Merce di scarto cecoslovacca

In un libro di Thomas Bernhard che s’intitola Camminare, c’è un personaggio di nome Oehler che racconta al narratore, mentre i due camminano, di come Kerrer, un uomo con cui sia Oehler che il narratore erano soliti camminare, ma in giorni diversi, sia impazzito, e di come la sua pazzia sia esplosa definitivamente nel negozio di abbigliamento di Rustenschacher, in un crescendo tragicomico che sembra uscito da una commedia slapstick, con Kerrer che si fa mostrare in controluce un paio di pantaloni dopo l’altro, sbattendo con forza il suo bastone sul bancone e osservando che in ogni paio ci sono punti radi, e criticando quindi aspramente e sempre più violentemente i tessuti utilizzati per confezionarli, replicando ogni volta alle parole gentili del commesso, che gli fa osservare che si tratta di “tessuto inglese di primissima qualità”, dicendo che si tratta invece di “merce di scarto cecoslovacca”, e ogni volta che il commesso prova a convincerlo della qualità dei pantaloni e a farlo ragionare, Kerrer glieli fa mettere controluce e ripete che altro che tessuto di qualità, quella è “merce di scarto cecoslovacca”, e Kerrer mi ha convinto così tanto, col suo discorso sulla qualità, che ho deciso che anch’io, adesso, quando qualcuno mi dice che qualcosa è di grande qualità, ma secondo me non lo è per niente, gli dico che quella roba lì altro che qualità, quella lì è merce di scarto cecoslovacca, perché pure a me, cercare di vendermi qualcosa come fosse di qualità, ma che di qualità non è, è una roba che mi manda al manicomio, e Kerrer infatti c’è finito, al manicomio.

[Thomas Bernhard, Camminare, traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi 2018]

Il giorno in cui “morì” Billy Pilgrim

Di recente ho riletto un libro di Kurt Vonnegut intitolato Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini).

La mia vita, e non solo in senso letterario, si divide in a.V. e d.V. Avanti (la scoperta di) Vonnegut e dopo (la scoperta di) Vonnegut.

Rileggendolo, tra i non pochi dettagli che ho scoperto e riscoperto c’è anche quello contenuto in queste parole:

Io, Billy Pilgrim, comincia il nastro, morirò, sono morto e sempre morirò il tredici febbraio 1976.

Billy Pilgrim, che viaggia avanti e indietro nel tempo lungo tutto il cerchio della sua vita, è stato testimone del bombardamento di Dresda (come anche Vonnegut), è stato rapito dagli alieni di Tralfamadore e sa – perché glielo hanno spiegato i tralfamadoriani – che il tempo non è una linea ma un cerchio e morire non è poi questo gran problema perché da qualche parte nel tempo siamo sempre e comunque vivi e vegeti -, be’, Billy Pilgrim è morto il giorno prima che nascessi io.

Così va la vita.

Il mondo senza di noi

A proposito dei cambiamenti avvenuti durante il lockdown e di natura che si riappropria dei suoi spazi, in un libro di Guido Morselli intitolato Dissipatio H.G. (è o non è un titolo bellissimo?) a un certo punto è scritto:

In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d’uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s’intende. L’istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell’aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante).

Poco più avanti poi:

La fine del mondo? Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort». Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

Perché è sempre utile ricordare che, se riportiamo tutto alle debite proporzioni, noi umani come specie contiamo non dico poco, ma il giusto.

Quarantadue

Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus SARS-CoV-2, che tutti chiamano simpaticamente Corona virus (specifico il tutto giusto per coloro che si fossero svegliati dal coma poche ore fa, in una terapia intensiva insolitamente affollata).

Visto che questo blog da un po’ di tempo a questa parte scarseggia di nuovi contenuti, mi sono detto (perché tanto ormai tutti parliamo da soli, giusto?) Perché non rianimarlo – toh, guarda, del gergo medico sanitario! – proprio nel giorno di confinamento 42, numero topico (nel senso del topos ma anche dei topi, lo sa bene chi l’ha letto) di quel libro di Douglas Adams che porta quel magnifico titolo che è Guida galattica per gli autostoppisti? E dopo essermi posto una domanda così ricca di incisi e di parentesi, mi sono risposto con un’altra domanda, sebbene retorica, ovvero: Perché no?

