Senza farne un’attenta analisi

Poi, il bello dei libri, secondo me, è che anche “un classico della letteratura europea del dopoguerra” nonché “una delle principali opere mai scritte in lingua catalana”, ti possa fare due coglioni così.

C’è mica niente di male.

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Ricorsi di scrittura

C’è pieno di corsi di scrittura in giro. E bisogna stare molto attenti, altrimenti ci si ritrova iscritti. Un po’ com’era una volta con le enciclopedie porta a porta:

DRIIIIINNNH
- Buongiorno, interessa un’enciclopedia medica in 3 volumi?
- No grazie.

e dopo un mese ti arrivavano a casa il primo di 24 volumi di un’enciclopedia storica in francese e il comodo talloncino per il pagamento dell’intera opera (6 milioni e 350 mila lire).
(Protestare era inutile, perché all’epoca la legge era ambigua – come oggi – e rispondere “No grazie” era considerato assenso)

Quindi, anche in strada, state attenti. Vi basta un ciao buttato là per ritrovarvi iscritti a un seminario di scrittura filmica, o a un workshop di storytelling, o a una degustazione di Rosso Piceno con integrato corso di poesia olfattiva.

Siate circospetti. C’è pieno di scrittori che vogliono insegnarvi a scrivere.

E se vi trovate alle strette, se siete circondati e non avete scampo, siate spietati. O voi o loro. Chiedetegli “Ma tu, scrittore, che ci tieni tanto a farmi scrivere bene, se poi m’insegni bene e viene fuori che sono bravo davvero, non ti sei fabbricato con le tue mani un ennesimo concorrente, in un paese dove scrivono pure le guarnizioni delle caffettiere bruciate? Oppure insegni male apposta, proprio per evitare la concorrenza, e ai tuoi corsi non viene più nessuno, proprio perché insegni male? Non ti conviene startene a casa, scrittore, invece d’insegnare a scrivere bene agli altri, e scrivere bene tu?”.

Preso da un attimo di sconforto, lo scrittore vi lascerà andare. Fuggite in fretta. Non ci metterà molto a ricordarsi perché lo fa.

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Viaggi veri low-cost

C’è la crisi. Non so se l’avete saputo.

Per le vacanze perciò ci si arrangia. Di nuovo.

Mentre si riflette sulla fortuna che ha Maometto, sempre che gli piaccia la montagna, si cercano soluzioni a basso costo. Low-cost, nel nuovo italiano ufficiale.

Di vacanze adatte anche alle tasche dei marsupiali se ne trovano parecchie, di questi tempi. I cartelli sulle vetrine delle agenzie parlano chiaro:

“L’Egitto visto dall’Atlante DeAgostini, 289 euro!”

“La via della seta – Tour delle mercerie del vostro quartiere, 309 euro!”

“Soggiorni [nel senso del luogo, NdR] per anziani – Pensione completa [nel senso del prezzo, NdR]”

“A casa vostra a soli 99 euro a persona!”

Poi, se avete un po’ di spirito d’adattamento, quest’anno ci sono delle occasionissime:

Sposta Concordia – Una splendida crociera di sopravvivenza a bordo del rudere della Costa Concordia. Dall’Isola del Giglio a Genova senza scali intermedi, sempre al centro dell’attenzione mediatica. Ogni sera spettacolo di ribaltamento e cena con l’ex capitano.

Striscio a Gaza – Per gli amanti dell’escursionismo estremo, un percorso obbligato attraverso le viuzze della striscia di Gaza, circondati dalla natura umana e da continue esplosioni di entusiasmo. Con un piccolo supplemento sono disponibili i pacchetti “A casa del terrorista” e “Assalto al checkpoint” (non assicurati).

Lo stadio successivo – Chiunque voglia essere testimone di un momento storico del capitalismo sportivo non può rinunciare a questo viaggio attraverso il Brasile post-mondiale. Per immortalare i primi istanti di abbandono delle mastodontiche strutture sportive costruite su richiesta della Fifa e poter dire “Io c’ero” ai primi segni di degrado.

Oppure, se proprio non avete un centesimo, fate come me. Vacanze su internet.

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Deutschland wuber alles

Questa cosa che una nazione di gente inquadrata, organizzata, seria, precisa e con la passione per le salsicce primeggi in diversi settori è una vera follia.

Se continuiamo così, il talento a briglie sciolte, il caos e l’improvvisazione dovranno cedere il passo alla disciplina, alla coordinazione, allo sforzo comune.

Saremo costretti a rinunciare al colpo di genio improvviso, alla soluzione inaspettata, all’illuminazione, e ci toccherà metterci lì a pianificare, costruire, mettere alla prova, aggiustare, provare di nuovo.

Il rigore. Il razionalismo. Le regole.

Il modello tedesco.

Tanto valeva lasciargli vincere la seconda guerra mondiale.

