La verità, vi prego, (non) sulla televisione

Oggi qui nella profonda provincia è arrivata la televisione. Non nel senso degli apparecchi o del segnale eh, quelli ci sono già da un po’, ma proprio nel senso di uno di quei programmi per famiglie, che io non so nemmeno bene dove si collochi nel palinsesto televisivo, che è venuto a registrare una puntata, oppure dei pezzi di una puntata, perché forse c’è anche una parte in diretta, non ho capito bene.

Allora ero lì che passavo, anche un po’ alla larga devo dire, con la paura di finire in qualche ripresa e rovinarla e sentire il regista che urla Chi cazzo è quello lì?! Ha rovinato tutto!! (con la voce di Pannofino, ovviamente), e a un certo punto sento questa voce, dagli altoparlanti, non so chi fosse della troupe, che cerca di organizzare le persone, i figuranti o quello che sono, e che dice “Perché vi spiego: la televisione è finta”, e continua dicendo, non mi ricordo di preciso, che loro lì stavano registrando, facevano le cose per benino, le varie scene, poi dopo le trasmettevano come fossero in diretta.

Che io, questa cosa che la televisione è finta, nel 2015, non so nemmeno se è il caso di dirla. Nel senso, c’è lo stesso patto che c’è con la letteratura e col cinema. Lo sappiamo che è finzione. Se è coinvolgente, a noi sta bene. Cosa vieni a dirmi che è finta?

Un po’ come Striscia la notizia, che ti svela le cose, e tu dici Be’, potevate pure farvi i cazzi vostri.

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Il razzismo come problema percettivo

Non ho mai capito se i razzisti, del colore della pelle, ne fanno un problema estetico. Tipo a me non piace il giallo. Quindi non mi ci vesto, e se devo decidere il colore delle pareti o di un oggetto che devo comprare, preferisco evitarlo. Difficilmente mi capiterà di scegliere il colore di una pelle da indossare, ma se dovesse accadere preferirei qualcosa che non dia sul giallo. Di certo però non vado a dire agli altri quello che devono decidere per loro. Non è che protesto se uno si compra la macchina gialla, saranno affari suoi. E nemmeno se uno usa una pelle gialla, addosso, vado a dirgli che fa schifo. Io, i razzisti, da questo punto di vista li capisco poco.

Poi la settimana scorsa è venuta fuori questa storia del colore del vestito. È blu e marrone o bianco e oro? A me è successo che prima l’ho visto bianco, poi quando ho riguardato la stessa foto era blu. Come se avessi bevuto un bicchiere di cocacola e al secondo sorso fosse stato chinotto. Mica perché mi fa schifo, però ci rimani male.

Quindi comunque dovremmo aver capito che la percezione della realtà, dei colori in particolare, non è che sia poi così lineare e condivisibile. Ognuno li percepisce in un modo un po’ tutto suo, e dipende da tanti fattori. La luce, lo sfondo, la posizione, il sesso, l’età, la digestione.

Questa consapevolezza potrebbe farci contestare meglio una multa presa per essere passati col rosso. Cioè, magari a me sembrava di essere passato col rosa antico.

Ma potrebbe anche aiutarci con i razzisti, che alle argomentazioni razionali sono poco sensibili per costituzione, spostando l’accento sulla percezione della realtà.

Così quando un razzista ti dice che odia i neri, più che cercare di farlo ragionare, che è dura, conviene fargli capire quella storia del vestito e dei colori, e dirgli “Boh, che ti devo dire, a me non sembrano mica neri. Cioè, tu li vedi neri?”, e lui ti dice “Sì, certo, sono neri, li vedo neri”, e gli spieghi che non esiste il colore in sé, esiste la percezione del colore, che è molto personale, e tu, quello che lui vede nero, non lo vedi nero.

Lui, il razzista, probabilmente si altererà un po’, che loro fanno così, però bisogna insistere, a dirgli che no, non è mica nero. “Allora cos’è?”, ti chiederà.

“Una persona”, tocca rispondergli.

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Speriamo di non esser comunista

Mi è successo anche oggi, di nuovo. Sempre così.

