Cose di poco conto da fare con un secondo in più

Di solito è il lunedì che non sembra finire mai. Invece il giorno più lungo di tutti è oggi: durerà infatti le normali 24 ore di sempre più 1 secondo. Prima di correre dal vostro capo per farvelo aggiungere in busta paga è meglio sapere che quel secondo in più, detto secondo intercalare, verrà aggiunto all’ultimo minuto – non nel senso di fretta, nel senso delle 23:59 – che così durerà 61 secondi. Se fate il tecnico di orologi atomici o il metronotte, correte pure dal vostro capo per farvelo aggiungere in busta paga.

Questa manovra temporale si rende necessaria ogni tanto per ri-sincronizzare gli orologi di tutta la Terra con la Terra stessa. Il nostro pianeta infatti se ne frega della precisione degli orologi atomici che spaccano il picosecondo, e fa un po’ come gli pare: a volte rallenta, altre volte accelera, gettando nel panico quelli dello IERS (International Earth Rotation and Reference Systems Service), quell’organismo internazionale che ha come scopo unico quello di farsi gettare nel panico dai cambi di velocità di rotazione del nostro simpatico pianeta.

Siccome la Terra ultimamente si è data una calmata e ha rallentato, ora bisogna rimettere gli orologi.

Al di là degli aspetti tecnici e delle conseguenze pratiche di questo spostamento planetario di lancette, quel che importa a noi persone crononormali è cosa fare con questo secondo in più che ci è messo a disposizione. Trattandosi di un tempo così breve non conviene applicarsi in niente di impegnativo. Ricordate che il tempo vola quando ne aggiungono un po’. Il mio consiglio è sfruttarlo per fare qualcosa di assolutamente inutile, o al massimo di poco conto.

Intanto vi fornisco qui qualche esempio, ma altri suggerimenti sono bene accetti:

  • Schioccare le dita
  • Aspettare un secondo
  • Voltarvi di scatto
  • Dire “Oh”
  • Percorrere 300000 kilometri senza meta (vale solo per i fotoni)
  • Fare l’occhietto a qualcuno
  • Durare un secondo di più a letto
  • Mettere un like
  • Rimettere l’orologio
  • Fare una linguaccia
  • Dare un bacio (niente limoni, durano troppo)
  • Cambiare canale
  • Cambiare idea
  • Fare un tiro di sigaretta
  • Pensare ai marò
  • Dire a chi avete accanto “E se”
  • Trovare Wally
  • Godersi l’attimo, semplicemente ruotando insieme alla Terra, come fossimo le sue lancette.
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Il capannello d’allarme

A 4 anni disegnavo già come un bambino di 6-7. Tutti rimanevano stupiti.
A 7 anni disegnavo come un bambino di 7 anni. Non si stupiva più nessuno.
Adesso disegno come un bambino di 7 anni, e sono tornati tutti a stupirsi.

Insomma non so disegnare.

Di solito non me ne preoccupo, è pieno di cose che non so fare, però ogni tanto mi dispiace, soprattutto quando una battuta, invece che a parole, mi viene in mente in forma grafica: un disegno, una vignetta, una striscia.

Qualche volta cerco un’anima buona e capace che la disegni. Altre volte sgrido il bambino di 7 anni che è in me e lascio perdere.

Ultimamente ho in mente un’immagine. Si potrebbe renderla bene con una striscia di vignette, ma per questa volta non andrò a importunare nessuno e cercherò di cavarmela con le parole.

C’è un capannello di gente, di qualche decina di persone, piuttosto compatto. Sono come alla fermata dell’autobus, però l’autobus non c’entra, quindi niente, dimenticatelo. Alla loro destra c’è un cartello con una freccia che punta a destra e indica “CENTRO”. Nella prima vignetta se ne stanno tutti insieme, fermi.

