Ricordo della Blogfest

Della blogfest, che adesso non si chiama più così, si chiama festa della rete, la cosa che mi è rimasta più impressa è una frase. Me l’hanno detta diverse persone. Gente che mi legge, immagino. Qualcuno non lo conoscevo proprio. Con qualche altro ci si incrocia in rete. Comunque tutte persone che potevano anche non venire a dirmela, quella frase, invece sono venute.

Sono venute lì e mi hanno detto: continua così.

Ora, io non lo so bene cosa intendessero, però, nel dubbio, continuo così.

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Allingiù

Dev’esserci poi anche un pianeta, da qualche parte nell’Universo, molto simile al nostro, anzi, uguale in tutto e per tutto, tranne che per un unico dettaglio, che però è di gran conto. Sul quel pianeta, che per dargli un nome chiameremo Allingiù, la gravità è infatti repulsiva. Stesso modulo, stessa direzione, ma verso opposto alla nostra. Invece di spingervi a terra, vi spinge in aria. Se vi cade qualcosa, e non c’è un soffitto a fermarla, finisce nello spazio.

Facile da immaginare. Più difficile viverci, anche per gli stessi autoctoni, gli allingiuani, che sono in tutto e per tutto simili a noi, tranne che per un paio di dettagli: sono tutte persone coi piedi per terra e sono tutti, nessuno escluso, dei gran testardi.

Questi due tratti caratteriali, che su un pianeta a gravità attrattiva passerebbero inosservati praticamente a tutti, su Allingiù hanno effetti ben visibili. Gli allingiuani, infatti, teste dure come sono, hanno deciso che non sarà certo la natura a imporre loro di avere i piedi per aria, come si converrebbe su un pianeta a gravità repulsiva. Così, invece di camminare coi piedi, loro camminano con le mani, e tengono i piedi magari non a terra, ma quantomeno verso la terra, anche se quella li respinge. E vivono sempre costantemente facendo la verticale, e hanno i marciamani ai lati delle strade, e mettono le scarpe alle mani, e i guanti ai piedi, ma solo se è freddo.

Però, nonostante le difficoltà, qualche vantaggio c’è. Se uno muore cadendo nello spazio, cosa che non capita poi così spesso, più o meno quanto da noi uno che cade in un burrone o dal tetto, rispetto a qui da noi loro hanno la soddisfazione, per via delle mani tenute all’insù, di essere già nella posizione giusta per fare finta di volarsene via, tipo Superman.

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Una guerra, ma fatta bene

 

Adesso che ci sono tutte queste tensioni internazionali e che sembra di essere tornati ai tempi della guerra fredda, sarebbe il caso di sfruttare la situazione.

Ammettiamolo, una guerra sarebbe una bella spinta per l’economia stagnante in cui tutti viviamo. I conflitti, si sa, rimettono in moto un po’ tutto.

Dalle guerre passate abbiamo imparato tanto. Con così tanta esperienza alle spalle non possiamo di certo fallire.

Basterà prendere le varie fazioni (Europa, Russia, Nato, Ucraina) e mettersi a tavolino per studiare una strategia comune che porti pari vantaggi a tutti.

Secondo me, se tutti fanno la loro parte, e le cose sono organizzate a dovere, si può anche riuscire a fare una guerra senza sparare un colpo.

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Bussìo

Questa cosa che le porte, a seconda di dove vai, fanno un rumore diverso, quando le bussi, è strana davvero. Ci si aspetta che il rumore delle nocche sul legno sia sempre lo stesso, invece, a quanto pare, non è così. Negli Stati Uniti, e credo anche in Inghilterra, le porte non fanno toc toc come da noi, fanno noc noc. Devono avere delle porte strane, dei legni molli, perché l’impatto di un osso, per quanto rivestito di un velo di pelle, è difficile che sia una n (poi l’oc è il rimbombo, quello è uguale). Da noi, sulle nostre porte sui nostri legni, è t. Toc. Un suono netto, di carattere. Noc invece è fiacco, ben poco convinto, svogliato, a mezza voce. E infatti, sono quasi sicuro, negli Stati Uniti, e credo anche in Inghilterra, la prima volta che bussate non vi apre nessuno.

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Debello sapiens

Il tizio che ci ha chiamato per la prima volta sapiens deve averlo fatto in preda a un cieco entusiasmo. Dopo una notte di sesso sfrenato, magari, o dopo aver trovato in terra una banconota da 100. O dopo avere trovato una banconota da 100 e averla usata per assicurarsi una notte di sesso sfrenato. Altrimenti non si spiega l’ottimismo.

Siamo sapiens. Infatti quando ci sono guerre e conflitti vari, sparsi qua e là nel mondo (con la predilezione per quelli dove il sottosuolo è parecchio generoso, ma è un caso), mettiamo in moto diplomazie, tregue, trattati, piani, roadmap e risoluzioni, mobilitando persone, risorse, energie, in processi molto difficili, sempre lì sull’orlo del fallimento. Anzi, capita che falliscano nonostante tutto. O magari sono funzionali inizialmente, ma a distanza di qualche anno innescano ulteriori conflitti, che diventano repliche, e repliche di repliche, e così via.

