Com’è andata poi quella cosa del circolo di lettori ed Eccì

(Victoria Singh, The Waiting Room)

 

Insomma ieri sera è successa questa cosa strana di cui vi dicevo qui.

È andata piuttosto bene, devo dire. Abbastanza da correre il rischio di montarsi la testa (ma resisterò, lo prometto).

E a un certo punto c’è stata questa signora che mi ha raccontato che lei era andata dal medico, e si era portata Eccì da leggere, per passare il tempo in attesa del suo turno. Solo che dopo un po’ che lo leggeva aveva dovuto smettere, perché le scappava così spesso da ridere che aveva paura che gli altri lì nella sala d’aspetto la prendessero per matta.

Se non è una cosa bella questa, cosa lo è?

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Sarà presente l’autore

Eccì

Questa sera succede una cosa un po’ strana.

Due premesse:

1) Faccio parte di un circolo di lettori che si chiama Viola legge. In buona sostanza si tratta di un gruppo di persone amanti della lettura che all’incirca una volta al mese si riunisce per parlare di un libro, mangiare e bere, scegliere il prossimo libro in lettura, fare chiacchiere. Le riunioni si svolgono un po’ come quelle degli alcolisti anonimi (“Ciao, sono Cristiano e non leggo un libro da tre giorni”), nel senso che a turno ognuno dice la sua sul libro, lo elogia o lo massacra, racconta cosa ci ha visto e sentito, quali altre letture o esperienze gli ha ricordato, com’è andata con quello stile lì, se è stato faticoso o è andato dritto alla meta, se gli è toccato smettere dopo 31 pagine. Cose così. Una differenza sostanziale è che, rispetto agli alcolisti anonimi, da noi l’alcol non manca. Mettiamo anche un voto, alla fine, tanto per tenere una traccia quantitativa, che male non può fare. Nonostante lo scetticismo iniziale, devo ammettere che questa del circolo si è rivelata un’esperienza interessante e divertente, e il confronto con altri lettori fa scoprire cose – del libro e di molto altro – che nemmeno s’immaginano. Poi sì, quando trovi un libro che tu adori e un altro massacra, viene voglia di tirare delle sedie. È normale. L’importante è fermarsi un attimo prima di tirarle davvero, e ripiegare sul vino.

2) Ho scritto un libro intitolato Eccì.

Date tali premesse, ecco la cosa un po’ strana che dicevo: questa sera, al circolo Viola legge, il libro di cui si discuterà è proprio Eccì.

Non so se avete presente una situazione che è contemporaneamente il paradiso (l’ego gonfiato a 100 e passa atmosfere) e l’inferno (accerchiato da una piccola folla appositamente lì per giudicarti) dello scrittore. Ecco. Oppure lo straniamento di passare da giudice a giudicato, mentre ci si pente amaramente di esserci andati giù pesanti quella volta con quel libro, con quell’autore, e già ti pare di percepire il woof woof del boomerang che torna indietro.

A parte questo leggero oscillare tra gioia e terrore, l’unica cosa che spero non accada è che qualcuno, per colpa dell’autore lì presente, si autocensuri, e si trattenga dal tirare delle sedie. Perché dopo essere diventato un buon lanciatore, è ora che impari anche a schivarle.

Eppoi, come si dice, qualche sedia in faccia non può che far bene.

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Contro i muri

Basterebbe poi poco, in fin dei conti, per fare qualcosa contro questi muri e questi fili spinati che stanno spuntando qua e là in Europa. Muri e fili spinati che si direbbero il prodotto di un vuoto di memoria che è tanto più pericoloso quanto vicini a noi nel tempo sono gli eventi tragici che si sono svolti attorno a barriere del genere.

Basterebbe rispondere, la prossima volta che ci chiediamo “Dove andiamo in ferie?”, “Andiamo in un posto accogliente”. Senza specificare accogliente per chi.

Perché di questi tempi, per come va il mondo, non ci vuole poi chissà cosa per passare da turista a profugo.

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E invece erano proprio i droidi che stavamo cercando

Uno dice è il tuo primo giorno, sei uscito dall’accademia l’altro ieri, stai zitto. E infatti sono stato zitto. Poi però quello che è successo lo sappiamo tutti.

