Retta parola

Anch’io, come quasi tutti, ho avuto il mio periodo buddista. No, non mi sono tagliato i capelli e non mi sono vestito d’arancione. E soprattutto non sono diventato vegetariano. Semplicemente, certe letture (Kerouac soprattutto) e certe visioni (Nirvana di Salvatores, filmone) mi accesero la curiosità nei confronti di questa religione, o, come si preferisce dire quando si è all’apice di tale mania, filosofia di vita (che comunque ha i suo concetti  interessanti; per dire, la storia delle morti e delle rinascite, del cammino verso il Nirvana, delle vite su vite spese tentando di acquisire la consapevolezza, ecco, mi pare funzionare molto meglio del cristiano vita-morte-giudizio -> paradiso/inferno, perché in una vita cosa vuoi capire, cosa vuoi diventare consapevole, che dura sì e no un paio di starnuti?)

Fatto sta che, subita tale fascinazione, comprai qualche libro di questo e di quell’esperto (anche qualcosa del Dalai Lama) e mi misi a studiare un po’ il buddismo. Tanta teoria, quindi. A livello di pratica, invece, cose cioè come la meditazione (che poi è il nucleo fondamentale del buddismo), zero. Un po’ perché il fascino era intellettuale, più che spirituale, un po’ perché tutte le religioni sono adorabili, finché non ti richiedono sacrifici (ne sa qualcosa Isacco).

Di tutta quella teoria, mi restano oggi un mucchio di macerie in testa, qualche nome qua e là, e alcune dei concetti più importanti. Uno di questi è il cosiddetto ottuplice sentiero, che in sostanza è il percorso da seguire per acquisire consapevolezza e liberarsi dalla sofferenza (sì, il prologo del buddismo è: la vita è sofferenza. Vagli a dare torto), ed è composto da, guarda caso, otto elementi. Fra questi ve ne sono tre che sono più spiccatamente norme morali, regole di comportamento, e sono: retta parola, retta azione, retta sussistenza.

Nello specifico, retta parola significa esprimersi in un modo che non semini odio e discordia o sentimenti negativi. E quindi significa non mentire, non insultare o denigrare, non adulare né darsi al pettegolezzo, non seminare zizzania.

Il che mi pare, al di là delle questioni spirituali e religiose, una buona norma di comportamento, soprattutto di questi tempi in cui la parola, soprattutto quella scritta, ha invaso le vite di tutti attraverso internet.

Per quanto mi riguarda, mi spiace ammettere che sulla retta parola sono tutt’altro che un campione. Un po’ perché scrivo un sacco di cose inutili (questo post, per esempio), un po’ perché, ogni volta che ne ho l’occasione, parlo male di Paulo Coelho.

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