Grazie, Lombardia

Da un paio di mesi ho trovato un modo fantastico per sviare qualunque tipo di discorso o di responsabilità: mi gioco la Lombardia.

Se per esempio in una conversazione mi trovo messo all’angolo da un’affermazione del tipo “c’è da portare giù l’umido” o “sei ingrassato, forse dovresti metterti a dieta”, corro subito ai ripari così: stringo gli occhi fino a ottenere uno sguardo pensieroso e preoccupato e dico “che casino in Lombardia”. Tanto basta per riportare nei loro comodi abissi quei pericolosissimi temi e portare il dialogo altrove.

Oppure, quando mi viene rivolta un’ingiusta accusa del tipo “hai finito tutto il banana bread!”, immediatamente metto su un’espressione sdegnata, prendo il telefono in mano  e dico “ecco, guarda qui, in Lombardia sono tutti in giro”, mostrando il video (con l’audio a zero) di un concerto qualunque tenutosi a Wembley negli anni ’90.

O ancora, se torno a casa e mi viene rivolta la domanda “hai preso le mascherine in farmacia?”, domanda che mi ricorda che no, non sono passato in farmacia a prendere le mascherine, però sono passato in edicola a comprare l’inserto speciale Gattini e micetti nell’orto, del mensile La rivista dei gattini e dei micetti in vari luoghi, ma questo non è il caso di dirlo in quel momento, prontamente replico che sì, sono passato in farmacia, ma niente da fare, le mascherine non si trovano, non arrivano, ne stavano aspettando due milioni, dovevano arrivare ieri, invece sai chi si è messa in mezzo e se le è accaparrate tutte? La Lombardia. Perché loro dicono che ne hanno più bisogno, perché devono andare a lavorare, e sui navigli ad assembrarsi come dice ogni giorno Repubblica, e sui monopattini elettrici bevendo cocktail tipici della Terra del fuoco serviti in una busta di mater-bi mentre fanno una call per il briefing sull’asporto iraniano migliore in zona Porta Genova che non è tanto il cibo che alla fine fa cacare ma vuoi mettere l’esperienza?
E il gioco è fatto.

E quindi grazie, Lombardia. Grazie per risolvermi queste situazioni.

Adesso, per un po’, ce la prendiamo con te.

Niente di personale.

 

 

 

I believe I can believe

La cura a base di plasma che nessuno vuole raccontarvi. Il ruolo del 5G nella diffusione della Covid. Il virus uscito dal laboratorio cinese dov’era stato fabbricato apposta per farlo uscire dal laboratorio. Il virus già in circolazione in autunno, anzi no nel 2018, anzi no a Giochi senza frontiere dell’89, anzi no ne parlava già Ippocrate, anzi no hanno trovato uno scheletro di virologo risalente al Cretaceo.

E così via, ad libitum.

A volte mi verrebbe da redarguire o spernacchiare (in molti lo fanno) coloro che pubblicano e diffondono storie del genere. Poi però mi torna alla mente l’articolo 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Insomma, in Italia c’è la libertà di culto, quindi siamo liberi di credere in qualsiasi narrazione indimostrabile, se ci fa sentire meglio. E di propagandarla, a meno che non lo si faccia nudi o indossando una t-shirt con la faccia di Renzi.

Certo, di tale libertà sarebbe meglio non approfittarne troppo. Ma questo nell’articolo 19 non è specificato.

 

 

 

 

Esco più tardi

Lunedì non sono uscito.

Lo so, si poteva, non più solo per le urgenze. Si poteva uscire a fare una passeggiata, una corsa (ma io non corro, io cammino. A me correre, se non c’è qualcuno o qualcosa che m’insegue, mi sembra di essere scemo). Però non sono uscito. È che uscire davvero, uscire nel senso di non andare dritto a fare la spesa e poi tornare dritto a casa, uscire così, subito, il primo giorno che si può uscire, boh.  È come quelli che vanno al cinema a vedere un film appena esce, il primo giorno che è nelle sale. È come quelli che partono per le vacanze il primo giorno di ferie. Si danno fastidio l’uno con l’altro, non si godono il piacere.

Non sono uscito nemmeno martedì, cioè ieri. C’era un gran bel sole, ma avevo delle cose da sbrigare, in casa, e mi sono detto Ma sì, uscirò domani, sono stato cinquanta e passa giorni in casa senza andare a fare passeggiate di piacere, posso anche starci un giorno di più, non succede niente. Esco domani.

