Referendum per l’indipendenza della provincia di Macerata (e probabile annessione alla Croazia)

mc-hvar

Come si fa a non cogliere l’occasione? Nell’aria c’è così tanta voglia d’indipendenza e d’indipendentismo, di secessione e di secessionismo, di referendum e referendumismo, che tanto vale mettersi in coda, aspettare il proprio turno e tentare il colpaccio.

E ora, dopo Crimea e Veneto, è la nostra ora, l’ora della provincia di Macerata.

Vi chiedo quindi di votare e far votare per l’indipendenza della provincia di Macerata. Indipendenza dalle Marche, in primo luogo, e dall’Italia intera di conseguenza. Dall’Europa no. O comunque di meno.

La provincia di Macerata ha una sua lingua, una sua tradizione, una sua enogastronomia. Schiacciarla fra altre province e regioni è come mutilarla e offenderla. E noi, del referendum per l’indipendenza della provincia di Macerata (e probabile annessione alla Croazia), siamo stanchi di vedere la nostra dignità calpestata, la nostra libertà umiliata.

Votiamo, votate, votino SI!

Poi, compiuto questo primo passo, libera dalle catene del centralismo e dalla morsa della triade Ascoli-Fermo-Ancona, nonché dalla spinta degli umbri sempre in cerca del mare, la nostra grande provincia potrà autodeterminare il proprio destino, e soddisfare infine la sua ambizione millenaria, quella dell’annessione alla splendida Croazia, terra naturale se non genealogica dei padri dei nostri padri, e ricca anche di belle isole, belle donne e ristoranti di pesce a prezzi umani. E buona birra.

E allora votate e fate votare e fate che facciano votare SI al referendum per l’indipendenza della provincia di Macerata!

Non fidatevi di tutte le Marche!

(Istruzioni: perché il voto sia valido a tutti i sensi di legge basta scrivere SI nei commenti, seguito da una rassicurazione tipo “son convinto”, “ci credo”, “va bene”, “non me lo faccio dire due volte”)

 

 

Autodeterminator

 

UcrainaHo letto che in Ucraina, tra i candidati forti delle prossime elezioni del 25 maggio, ci sono: il magnate dei media Pyotr Poroshenko, l’ex campione di boxe Vitali Klitchko e il leader nazionalista Oleg Tyagnibok.

Che magari son bravissimi eh.

 

 

 

 

Lavoisier contro la burocrazia

Antoine Lavoisier, di cui Lagrange disse «È bastato solo un attimo per tagliargli la testa, e cent’anni potrebbero non bastare per generarne un’altra pari alla sua», finì ghigliottinato l’8 maggio del 1794. Cosa che in Francia, a quei tempi, non era poi così inusuale.

Prima di finire in un cesto separata dal corpo, la testa di Lavoisier aveva dato grandi contributi alla scienza, in vari campi. Per esempio aveva battezzato (laicamente) “idrogeno” e “ossigeno” i due famosi elementi chimici da poco scoperti, per evitare che tutti li continuassero a chiamare irrispettosamente elemento tizio e elemento caio. Non per niente è considerato il padre della chimica moderna. Anche se forse ne è più il padrino.

Il traguardo per cui è più famoso è però la legge di conservazione della massa, che, detta senza numeri, suona più o meno così:

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Pur essendo una colonna portante dell’universo fisico e chimico, esiste un settore in cui questa legge non riesce a imporsi, venendo violata con costanza e dedizione: la burocrazia.

La meccanica burocratica (che non è né classica né relativistica, ma essendo fortemente controintuitiva potrebbe essere tranquillamente quantistica) crea infatti continuamente (enti, figure, moduli, regolamenti), distrugge continuamente (tutte le stesse cose di prima, sostituendole con delle nuove) e non trasforma proprio niente (il che renderebbe tutto più facile, quindi non burocratico).

Una creazione più o meno recente e piuttosto interessante della meccanica burocratica è il cosiddetto responsabile della trasparenza. Questa figura, che nel mondo oltre-quantistico della pubblica amministrazione avrà di certo un ruolo fondamentale, nell’universo fisico-chimico potrebbe essere rappresentato così: un uomo ben vestito, con una valigetta, che entra negli uffici pubblici, guarda tutti silenzioso, poi si dirige verso la finestra. Guarda fuori, si avvicina, si allontana, riguarda fuori, poi apre la finestra e guarda fuori di nuovo, si avvicina, si allontata, guarda fuori per l’ultima volta e chiude la finestra. Scrive qualcosa sui suoi moduli e passa all’altra finestra. E così via.

E forse lo fa anche per gli occhiali, se i dipendenti dell’ufficio li indossano.