Insomma esco per la mia prima missione sul campo, il pattugliamento di un astroporto. Insieme a me un superiore, con alle spalle già qualche anno d’esperienza. Non l’avevo mai visto prima; le assegnazioni sono casuali, non ho capito perché, secondo me è una stupidaggine.

Si trattava di un pattugliamento mirato: c’erano due droidi in fuga che bisognava assolutamente catturare. Vai a sapere i motivi. Così ci danno la descrizione dei droidi, e penso che due così, se sono scappati, sono state fatte delle belle cazzate, e qualcuno di certo ci aveva rimesso i gradi.

Così iniziamo il nostro giro in questo postaccio caldo (non ci avevano ancora dato le armature estive, oltretutto), polveroso e maleodorante, un covo di feccia come pochi se ne vedono nella galassia. Se ci fossimo messi a fermare tutti quelli che incrociavamo e a controllarli, avremmo arrestato mezza città. Droidi in giro non se ne vedevano molti, e comunque nessuno corrispondente alla descrizione che avevamo.

Insomma ci aggiriamo con le nostre belle armi ben in vista, con le nostre regole d’ingaggio piuttosto favorevoli, portatori del potere imperiale, e quindi temuti, in un certo senso, non dico rivestiti di un’aura di autorità, ma quasi, nel senso che molti, incrociandoci, abbassavano lo sguardo o si scansavano, quando a un certo punto passiamo davanti a questo bar piuttosto famoso, nel senso di malfamato. Da dentro veniva una musica indiavolata, tipica dei criminali e dei giovani scapestrati.

Proprio mentre siamo lì, arrivano questi due. Un vecchio mezzo imbacuccato in una pesante tunica (immagino si stesse sudando l’anima) e un ragazzino, vestito come se stesse andando a un raduno di deficienti, non so nemmeno se maggiorenne, che solo a vederli insieme su quel catorcio che li trasportava venivano subito delle idee un po’ raccapriccianti. Ma ok, siamo in uno spazioporto, ci può stare. C’è pure di peggio. Solo che insieme a loro, sul veicolo, e non ci sono due droidi perfettamente corrispondenti all’identikit?

Il mio superiore, sveglio, professionale, inquadra subito la situazione e si fa avanti verso ‘sti due. Io, come da protocollo, resto un passo indietro. Penso subito prima missione primo successo, wow, e mi vedo già la carriera spalancata. Il mio superiore ferma questi tizi e va per controllarli. Un lavoretto facile, pulito.

Sono lì che già immagino i complimenti dei colleghi, gli elogi dei superiori, quando il vecchio, senza scomporsi, fa un gesto leggero con la mano e dice al mio capo “Questi non sono i droidi che state cercando”. Sì, stocazzo, mi dico io, come no. E mi aspetto che il capo punti l’arma e riporti i due coi piedi per terra. Invece quello cosa fa? Dice “Questi non sono i droidi che stiamo cercando”, si volta verso di me e lo ripete, poi guarda i due, anzi i quattro, e gli dice di circolare, e quelli se ne vanno per i fatti loro.

Me ne sono rimasto zitto, perché oltretutto le regole d’insubordinazione sono abbastanza rigide. Gli ho solo chiesto “Non erano loro?”, per sicurezza, appena un attimo dopo, e lui “No no, non erano i droidi che stavamo cercando”. E vabbè, ho pensato, lui è il superiore, pace.

Invece, la storia la sapete, erano proprio loro, quei droidi che cercavamo.

E dopo tutto il casino che sappiamo, infatti, mi hanno spedito qui, su questa luna umida, a controllare non ho capito cosa, perché ci sono solo alberi enormi dappertutto e robe pelose che non si capisce niente quando parlano, oltre a una specie di antenna. E mi faccio due palle che non vi dico.

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The Truffer

Ronnie Cortina fu condannato per evasione fiscale. Quando il giudice gli disse che doveva all’erario 15 milioni di dollari, Ronnie rispose: “Ok. E senza ricevuta?”.

Ronnie Cortina, meglio noto all’Interpol come Ronnie D’Ampezzo, Ronnie Francisco Maria de Pista Negra, Ronnie McDonald, Ronnie The Evasor Marilleva, era nato in una famiglia di onesti truffatori. Suo nonno, Diferro Cortina, ai tempi in cui era sufficiente saper copiare la firma altrui per diventare presidente degli Stati Uniti, fu presidente degli Stati Uniti dalle 14.37 del 9 giugno 1911 fino alle 14.53 del 12 giugno dello stesso anno, quando si accorsero del trucco. Grande democrazia, gli USA.