Oggi c’è un tempo di merda. Ci sono dei nuvoloni scuri, ed è anche freschino. Uscire per poi prendere la pioggia, uscire per poi dover stare in felpa invece che a riscaldarsi al sole, chi me lo fa fare? Esco domani e via.

Domani, ho pensato, ho delle cose da fare. Non posso rimandarle. Non è detto che mi occupino tutta la giornata, però buona parte sì. E uscire prima di cominciarle, per poi stare fuori con l’ansia di dover tornare in fretta, non vale mica la pena. Uscire dopo, a cose finite, secondo me si fa tardi, e uscire che già il sole va giù non vale mica la pena. Esco venerdì, non muore nessuno.

Venerdì mi sa che però è meglio se vado a fare la spesa. E uscire per fare la spesa e riuscire pure per fare una passeggiata non so, mi pare troppo. Che poi fare la spesa mi sfianca, fra code, mascherine, guanti, stai attento a questo stai attento a quello cosa tocchi cosa non tocchi non grattarti l’occhio che prude che chissà perché prude solo quando sono tra le corsie del supermercato a casa mai una volta. No, venerdì esco solo per la spesa, che già di suo è un’impresa. Esco sabato.

Di sabato, si sa, escono tutti. Uscirà chi durante la settimana ha lavorato, chi non ha lavorato. Usciranno pure quelli che hanno aspettato qualche giorno prima di uscire. Sabato ci sarà gente ovunque, nei prati, nei vicoli, nelle piazza, al sole, all’ombra. Non va mica bene. Bisogna evitarle, queste situazioni. Forse è meglio se sabato me ne resto a casa. Anche per dovere civico, voglio dire. Per fare la mia parte nella soluzione di questo problema. Esco domenica e non se ne parla più.

La domenica però, quant’è bello starsene in casa? Ci si riposa, ci si rilassa, si sciolgono le tensioni della settimana, si sta senza pensieri sul divano, a far nulla, a oziare, a traccheggiare. Uscire è un atto contrario allo spirito della domenica. La domenica si sta in casa.

Uscirò lunedì.

O forse il giorno successivo, o quello dopo ancora. Adesso vediamo. Non facciamo programmi. Come si fa a fare programmi, di questi tempi? Vediamo come va. Esco più avanti. Che problema c’è? Che fretta c’è?

A proposito, quand’è che inizia la fase 3?

 

 

Coronaids

Se il Corona virus avesse un account Instagram, in questo momento avrebbe circa tre milioni e mezzo di follower. Una cifra niente male, certo. Ma non bisogna dimenticare che – giusto per fare un esempio – uno come Fedez ne ha quasi undici milioni, di follower, a dimostrazione del fatto che più danni fai all’umanità più le persone sono pronte a seguirti.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, sarebbe il momento di fare  – giusto per fare un esempio – come Fedez, e quindi fidanzarsi e poi eventualmente sposarsi e poi eventualmente produrre della prole con una partner (ipotizzo che il Corona virus sia maschio, ma sulla questione non c’è ancora grande chiarezza: vedi il lavoro di Chiang e Wazowski, What’s the frakkin’ gender of SARS-CoV-2?, arXiv.org) con non meno di dieci milioni di follower su Instagram. Se ci fosse ancora in giro la spagnola, sarebbe perfetta. Allo stato attuale la partner più adatta sarebbe il/la (vedi riga precedente) virus dell’HIV, ma vi sfido a convincere il Corona virus a mettersi con qualcuno che ha l’AIDS.

(poi dovremmo chiamarli Coronaids, immagino)

Se il Corona virus avesse un account Instagram, sarebbe il caso di rivedere la strategia social. Perché va bene che hai tre milioni e mezzo di follower, ma se 350mila di questi non ti cuoreranno mai più perché li hai ammazzati siamo in una situazione in cui il gatto si morde la coda e quindi si denuncia per danni e assume lo stesso avvocato e quindi a conti fatti i danni sono a saldo zero ma l’avvocato lo paghi due volte e allora è solo una perdita di tempo ed energie, sempre che non si vada in prescrizione poi.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, ci sarebbero comunque ottime prospettive di crescita, per quanto riguarda il numero di follower.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, posterebbe foto da tutto il mondo, contemporaneamente, spiazzando il suo pubblico.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, a me non lo aprirebbe perché ho l’antivirus.

Se il Corona virus avesse un account Instagram, più che altro sarebbe lui a seguire noi. Tutti. Ovunque. Finché non lo conoscessimo di persona. Perché lui (vedi sopra) è fatto così, un po’ all’antica. Preferisce il contatto fisico.