Dopo averlo riportato in vita, l’obiettivo sarebbe anche quello di offrire a questo blog un’esistenza dignitosa. Quindi la prima cosa da fare è tenerlo lontano da certe RSA divenute piuttosto famose. La seconda è pubblicarci con una certa frequenza contenuti di varia natura e argomento, non necessariamente sanitario-escatologici.

Il contenuto di oggi, visto che si parlava di Douglas Adams, è il seguente. Tra le tante belle idee scaturite dalla mente di Douglas Adams c’è anche l’azzeccatissimo titolo di un disco dei Pink Floyd del 1994, The Division Bell. Lo scrittore “donò” il titolo a David Gilmour, di cui era amico, durante una serata di beneficenza, in cambio di una donazione di 5 mila sterline a un’associazione benefica che si occupava di ambiente. Da grande fan sia dei Pink Floyd sia di Douglas Adams, quando qualche anno fa ho scoperto questa cosa ho pensato che l’universo è fatto anche un po’ come un puzzle, e ogni tanto capita persino che due tessere s’incastrino a dovere.

Adesso basta

Adesso ti giuro, per quant’è vero Iddio, mi alzo da qui vado di là faccio un casino. E beh, per forza, non se ne può più. Non si può mica andare avanti così. Vado di là e gliene dico quattro. Quattro poi: gliele dico tutte. Tutte una per una. Perché non se ne può più. Non se ne può, davvero, più.

Adesso, te lo giuro sulla buon’anima di mia madre, su mio padre, sul busto di Lenin, mi tiro su corro in cucina apro la porta come se dovesse venir giù tutto il muro, apro la porta così forte che vedi se non vola via la pendola da muro con quei suoi stramaledetti rintocchi ogni quindici minuti, quella pendola della malora che ci ha regalato lo zio Alvaro, che poi voleva regalarci il robot da cucina, lo zio Alvaro, per il matrimonio, invece poi se n’è uscito con la pendola, chissà come gli è venuto in mente di regalarci una pendola da muro, dico io, chissà chi gliel’ha messa in testa, che non è nemmeno facile da trovare, una pendola da muro, dove la vai a cercare? in che negozio si va, di arredamenti? di casalinghi? dall’orologiaio? non lo so mica. Eh, ma lo so io chi gliel’ha messa in testa, la pendola. Certo che lo so. Ora basta però. È ora di finirla, una volta per tutte. Ma sul serio, ti dico.

Questo è un estratto di “Adesso basta”, una specie di monologo che ho scritto un po’ di tempo fa e che è stato pubblicato nell’Almanacco 2019 della Quodlibet, a cura di Ermanno Cavazzoni.

Oltre al mio, nell’Almanacco ci sono gli scritti di Paolo Albani, Patrizia Barchi, Daniele Benati, Nicola Bonazzi, Paolo Colagrande, Elena Contenta Patacchini, Ugo Cornia, Alessandro Della Santunione, Ivan Fantini, Michele Farina, Enrico Ferratini, Luigi Godino, Andrea Lucatelli, Giovanni Maccari, Gianfranco Mammi, Francesco Marsibilio, Michele Mellara, Luca Mirabile, Paolo Morelli, Jacopo Narros, Mauro Orletti, Paolo Pergola, Alberto Piancastelli, Sara Ricci, Davide Ruffini, Irene Russo, Marino Santinelli, Vincenzo Scalfari, Aldo Testa, Stefano Tonietto, Paolo Vistoli.

Poi il 31 maggio, a Reggio Emilia, alle 21, ai chiostri di San Pietro, se ne legge qualche pagina dal vivo.

Biografie

L’altro giorno ho dovuto scrivere una mia breve biografia per un libro che uscirà fra un paio di mesi e che conterrà, tra gli altri, un mio racconto. Mi era già capitato altre volte di scrivere queste cosiddette notizie sull’autore, coincidendo io con quest’ultimo, che sono poi finite in libri, siti web o su etichette di prodotti alimentari sospetti. Confrontando la biografia che ho scritto l’altro giorno con quelle più vecchie, mi sono accorto che nel corso del tempo le ho scritte sempre più brevi. Le prime biografie erano lunghe, arzigogolate, piene di battute e gag. Le ultime, pur avendo nel frattempo accumulato più biografia, sono formate da pochissime righe e da informazioni essenziali.

Sarà che all’inizio, quando uno non ha molto da scrivere di sé perché non ha fatto granché, si sente così poco importante che finisce per metterci di tutto, nelle biografie. E sarà che alla fine, quando uno da scrivere ne ha, si sente così poco importante per aver fatto quelle cose che nemmeno gli passa per la testa di scriverle.

