Stupore

Se c’è una cosa che tutte le volte – tutte le volte che succede quello che è successo stamattina in una piazza di Roma – mi sorprende, e quasi addirittura m’affascina, è la capacità che il potere ha di preparare alla perfezione le condizioni perché si verifichi lo scontro. E non uno scontro “verticale”, di quelli che sono sotto, gli schiacciati, contro quelli che sono sopra, gli appoggiati. No. Uno scontro fra poveri, ultimi contro ultimi. Schiacciati contro schiacciati. Perché qualche violento comunque lo trovi, o qualche gesto goffo capita, non c’è nemmeno da pianificarlo. Il resto lo fa la tensione che si è accumulata: quello sì che è un lavoro di fino.

E allora lo scontro in piazza, lo scontro sui social, qualche sasso, qualche manganellata, qualche insulto, qualche segnalazione su Facebook e si arriva presto alla fine della partita, in un gioco che ci hanno messo davanti senza che volessimo giocarci.

È impressionante quanto sia bravo il potere a convincerci che siamo divisi in fazioni.

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M3S

Qualche giorno fa si rifletteva sull’opportunità di fondare l’M3S, il Movimento Tressette, promuovendolo con lo slogan “Uno (nel senso dell’asso) vale uno”.

Come base elettorale, gli anziani da bar sarebbero una buona garanzia.

Adesso, fra una partita e l’altra, ci pensiamo meglio.

 

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L’Almanacco con dentro la littorina

Qualche giorno fa è uscito un libro che s’intitola “Almanacco 2017 – Mappe del tempo. Memoria, archivi e futuro”. È uscito all’interno di una collana a cui sono sempre stato molto affezionato, la Compagnia Extra, dell’editore Quodlibet di Macerata.

All’interno di questo libro ci sono testi di Learco Pignagnoli, Gianni Celati, Daniele Zinni, Patrizia Barchi, Paolo Albani, Marino Santinelli, Aldo Testa, Paolo Vistoli, Luca Mirabile, Gianfranco Mammi, Stefano Tonietto, Adrián N. Bravi, Matteo Cavezzali, Ivan Fantini, Giovanni Maccari, Ugo Cornia, Daniela Mazzoli, Simone Marcelli, Paolo Pergola, Mauro Orletti, Fabio Donatini, Alessandro Della Santunione. E in fondo, a chiudere, un mio racconto lungo intitolato “La littorina”.

“La littorina” parla della provincia, del tempo che lì (qui!) non passa, o passa in un modo tutto suo. Parla di abitudini che scandiscono i giorni, d’impossibilità, di tentativi ingegnosi, di bilanci, progetti e fallimenti. O meglio parla di anisetta con la mosca, di alcuni anziani seduti al bar, di un’estate torrida e soprattutto di Bertazzoni, il protagonista. Il quale, non senza prima averci ragionato su a dovere, ha deciso di ammazzarsi.

(Quei treni sbuffanti ma inarrestabili che percorrevano – rigorosamente uno alla volta, sul binario unico, incontrandosi affiancati solo nelle stazioni – la linea che veniva dal mare e dal capoluogo fin qui su in collina, nel profondo entroterra, li ho sempre sentiti chiamare e chiamati littorine, anche se erano degli anni ’50 e ’60. Poi, più tardi, persino dei ’70. Le automotrici ALn 668. Materiale rotabile che ha tenuto insieme l’Italia, collegandola da un pezzetto di terra di poco conto all’altro, per decenni.)

L’Almanacco 2017 è a cura di Ermanno Cavazzoni e in collaborazione con Fotografia Europea, un’importante esposizione fotografica che si tiene ogni anno, con un tema diverso, a Reggio Emilia. Proprio a Reggio, e precisamente presso i Chiostri di San Pietro, il 2 giugno alle 21.30 si parlerà dell’Almanacco, si faranno delle letture, e ci saranno musica e balli. Se venite, ci si vede lì.

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Qualcosa di molto di più

Una cosa, al di là di ogni altra, mi ha stupito de Il naso della Sfinge: quanto sia qualcosa di molto di più di quanto mi aspettassi.

Capiamoci, non è che non avessi piena fiducia in Roberto Radimir. Ci avevo collaborato per anni, e conoscevo bene le sue capacità. Sapevo già che non mi avrebbe deluso. Non a caso sono corso a bussare alla sua porta, quando Blonk mi ha affidato la collana Stravaganze.

Però, lo ammetto, mi aspettavo qualcos’altro. Una vicenda in qualche modo satirica, molto probabilmente. Della comicità caustica, di certo. Quel suo modo ingegnoso di sbatterci in faccia le contraddizioni in cui siamo immersi e la ridicolezza di certe nostre battaglie, senza dubbio.

E tutto questo – sia chiaro – ne Il naso della Sfinge c’è. Ma c’è molto di più. Ci sono memorie e ricordi, provenienze e radici. C’è la storia di una famiglia, coi suoi rituali, il suo lessico, le sue tragedie. C’è un bel pezzo di sé, di Roberto, tra quelle pagine; anche se spezzettato, quasi mimetizzato in piccole tessere che insieme a molte altre formano un mosaico parecchio più ampio, che disegna grandi eventi storici, importanti figure e personaggi, temi sociali e culturali di grande rilievo. C’è la storia e la Storia, dentro Il naso della Sfinge.

Non mi aspettavo così tanto. Al punto che quando finii di leggere il manoscritto mi chiesi se me lo meritassi davvero, visto che nel ruolo di curatore ero al mio esordio.

Ho deciso di meritarlo, alla fine.

È una bella responsabilità. Ma anche una gran fortuna.