C’è questo negozio, qui, lungo il corso principale, che poi principale non vuol dire niente, c’è solo quello di corso, qui, si dice il corso e basta, comunque c’è questo negozio che vende vestiti e si chiama Lenni, e che ha un’insegna, fuori, sul muro, dov’è scritto Lenni, giustamente, solo che è scritto in corsivo, e io, ogni volta che ci passo davanti, e leggo l’insegna, invece di Lenni leggo Lenin.

E non so bene cosa vuol dire, questo fatto di leggere Lenin invece di Lenni, però devo dire che sono parecchio preoccupato.

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Refusi

Io devo dire prima non mi succedeva.

Poi però ho iniziato a fare un po’ il revisore di testi, il correttore di bozze, quelle cose lì, e ho cominciato a tenerci.

Quindi adesso, quando leggo un libro e ci trovo dei refusi, me li annoto. A fine lettura prendo e scrivo alla casa editrice: a pagina tot riga tot c’è questo refuso. È una specie di mania.

Qualche volta sono giusto un paio, i refusi. Sono quelli fisiologici. Quando non li trovo sospetto di me, che non li ho trovati, o del libro, che è inquietante che non li abbia.

Altre volte sono parecchi, oltre la soglia naturale che qualsiasi lettore accetterebbe. Credo c’entri il fatto che i correttori di bozze stiano andando piano piano scomparendo. (ah, comunque, nel caso ve ne serva uno, fate un fischio, che c’ho ancora l’occhio buono)

Io, se lavorassi in una redazione, e arrivasse una mail come la mia, sarei grato a chi l’ha scritta. Anche se conoscessi già quei refusi. Anche se fosse la decima mail che me li segnala. Risponderei grazie.

Invece, oh, non risponde quasi mai nessuno.

 

 

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Prime volte

L’altra sera mi è successo che stavo per iniziare a leggere un nuovo libro, però, a differenza di tante altre volte, invece di prendere e iniziare, buttando via in fretta quella sensazione un po’ di eccitazione un po’ di pericolo – perché un libro può anche essere brutto, e la cosa ci preoccupa – che si prova quando si passa per la prima volta dalla copertina alla seconda di copertina e poi alle pagine vere e proprie, ho avuto la presenza di spirito di fermarmi un attimo, col libro in mano, senza aprirlo, e prolungare quella sensazione per alcuni istanti, godermela, con chiarezza, tenerla presente in mente assaporandola, che pare una roba un po’ buddista, e magari lo è. Poi l’ho aperto e ho iniziato a leggere.

La stessa cosa ho fatto poco fa, prima di firmare, per la prima volta, un contratto di edizione.

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Tifare suicidio

Ieri, di nuovo, c’è stata la riunione del circolo di lettura.

Siccome l’altra volta il metodo del bersi dei bicchieri di vino per non tirare delle sedie – in caso fosse stato proprio necessario – non aveva dato grandi risultati, cioè, risultati li aveva anche dati, ma gli effetti collaterali erano un po’ troppo evidenti, allora questa volta ho lasciato stare, con quel metodo lì.

Devo dire che non mi è presa per niente voglia di tirare delle sedie, ieri sera, a quelli che facevano dei commenti un po’ così, e infatti forse mi sto abituando a quest’ambiente del circolo, che io in effetti ero molto scettico, all’inizio. Ci ho messo tipo un anno, ma ognuno ha i suoi tempi.

Poi quand’è toccato a me di parlare di Piccoli suicidi tra amici, di Arto Paasilinna (comunque i finlandesi hanno dei nomi che dev’essere una fatica chiamarsi)(ah, se non l’avete letto non so se è il caso che proseguiate, qui, perché svelo un po’ di cose. Fate voi), ho detto che a un certo punto, durante la lettura, ho iniziato a tifare per il suicidio, perché non vedevo l’ora che questo gruppo di finlandesi beoni e campeggiatori ammirevoli si buttasse giù da qualche alta rupe sul serio. Invece niente.

Ho detto anche che quell’ironia e umorismo che molti ci avevano trovato (lì per un attimo ho avuto un po’ l’automatismo di afferrare la sedia, devo dire) a me non sono arrivati, nonostante fossi consapevole che l’autore stesse cercando di trasmettermeli. Che è un po’ uno dei miei incubi peggiori, quello di cercare di far sorridere ma non far sorridere.

Fatto sta che l’unica cosa che mi ha davvero divertito e fatto sorridere è stata la morte di quel poveraccio di agente dei servizi segreti, che nel libro mi sa che era l’unico che non voleva morire.