Così, di anno in anno, all’aumentare delle esperienze, le biografie si assottigliano. Quelle perfette, evidentemente, sono solo nome e cognome.

Per comprarmi il Porsche

Allora. Io, in qualità di scrittore, che si sappia, come obiettivo ho quello di comprarmi il Porsche. Perciò, visto che in questi giorni ho avuto a che fare coi resoconti delle vendite di Scienziaggini, mi sono messo a fare un po’ di calcoli per capire quanto dista la meta.

Tolto il primo semestre di vendite, che è un discorso a parte perché c’è il lancio e tutta la fase di promozione violenta, cioè quella in cui sfinisci i tuoi contatti finché non ti comprano il libro, Scienziaggini si è assestato su una media di vendite di circa 30 copie a semestre. Cifra niente male, se si considera che è un’opera di esordio, umoristica, a tema scientifico, in una collana di matematica, uscita solo in e-book, in Italia.

Perciò, se ipotizziamo che il libro continuerà a vendere a questo ritmo a tempo indeterminato, ne risulta che potrò acquistare, pagandolo in contanti, un Porsche 911 cabrio (allestimento base) nel 7817 d.C., a fine aprile.

Dico in contanti perché dubito che, su queste basi, me lo facciano prendere a rate.

 

La bataglia contro la coglionaggine

Raffaello Baldini, ne La fondazione, che è un monologo teatrale, a un certo punto scrive una cosa che secondo me è molto adatta a questi tempi qui che viviamo:

e qui bisognerebbe fare un altro discorso, sopra la coglionaggine, perchè uno magari dà del coglione agli altri, fa dell’ironia, e invece, ecco, no, ci sarebbe una battuta, a proposito di battute, che la diceva il maestro Liverani: la bataglia contro la coglionaggine comincia da se stessi, ecco, questa mi pare detta bene, perchè siamo tutti un po’ coglioni.

L’Almanacco con dentro la littorina

Qualche giorno fa è uscito un libro che s’intitola “Almanacco 2017 – Mappe del tempo. Memoria, archivi e futuro”. È uscito all’interno di una collana a cui sono sempre stato molto affezionato, la Compagnia Extra, dell’editore Quodlibet di Macerata.

All’interno di questo libro ci sono testi di Learco Pignagnoli, Gianni Celati, Daniele Zinni, Patrizia Barchi, Paolo Albani, Marino Santinelli, Aldo Testa, Paolo Vistoli, Luca Mirabile, Gianfranco Mammi, Stefano Tonietto, Adrián N. Bravi, Matteo Cavezzali, Ivan Fantini, Giovanni Maccari, Ugo Cornia, Daniela Mazzoli, Simone Marcelli, Paolo Pergola, Mauro Orletti, Fabio Donatini, Alessandro Della Santunione. E in fondo, a chiudere, un mio racconto lungo intitolato “La littorina”.

“La littorina” parla della provincia, del tempo che lì (qui!) non passa, o passa in un modo tutto suo. Parla di abitudini che scandiscono i giorni, d’impossibilità, di tentativi ingegnosi, di bilanci, progetti e fallimenti. O meglio parla di anisetta con la mosca, di alcuni anziani seduti al bar, di un’estate torrida e soprattutto di Bertazzoni, il protagonista. Il quale, non senza prima averci ragionato su a dovere, ha deciso di ammazzarsi.

(Quei treni sbuffanti ma inarrestabili che percorrevano – rigorosamente uno alla volta, sul binario unico, incontrandosi affiancati solo nelle stazioni – la linea che veniva dal mare e dal capoluogo fin qui su in collina, nel profondo entroterra, li ho sempre sentiti chiamare e chiamati littorine, anche se erano degli anni ’50 e ’60. Poi, più tardi, persino dei ’70. Le automotrici ALn 668. Materiale rotabile che ha tenuto insieme l’Italia, collegandola da un pezzetto di terra di poco conto all’altro, per decenni.)

L’Almanacco 2017 è a cura di Ermanno Cavazzoni e in collaborazione con Fotografia Europea, un’importante esposizione fotografica che si tiene ogni anno, con un tema diverso, a Reggio Emilia. Proprio a Reggio, e precisamente presso i Chiostri di San Pietro, il 2 giugno alle 21.30 si parlerà dell’Almanacco, si faranno delle letture, e ci saranno musica e balli. Se venite, ci si vede lì.