Però ci proviamo. Perché siamo sapiens.

Siamo sapiens e bisogna fermare la guerra.

E contemporaneamente, non bisogna fermare l’industria bellica.

(non so esattamente perché non si possa, ma visto che non se ne parla mai, che nessuno prende in considerazione la cosa, in tutti quei lunghi processi di pace, anzi sento dire che per fermare le guerra spesso la soluzione è aggiungere altre armi, allora do per scontato che non sia nemmeno pensabile che si possa fermarla)

E anche se siamo sapiens non è per niente facile, conciliare le due cose.

Forse sapiens non basta. E toccherà aspettare che ci evolviamo. O che moriamo tutti ammazzati.

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Volevo rassicurare tutti

Da quei 20 che di solito leggono questo blog bisogna togliere: quelli che erano in ferie, e avevano altro a cui pensare, quelli che comunque, anche non in ferie, non sono passati di qui perché avevano da fare o non gli andava, quelli che gli è passato di mente, quelli che hanno pensato a un problema di connessione tutto loro quindi pace, quelli che hanno immaginato che avessi drasticamente modificato i contenuti e la grafica del blog, lasciando solo quella scritta essenziale di sito non disponibile, puntando a un ampliamento del pubblico, quelli che hanno immaginato che non avessi pagato l’hosting, che allora mi ha rimosso il sito.

Tolti questi, non credo resti qualcuno a cui spiegare quello che è successo. Quindi niente.

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Saluti e baci

Cartolina Rivazzurra

 

Io però, che non si mandano più le cartoline, mi pare un peccato.

L’unico sforzo creativo che l’italiano in vacanza metteva in atto era quello: la redazione delle cartoline a parenti e amici. C’erano anche le parole crociate, è vero, in cui si reinventava la geografia (i laghi della Russia erano micidiali), la storia, la letteratura e soprattutto l’opera (“si scrive b-a-t-t-e-r-f-l-a-i, giusto?”). Però nessuno vi costringeva a portarle a termine, e infatti si finiva rapidamente a unire puntini (facile) e poi a capire cosa rappresentasse la figura (difficile).

Le cartoline, invece, bisognava sceglierle, decidere quali a chi, indirizzarle, affrancarle, imbucarle. Ma soprattutto, scriverle. Quel rettangolino bianco sul retro, a sinistra delle confortanti righe per nome-cognome-indirizzo, ha portato alla disperazione generazioni di italiani in ferie.

Chi aveva famiglie numerose (e vendicative) trascorreva le ferie solo a far quello, e i luoghi di villeggiatura li vedeva unicamente nelle immagini delle cartoline che inviava. Oppure le spediva poi da casa, sperando che il timbro postale sbiadito non facesse la spia. Ma era da temerari.

A qualcuno passava anche di mente. Le ritrovava in un cassetto, mesi dopo, e via di corsa a imbucarle. Così “Il mare è bellissimo. Saluti da San Benedetto del Tronto” arrivava sospettosamente a ridosso del Natale.

Lo sforzo creativo per scrivere quelle due righe in croce poteva essere affrontato in due modi: si affidava tutto allo studioso della famiglia (bambino in quinta elementare) oppure prevedeva la sinergia. Il che significava tutta la famiglia a tavolino per almeno due ore e finché non finiamo da qui non si alza nessuno ché l’anno scorso ci siamo scordati zio Alberico e ci ha riparlato a Pasqua.

Quelli sì che erano brainstorming. Sudori, brividi, teste doloranti, parole che uscivano a stento, balbettate, crisi di pianto, litigi. Mezzo pomeriggio di terrore. Ma alla fine, stremati, il blocchetto era pronto per essere imbucato.

Usando solo quelle 8 parole (tra cui i pilastri: mare, saluti, baci, bellissimo) si erano prodotte 123 cartoline diverse. Un paio di doppioni capitavano sempre, a causa della stanchezza: bastava solo stare attenti e inviarli a persone con almeno 12 gradi di separazione. Preferibilmente di nazionalità diverse. E almeno una in carcere. Il rischio sputtanamento (“le avranno scritte tutte uguali!”) era altissimo.

Le cartoline ovviamente erano ponderate, in quanto a soggetti. Al bar quella con la tedescona con le tette al vento. Agli amici quelle tutte nere con la didascalia “Rimini di notte”. Alla nonna quella con la chiesa di San Girolamo protettore degli osteoporotici. Errori di invio, in tal senso, sebbene rarissimi (i controlli ISO sono nati così), hanno distrutto famiglie e reputazioni.

Se qualcuno veniva dimenticato, per regolamento valeva anche la cartolina in extremis dall’autogrill. “Saluti dalla spiaggia di velluto di Senigallia”, anche se eravate stati al mare a Campomarino.

Almeno una dei 3 chili e mezzo di cartoline che si spedivano era la famosa “Saluti e baci paga la tassa e taci” senza francobollo. Ne abbiamo spedite milioni. Dio solo sa dove siano finite. C’è pure una leggenda che dice che uno di Varese, nel 1983, ne ricevette una così, e sia stato costretto a pagare davvero. Vai a sapere.