Quindi secondo me, ieri sera, erano gli altri che volevano tirarmi delle sedie. Adesso siamo pari, più o meno.

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Fisica del pacifismo

Una delle più grandi tragedie dell’umanità, dopo gli straordinari non pagati e le ZTL, è certamente la guerra.

La storia ne è talmente piena che i capitoli dei libri sono molto spesso intitolati coi nomi dei vari conflitti che si sono succeduti nel tempo. In un’interrogazione tipo di storia non può mancare la domanda sulla data di una certa battaglia; di solito quella di Waterloo, anche se col programma siete al Medioevo.

Se non esistesse la guerra gli storici farebbero la fame. Il fatto che moltissimi storici facciano comunque la fame indica che di guerre non ce ne sono abbastanza, almeno secondo loro. Di storici pacifisti infatti ce ne sono pochissimi.

A parte gli storici, tutti gli altri tendono a classificare la guerra come la catastrofe peggiore che possa capitare. La guerra uccide, amputa, ferisce, traumatizza, distrugge e in generale ha un pessimo effetto sulle persone che vi sono coinvolte. Da queste bisogna togliere i politici, perché loro hanno sempre la strana tendenza a guadagnarci qualcosa, anche se sono dalla parte degli sconfitti. Infatti di politici pacifisti ce ne sono pochissimi.

Chi ha la doppia laurea Storia-Scienze politiche è un guerrafondaio per definizione.

Nei secoli, nonostante la mole di critiche che le sono state scagliate contro, la guerra ha proliferato ovunque, ma la vera svolta c’è stata con l’invenzione delle armi da fuoco. Pistole, fucili, cannoni, e poi bombe, missili e tutto il resto hanno cambiato il volto dei conflitti, che comunque già non era bellissimo.

Partendo dal presupposto che se la gente vuole ammazzarsi lo fa pure con i tappi dello spumante, non possiamo non ammettere che senza le armi da fuoco il mondo sarebbe molto più pacifico. La soluzione, perciò, è piuttosto ovvia: bisogna rendere le armi da fuoco inefficaci, o meglio completamente inutili.

Per farlo bisogna ragionare al livello più elementare possibile, ovvero quello fisico. L’arma da fuoco, secondo la sempre autorevole Wikipedia, è:

una macchina termobalistica che sfrutta l’energia cinetica dei gas in espansione da una carica di lancio o scoppio.

Questa definizione, che sembra la sintesi di un Bignami di fisica, ci offre diverse strade da seguire per rendere un’arma da fuoco inutile. Le leggi fisiche che governano il suo funzionamento sono svariate: basterà agire in maniera appropriata su una di queste per riuscire nel nostro intento.

Potremmo modificare le leggi meccaniche che governano le leve, oppure mettere mano alla termodinamica che fa funzionare lo scoppio, ma forse la soluzione migliore è agire sulle leggi della cinetica.

Se, per esempio, l’energia cinetica, invece di essere E=1/2mv^2 fosse E=1/329mv^2, sparare a qualcuno sarebbe quasi sempre inutile. Il proiettile cadrebbe a terra prima di arrivare al bersaglio, oppure gli rimbalzerebbe addosso. Per stare sicuri si potrebbe anche cambiare il rapporto nella formula fino alla conclamata inutilità balistica: 1/1000 (già ce la fa), ma anche 1/1000000, volendo.

Per altri tipi di armi si possono modificare anche altre leggi, fisiche o chimiche che siano. Ci si può sbizzarrire: l’importante è raggiungere lo scopo.

A quel punto, modificate le leggi di natura e rese inutili le armi da fuoco, magari non s’inaugurerà la pace mondiale perpetua, ma molte cose cambierebbero.

Personalmente, altre soluzioni non ne vedo. Perché smettere di fabbricare armi, a quanto pare, proprio non si può.

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Non càpita eh

Però ho deciso che, se mi succede di avere a portata di orecchie uno che dice “la rivoluzione dell’editoria digitale”, indipendentemente dal discorso che sta facendo, o anche se sta leggendo quella frase su un libro, un giornale, una pubblicità, oppure lo sta dicendo in modo ironico, o sarcastico, come a voler dire tutto il contrario, ecco, a quello lì gli metto le mani addosso. Anche se non c’entra niente.