 

 

Renzo la scheggia

TrotaChe le faccine “come ti senti dopo aver letto quest’articolo” del Corriere online abbiano qualcosa d’inquietante è fuor di dubbio. Riesce però difficile non apporre il bollino “indignato” leggendo delle spese pazze fatte dai politici lombardi qualche tempo fa. Spese fatte a carico dei cittadini, ovviamente, con soldi pubblici.

Nonostante ciò non dobbiamo cadere nella tentazione di fare di tutta l’erba un fascio, e nemmeno in quella di giudicare in fretta e furia (a meno che non siate dei magistrati).

Per esempio, Renzo Bossi, allora consigliere al Pirellone, spese, fra le altre cose, circa 800 euro per un rilevatore di autovelox. Cosa che a me sembra un bel gesto.

Cioè, invece di farsi togliere le multe per eccesso di velocità, causando un mancato introito per le casse pubbliche, decise di evitare direttamente di prenderle, comprando a spese nostre il rilevatore.

Così, in un certo senso, ci ha fatto risparmiare un sacco di soldi.

Quindi la faccina giusta è “soddisfatto”.

 

Si accomodi, ministro

Quando un Presidente del Consiglio nomina i suoi ministri, lo fa sulla base di un calcolo particolarmente complesso, che coinvolge la fiducia nei confronti di quelle persone, la loro preparazione, la loro esperienza, il peso che hanno avuto nella sua scalata politica fino alla vetta più alta, la necessità di mantenere certi alleati e via così, fino alla loro capacità nel classico gioco in cui c’è da prendere al volo le monete appoggiate sul gomito.

La nomina di Alessandra Madia a Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione dev’essere frutto di un calcolo del genere. Oppure Renzi era lì, ha visto una donna col pancione, e per dare il buon esempio le ha offerto un posto a sedere.

Magari Renzi non si era accorto che era una poltrona da ministro. Ma a quel punto, cosa fai?, le chiedi di alzarsi?

Sanremo stanchi

Ho visto Sanremo. Pochino, a dirla tutta. Un’oretta ogni serata. Ho ascoltato poco le canzoni, mi sono perso parecchi momenti clou, come si dice, quindi ecco, non sono certo il migliore interprete.

Però, e se l’ho notato io, con quel poco d’attenzione che c’ho messo, chissà gli altri, quello che emerge di più, di tutto il Festival, è lo sguardo rivolto all’indietro. La grande canzone italiana del passato, la grande tv italiana del passato, le grandi glorie italiane del passato, il grande passato italiano: il passato, più che altro.

E va bene le manie di Fazio, e va bene i sessant’anni della Rai, però, sinceramente, se a un Paese che fa di tutto per guardare avanti, gli presenti un Festival che guarda all’indietro, poi, se cambia canale, non te la devi prendere.

Anzi, direi che lo devi prendere come un buon segno.

Interrogazioni

L’incontro tra Renzi e Grillo mi ha riportato la memoria agli anni del liceo.

Mi ha ricordato quelli che dicevano che alle interrogazioni l’importante non era tanto sapere le cose, cioè, un po’ sì, ma quello che contava più di tutto, più del saperle bene, le cose, era parlarne parlarne parlarne, senza fermarsi. Perché se ti fermi pare che non le sai, le cose, invece se continui senza sosta a dirle l’insegnante si convince che hai studiato, anche se magari non hai studiato tanto.

Allora una volta, in un’interrogazione a sopresa, forse era latino, non mi ricordo, ho provato questo metodo del parlare parlare parlare. Ho parlato parlato parlato. Ho preso 4 meno.

Non ho mai capito come si fa a parlare parlare parlare di certe cose, se uno non le sa.

Astropolitica

Chissà, questi ultimi giorni qui, quanti analisti politici sono finiti ricoverati, in Italia.

Poveracci. Sono diventati come quelli che lavorano in borsa. Scrivono in fretta, urlano, si voltano qua e là per vedere cosa succede, gli occhi sgranati, poi passa un comunicato, un’agenzia, e via giù a riscrivere, a rispiegare, a rivedere. In un giorno, 6 o 7 analisi diverse, una dozzina di scenari, 15 reazioni, 20-25 soluzioni, 30 nomi. Gente che ormai sogna di poter vivere in una dittatura: una voce sola e punto. Invece niente, la democrazia.

Oppure, non lo so, sono come quelli degli oroscopi. Scrivono e scrivono delle enormi boiate, tanto poi il giorno dopo non è che la gente va a controllare.