C’è poi un altro mistero inquietante. Si comprava sempre qualche cartolina in più, o per il classico “non si sa mai” o per avere un po’ più di scelta di soggetti. Così alla fine un paio ne avanzavano sempre, pure di francobolli, e allora dai ce la mandiamo da soli. L’autocartolina, in pratica. Magari non ci si scriveva niente. Però era un bel ricordo. La cartolina riportata a mano a casa in confronto era asettica, senza valore sentimentale. Su quella spedita c’era il francobollo, il timbro, una pennellata di ufficialità che donava al ricordo un sapore tutto particolare.

L’aspettavate per qualche giorno, per una-due settimane, poi ve ne scordavate.

Ne fosse mai arrivata una.

 

 

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Su Marte per lavoro

Sono due anni che il rover Curiosity percorre la superficie di Marte. Due anni. Fosse in Italia, gli toccherebbe la revisione.

È bene specificare un dettaglio non da poco: Curiosity è su Marte da 2 anni terrestri. In tempo marziano, invece, di anno ne è passato solo uno. Se si va per lavoro è meglio leggere bene il contratto. Anche ai fini pensionistici la differenza è notevole.

Curiosity in effetti è su Marte per lavoro, anche se è difficile da credere. Percorrere 563 milioni di kilometri per poi rimanere lì in zona fotografando ogni cosa che capiti a tiro e pubblicandola online sembra una roba più simile alle classiche ferie. Anche i sassi che raccoglie, magari sono souvenir. Invece lavora.

Questo fa sì che su Marte la disoccupazione sia allo 0%. Prima di Curiosity si attestava al 100%. Per dire quanto paghi investire nella ricerca.

Con dati del genere, se ci fosse un governo, su Marte, in questo momento godrebbe di amplissimo consenso. Almeno fino al prossimo rover.

Anni fa, durante i primi passi dell’esplorazione spaziale, c’era chi prometteva che nel giro di poco saremmo potuti andare ad abitare sulla Luna, e in vacanza su Marte. Invece poi, quei pochi che sono andati sulla Luna, era per lavoro.

E su Marte ci sono dei robot. Come in fabbrica.

Forse è per questo che l’esplorazione spaziale va a rilento. Un conto, nei posti, è andarci da turisti. Un conto è andarci per lavoro. Alla fine uno preferisce stare a casa.

 

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Lo storytelling come ammortizzatore sociale

Adesso che la disoccupazione ha raggiunto livelli catastrofici immagino una ressa furibonda per iscriversi alla Scuola Holden. Che – nel caso non lo sapeste – è quella scuola che vi fa diventare scrittori famosi (ricchi già lo siete, se potete permettervi la retta). Scrittori detto un po’ all’antica, ovviamente. Ché oggi si dice storyteller.

Lo storytelling, quella cosa che v’insegnano alla Scuola Holden insieme alle Performing Arts (l’equivalente di “Difesa contro le Arti Oscure” di Hogwarts), negli ultimi anni ha scalato tutte le gerarchie delle arti, entrando di prepotenza nel trivio, nel quadrivio, nel metodo Montessori, nella riforma Gelmini, nelle 100 cose da fare prima di morire, e posizionandosi bene anche tra le virtù teologali e nel campionato di serie C.

L’universo, in questo preciso istante, è storytellingcentrico (alla Holden v’insegnano a dirlo meglio e con più parole).

Consapevole della situazione, anche il governo sta cercando d’incanalare le diffuse energie creative post-industriali (disoccupati) verso questo grande attrattore artistico, e si prepara a una svolta epocale. Grazie a un apposito decreto, promosso all’unisono da tutte le forze politiche, molto presto ai lavoratori delle aziende in crisi verrà data la possibilità di scegliere tra la classica cassa integrazione e un corso di storytelling.

Non dubito che fra lo starsene a casa e percepire circa l’80% dello stipendio, magari integrandolo con qualche lavoretto in nero, e percepirne solo il 30% ma poter seguire un corso di storytelling, quasi tutti sceglieranno questa seconda via.

Volete mettere la differenza tra l’essere disoccupati e il narrare di essere disoccupati? Tra il disagio del lavoratore e il disagio dello scrittore? Tra lo sbattimento di protestare e la comodità di raccontare di protestare?

È il nostro intimo bisogno di storytellare. Non possiamo farne a meno. Da una parte trasmettiamo il nostro patrimonio genetico alle future generazioni, biologicamente, e dall’altra, usando pratiche in fondo non troppo diverse, trasmettiamo il nostro patrimonio narrativo. L’importante è non confondere le due parti: si rischia la querela.

Queste iniziative, la Scuola Holden, i corsi di marketing, i decreti inventati, non fanno che riportarci prepotentemente alle nostre origini di cantastorie. Siamo operai di una catena narrativa.

L’età in cui le cose esistevano e si facevano è finita. Ora si raccontano. E il bello è che si possono raccontare anche le cose che non esistono e non si fanno.

Non esiste più il vero, non esiste più il falso. Esiste il raccontato bene e il raccontato male.

Ecco perché c’è la fila alla Suola Holden.

 

 

 

 

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