Suo padre, Susan Cortina (aveva deciso di chiamarlo così il padre, per dargli le opportunità di truffa che lui, con un nome maschile, non aveva mai avuto), aveva raggiunto la fama nel mondo della truffaldinità quando era riuscito a vendere al governo dell’Arabia Saudita 900 camion di neve freschissima, proveniente dalle cime del Caucaso, garantendone la lenta liquefazione.

Sua madre, Marylin Monroe Cortina, donna di una bruttezza proverbiale, era stata Miss Bellezza da urlo nel 1922, pur non avendo partecipato al concorso.

In un ambiente famigliare di tal fatta, Ronnie era cresciuto con solidi principi morali, falsificati alla perfezione e indistinguibili da quelli veri. L’iscrizione alla scuola cattolica fece il resto.

All’età di 16 anni, Ronnie era già un genio delle false identità. Ma questo, ovviamente, si seppe molto più tardi. Grazie a questa innata abilità, pur essendo di costituzione piuttosto esile, riuscì a vincere il campionato mondiale di sollevamento pesi nel 1946 e ad ottenere una cattedra in Fisica teorica all’Università di New York, pur confondendosi anche con la tabellina dell’1.

Nel ’47 Ronnie sparì quasi completamente dalla scena. Qualcuno disse perché impegnato in una focosa storia d’amore con un giovane Fidel Castro. L’unica notizia certa fu che trascorse il mese di luglio in un paesino del Nuovo Messico, Roswell, probabilmente per le vacanze estive.

Sul finire degli anni ’40, in un’America che ancora tirava un sospiro di sollievo per non aver subito entro i suoi confini le catastrofi della seconda guerra mondiale, Ronnie fece una fortuna vendendo porta a porta un macchinario per fermare la deriva dei continenti. Fu proprio in quel periodo che l’FBI iniziò a sospettare che fosse un mago della truffa, ma nessuno se la sentì di accusare il vicedirettore dell’agenzia, il cui nonno era stato presidente, oltretutto.

Nel 1951 Ronnie volò in Europa spacciandosi per pilota di linea e guidando lui stesso l’aereo, pur soffrendo in modo evidente di mal d’aria. Quand’era giusto sopra l’Atlantico, si rese conto della grande opportunità che aveva. Lasciò i comandi al copilota e, dopo aver passato qualche minuto in bagno, ne uscì come curatore fallimentare della American Airlines. Prese il microfono e iniziò una vendita all’asta delle singole parti dell’aereo, che i passeggeri acquistarono con entusiasmo trascinati dalle sue capacità commerciali. Lo vendette tutto, lasciandosi da parte giusto i carrelli per l’atterraggio a Parigi. Dopodiché vendette pure quelli, al signor Welch, gommista di Oklahoma City.

Ronnie Cortina nell’Europa della ricostruzione post bellica. Lo immaginate? Truffò così tanto e così tanti che nell’aprile del 1957, tramite un sistema di una complessità senza pari, riuscì, unico caso al mondo, a truffare se stesso. Ci rimise 250mila dollari.

Ripercorrere tutte le incredibili operazioni di raggiro che architettò sul suolo europeo è praticamente impossibile. Ancora oggi qualcuno sostiene che sia il legittimo proprietario del Lussemburgo. E in qualche segreto magazzino tedesco c’è ancora qualche piccolo frammento del “Muro 2”.

Nell’autunno del 1962, dopo aver accumulato una fortuna che nemmeno tutte le sue 134 identità avrebbero potuto dilapidare in una vita intera, Ronnie decise di tornare negli Stati Uniti. Lo fece con una nave russa, convincendo il capitano a fare scalo a Cuba, “per un certo affare”.

Arrivato infine a New York, per prima cosa volle riassaporare una bella tazza di caffè come solo in America non lo sanno fare. Se lo gustò con calma, in un posticino fra la Quinta e Madison, guardando ammirato gli edifici titanici della grande mela. Poi comprò una di quelle barrette di zucchero di cui andava matto e se la mise in tasca. Quando uscì, si ritrovò in faccia le pistole dell’FBI: “Favorisca lo scontrino!”, gridarono gli agenti. Lo aveva lasciato sul bancone.

