Non vale mica la pena

Siccome è una cosa che ho visto fare, e sono curioso di vedere che effetto fa e quanto ci vuole a farlo, volevo scrivere un post qui sul blog, poi, dopo averlo pubblicato, invece di condividerlo nel solito modo su Facebook, cioè condividendo il link o usando il tasto condividi che è qua sotto (spero), volevo fare uno screenshot, cioè un’immagine del post stesso, e pubblicare quello su Facebook, in modo che uno che è su Facebook possa leggere il post direttamente da lì, nell’immagine pubblicata, così non si affanna a cliccare il tasto del mouse e aprire un nuovo link per venire a leggere qui il post, anche perché, questo post, tutto sommato, non vale mica la pena leggerlo.

Il prossimo dittatore italiano

Facciamo così. Per evitare una serie di polemiche inutili e noiose, e anche una serie di gag che poi alla lunga stufano, il prossimo dittatore italiano, una volta caduto, vediamo di appenderlo dal verso giusto.

Anzi, per essere ancora più sicuri, il prossimo dittatore italiano, quando cade, vediamo di non appenderlo per niente. Lo si appoggia a un muro, lo si stende a terra. Non lo so. Basta non appenderlo.

E se invece, per essere proprio sicuri sicuri al cento per cento, il prossimo dittatore italiano ce lo evitiamo proprio?

Dico soprattutto per praticità.

Sarà che è primavera

Forse l’ho già scritto, ma qualche giorno fa una persona mi ha chiesto Come si chiama il tuo blog?, così gli ho detto Mixmic punto it. Solo che non ha capito, perché mixmic in effetti non si capisce, a voce, com’è scritto, e allora gliel’ho ripetuto, ma non ha capito di nuovo, e alla fine gliel’ho scritto su un pezzo di carta, per fare prima. Allora ho pensato che forse era meglio usare un nome che, a voce, si capisca com’è scritto, e ho fatto una serie di cose tecnomagiche per cui adesso, se mi chiedono Come si chiama il tuo blog?, posso dire Cristianomicucci punto it, anche se non è proprio vero. Magari non lo capiscono la prima volta che lo dico, ma alla seconda sì.

Poi, già che c’ero, sarà che è primavera, ho pure cambiato il nome del blog che compare in cima, e che prima era Mix, e che adesso invece è Delle cose che ho scritto. Secondo me come titolo spiega meglio cosa c’è, dentro questo blog. Ho anche tolto un po’ di robe che non servivano, come il sottotitolo, e messo in alto il logo della barba che ride, che chissà perché non avevo messo, prima.

Nient’altro, mi pare. In caso vi faccio sapere. So che ci tenete.

Il governo come opportunità


Un governo come quello che c’è adesso in Italia, secondo me, è una grande opportunità. Se riusciamo a trovare delle belle vetrinette dove esporlo, e facciamo pagare dieci ma anche quindici euro a visitatore, sono sicuro che un punto un punto e mezzo di PIL lo tiriamo su, perché dall’estero figurati se non vengono a vedere un’attrazione simile, figurati se non fanno le code per visitarla, per farcisi i selfie, per comprare i souvenir dedicati, prendere il catalogo, per raccontare quando tornano a casa che roba incredibile che hanno visto lì, in Italia.

Il governo poi, figurati se si tira indietro davanti a un progetto simile. Gli dici di risollevare le sorti economiche del paese senza che ci sia bisogno che facciano nulla. Anzi, addirittura mettendosi in vetrina. Capace che ci stanziano anche delle cifre.

Così vinciamo tutti.

Ora l’unica cosa è trovare delle belle vetrinette.

Deregolamentazione

C’è stato un periodo, secondo me, in cui conoscevo le regole dell’italiano, e scrivevo cercando di rispettarle. È da un po’, invece, che è come se me le stessi scordando, è come se le stessi mettendo da parte. O meglio, uso quelle che mi servono, come fa qualunque artigiano coi suoi strumenti. Se non sono utili allo scopo, le lascio lì sul tavolo. Qualcuno potrebbe pensare “facile così eh”, e invece no, è più complicato. Ma è anche molto, molto più divertente. Sono diventato un somaro, direbbero a scuola. Un somaro che ride.

Biografie

L’altro giorno ho dovuto scrivere una mia breve biografia per un libro che uscirà fra un paio di mesi e che conterrà, tra gli altri, un mio racconto. Mi era già capitato altre volte di scrivere queste cosiddette notizie sull’autore, coincidendo io con quest’ultimo, che sono poi finite in libri, siti web o su etichette di prodotti alimentari sospetti. Confrontando la biografia che ho scritto l’altro giorno con quelle più vecchie, mi sono accorto che nel corso del tempo le ho scritte sempre più brevi. Le prime biografie erano lunghe, arzigogolate, piene di battute e gag. Le ultime, pur avendo nel frattempo accumulato più biografia, sono formate da pochissime righe e da informazioni essenziali.

Sarà che all’inizio, quando uno non ha molto da scrivere di sé perché non ha fatto granché, si sente così poco importante che finisce per metterci di tutto, nelle biografie. E sarà che alla fine, quando uno da scrivere ne ha, si sente così poco importante per aver fatto quelle cose che nemmeno gli passa per la testa di scriverle.

Così, di anno in anno, all’aumentare delle esperienze, le biografie si assottigliano. Quelle perfette, evidentemente, sono solo nome e cognome.

Importantissima

«La verità» ha detto la signora Ross «dal momento che me la impongono, non m’interessa». Sono rimasto tutto il pomeriggio colpito da quest’aforisma pensando che avrebbe segnato un nuovo periodo della mia esistenza. A sera, accanto al focolare, ho pregato la signora Ross di spiegarmi meglio la sua frase, per me importantissima. Non se la ricordava.

[Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick, in Diario notturno, Adelphi 1994, p. 96-97]

Un witz, anche stavolta

Come ormai ogni anno, in occasione del giorno della memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Kvell”, che significa “gonfiarsi”, sprizzare orgoglio, soprattutto per i successi (veri o falsi che siano) dei propri figli.  Anche questo è un modo per ricordare.

La signora Blumenfeld e la signora Kovarsky si incrociano al supermercato. La prima dietro il carrello della spesa, la seconda dietro un passeggino con due marmocchi dentro.
«Buon giorno, signora Kovarsky. Che carini i suoi bimbi. Che età hanno?»
«Il dottore tre anni, l’avvocato due» risponde fiera la mamma.

Tagliare (davvero) i parlamentari

Ho letto che il governo vuole tagliare il numero dei parlamentari. Così facendo, diminuirebbero i costi della politica. L’idea è di tagliarne 345. Non so perché 345, forse perché è un numero facile da ricordare, tipo 123 o 1789 (che intuito, i francesi, a fare la rivoluzione quell’anno lì), oppure c’è un motivo più serio. Ma non credo.

Su questo fatto di tagliare i parlamentari ho un solo dubbio: se l’obiettivo è quello di risparmiare, che senso ha tagliarne solo 345? Che senso ha tenersi tutti gli altri (circa 600), spendendo comunque una cifra considerevole? Tanto vale darci un taglio davvero, e lasciarne solo uno, che a quel punto deciderà su tutto e per tutti. E anzi, secondo me, se togliamo di mezzo tutti i parlamentari tranne uno, quell’unico che avrà il potere assoluto lo stipendio neanche lo vorrà, e non spenderemo nemmeno un centesimo per far funzionare la democrazia.