Nella seconda invece si vede che tutti, all’unisono, fanno dei passettini verso destra, avvicinandosi al cartello, ma ancora ben distanti. Sono tutti seri, coordinati, nessuno dice niente.

Nella terza vignetta di nuovo fermi. Immobili.

Nella quarta ecco di nuovi i passettini coordinati. Si avvicinano ancora al cartello. Questa volta però si vede uno del gruppo che resta appena un po’ staccato, sulla sinistra, con lo sguardo stupito. Si capisce che non si è mosso insieme a tutti gli altri.

Nella quinta di nuovo i passettini coordinati. Sono sempre più vicini al cartello. Il primo tizio tagliato fuori rimane del tutto staccato dal gruppo, e anche un altro, che non ha seguito tutti gli altri, rimane anche lui appena fuori dal capannello. I due si guardano sorpresi.

Nella sesta altri passettini. Cartello ancora più vicino. Il primo tizio ormai è lontano dal gruppo, e anche l’altro è ben staccato.

Nella settima il gruppo si muove ancora e arriva sotto il cartello “CENTRO”. I due tizi guardano gli altri quasi preoccupati, ma quelli non fanno una piega.

Nell’ottava i due tizi staccati prendono e se ne vanno per i fatti loro.

Nell’ultima vignetta c’è solo il capannello che fa altri passettini, superando il cartello. Si nota, sulla sinistra, un altro tizio perdere contatto col gruppo.

Ecco, ultimamente è così che immagino il PD.

 

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Se fossi uno di loro

Io adesso, se fossi uno di quelli convinti che esiste solo un tipo di famiglia, quella con uomo, donna e figli tenuti per mano, e che tutte le altre sono solo aberrazioni e deformazioni, perché l’ha detto la tale divinità, perché è scritto nel tale libro sacro, perché in natura non si è mai vista una roba simile (al pari della Coca Cola, delle automobili o delle democrazie, per esempio), e fossi contro qualsiasi riconoscimento dei diritti di queste unioni e famiglie diverse da quell’unica che ho in mente io, be’, se fossi uno di quelli lì adesso sarei tutto agitato, e griderei slogan e scenderei in piazza e parteciperei a manifestazioni e mi metterei spillette e sventolerei bandierine e scriverei post su Facebook e cliccherei mi piace a certe pagine, insomma farei di tutto per far sentire la mia voce, perché ormai è questione di tempo, e sì che già da un pezzo la mia voce è quella di pochi, molti meno di quanti ne voglia far credere, e non riesco a bloccare il tic tac del conto alla rovescia, e non riesco a tirare per la manica il progresso che mi ha superato, e sembra che non mi dia più retta nessuno, fra un po’ nemmeno i preti, quando invece fino a qualche anno fa non c’era mica bisogno di dirle, queste cose, erano scontate, non c’era bisogno di family day o slogan, tutto filava liscio, le cose erano come dovevano essere, e chi non la pensava così o stava zitto o se le faceva di nascosto, le cose strane, invece adesso, anche quelli come me bisogna andarli a cercare a casa, organizzargli i pulman, mettergli i cartelli in mano, perché una volta e poi due volte e poi tre volte alla fine pure loro ti dicono “Ma sì, guarda, ho altro da fare, alla fine pure loro sono creature del signore, e anche mia cugina insomma sta con una ragazza, si vogliono bene, ci hanno invitato a cena, lasciamo stare”, perché ormai quanto vuoi che manchi? Un anno? Due? Se va bene qualcosa di più, ma tanto ci si arriva comunque, e allora adesso devo gridare, fare casino, far sembrare che siamo tanti e arrabbiati e convinti, perché poi, fra poco, quando iniziano a farne leggi e regolamenti e tutto finisce burocratizzato e quindi normale come tutto il resto, a quel punto cosa vuoi che faccia, a parte attaccarmi al cazzo?