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Un vitale servizio telefonico

Una telefonata allunga la vita, diceva quella pubblicità della Sip con Massimo Lopez. A Gaza la adorerebbero.

Lì, infatti, al di là dell’operatore mobile che uno ha, c’è questo servizio telefonico utilissimo che in pratica ti avverte se stanno per bombardarti casa. Non so esattamente come funzioni, se ci sia una voce registrata o un operatore in carne e ossa (“Buonasera, sono Yaacov da Tel Aviv”), però funziona così: qualche minuto prima che un missile riduca in macerie la casa dove vivi, ti squilla il telefono e ti dicono di andartene di lì, di volata.

Il servizio, sebbene molto apprezzato, ha comunque dei difetti.

Per esempio. Se ti stanno per bombardare probabilmente pensano che ti girino per casa quelli di Hamas. Se è vero, ti hanno beccato, ti conviene correre. Se però non è vero la prima cosa che fai è protestare. Provi a contattare un operatore, cerchi di farti passare l’ufficio dell’intelligence, resti in attesta ascoltando jingle rilassanti. Appena dall’altra parte si sente un “Mi dica” muori. E dire che ti eri appena iscritto al registro delle opposizioni.

Ci sono anche quelli che per non ricevere la brutta notizia staccano il telefono.

Ci sono quelli che non rispondono perché “Se è importante richiamano”.

Ci sono quelli che “Io ai numeri sconosciuti non rispondo”.

E chi non sente suonare il telefono, anche.

Poi ci sono quelli che non gli arriva la telefonata. Perché è arrivata al vicino. E l’ultima cosa che vedono, dalla finestra, è lui che corre come un pazzo in strada, come se lo stessero per ammazzare.

C’è anche chi pensa che, se proprio non vuoi ammazzare gente, smettere di sparare è un buon punto di partenza.

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Entrare nella storia

C’è che ieri sera, alla fine, mi sono ritrovato davanti Brasile-Germania, in TV. E mentre la guardavo, e succedeva quel che succedeva, a un certo punto hanno iniziato a piovere da ogni parte statistiche, del tipo “il peggior risultato dal”, “il maggior numero di gol in”, “il miglior marcatore dei”, e in un certo senso mi sono sentito fortunato, perché eventi a così bassa probabilità è difficile incrociarli, viverli, e se uno guarda le serie storiche pensa “chissà che faccia quelli che nel ’23 erano lì a vedere questo evento eccezionale”, ma quando uno ci finisce dentro, la serie storica, poi lo capisce bene che faccia ha, ed è quella che più o meno avevamo tutti, ieri sera. È la faccia del “e quando mi ricapita?”.

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Il peggior caso d’influencer

Oggi come oggi la scienza e la tecnologia ci offrono sufficienti strumenti – vaccini, antivirus, paranoia – per difenderci. Allora però, nel 1917, il mondo stava giusto iniziando a capire cosa significasse “mondiale”.

Edward P. Mathison era un ragazzotto dell’Illinois che a stento aveva capito come diavolo era finito in Francia, e a farci cosa. In più, durante il viaggio in mare, con tutti quegli spifferi, si era beccato l’influenza. Più degli starnuti, comunque, lo preoccupavano le pallottole.

All’arrivo di Ed in Europa il conflitto si era già trasformato in una guerra di posizione. Una specie di torneo internazionale di scacchi, solo coi pedoni umani. Trincee piene di soldati affamati, stanchi e annoiati.

Anche Ed si faceva due palle così, e siccome era un gran chiacchierone, chiacchierava. Con chiunque gli capitasse a tiro. Di qualsiasi argomento. Aveva uno zaino pieno di aneddoti e storielle dell’Illinois che sembravano fatte apposta per ammazzare il tempo fra un colpo di tosse e l’altro, mentre si affondava nel fango delle trincee.

La guerra ristagnò così a lungo che Ed a un certo punto non ebbe più storie da parte. Le aveva raccontate tutte a tutti. Fu costretto a inventarsele.

La balla più grossa che raccontò fu che quella sua influenza, per cui tossiva e starnutiva ogni cinque minuti, non era un malanno vero e proprio. Era invece una moda che si era portato dietro dall’Illinois, dove quei sintomi di salute precaria venivano esibiti con ostentazione, come un bel taglio di capelli o un vestito di buona fattura. Quelli della mia età, diceva Ed, vanno tutti in giro con questa specie d’influenza. Alle ragazze piace.

Fu così convincente che i soldati nelle trincee iniziarono a crederci. E di trincea in trincea, di campo di battaglia in campo di battaglia, e poi altrove, nei paesi e nelle città, a guerra finita, la moda dell’influenza si diffuse, e in tantissimi la seguirono, si ammalarono, e morirono. La chiamarono spagnola, pure se veniva dall’America.

Ed, dal canto suo, non vide mai più l’Illinois. Una pallottola gli attraversò il cervello, portandosi via tutte le cazzate che ancora poteva inventarsi.

Ed l’influencer, che col fucile non aveva ammazzato nessuno.