Almeno finché non apre un account il vaccino.

La soluzione definitiva a questo problema della Covid

Quello della Covid è un problema complicatissimo da risolvere, superato per difficoltà solo dal problema dell’allacciarsi un paio di mocassini. O da quello di indossarli, dei mocassini, senza provare raccapriccio.

Nonostante ciò, nonostante sia ormai chiaro a tutti che il livello di complessità della questione richieda soluzioni che siano multiple e altrettanto complesse, mirate e specifiche per ogni ambito particolare, step by step, aggiornabili, sostenibili nonché socialmente, economicamente, moralmente e politicamente accettabili, viviamo ormai nell’epoca della faciloneria, perciò chiediamo a gran voce una soluzione che sia una, e che sia una soluzione definitiva, o come direbbero certi anzianissimi tedeschi, una soluzione finale.

Proprio ispirato da quest’ultima espressione, vorrei far notare a tutti come in realtà un’unica soluzione totale al problema della Covid non solo esista, ma sia anche a portata di mano e oltretutto ampiamente sostenibile.

Il ragionamento retrostante è semplice. Ai fini della sua diffusione il Corona virus, solo soletto, è utile come un pene di 30 cm in una commedia romantica. Perché invada il mondo ha bisogno di ospiti che lo facciano moltiplicare e che lo trasportino in giro, un po’ dove capita, ma soprattutto nelle RSA lombarde.

Questo ci porta alla fase 2 del nostro ragionamento, molto più chiara della fase 2 annunciata dal nostro governo: senza ospiti, il virus è sconfitto. Spariti gli umani, il virus resta solo in un paio di pipistrelli e sulla maniglia d’ingresso della vostra farmacia, ma giusto per mezz’ora.

Di conseguenza, la soluzione più immediata per la scomparsa della Covid19 e del Corona virus è la morte volontaria di ogni essere umano, volgarmente detta suicidio (ok, ci vorrà anche qualche omicidio di massa per ovviare al problema degli individui non in grado di intendere o di volere o di applicare materialmente il suicidio, ma ci si è sempre organizzati bene in passato, per queste cose, non vedo perché non si possa fare anche questa volta).

Ed ecco come un problema molto complesso può essere risolto con estrema facilità, morendo tutti. E se la vostra obiezione è: “ma morire tutti non risolve solo il problema della Covid. Risolve tutti i problemi dell’umanità”, posso solo dire: rileggetevi.

Un occhio della testa

I grafici, si sa, attirano le persone con la stessa efficacia con cui le calamite attirano i collezionisti di calamite. È proprio dell’animo umano trovare repellenti delle tabelle piene di numeri e adorare i disegnini che le rappresentano, e il motivo è molto semplice: con le prime non ci capiamo un cazzo, con i secondi ci convinciamo immediatamente di aver capito tutto.

E infatti in questi ultimi due mesi è circolata un’enorme quantità di grafici relativi all’evoluzione della pandemia in corso. E infatti adesso ci sono in giro più esperti di virologia che esperti di calcio, anche perché il calcio è fermo e da qualche parte le energie intellettuali bisogna pur sfogarle.

In questa massa incommensurabile di linee, colonne e fette di torta però, è mancato un grafico che ritengo essenziale all’interpretazione della realtà attuale, ovvero quello che mostra, accanto all’andamento dei contagiati, l’andamento dei prezzi delle webcam. Lungi da me dedurre che la diffusione del virus è causata dall’aumento dei prezzi delle webcam (correlation is not causation, direbbe un inglese esperto di calcio), sarebbe interessante capire quanto la curva del costo delle webcam sia simile a quella dei contagiati da Covid19, ma soprattutto, sarebbe interessante capire perché il picco dei contagi è passato mentre il picco dei prezzi delle webcam ancora non è stato raggiunto, e cercare inoltre di prevedere quando questo succederà. Così, almeno, potrò capire quand’è il caso di acquistare una webcam senza dover ricorrere all’accensione di un mutuo.

Per fortuna che intanto il petrolio costa -37 dollari al barile, e sto diventando ricco comprandone spropositate quantità.

Silence is sexy

 

(John Baldessari, Beethoven’s Trumpet (with Ear) Opus #127)

Una pandemia globale non ha, a quanto pare, numerosi vantaggi. Non che prima di sperimentarla pensassimo che potesse essere Mirabilandia, anzi. Semplicemente nessuno (esclusi David Quammen, autore di Spillover, Scott Z. Burns, sceneggiatore di Contagion, alcuni virologi sparsi per il mondo e un paio di pipistrelli cinesi) immaginava una situazione del genere, quindi nemmeno i conseguenti svantaggi e vantaggi.