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Informare per togliere like

Nelle ultime ore su Facebook è nato un nuovo sport: togliere il mi piace dalla pagina Informare per resistere. Oppure metterlo e poi toglierlo, se avete l’ansia della partecipazione. O anche toglierlo-metterlo-toglierlo-metterlo-toglierlo-metterlo, se siete dei compulsivi.

Questo sport è nato in concomitanza col Family Day, quella riunione di persone talmente proiettate nel futuro da sentire il bisogno di protestare contro dei diritti che ancora non sono stati nemmeno concessi. Io per esempio sto organizzando una manifestazione contro i clandestini europei che sbarcano sulle coste dell’Africa in fuga dalle glaciazioni.

Insomma qualcuno si è accorto che Informare per resistere era molto d’accordo col Family Day, al punto da parteciparvi con entusiasmo. E si è accorto anche che dall’ultima volta che aveva fatto un giro su quella pagina (tre o quattro anni fa circa) il clima e gli scopi e il tipo d’informazione diffusi erano cambiati come la faccia di Gabriel Garko.

In realtà questi “cambi di destinazione” sono più frequenti e diffusi di quanto si possa immaginare. L’eclatanza del caso probabilmente è legata alla rilevanza dei numeri (ieri Informare per resistere si aggirava sui 778mila like), alla centralità di certe tematiche scatenanti (il Family Day, la panna nella carbonara) e dal volo a 200 all’ora giù per il burrone di rocce appuntite con in fondo i coccodrilli dotati di laser al posto degli occhi che i contenuti di quella pagina hanno subito.

Quindi, per evitarvi altri traumi del genere, v’indicherò qui alcuni cambi di destinazione o modifiche sostanziali che sono avvenuti nel tempo in certe pagine Facebook e di cui forse non vi siete accorti:

Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi -> Il pomodoro non ha ancora raggiunto la cifra promessa

Lercio -> Pubblica notizie vere

Internazionale -> Invece dell’oroscopo di Brezsny contiene quello di Barbanera

Le migliori barzellette di Gino Bramieri -> Pubblica le peggiori

Gesù è il mio protettore -> Organizza raduni filo-nazisti

Lega Nord -> Adesso non ce l’ha più con i terroni

Matteo Renzi -> Ora si occupa di fenomeni paranormali

Rapimenti alieni -> Da un po’ è gestita da un commercialista di Aosta che pubblica trucchi fiscali ai limiti della liceità

Suore del convento della Beata Santa Claudia da Villanova -> È la fanpage di un gruppo metal di Sabaudia niente male.

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Sì frontiere

I muri sono senz’ombra di dubbio una delle invenzioni più importanti nella storia dell’umanità, alla pari del fuoco, della ruota e delle asole (che sono state inventate molto più tardi dei bottoni, i quali, per un lungo periodo, non si è capito a cosa servissero).

Senza muri la specie umana non sarebbe andata da nessuna parte. Soprattutto non sarebbe andata nell’altra stanza, o in qualsiasi altro luogo alternativo al “voi siete qui”.

I muri, infatti, come i confini di ogni tipo, definiscono due luoghi, due dove, e contengono già in sé il concetto di superamento.

Se non avessimo avuto i muri, dialoghi del genere:

– Dove vai?
– Di là.

suonerebbero così:

– Dove vai?
– Boh.

L’assenza di muri crea un territorio indifferenziato in cui tutti si sentono disorientati e privi della benché minima ambizione, perché qualsiasi oltrepassamento o raggiungimento è negato, nell’indistinzione di qui e lì.

Quando c’era il muro di Berlino, per esempio, c’erano l’Ovest e l’Est, il capitalismo e il comunismo, la NATO e il Patto di Varsavia, la Coca Cola e la Vodka. Ora, a più di venticinque anni dal suo abbattimento, ci sono i tomtom, il mercato globale, le missioni di pace e lo Smirnoff Vodka-Mojito.