Fu arrestato così, Ronnie Cortina, mago della truffa, come un Al Capone qualunque.

Oggi, dopo aver scontato la sua pena, conduce un’esistenza tranquilla e onesta. Per evitare i media ha preferito cambiare nome. Ora si fa chiamare Donald Trump.

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Quel genio di da Vinci

Forse non tutti sanno che, oltre a essere un geniale pittore, scultore, scrittore, ingegnere e inventore, Leonardo da Vinci fu anche – come spesso capita a quelle menti vulcaniche che eruttano idee a ritmo continuo e che mal sopportano la lentezza, secondo loro, degli ingegni altrui – un gran rompicoglioni.

Così, non è poi completamente da escludere che a Firenze, intorno al 1480, si possa essere svolto quanto segue.

L’ometto avvicinò lo sgabello al muro, ci salì, e da lassù sbirciò attraverso la finestrella dalle grosse inferriate. Attento a non esporsi troppo, controllò ogni angolo della piazzetta che si apriva proprio di fronte alla porta del suo ufficio, mettendo bene a fuoco tutti quelli che l’attraversavano. Su chi era fermo non si attardava nemmeno un istante, perché il suo nemico – tale ormai si poteva definire – non stava mai fermo. Mai.
Assicuratosi che non fosse in vista, scese dallo sgabello e lo ripose al solito posto, davanti al tavolone pieno di scartoffie. Lì sedevano gli utenti, perché chi sta scomodo si sbriga. Per lui, invece, faceva bella mostra dietro al tavolo una seggiolona coi braccioli che lo faceva sembrare ancora più minuto, quando ci stava sopra, ma che era di una comodità senza pari, grazie anche al grande cuscino ricamato che sua moglie gli aveva regalato quando era diventato unico responsabile dell’ufficio brevetti.
Prima di prendere posto e immergersi tra le pratiche, sebbene l’impulso fosse come ogni giorno quello di tenere serrata l’entrata e non aprire al pubblico, si avvicinò all’ingresso e lentamente, senza fare rumore, girò la grossa chiave e fece scattare la serratura. Il clic non si era nemmeno ancora spento, che il leggero burocrate fece un volo di un paio di metri, perché la grande porta gli aveva fatto da catapulta aprendosi fulminea con inaudita potenza. Steso a terra e dolorante, con già un bernoccolo che gli cresceva in fronte, l’ometto inquadrò lo specchio della porta, dove una gigantesca figura bloccava quasi tutta la luce proveniente dalla bella giornata di sole che c’era fuori. Eccolo lì, il nemico. Leonardo da Vinci.
«Quest’ufficio dovrebbe aprire alle nove, e sono di già le nove e un quarto!», disse Leonardo tutto infervorato.
Il responsabile, tirandosi su e spolverandosi, vide il gigante sovrastarlo, con addosso una palandrana tutta macchiata di chissà cosa, strappata in più punti, e con in faccia degli occhi rossi spiritati e una barba impazzita in vari punti.
«Allora? Come si spiega questo fatto? Son le nove e un quarto, quasi venti!», disse Leonardo.
«Le nove, i venti, i quarti? Ma di che parla?», disse l’ometto tutto stizzito, dirigendosi verso la sua seggiolona.
«Un nuovo metodo che ho inventato giusto venendo qui, per suddividere le ore e indicare il tempo della giornata. Se mi dà un foglio e dell’inchiostro butto giù due righe e registro pure questo, oltre agli altri ventitré che mi sono balenati alla mente stanotte», disse Leonardo sedendosi sullo sgabellino, su cui stava come può stare un’aquila reale offesa su un rametto di pesco.