(a proposito, la seconda settimana di maggio Il naso della Sfinge e il suo autore sono in tour a Milano e dintorni. Io li accompagno in qualche tappa. Qui trovate un po’ di informazioni. Per aggiornamenti, seguite la pagina Facebook di Blonk)

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Dieci anni senza

Oggi, di dieci anni fa, se ne andava Kurt Vonnegut. Se dovessi descrivere l’impatto che i suoi scritti hanno avuto su di me, probabilmente utilizzerei il termine “cosmologico”.

In un suo libro intitolato Un uomo senza patria (A Man without a Country), a un certo punto dice così:

Far ridere la gente è una cosa tremendamente difficile. In Ghiaccio-nove, per esempio, ci sono dei capitoletti molto brevi, ciascuno dei quali rappresenta una giornata di lavoro: ognuno di essi è una storiella che deve far ridere. Se stessi scrivendo di situazioni tragiche, non sarebbe necessario dare a ogni brano i tempi giusti per assicurarsi che funzioni. Con una scena tragica non si fa mai veramente cilecca. Se gli elementi giusti ci sono tutti, risulta per forza commovente. Ma raccontare un aneddoto che faccia ridere è come costruire una trappola per topi partendo da zero. Bisogna lavorarci sodo per far sì che scatti quando deve scattare.

 

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24 marzo

(gruppo Roti, ottobre 1943)

Oggi, 24 marzo, ricorre l’anniversario dell’eccidio di Braccano, strage nazifascista avvenuta alle pendici del monte San Vicino. Persero la vita: Don Enrico Pocognoni, Demade Lucernoni, Ivano Marinucci, Raghè Mohamed, Temistocle Sabbatini e Nur Thur.
Qualche anno fa, per un ebook intitolato Schegge di liberazione, scrissi questo breve racconto, un dialogo immaginario ispirato a quei tragici fatti. Vale la pena riproporlo.

Pessima memoria

Una panchina del parco. Nella penombra di fine aprile.

– Te lo ricordi il somalo?
– …
– Ivano!
– Cos’hai da gridare? Ti prende il matto?
– T’eri addormentato.
– E allora lasciami dormire.
– Te lo ricordi il somalo?
– Di che parli?
– Il somalo, com’è che si chiamava?
– Mai conosciuto somali.
– Era con noi, su a Roti.
– Roti. Roti me la ricordo, c’ero anch’io?
– Certo che c’eri anche tu.
– E cosa ci facevamo a Roti?
– Nur Thur!
– Cosa?
– Si chiamava Nur Thur, il somalo.
– Non ricordo somali.
– Un tipo piacevole.
– Ed era a Roti.
– Sì, era insieme a noi.
– E cosa ci facevamo a Roti io, tu e Nurtù?
– Nur Thur, non Nurtù.
– Io, questi somali, perché non usano nomi normali? Ivano, Umberto, o che ne so. Me lo dici che ci facevamo tutti allegri a Roti?
– Allegri mica tanto, c’era la guerra.
– La guerra, addirittura. Non mi ricordo.
– Nur Thur morì lo stesso giorno di Don Enrico.
– Ecco, il prete me lo ricordo.
– I tedeschi lo fucilarono che non era ancora l’ora di pranzo.
– Che lo ammazzarono però non me lo ricordo mica.
– Aveva suonato le campane per avvertirci dell’arrivo della colonna.
– Sì, suonavano le campane, quel giorno. Sicuro che c’ero anch’io?
– C’eri, c’eri, porco diavolo!
– E non t’arrabbiare, ci credo. Solo è tutto un po’ una nebbia.
– Son passati più di sessant’anni, è normale.
– Poi cos’è successo?
– Siamo scesi in paese con altri due del gruppo, a vedere cos’è che andava storto.
– C’era anche il somalo?
– No, lui era sceso giù la mattina presto: lo avevano trovato durante il rastrellamento.
– E chi altro c’era con noi?
– Non mi ricordo.
– Ah, lo vedi?
– Cosa?
– Anche tu c’hai dei buchi.
– Io però non mi ricordo i dettagli, tu pare che neanche c’eri a fare il partigiano.
– C’ero, c’ero. E’ la testa che… Dai, va’ avanti.
– Eravamo alle porte del paese quando ci accorgemmo che avevano iniziato l’accerchiamento.
– Nel mezzo della tenaglia: eravamo nient’altro che un branco di ragazzini idioti.
– Potevamo solo arretrare.
– Tornammo indietro, verso Roti.
– Prima di buon passo, poi una corsa indiavolata.
– Loro erano tanti, bene armati, e con un piano e ordini da eseguire.
– Rimanemmo in due ancor prima di arrivare alla fonte.
– Raggiungemmo il fienile.
– Era quasi fatta. Da lì poi verso l’eremo, o verso il costone, mille vie di fuga. Quasi fatta.
– Non mi ricordo mica com’è finita…
– Di spari ne sento tanti, e di pallottole passarci sopra anche. I suoni si confondono, tra il fiatone, il calpestare degli scarponi, il pulsare del sangue nella testa. Poi, come isolato, arriva un colpo più nitido, definito, nemmeno uscisse da un altoparlante. La pallottola non ci sorpassa, si ferma accanto a me, a destra, nemmeno un metro. Tutto rallenta. Se mi fossi voltato un istante prima avrei visto il proiettile scostare i capelli dalla tua nuca, bruciarli, bucare la pelle e affondarvi, frantumare le ossa del cranio e finire dentro, nella testa, a fare confusione, a mischiare i ricordi e a cancellarli, a trasformarti in un’ombra.
– E poi?
– Poi ho solo corso, che mi pare ancora di avere il fiatone.
– Dici che è andata così? Non mi ricordo mica.
– Lo so. Ciao Ivano.
– Ciao Umberto, a domani.

Umberto s’alza e se ne va lento, lasciando vuota la panchina.

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