Questo marasma di tutto uguale a tutto, quest’assenza di frontiere che spegne ogni nostro spirito d’iniziativa e di scavalcamento, questo falso dono benevolo dell’aggirarsi ovunque senza scopo e senza documenti d’identificazione: solo i muri possono salvarci da tutto ciò.

Perciò ben vengano nuovi muri e barriere, ben vengano le frontiere chiuse, le sbarre abbassate, i posti di blocco, i respingimenti e qualsiasi altro edificio, struttura, azione o procedura che separi e distingua. Che divida chiaramente chi è da una parte e chi è dall’altra. Loro da noi e noi da loro.

Perché io, sinceramente, passare da razzista non mi va proprio.

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Gastronautica

Giovedì 11 giugno, poco prima delle 16 ora della Pubblica Amministrazione (c’è un orologio atomico per le pause caffè dei dipendenti pubblici, in caso non lo sapeste), dopo una permanenza da record sulla Stazione spaziale internazionale, Samantha Cristoforetti è tornata sulla Terra. È salita sulla Soyuz, che è l’equivalente astronautico della Panda 4×4, ed è rientrata insieme ad altri due astronauti. Due uomini. Non l’hanno lasciata guidare nemmeno un minuto.

Si potrebbe pensare che il viaggio di ritorno sia più facile, visto che è tutta discesa, ma non è così. Lo stress psicologico è fortissimo: si trascorre almeno la prima parte del volo consumati dall’ansia di essersi dimenticati qualcosa sulla ISS. Né la NASA né l’ESA organizzano missioni di recupero per un pettine o per quella t-shirt dei Joy Division a cui si era così tanto affezionati; inoltre, in base a una legge britannica del 1729, nello spazio dopo tre mesi scatta l’usucapione.
Il rientro della Spedizione 42 è filato liscio e l’atterraggio in Kazakistan (dove invece di dire Dalle stelle alle stalle dicono Dalle stelle a un posto comunque mica male) è stato seguito dal vivo da più di cento mandriani.

Ora gli astronauti dovranno trascorrere un certo periodo di tempo per riabituarsi alle condizioni terrestri, alla TV generalista in primis. In particolare Samantha Cristoforetti dovrà affrontare il trauma del riacquistare peso proprio in vista della prova costume.

Una delle questioni più delicate del rientro in atmosfera è quella della temperatura. A causa dell’attrito con l’aria infatti gli oggetti che dallo spazio vanno incontro alla Terra devono vedersela col surriscaldamento. Per ovviare a questo problema i veicoli spaziali sono dotati di appositi scudi termici che li preservano dalla disintegrazione e limitano il problema a quello di un’abbondante sudorazione dei passeggeri a bordo.

Mentre in astronautica questo surriscaldamento rappresenta un problema da risolvere in altri campi potrebbe essere sfruttato per nuove applicazioni.

In gastronomia per esempio il rientro atmosferico potrebbe essere utilizzato come nuovo metodo di cottura.

Ovviamente non possiamo prendere una costoletta di maiale e lanciarla verso la Terra senza protezione alcuna, perché si disintegrerebbe (e sarebbe un vero peccato). Ma non è così difficile immaginare appositi veicoli che invece di uno scudo termico che protegga completamente il contenuto che trasportano ne abbiano uno che quel contenuto lo fanno cuocere a puntino. È solo questione di calibrare struttura e materiali in modo da ottenere la cottura desiderata. Basteranno poche cene a tema per risolvere i dettagli tecnici e sperimentare diverse soluzioni e ricette.

Dopodiché il limite è solo l’immaginazione (e il conto).

Insieme a satelliti civili e militari e stazioni spaziali di ricerca orbiteranno attorno alla Terra anche le cucine d’importanti ristoranti specializzati. Per esempio la ISS (International Space Steakhouse) caricherà appositi moduli di cottura con bovini pregiati e spezie selezionate e li invierà sulla Terra, dove un’apposita squadra di chef addetti al recupero li trasporterà nel ristorante per tagliarli e servirli belli caldi. Altri invece si specializzeranno in grigliate di pesce, altri ancora in contorni. La pasticceria richiederà un po’ più di tempo probabilmente, per il comportamento esotico delle creme in assenza di gravità.