«Messere, messere, santo cielo», disse l’ometto già sudando, «lei c’è bisogno che mi dia tregua. Si prenda una pausa, delle ferie. Oppure inventi e ingegni, ma metta da parte, scremi, selezioni, e poi mi viene qui magari ogni quindici giorni, non dico un mese, e deposita. Venir qui mattina e pomeriggio, insomma!».
«Verrei la notte, se foste aperto! Ma lei niente, da dipendente pubblico mi fa resistenza a questa innovazione. Le idee arrivano come frecce scagliate da un arciere nascosto nei cespugli della mente, e quando arrivano c’è da correre a rivendicarle, perché fuori da quella porta ci sono altri cerebri all’opera, e sia mai che mi faccio fregare un’invenzione», disse Leonardo poggiando i gomiti sul tavolone e inclinandolo leggermente per il peso.
L’ometto lo guardò disperato, asciugandosi la fronte con un grosso fazzoletto rosso, e disse: «La prego, Leonardo, non le sto dietro. Guardi questa pila di documenti: sono tutte pratiche per suoi brevetti. E questa qui? Lo stesso. E quella lì in terra? Uguale! E non parliamo dell’armadio. Non ce la faccio, pure lavorandoci tutto il giorno senza tregua. Da un po’ mi porto anche il lavoro a casa, trascuro mia moglie, i miei figli, lo struzzo».
«Ha uno struzzo?», disse Leonardo incuriosito.
«Sì», disse l’ometto rifiatando.
«Le dispiacerebbe prestarmelo, un giorno? Ho alcune teorie che vorrei verificare», disse Leonardo prendendo rapidamente un appunto con quella sua solita scrittura strana.
«Verificare… cioè? È pericoloso?», disse l’impiegato.
«Macché, macché», disse Leonardo continuando a scrivere rapidamente su un foglio, «sto facendo degli studi di aerodinamica, avrei bisogno di proietti animali per testare le resistenze del piumaggio. Ma non stia a preoccuparsi, suona peggio di quel che è. Tornando a noi, ecco i brevetti che vorrei registrare oggi. Ventitrè e… Ventiquattro! Finito».
Vedendo originarsi davanti a sé un altro pilastro di scartoffie leonardesche, l’impiegato ammutolì tremante, poi si sciolse in un pianto dirotto, singhiozzando sonoramente e sputacchiando frasi incomprensibili che avevano a che fare con la pietà, lo stress lavorativo, la carriera bloccata lì per ingolfamento di pratiche, la dignità del lavoratore pubblico, l’accanimento delle intelligenze sulle creature miti e mediocri.
Davanti a quella scena Leonardo cedette alla compassione. Lentamente poggiò una mano sul braccio del piangente, cercando di consolarlo: «Su, non faccia così, la prego. Le prometto che tenterò in ogni modo di porre un freno al fuoco che mi brucia in testa, che scarterò, valuterò meglio le idee, rinuncerò a brevettarle, se non sono almeno geniali».
Leonardo fissò con intensità l’impiegato dell’ufficio brevetti e disse, quasi sottovoce: «Ora però, per favore, smetta di piangere. Le sue lacrime mi fanno… mi fanno… », e mentre stentava a continuare, come preso da una grande emozione, allungò l’altra mano e prese un foglio bianco, su cui iniziò a scrivere rapidamente, senza nemmeno guardare. Allora continuò: «Mi fanno pensare che… se fossero raccolte, e sottoposte a certi processi particolari, le si potrebbe purificare, elaborare, e infine utilizzare come ottimo rimedio per certi rossori e per certe infiammazioni dell’occhio!». E finito di scrivere, sbatté il foglio appuntato sul tavolone e gridò: «Venticinque!».