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Per una seria organizzazione delle Guerre mondiali

Di una guerra ogni tanto si sente proprio il bisogno.

Tale impellente necessità è testimoniata dalla quantità e dalla frequenza dei conflitti che si sono succeduti nella storia. Tutti ugualmente utili.

La guerra è un po’ come il tasto reset del computer. Il sistema è impallato, i programmi non rispondono, le finestre lasciano strisciate su tutto lo schermo. Tentate anche l’inutile via diplomatica del tasto ESC, l’ultimatum del CTRL+ALT+CANC. Niente. Un pc così non serve a nessuno. Non resta che azzerare tutto e riavviare. Perderete qualcosa (da quant’è che non salvavate?), ma in cambio avrete un sistema funzionante. Persino scattante, se non avete Windows Vista.

I conflitti locali, quei reset limitati ad aree geografiche specifiche, sempre ovviamente auspicabili, non sono però più in grado di portare sani e duraturi vantaggi in un mondo ormai interconnesso, globalizzato. Quello che serve è un forzato riavvio globale. Una guerra mondiale. Anzi, una serie di guerre mondiali.

Dopo le prime due abbiamo capito che sì, il meccanismo funziona, ma scatenarle a casaccio, senza dietro una struttura organizzativa, ha poco senso. Regole precise, pianificazione, tempistica, appositi enti ed organismi, investimenti, diritti televisivi. Insomma, guerre mondiali sì, ma con criterio.

Non dobbiamo nemmeno partire da zero. Basterà ricalcare le esperienze ormai consolidate che hanno alle spalle certe grandi manifestazioni globali. Un esempio su tutti, già che ci siamo: i mondiali di calcio.

Il primo passo è fondare un apposito ente. La World War Association (WWA). O la FIGM (Federazione Internazionale Guerre Mondiali). Questo ente avrà lo scopo di redigere una serie di regolamenti che ogni ogni esercito nazionale (ed eventuali gruppi terroristici riconosciuti) dovrà rispettare per essere ammesso ai vari conflitti globali. Conflitti globali che si terranno con cadenza fissa (qui l’esperienza insegna che 4 anni sarebbero pochi, fra una guerra mondiale e la successiva; non se ne sentirebbe il bisogno, così presto. Dieci o dodici anni sembrano intervalli più adatti), e ogni volta in una nazione ospitante diversa, scelta con sufficiente anticipo fra quelle le cui prospettive economiche indicano una probabile recessione. Le nazioni partecipanti verranno scelte attraverso una serie di brevi conflitti locali, da tenersi negli anni precedenti alla guerra mondiale. La guerra mondiale vera e propria (fase finale) sarà organizzata secondo un torneo di battaglie di varia natura (terrestri, aeree, navali, informatiche), col meccanismo dei gironi, inizialmente, poi a eliminazione diretta.

La nazione vincitrice si aggiudicherà tutti gli appalti per la ricostruzione della nazione ospitante, una riconosciuta influenza geopolitica fino alla successiva guerra mondiale, nonché il diritto di combattere nella battaglia di apertura della prossima edizione, contro la nazione ospitante.

 

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Cosa resta dei Mondiali

In ordine sparso.

Gli arbitri, che dopo microfono e cuffiette ora hanno anche la bomboletta spray, in un percorso che li sta trasformando negli unici veri perfomer degli incontri calcistici.

Buffon, che credo sia lì da quando ha lasciato Zoff. O no?

Gli stadi, che ci hanno speso tanto, non li hanno finiti, li hanno messi in posti assurdi e fra un po’ non serviranno a niente. Tutte cose a cui siamo abbastanza abituati, in Italia. Solo che da noi si fa con gli ospedali, di solito.

Pirlo, che quando chiuderà la carriera calcistica gli daranno una cattedra in Geometrie non euclidee, in qualche università.

I discorsi sul meteo che sono passati da riempitivo per silenzi imbarazzanti a concetto fondante delle prestazioni sportive. Che rivincita.

Balotelli, questo ragazzotto un po’ scapestrato che sa fare i miracoli ma poi non li fa. Come qualsiasi altro santo, d’altronde.

Il confronto tra Rai e Sky:
- Sky stravince.
- Occhei però Sky lo paghi.
- E il canone allora?
- Costa meno, in confronto.
- Mica tanto. Quant’è il canone?
- Ah no, non lo so, non lo pago mica.

Chiellini, che gli hanno dato un morso, e tutti a scandalizzarsi, ma lui, lo vedi, ha la faccia di quello che sta pensando “Ma sì, capita”.

Le partite trasmesse a quegli orari assurdi in cui, di bello, in TV, c’è solo Ghezzi che doppia se stesso fuori sincro.

Prandelli, che nessuno mi toglierà dalla testa che assomiglia a Riccardo Fogli.

La goal line technology. Che secondo me nelle favelas ci si stanno ancora ammazzando dalle risate.

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