Qualche vantaggio però c’è. In città, per esempio, c’è un gran silenzio. Soprattutto se abitate, come me, vicino a una strada solitamente abbastanza trafficata. Ancor di più se abitate, come me, perfettamente in linea con la pista di atterraggio di un aeroporto che dista circa quattro chilometri. Niente auto + pochi bus + niente aerei = silenzio. Chi l’avrebbe immaginato?

Grazie a questo silenzio, che nel fine settimana raggiunge picchi da paesino di provincia, sono riemersi suoni che altrimenti resterebbero inascoltati.

Il cinguettio brillante degli uccelli.

Il cigolio della grondaia di fronte, che mezza sganciatasi dal sostegno oscilla anche per una brezza delicata.

L'”HAI ROTTO IL CAZZO!” di qualcuno giù in strada, che ce l’ha chissà con chi.

 

Quarantadue

Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus SARS-CoV-2, che tutti chiamano simpaticamente Corona virus (specifico il tutto giusto per coloro che si fossero svegliati dal coma poche ore fa, in una terapia intensiva insolitamente affollata).

Visto che questo blog da un po’ di tempo a questa parte scarseggia di nuovi contenuti, mi sono detto (perché tanto ormai tutti parliamo da soli, giusto?) Perché non rianimarlo – toh, guarda, del gergo medico sanitario! – proprio nel giorno di confinamento 42, numero topico (nel senso del topos ma anche dei topi, lo sa bene chi l’ha letto) di quel libro di Douglas Adams che porta quel magnifico titolo che è Guida galattica per gli autostoppisti? E dopo essermi posto una domanda così ricca di incisi e di parentesi, mi sono risposto con un’altra domanda, sebbene retorica, ovvero: Perché no?

Dopo averlo riportato in vita, l’obiettivo sarebbe anche quello di offrire a questo blog un’esistenza dignitosa. Quindi la prima cosa da fare è tenerlo lontano da certe RSA divenute piuttosto famose. La seconda è pubblicarci con una certa frequenza contenuti di varia natura e argomento, non necessariamente sanitario-escatologici.

Il contenuto di oggi, visto che si parlava di Douglas Adams, è il seguente. Tra le tante belle idee scaturite dalla mente di Douglas Adams c’è anche l’azzeccatissimo titolo di un disco dei Pink Floyd del 1994, The Division Bell. Lo scrittore “donò” il titolo a David Gilmour, di cui era amico, durante una serata di beneficenza, in cambio di una donazione di 5 mila sterline a un’associazione benefica che si occupava di ambiente. Da grande fan sia dei Pink Floyd sia di Douglas Adams, quando qualche anno fa ho scoperto questa cosa ho pensato che l’universo è fatto anche un po’ come un puzzle, e ogni tanto capita persino che due tessere s’incastrino a dovere.

Un Witz, come da tradizione

Come da tradizione, anche se con un imperdonabile giorno di ritardo, in occasione del giorno della Memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Questa in particolare è tratta da un libro di Moni Ovadia che s’intitola L’ebreo che ride. Se volete saperne di più sulla grande tradizione dell’umorismo ebraico e volete anche farvi delle piacevoli risate, ve ne consiglio la lettura.

Yankele e Moishele litigano furiosamente e ad un certo punto Yankele al colmo dell’ira sfida Moishele a duello. Dato che tutti e due hanno servito lo Zar nell’esercito e conoscono l’uso delle armi, decidono di fare il duello alla pistola. Stabiliscono di incontrarsi il giorno successivo alle sei in punto di mattina, nel campetto di fianco al mulino.
Il giorno dopo, alle sei precise, Yankele è lí nel campetto di fianco al mulino, evidentemente con i suoi padrini. Passa mezz’ora, tre quarti d’ora, di Moishele nessuna traccia. Dopo un’ora si vede spuntare correndo da dietro il mulino un vecchio ebreo ortodosso con le falde del pastrano e i cernecchi svolazzanti. Il khassida tiene in mano e agita un foglio di carta. Quando raggiunge Yankele gli domanda: «Lei è il signor Yankele? Sí? Questo è un lettera per lei di parte del signor Moishele».
Yankele lacera la busta, estrae la missiva e legge: Yankele, sono il Moishele. Senti, se lo dovessi ritardare, non stare lì ad aspettarmi. Comincia pure solo… Spara!»