Il futuro della gastronautica è a portata di mano.

Alzate gli occhi al cielo e buon appetito.

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Tutto quello che avreste voluto sapere sul Titanic (e non vi hanno mai raccontato)

La storia del Titanic ormai la sanno pure i pinguini. Anzi loro la sanno meglio di tutti, perché furono testimoni oculari, o ancora meglio protagonisti. Quindi non ci presero l’Oscar.

La vicenda che ci è stata raccontata infatti è una somma di fandonie, coperture, depistaggi e curcuma, che ormai si mette dappertutto, e fu creata a tavolino dai dirigenti della compagnia di navigazione White Star Line per far sborsare i soldi all’assicurazione e per scaricare le responsabilità del naufragio sulla Malesia. Tanto ormai.

L’insabbiamento ebbe i suoi effetti, al punto che l’unico che finì sotto accusa fu lo stagista dell’agenzia che aveva lavorato alla campagna pubblicitaria del Titanic e che aveva proposto di chiamarlo “l’inaffondabile”. Dopo avergli strappato i buoni pasto, quelli dell’agenzia lo licenziarono senza conseguenze grazie al Jobs Act, dopodiché dichiararono che l’idea originaria prevedeva di soprannominare il transatlantico “il molto difficile da affondare sebbene non si possa proprio escludere completamente”.

Un particolare che per esempio fu fatto sparire dal resoconto della vicenda fu il seguente: quella sera sul ponte di comando della nave era presente, oltre a una moldava avvenente e ubriaca, anche un ufficiale di nome Edward Cameron, bisnonno del regista James Cameron, il quale, entrato in marina dopo aver tentato inutilmente la carriera cinematografica, pensò che se lui non c’era riuscito forse qualcuno dei suoi discendenti avrebbe potuto realizzare il sogno di diventare un regista ricco e famoso. Aveva solo bisogno di una grande storia da tramandargli. Pare sia stato proprio lui a consigliare al capitano di andare a tutta manetta: “Ma le pare che la migliore nave mai costruita dall’uomo si va a schiantare addosso a un iceberg in mezzo all’Atlantico durante il suo viaggio inaugurale e cola a picco spezzandosi in due nel giro di poche ore?”. Edward Cameron era anche un rinomato iettatore. Questo però venne alla luce molto più tardi, nel 1937, mentre assisteva all’attracco del dirigibile Hinderburg (“Certo che se uno pensa che è pieno di idrogeno e basta una scintilla per trasformarlo in una palla di fuoco… “).

Questo di Edward Cameron però è solo un dettaglio di poco conto, in una vicenda che ci è giunta completamente riscritta pur di metterci dentro Kate Winslet nuda.

La verità è che la sera del 14 aprile 1912, in quel punto dell’Atlantico, il Titanic non era l’unica nave in transito (c’era anche un Mig libico in zona, ma non ebbe un ruolo determinante. Non quella sera). Per uno scherzo simmetrico della natura infatti un altro transatlantco, il Titanice, detto “l’inscioglibile”, viaggiava esattamente nella direzione opposta di quella del colosso britannico. Era partito dal Polo Nord qualche giorno prima per il suo viaggio inaugurale ed era considerato da tutti i pinguini il più grande iceberg mai costruito. A bordo c’erano 2500 pinguini. Nemmeno uno di cognome Cameron.

Poco dopo le 22 il capitano del Titanice aveva ricevuto un avviso di allerta transatlantici, a cui aveva risposto da buon vecchio lupo di mare: “Oh che diavolo, ci vedranno no? Siamo belli grossi”. Pare che un attimo prima dell’impatto abbia esclamato “Scommetto che sono malesi”.

