Tifo leopardiano

Poesia e calcio sono cose talmente lontane che per calcolarne la distanza conviene usare, come unità di misura, l’anno luce. Tra La Pentecoste di Alessandro Manzoni e Buffon, per dire, ci sono circa 23mila anni luce (poco più di 2*10-alla-17 kilometri). E La Pentecoste non è certo la cosa migliore che abbia prodotto, Manzoni.

Ogni centinaio d’anni però nasce una mente a tal punto geniale da riuscire nell’impresa di collegare ambiti così distanti. Com’è successo ultimamente tra la musica e i concimi animali, grazie a Miley Cyrus.

Nel caso del binomio poesia-calcio il genio in questione è Giacomo Leopardi, che nel 1821 scrisse un componomimento intitolato A un vincitore del pallone, dedicato a Carlo Didimi, grande campione di pallone col bracciale.

(ora, questo antico sport col calcio non c’entra niente, ma nemmeno la goal-line technology o l’arbitro che va lasciando scie di schiuma da barba sul campo sembrano averci molto a che fare, perciò faremo tutti finta di niente.)

A Leopardi capitò di assistere, trascinato chissà da chi, a una partita di quello strano pallone che si giocava allo Sferisterio di Macerata (immaginate uno stadio che sia tutta curva. Ecco). Didimi era in formissima e fece una partitone. Il poeta ne rimase così colpito che, al ritorno a casa, ma anche per strada qualche appunto lo prese, decise di scriverci su una poesia.

Siccome però parliamo di Leopardi e non di un capo ultrà, A un vincitore del pallone più che un inno sportivo è un distillato di quella alta e devastante filosofia leopardiana che tanto vale che vi affezioniate a un personaggio di Game of thrones.

Leopardi più o meno dice: l’Italia-fa-schifo-ogni-cosa-sparirà-dimenticata-c’illudiamo-e-basta-moriremo-tutti-tanto-varrebbe-oziare-ma-a-questo-punto-meglio-darsi-a-qualche-sfida-sportiva. O no? Il che come inno a uno sportivo non è proprio il massimo, ma si vede che ai tempi si usava così.

Questo, secondo me, anche per dire che, se uno non ha niente da fare, tifare la nazionale ai mondiali, perché no?

Poi c’è da dire che Leopardi era un gobbo. Il che, calcisticamente, ha il suo peso.

 

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