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Little Julius Church

A me, Giulietto Chiesa (bel nome in codice), non mi freghi mica.

Eh no, non mi faccio certo abbindolare, io, dai tuoi numeri e dai tuoi nessi ellittici, dalle tue teorie della cospirazione e le tue ipotesi di complotto. Molti ci sono cascati, ma io no. Io l’ho capito, Giulietto, cosa vuoi fare.

Vuoi distrarci, ecco cosa. Vuoi porre l’attenzione altrove. Vuoi farci rivolgere lo sguardo lontano dalla verità. Dall’unica verità che conti davvero.

Ma non è servito. Non con me.

Io l’ho capito, che hai un gran bisogno di riposo.

(Little Julius Church è formato da 6+6+6 lettere. Fate voi)

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Eccì, gli effetti collaterali

Una delle cose che non mi aspettavo, dopo la pubblicazione di Eccì, è stata la reazione dei lettori. Non parlo tanto dei giudizi, positivi o negativi, dei complimenti o degli insulti: quelli li mettevo in conto. Parlo dei riferimenti, letterari e non solo, che i lettori ci hanno trovato dentro, dei personaggi che li hanno colpiti e dell’empatia o antipatia verso di loro, parlo di quei passaggi e di quelle frasi a cui hanno dato più peso rispetto al resto, che hanno sottolineato, delle loro ipotesi sui luoghi e sui tempi della vicenda, nonché sulle cause scatenanti degli eventi, dell’affezione o odio verso certi dettagli (i nomi, per dirne una). E queste reazioni, questi rapporti unici che si sono creati fra i singoli lettori ed Eccì, queste inaspettate costruzioni di cui io ho fornito a malapena le fondamenta, sono state una fonte inattesa di meraviglia, e non posso non prenderle come una dimostrazione tangibile dell’immensa potenza creativa del lettore, al cui confronto quella dello scrittore sembra poca cosa.

Fra tutti questi lettori però, ci sono due categorie che sento di dover apertamente ringraziare per aver mandato fuori scala la lancetta della sorpresa: al secondo posto, quelli che con Eccì gli ho provocato un continuo e fastidioso prurito, durante la lettura; al primo, quelli che, finito Eccì, gli ho fatto venire il raffreddore. Dicono.

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Domande

Ve lo ricordate quel papa che diceva di non usare il preservativo? Non vi pare strano che non avesse figli?

Per quanto la probabilità di fecondazione sembri essere inversamente proporzionale all’intensità delle relazione emotiva fra i partner, sul lungo periodo la statistica non diventa forse schiacciante?

Personalmente vi consiglio di non usare il casco, quando andate in moto. Il fatto che io non possegga una moto, quanto toglie all’affidabilità dell’affermazione precedente?

Quando diciamo che ci fa male la testa, esattamente, cosa intendiamo? Che ci duole il cervello, oppure il cranio che lo contiene? Le due cose sono indistinguibili? E se fosse possibile distinguerle, quale uomo si avventurerebbe in una distinzione del genere di fronte a una donna che non vuole fare sesso perché ha mal di testa?

Tra i metodi anticoncezionali, è o non è da annoverare anche l’alito cattivo?

Se non c’è sesso senza amore, il preservativo è una barriera sentimentale?

Se c’è sesso senza amore, si può aggiungerlo dopo, tipo guarnizione?

Si dice spesso che in filosofia non contano le risposte, ma le domande. Sareste pronti ad assumere questo punto di vista mentre siete concorrenti di un quiz televisivo? Quanto può esservi utile la gnoseologia, per convincere Gerry Scotti?

Post-umano è come dire pre-robotico o è solo una scusa per chi fa tardi?

L’Homo Sapiens è l’ultimo anello di una catena specializzata in prodotti bio?

Quando avremo colonizzato la Galassia, punteremo sui prodotti a anno luce zero?

Per quale motivo una frase interrogativa ha più attrattiva di una affermativa? È perché il punto interrogativo ha la forma di un gancio? E se avesse avuto la forma di un mastino feroce?

L’infallibilità papale è in contrasto con le norme fiscali? È giusto dire della Chiesa che è too big to faith? Quale ente più autorizzare l’uso di un sostantivo in funzione verbale? La Crusca inglese? The Bran?

Non è che l’erba cattiva non muore mai. È che nessuno la mangia, quindi resta lì. Quanto è vegano questo pensiero, in una scala da 1 a 37 megaton?

Qualcuno fece forse i complimenti a Giovanna d’Arco, quando smise di fumare?

In un mondo vittima della sovrappopolazione, le polemiche sul come avere figli non dovrebbero essere precedute dalle polemiche sull’averli o meno?

Se negli umani il coccige è ciò che resta della coda, nelle tastiere il Bloc Scorr è ciò che resta di cosa?

Quella concezione del tempo secondo cui il passato non è più, il futuro non è ancora, e solo l’istante presente esiste, non è forse alla base dei calendari osé?

Esistono domande che nessuno ha posto? Sono davvero così ingombranti?

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Pi latino

La storia delle scoperte è piena zeppa di furti intellettuali o presunti tali.

L’America, per esempio. Ancora oggi la sua scoperta è da tutti attribuita a Cristoforo Colombo, quando invece il primo a gridare “Terra!”, dopo aver visto l’esile sagoma del nuovo continente all’orizzonte, fu un certo Rodrigo de Triana, marinaio della Pinta.