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Come se non ci fosse mai stata

Ultimamente qualcuno mi ha chiesto, parlando delle battute che vado scrivendo in giro, Ma come ti vengono? Dove le trovi?, e io, a essere sincero, non ho saputo rispondere, perché non c’è una regola, un metodo che metto in pratica. Non funziona nemmeno sempre allo stesso modo. Alcune, è vero, sono il frutto di concentrazione, costruzione, raffinamento, ma l’idea c’era già. Altre, mentre si è lì attorno all’argomento, compaiono già ben fatte, con poco da aggiungere, o da togliere. Altre volte ancora, e sono le più stupefacenti, stai facendo altro, cammini per strada, leggi un libro, guardi gli alberi, fumi, e dal nulla ti finisce nel cervello la battuta, pronta, completa, funzionante, che ti viene da guardarti attorno per capire se per caso qualcuno non ce l’abbia buttata, facendo canestro nella tua testa. Non lo so da dove vengono queste intuizioni, ma so che sono i pensieri più fugaci che abbia mai esperito, e se non me li appunto, su un pezzo di carta, sul telefono (dio benedica gli smartphone, anche solo per questo!) basta un alito di vento per farli scomparire per sempre, cosa che succede tragicamente spesso.

Una cosa simile la racconta Georgi Gospodinov, in un libro che s’intitola Fisica della malinconia:

Se da qualche parte ti frulla improvvisamente in mente qualcosa di geniale, almeno così credi, le parole ti si affollano in testa, le ordini a stento, cerchi subito una biro e un foglio, porti sempre con te tre biro, frughi, neppure una… Provi a memorizzare la frase, utilizzi una ben collaudata mnemotecnica, raggruppi le prime lettere o sillabe di ogni parola e crei una parola-chiave. Vai a casa di corsa, lasci perdere tutto, fai scorrere la parola nel rosario della tua mente. Davanti a casa ti ferma un vicino e ti rivolge quella terribile domanda “Come stai?” e comincia a raccontarti qualcosa, tu apri la bocca per dire che vai di fretta e in quell’attimo la parola-chiave ti scivola via dalla bocca come una mosca e si perde nello spazio come se non ci fosse mai stata.

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Fine di un paragone

Anche la comicità, come tutte il resto, invecchia. Quella di qualità lo fa lentamente, certo, ma i gusti, i linguaggi e i ritmi cambiano comunque, da una generazione all’altra, e quello che faceva sbellicare voi magari lascia alquanto impassibili i vostri figli.

Spesso, davanti a un episodio di Seinfeld, pluripremiata situation comedy americana degli anni 90, immagino un adolescente dei nostri giorni che si dispera guardandolo, e che grida verso lo schermo “ma quanto diavolo ci metti a dire la prossima battuta?!”. Non gli si può dare torto, soprattutto se ha appena visto qualcosa scritto da Aaron Sorkin (i cui dialoghi, è bene ricordarlo, non sono possibili in natura, e sono da classificarsi come fantascienza).

Poi ci sono anche “i classici”, quella comicità che scava così a fondo nelle nostre teste e viscere che forse durerà in eterno.

Quella che invecchia più rapidamente è la comicità legata all’attualità, molto spesso alle vicende politiche, che si potrebbe definire “instant”, tipica di Internet, il cui impatto si consuma in poche ore, insieme al suo hashtag, e scompare completamente dalla nostra memoria dopo qualche giorno. Capita spesso che battute “instant”, a distanza di pochi mesi, risultino poco comprensibili, e ancora meno divertenti.

Secondo me esiste anche una comicità “a scadenza”, ovvero basata su meccanismi umoristici che a un certo punto, per vari motivi, vengono a mancare. Una battuta sulla longevità di Andreotti potrebbe non avere più la stessa attrattiva che aveva quando Andreotti era in vita.

Di quest’ultima categoria fa parte quell’immagine, di cui è piena Internet, in cui compaiono uno accanto all’altro un primo piano di Renzi e un primo piano di Mr. Bean, entrambi con un’espressione ridicola, da rincoglionito. La somiglianza fisica (che comunque esiste) e espressiva tra i due viene usata comicamente per sostenere un parallelismo anche intellettuale: in pratica per definire Renzi uno scemo.

Ecco, io direi che, dopo l’elezione di Mattarella, la comicità di quell’immagine si può considerare scaduta.

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