazione presso il ministero;
  • TNL 1513.y1: risolve il bug “surriscaldamento CPU per dossier ministeriali”; con questo aggiornamento viene aumentata la velocità delle ventole di raffreddamento della CPU di Toninelli, in modo da evitare surriscaldamenti in fasi critiche di lavoro (lettura, scrittura, divisione per 3);
  • TNL 1622F: risolve il bug “salvataggio di Salvini da sequestro di persona”; con questo aggiornamento Toninelli potrà salvare Salvini anche da altre accuse e in altri formati;
  • TNL 1638.1: risolve il bug “basso volume permanente”; con questo aggiornamento si potrà dare più volume ai capelli di Toninelli;
  • TNL 1717: risolve il bug “mancata selezione altre lingue”; con questo aggiornamento si potrà ascoltare Toninelli, oltre che in lingua originale, anche in italiano;
  • TNL 1721S: risolve il bug “rimozione sicura di sottosegretari”; con questo aggiornamento si potrà rimuovere qualsiasi sottosegretario senza rischiare il crash del sistema;
  • TNL 1753: risolve il bug “fallita disinstallazione”; con questo aggiornamento si potrà disinstallare Toninelli dal proprio pc, ma resterà comunque nella memoria, per molto molto tempo.

Come si può vedere, nonostante l’impegno dei programmatori 5S, i problemi più importanti restano irrisolti. Per quelli, fanno sapere da Rousseau, toccherà attendere il Service Pack “Caduta del governo”.

Tenetevi aggiornati.

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Adesso basta

Adesso ti giuro, per quant’è vero Iddio, mi alzo da qui vado di là faccio un casino. E beh, per forza, non se ne può più. Non si può mica andare avanti così. Vado di là e gliene dico quattro. Quattro poi: gliele dico tutte. Tutte una per una. Perché non se ne può più. Non se ne può, davvero, più.

Adesso, te lo giuro sulla buon’anima di mia madre, su mio padre, sul busto di Lenin, mi tiro su corro in cucina apro la porta come se dovesse venir giù tutto il muro, apro la porta così forte che vedi se non vola via la pendola da muro con quei suoi stramaledetti rintocchi ogni quindici minuti, quella pendola della malora che ci ha regalato lo zio Alvaro, che poi voleva regalarci il robot da cucina, lo zio Alvaro, per il matrimonio, invece poi se n’è uscito con la pendola, chissà come gli è venuto in mente di regalarci una pendola da muro, dico io, chissà chi gliel’ha messa in testa, che non è nemmeno facile da trovare, una pendola da muro, dove la vai a cercare? in che negozio si va, di arredamenti? di casalinghi? dall’orologiaio? non lo so mica. Eh, ma lo so io chi gliel’ha messa in testa, la pendola. Certo che lo so. Ora basta però. È ora di finirla, una volta per tutte. Ma sul serio, ti dico.

Questo è un estratto di “Adesso basta”, una specie di monologo che ho scritto un po’ di tempo fa e che è stato pubblicato nell’Almanacco 2019 della Quodlibet, a cura di Ermanno Cavazzoni.

Oltre al mio, nell’Almanacco ci sono gli scritti di Paolo Albani, Patrizia Barchi, Daniele Benati, Nicola Bonazzi, Paolo Colagrande, Elena Contenta Patacchini, Ugo Cornia, Alessandro Della Santunione, Ivan Fantini, Michele Farina, Enrico Ferratini, Luigi Godino, Andrea Lucatelli, Giovanni Maccari, Gianfranco Mammi, Francesco Marsibilio, Michele Mellara, Luca Mirabile, Paolo Morelli, Jacopo Narros, Mauro Orletti, Paolo Pergola, Alberto Piancastelli, Sara Ricci, Davide Ruffini, Irene Russo, Marino Santinelli, Vincenzo Scalfari, Aldo Testa, Stefano Tonietto, Paolo Vistoli.

Poi il 31 maggio, a Reggio Emilia, alle 21, ai chiostri di San Pietro, se ne legge qualche pagina dal vivo.

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Non vale mica la pena

Siccome è una cosa che ho visto fare, e sono curioso di vedere che effetto fa e quanto ci vuole a farlo, volevo scrivere un post qui sul blog, poi, dopo averlo pubblicato, invece di condividerlo nel solito modo su Facebook, cioè condividendo il link o usando il tasto condividi che è qua sotto (spero), volevo fare uno screenshot, cioè un’immagine del post stesso, e pubblicare quello su Facebook, in modo che uno che è su Facebook possa leggere il post direttamente da lì, nell’immagine pubblicata, così non si affanna a cliccare il tasto del mouse e aprire un nuovo link per venire a leggere qui il post, anche perché, questo post, tutto sommato, non vale mica la pena leggerlo.

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Il prossimo dittatore italiano

Facciamo così. Per evitare una serie di polemiche inutili e noiose, e anche una serie di gag che poi alla lunga stufano, il prossimo dittatore italiano, una volta caduto, vediamo di appenderlo dal verso giusto.

Anzi, per essere ancora più sicuri, il prossimo dittatore italiano, quando cade, vediamo di non appenderlo per niente. Lo si appoggia a un muro, lo si stende a terra. Non lo so. Basta non appenderlo.

E se invece, per essere proprio sicuri sicuri al cento per cento, il prossimo dittatore italiano ce lo evitiamo proprio?

Dico soprattutto per praticità.

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Sarà che è primavera

Forse l’ho già scritto, ma qualche giorno fa una persona mi ha chiesto Come si chiama il tuo blog?, così gli ho detto Mixmic punto it. Solo che non ha capito, perché mixmic in effetti non si capisce, a voce, com’è scritto, e allora gliel’ho ripetuto, ma non ha capito di nuovo, e alla fine gliel’ho scritto su un pezzo di carta, per fare prima. Allora ho pensato che forse era meglio usare un nome che, a voce, si capisca com’è scritto, e ho fatto una serie di cose tecnomagiche per cui adesso, se mi chiedono Come si chiama il tuo blog?, posso dire Cristianomicucci punto it, anche se non è proprio vero. Magari non lo capiscono la prima volta che lo dico, ma alla seconda sì.

Poi, già che c’ero, sarà che è primavera, ho pure cambiato il nome del blog che compare in cima, e che prima era Mix, e che adesso invece è Delle cose che ho scritto. Secondo me come titolo spiega meglio cosa c’è, dentro questo blog. Ho anche tolto un po’ di robe che non servivano, come il sottotitolo, e messo in alto il logo della barba che ride, che chissà perché non avevo messo, prima.

Nient’altro, mi pare. In caso vi faccio sapere. So che ci tenete.

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Il governo come opportunità


Un governo come quello che c’è adesso in Italia, secondo me, è una grande opportunità. Se riusciamo a trovare delle belle vetrinette dove esporlo, e facciamo pagare dieci ma anche quindici euro a visitatore, sono sicuro che un punto un punto e mezzo di PIL lo tiriamo su, perché dall’estero figurati se non vengono a vedere un’attrazione simile, figurati se non fanno le code per visitarla, per farcisi i selfie, per comprare i souvenir dedicati, prendere il catalogo, per raccontare quando tornano a casa che roba incredibile che hanno visto lì, in Italia.

Il governo poi, figurati se si tira indietro davanti a un progetto simile. Gli dici di risollevare le sorti economiche del paese senza che ci sia bisogno che facciano nulla. Anzi, addirittura mettendosi in vetrina. Capace che ci stanziano anche delle cifre.

Così vinciamo tutti.

Ora l’unica cosa è trovare delle belle vetrinette.

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