Tempismo

Pensa te se adesso Matteo Renzi diventa Presidente del Consiglio, e mentre è lì che fa delle riforme per il bene dell’Italia e s’impegna perché ci sia una svolta, la svolta arriva, da sola, per i fatti suoi, e inizia la ripresa, senza che si capisca bene il perché, così com’è iniziata anche la crisi, e le cose tornano non dico come prima, ma almeno normali. E si sa, che per uno che viene dalla catastrofe le cose normali sono il paradiso.

Pensa te che fortuna fare il Presidente del Consiglio proprio mentre succede una roba del genere, che gran bella figura.

Se poi uno non crede nella fortuna, può sempre affidarsi al tempismo.

Scusate il disturbo

Poi magari non se ne fa niente, di questa staffetta tra Letta e Renzi. Però si vede proprio.

È come quando ti s’infila una piccola scheggia nel polpastrello. O ti ferisci con un foglio di carta affilato e ti resta quel taglietto. Non ci fai quasi caso, te li dimentichi anche. Solo che quando pieghi il dito in un certo modo, o lo appoggi, c’è quella fitta di dolore. E subito lo tiri indietro, cambi posizione di scatto.

È questo, per i politici, il voto popolare. Un fastidio. Un disturbo che li coglie all’improvviso quando, maneggiando la democrazia, fanno un movimento sbagliato.

Si vede proprio, sì, che potrebbero farne a meno. Si muovono in quasi completa libertà: che sollievo sarebbe poterlo fare senza temere anche quella leggera irritante scossa?

Viene da pensare che togliergli quella scheggia sia persino una buona azione.

L’utilità di Brunetta

BrunettaDa un po’ di tempo a questa parte ho notato che ogni volta che leggo la posizione dell’ex ministro Renato Brunetta in merito a qualcosa, io la penso al contrario.

Allora, adesso, se c’è una questione su cui sono poco informato, prendo e vado a leggermi cosa ne ha detto Brunetta. Così poi penso il contrario.

Mi fa risparmiare un sacco di tempo.

 

 

Il bonus libri: dal trailer al film

Fatta qualche eccezione, i film, se uno si fida dei trailer, son tutti belli. Guardi il trailer, dici “oh che attori”, dici “oh che musiche”, dici “oh che effetti”, ti convince, vai al cinema, il film fa schifo.

Per la politica, in Italia, funziona più o meno allo stesso modo. Vedi le proposte di legge, dici “oh be’, sì”, “è giusto, certo”, “oh, una roba ben fatta”, poi esce la legge, fa schifo. Fatta qualche eccezione.

Per dire, le “Misure per favorire la diffusione della lettura”, il trailer era splendido. Si vedevano detrazioni fiscali, incentivi alla lettura, bonus libri. Il film, invece, ci stanno mettendo degli emendamenti assurdi dentro, farà schifo. Certo, non si può dare per scontato, visto che è ancora in lavorazione. Nel senso, può anche peggiorare.

Somma politica

Non è tanto il gridare “Boia chi molla!”. Che magari a uno cresciuto in un certo ambiente gli scappa.

Non è tanto il tirare degli schiaffi in Parlamento. Mica è la prima volta. E poi si sa, quando uno ci mette la passione…

Non è tanto il dire a certe deputate che stan lì solo perché sono brave nella fellatio. In certi bambini, si sa, la fase fallica dura parecchio.

Non è tanto il bruciare il libro di uno che ti ha criticato. Le idee che ci sono dentro mica bruciano con la carta.

Non è tanto il minacciare il presidente della Camera. Chiunque sia presidente di qualcosa, anche di un circolo di cucito, ha i suoi nemici.

È fare tutte queste cose insieme, il problema.

Il pelo rosso

Non so se sapete che ho la barba. Una folta, avvolgente barba. Non che sia un hipster (dio mi scampi): la porto per convinzione, non per moda. Ci ho fatto anche l’iconcina del blog, e infatti poi mi hanno detto “Perché hai messo un gatto come logo?”. Un gatto con un solo grande occhio. Che sarebbe la bocca che ride, invece.

Per molto tempo ho portato barbe modificate, nel senso di basettoni, mosche, pizzi di varia forma e dimensione. Qua e là anche robe ridicole. Un cammino necessario verso la maturità della barba integrale.

Ogni tanto la spunto, l’accorcio, la sistemo, che è d’uopo. Ma buona parte della mia faccia non vede la luce diretta del sole da non mi ricordo più quanto tempo. Dovessi rasarmi, radermi (i portatori di barba non fanno distinzione) dimostrerei 10 anni e 5 chili in meno. Non che m’interessi.