Qualcosa di molto di più

Una cosa, al di là di ogni altra, mi ha stupito de Il naso della Sfinge: quanto sia qualcosa di molto di più di quanto mi aspettassi.

Capiamoci, non è che non avessi piena fiducia in Roberto Radimir. Ci avevo collaborato per anni, e conoscevo bene le sue capacità. Sapevo già che non mi avrebbe deluso. Non a caso sono corso a bussare alla sua porta, quando Blonk mi ha affidato la collana Stravaganze.

Però, lo ammetto, mi aspettavo qualcos’altro. Una vicenda in qualche modo satirica, molto probabilmente. Della comicità caustica, di certo. Quel suo modo ingegnoso di sbatterci in faccia le contraddizioni in cui siamo immersi e la ridicolezza di certe nostre battaglie, senza dubbio.

E tutto questo – sia chiaro – ne Il naso della Sfinge c’è. Ma c’è molto di più. Ci sono memorie e ricordi, provenienze e radici. C’è la storia di una famiglia, coi suoi rituali, il suo lessico, le sue tragedie. C’è un bel pezzo di sé, di Roberto, tra quelle pagine; anche se spezzettato, quasi mimetizzato in piccole tessere che insieme a molte altre formano un mosaico parecchio più ampio, che disegna grandi eventi storici, importanti figure e personaggi, temi sociali e culturali di grande rilievo. C’è la storia e la Storia, dentro Il naso della Sfinge.

Non mi aspettavo così tanto. Al punto che quando finii di leggere il manoscritto mi chiesi se me lo meritassi davvero, visto che nel ruolo di curatore ero al mio esordio.

Ho deciso di meritarlo, alla fine.

È una bella responsabilità. Ma anche una gran fortuna.

(a proposito, la seconda settimana di maggio Il naso della Sfinge e il suo autore sono in tour a Milano e dintorni. Io li accompagno in qualche tappa. Qui trovate un po’ di informazioni. Per aggiornamenti, seguite la pagina Facebook di Blonk)

Dieci anni senza

Oggi, di dieci anni fa, se ne andava Kurt Vonnegut. Se dovessi descrivere l’impatto che i suoi scritti hanno avuto su di me, probabilmente utilizzerei il termine “cosmologico”.

In un suo libro intitolato Un uomo senza patria (A Man without a Country), a un certo punto dice così:

Far ridere la gente è una cosa tremendamente difficile. In Ghiaccio-nove, per esempio, ci sono dei capitoletti molto brevi, ciascuno dei quali rappresenta una giornata di lavoro: ognuno di essi è una storiella che deve far ridere. Se stessi scrivendo di situazioni tragiche, non sarebbe necessario dare a ogni brano i tempi giusti per assicurarsi che funzioni. Con una scena tragica non si fa mai veramente cilecca. Se gli elementi giusti ci sono tutti, risulta per forza commovente. Ma raccontare un aneddoto che faccia ridere è come costruire una trappola per topi partendo da zero. Bisogna lavorarci sodo per far sì che scatti quando deve scattare.

 

Una poesia elettrodomestica

In occasione della giornata mondiale della poesia, pubblico volentieri un breve componimento del poeta elettrodomestico Tullio Mancetta, che è stato ospite della quarta puntata de L’analfabeta funzionante (qui trovate il podcast, l’intervista è al minuto 37 circa). Questi versi in particolare sono tratti dalla sua raccolta “La bolletta salata”:

La tastiera del telefono

S’è rotto il 3
non va, non so perché
non funziona.
Dovrei chiamare
l’assistenza, lo so
ma il numero è
800.65.24.373.

Controcorrente

Di recente mi è successo di leggere un libro di Amedeo Balbi intitolato Dove sono tutti quanti?, nelle cui pagine si racconta e si spiega la ricerca della vita al di fuori del nostro pianeta. Saggiamente, prima di dirci cosa potrebbe esserci là fuori (e dove, nel caso), Balbi ci dice cosa c’è qui, intanto, sul nostro pianeta, e soprattutto cos’è il “cosa”, cioè la vita, perché se vogliamo cercarla altrove dobbiamo pur sapere come riconoscerla. E no, non è così scontato.