(su come poi si possa scoprire un continente già popolato, e quindi già scoperto quantomeno dai suoi abitanti, è questione che qui non approfondiremo)

Altro famoso caso fu quello del calcolo infinitesimale, la cui scoperta fu disputata tra Newton, Leibniz e Schuller, un birraio di Brema piuttosto pignolo per quel che riguardava la grammatura del luppolo per la sua pils.

Quasi sconosciuta invece è la vicenda del tentato furto del Pi greco, risalente a un periodo compreso tra il 12 e il 321 d.C. (le fonti sono vaghe).

Protagonista della vicenda fu un matematico romano, e precisamente umbro (l’Umbria a quell’epoca corrispondeva all’attuale Umbria), di nome Marcio Numerico, il quale, per un errore di calcolo (aveva mandato agli inferi un senatore perché l’aveva quasi investito col suo cavallo), era stato esiliato a Pocopopulos, una frazione di Atene.

Lì, nella culla della civiltà occidentale, Marcio Numerico si era quasi addormentato. Così, un giorno, per togliersi di dosso la fiacca, decise di fare una passeggiata, che in Grecia all’epoca si chiamava peripatata (poi in seguito videro bene di cambiare termine).

Peripatando a lungo, Marcio Numerico finì nei pressi di un Istituto Tecnico per Geometri, proprio durante l’ora di ricreazione. Lì, osservò dei giovani che nel cortile della scuola giocavano a una forma avanzata di girotondo, intonando una misteriosa filastrocca:

Gyros gyros tondo
casca l’orbe terracqueo
casca Atlante
tutti giù a levante!

Marcio Numerico, incuriosito, si avvicinò e chiese a uno dei giovani “Ma come cavolo ci riuscite?”, e quello gli raccontò che avevano imparato quel gioco solo da poche settimane, da quando cioè l’insegnante di Numeri irrazionali trascendenti aveva spiegato loro Pi. (“Pi nostro”, lo chiamavano, per la precisione)

Il matematico umbro ci pensò un po’ su, poi chiese: “Pi, la lettera?”. “No – rispose il futuro inoccupato – il numero”. “Ah – disse Marcio -, e che numero è?”. “3,14 circa, ma ora non ho tempo di dirle tutte le cifre decimali, perché la ricreazione è finita e ho il laboratorio di sillogismi. Buona peripatata”. (in lontananza si sentì un fauno ridere)

Marcio Numerico rimase ancora qualche minuto di fronte all’ITG Archimede, riflettendo sull’opportunità unica che aveva a disposizione: esportare Pi in Italia, spacciandolo per una sua invenzione, e diventare ricco e famoso come qualsiasi matematico di successo.

Corse come una furia verso casa, cercando di tenere a mente tutto quello che lo studente gli aveva rivelato. Siccome però aveva peripatato a lungo, ed era molto distante dalla sua abitazione, durante il ritorno qualcosa sfuggì dalla sua memoria e, una volta rincasato, dopo 7 clessidre da 23 minuti, tirando giù dei rapidi appunti scrisse “Pi=III,XLI circa (poi altre cifre che a nessuno importano)”, invece che III,XIV. Tre giorni dopo s’imbarcò su una nave alla volta di Roma.

Durante il viaggio, Marcio Numerico scrisse un trattato di poche pagine, confuso e pieno di scarabocchi, a causa del mare forza 8, ma con un titolo molto accattivante (“Gli strani rapporti tra Diametro e Circonferenza: il Pi latino – così l’aveva rinominato – e la rivoluzione ludica”) che, una volta diffuso in patria, attirò l’attenzione di molti studiosi e rese Marcio un matematico famoso, addirittura in lizza per la medaglia Campi Flegrei.

A un passo dal definitivo riconoscimento però, successe che nelle scuole di ogni ordine e grado s’iniziò ad applicare, all’ora di ricreazione, il Pi latino. Fu una carneficina. Centinaia di girotondi andarono fuori asse e presero a roteare in modo incontrollabile: ragazzini di ogni età e anche qualche bidello iniziarono a schizzare via, sparati dal moto caotico assunto dalla giostra umana mal calcolata.

Marcio Numerico tentò la fuga, che però durò pochissimo, perché il suo carro aveva le ruote fatte su misura, secondo le indicazioni di Marcio stesso. Fu catturato e condannato a dimostrare l’ipotesi di Riemann.

Qualche anno più tardi, il Pi greco – quello vero – fu importato in Italia, e si poté tornare a fare i girotondi in tutta sicurezza.

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