Negli ultimi tempi, gli ovvi segni dell’età: sono spuntati dei peli bianchi. Nessun trauma, ne portavo già parecchi in testa da molto tempo. Però ho notato che crescono più velocemente dei neri. Magari un giorno un biologo mi saprà dire perché. Oppure uno psicologo.

Poi, qualche settimana fa, la stranezza. Bello lungo, sulla guancia sinistra, in alto, vicino al confine con la no beard zone, un pelo rosso. Penso a un riflesso, alla luce, mi avvicino allo specchio, cambio posizione: un pelo rosso.

Che roba, la natura, che in mezzo a leggi e norme usa anche l’eccezione, la deviazione. Il caso, diceva Monod, accanto alla necessità. Un errore di trascrizione, una bassa probabilità, un raggio cosmico capitato lì proprio in quel momento, quando si decideva il colore. Una modificazione genetica, un legame chimico sfuggito, qualcosa che si è rotto o interrotto, il non previsto.

Non so perché, ma mi è venuto in mente il Parlamento.

Un witz

Visto che giorno è oggi, e visto che ho appena avuto il piacere di leggere un libro di Moni Ovadia intitolato “L’ebreo che ride”, ecco un witz, una storiella ebraica (o un motto di spirito, se siete freudiani), tratto proprio da quel volume, che ovviamente vi consiglio:

1934. Il nazismo è già saldamente al potere ma le leggi razziali di Norimberga non sono ancora state emanate. Un gerarca del partito visita una scuola per verificare lo stato di preparazione degli allievi ma soprattutto per controllare che l’educazione della gioventù sia conforme alle rigide direttive del regime. Il preside della scuola lo conduce in una delle migliori classi. Il gerarca si guarda intorno, poi indica un ragazzetto dai capelli rossi.
È il piccolo ebreo Morris Rosenfeld. Morris pronto scatta in piedi sull’attenti con il braccio disteso e saluta: «Heil Hitler, camerata!».
Compiaciuto per la disciplina del ragazzino, il gerarca domanda: «Chi è nostra madre?»
«La Germania nazista, camerata!» risponde sicuro Morris.
«Bravo! E chi è il nostro amatissimo padre?»
«Il Führer Adolf Hitler, camerata!» risponde con piglio il ragazzino.
«Bravissimo, mio giovane camerata!» dice il gerarca entusiasta.
Poi gli rivolge ancora un’ultima domanda: «Cosa vuoi diventare da grande, mio giovane amico?»
«Orfano, camerata!» replica orgoglioso Morris Rosenfeld.

Il paese reale, metaforicamente

Il paese reale è un TIR carico di pollame che t’investe a 90 kilometri orari mentre attraversi la strada sovrappensiero chiedendoti quale sia il sistema elettorale più adatto a infilare più polli nel TIR.

 

35%

Il premio di maggioranza, soprattutto in questa nuova versione che sta girando, si potrebbe applicarlo anche ad altre situazioni.

Tipo quando si va a fare benzina:
– Buongiorno, mi riempie il 35% del serbatoio?
– Va bene, le faccio un po’ più di metà pieno.
– Grazie.

Oppure dal fornaio:
– Buongiono, mi dà il 35% di quella pagnotta?
– Va bene, gliene do mezza e un pezzetto.
– Grazie.

O anche per impressionare una donna:
– Ho un pene del 35%.
– Wow!
– Grazie.

Nel campo degli aggeggi tecnologici sarebbe una vera e propria svolta, con le batterie che oscillerebbero per sempre tra il 35% e mezza carica circa. Senza mai doverle ricaricare.

Questo sì che è progresso.

Bestiario contemporaneo #4

Alfaniano (alpha proditor)

Scimmia antropomorfa dagli occhi pallati spesso confusa con l’Alfista (alfa prodigus), appartiene al ceppo genetico forzitaliota, di cui mantiene alcune caratteristiche ereditarie come la calvizie e la centrodestrorsità. Differenziatosi evolutivamente solo in epoca recente, ha conquistato, con la lotta per la sopravvivenza politica, alcune caratteristiche peculiari, tra cui il libero arbitrio e la capacità di fondare nuovi partiti. Vive nei pressi del Viminale, in tribù poco numerose, in attesa degli esiti elettorali futuri. Ha sviluppato un’identità cattocentrica che rifiuta i riti orgiastici e denigra i fescennini, quantomeno in pubblico. Il suo nemico naturale è il berlusconiano (princeps brianzolis minoris), che lo considera un traditore della specie e gli tende spesso delle imboscate fuori e dentro le aule di governo. Ha trovato invece un inaspettato alleato nel piddino (homo ruber sbiaditus), in attesa anch’esso dei futuri esiti elettorali. Rischia l’estinzione, al pari del finiano (finis finissima).