Così, nel capitolo in cui si cerca di definire la vita, mi sono imbattuto in alche righe che mi hanno molto colpito:

La vita, però, non è solo complessità. Anche un cristallo, una nuvola o una galassia sono strutture molto complesse. C’è qualcosa di più, una caratteristica talmente importante da far sembrare i sistemi viventi profondamente diversi dal resto della materia che troviamo nell’universo: essi sembrano eludere la spontanea tendenza di tutto ciò che esiste a precipitare nel disordine. È una legge di natura, la seconda legge della termodinamica: lasciato a se stesso, qualunque sistema inizialmente ordinato si incasina inesorabilmente. Senza manutenzione i monumenti si sgretolano, e non ci aspettiamo certo che un mucchio di sassi inizi improvvisamente a mettersi assieme formando un edificio. Eppure, in un certo senso, un sistema vivente fa proprio questo, almeno finché ci riesce. Più o meno consapevolmente, è questo il criterio con cui distinguiamo ciò che è vivo da ciò che non lo è: la capacita sorprendente di restare separato dal flusso del decadimento che coinvolge ogni cosa. La morte non è altro che il ritorno di un organismo al comportamento spontaneo della materia inanimata, la perdita graduale di una struttura organizzata.

Insomma, la vita è una specie di resistenza. Un opporsi a un destino inesorabile, per un breve istante (almeno in termini cosmologici), emergendo per un attimo da un fiume in piena, nuotando controcorrente, faticosamente, per percorrere solo pochi centimetri, se non millimetri, e poi via, sfiniti, di nuovo dalla parte “giusta”, con tutto il resto.

Combattere sapendo di non poter vincere. Piccoli stupidi eroi.

Il naso della Sfinge

Quello che succede oggi è il risultato della somma di alcuni atti coraggiosi (o di una totale mancanza di senno).

Il primo è quello dello scrittore, Roberto Radimir. Scrivere, se non lo si fa solo per il cassetto della propria scrivania, è sempre un atto di coraggio. Se si è al primo romanzo, lo è ancora di più. Se il primo romanzo racconta di se stessi e della propria famiglia, figuriamoci.

Il secondo è quello dell’editore, Blonk. A parte che per un piccolo editore ogni libro pubblicato è un rischio, e non da poco, decidere di affidare una nuova collana a uno che di collane non ne sa niente è un bell’atto di coraggio.

Il terzo è quello del sottoscritto, più esattamente di colui che di collane non ne sa niente. O almeno non ne sapeva, e proprio per questo c’è voluto del coraggio ad accettare. Non che sia diventato un esperto, ovviamente, ma visto quello che succede oggi direi che l’essenziale lo maneggio.

Quello che succede oggi, ovvero la pubblicazione de Il naso della Sfinge, di Roberto Radimir, che inaugura una nuova collana Blonk intitolata Stravaganze, curata dal sottoscritto, è sul serio il risultato di una serie di atti di coraggio.

Forse anche di una totale mancanza di senno.

Poi però, s’inizia a sfogliarlo, Il naso della Sfinge. A leggere le prime righe, i primi paragrafi, che diventano in fretta pagine. Ci si immerge in un calore che non si sa bene se sia quello del clima egiziano o quello famigliare, dei propri cari, ma è un calore accogliente, invitante.

S’iniziano a intravedere vicoli polverosi, banchi di ambulanti circondati dalle mosche, ragazzini che corrono e s’infilano in ogni stretto pertugio tra la folla, scomparendo dietro gli angoli, soldati inglesi armati e annoiati, europei spaesati in mezzo a una massa umana vociante formata da talmente tante etnie, culture e fedi da apparire coerente nell’insieme.

L’odore inebriante delle spezie, ma anche quello nauseabondo della Molokhia che qualcuno sta preparando, chissà dove. Coppie che litigano, perché “vuoi mettere i greci rispetto agli armeni?” Qualcuno che nella hall di un albergo grida: “Zabakéria!”. Chissà cosa vuol dire. Cani dal pelo scuro che si aggirano come padroni delle vie. Orde di nazionalisti che vanno mettendo segni su certe case. Solo su alcune. Tram che frenano all’improvviso, senza motivo, coi passeggeri che scoppiano a ridere. Deserto. Oasi. Il futuro nei fondi del caffè. Minareti altissimi. Fotografi amanti dei giochi di parole, tristemente inascoltati. Passaporti. Partenze. E poi ritorni, alla ricerca delle proprie origini. Memorie frammentarie che si vanno incastrando. Nomi, foto, racconti, leggende, invenzioni e bugie.

E sì, forse un po’ di senno è mancato. E di coraggio ce n’è voluto.

Ma ne è valsa la pena dalla prima all’ultima parola.