A differenza del Titanic, tra i 2500 in viaggio sul Titanice ci fu una sola vittima, un pinguino moldavo ubriaco che venne sbalzato oltre il ciglio dell’iceberg al momento dello scontro. Cadde in mare e morì lessato.

Dopo il tragico scontro con il Titanic il Titanice proseguì nel suo percorso senza fermarsi, un po’ per la solita questione della natura indifferente alle umane tragedie, ma più che altro perché non aveva sistemi di propulsione che non fossero le correnti atlantiche, piuttosto difficili da fermare a quell’epoca (oggi lo facciamo col riscaldamento globale).

Solo tre giorni più tardi anche il Titanice andò incontro a un amaro destino.

A sole 100 miglia dalla sua destinazione alle Bahamas infatti, nei mari tropicali, il più grande transatlantico di ghiaccio mai costruito, soprannominato “l’inscioglibile”, si sciolse.

Come al solito fu lo stagista a pagarla.

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Lei

Lei era di una bellezza abbacinante. Questo però lo capii solo molti anni più tardi, quando lessi nel dizionario la definizione di abbacinante. Lì per lì pensai solo che fosse una donna bellissima.

Appena la vidi compresi subito che quella sarebbe stata la donna che mi avrebbe chiesto il divorzio. Prima però avrebbe dovuto sposarmi. La cronologia era dalla mia parte.

Non ricordo come fosse vestita, ma di certo lo era, altrimenti i miei ricordi sarebbero ancora più appannati.

Sedeva come nulla fosse al bancone del bar, anche se non c’erano sgabelli. Forse il merito era di quei tacchi vertiginosi che indossava. Ci passai sotto e appoggiai gomiti e lingua accanto a lei.

Aveva davanti un drink sofisticato: una parte di tetracloruro di potassio, una parte di perossido d’azoto, una parte di vodka estratta dal cadavere dello Zar Nicola. Con una scorzetta di limone. Agitato non stressato.

Per fare colpo ordinai un bicchiere di vetro di Burano soffiato al momento con dell’acqua tonica sgasata. Senza limone, per dimostrare quanto tenessi alla regolarità intestinale.

Lei mi notò subito, quando provai a bere con le orecchie. Allora le sorrisi. Il drink le andò per traverso e iniziò a tossire violentemente. Quando si riprese avvicinò la bocca al mio orecchio e sussurrò: Hai un pastore maremmano fra i denti.

Era Pozzy, il mio cane. Ogni volta che uscivo faceva di tutto pur di farsi portare fuori.

Cercai di sdrammatizzare. Ti piacciono i toscani? le dissi indicando il cane. Lei annuì, prese Pozzy, lo accese e iniziò a fumarlo con grandi boccate. Che donna.

Posso offrirti da bere? le chiesi. Il bar è mio, mi rispose. Puoi offrirmelo tu, allora? tentai, ma lei non abboccò.

Quando stacchi? le domandai. Nel 2038, rispose. La fissai intensamente e le dissi Ok, ma non farmi aspettare.

Uscii dal bar in preda alla delusione. Oltrepassai la soglia convinto che l’aria fredda della notte mi avrebbe investito. Invece ci pensò una station wagon.

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Fahrenheit 572

Arrivarono di notte.

Il suono delle sirene nelle strade ci paralizzava ogni volta. Più era vicino più il semplice timore cedeva il posto alla paura, al terrore. Due volte erano stati nella nostra via, due notti insonni trascorse abbracciati a tremare e consolarci. Non è per noi non è per noi, ci ripetevamo.

Quella notte le sirene si fermarono troppo vicino per non essere per noi. Passò giusto un istante fra quando si spensero e quando udimmo il primo colpo violento sul portone.

– Aprite! Polizia dell’Inedito!

Mio padre ci disse che non c’era nulla da temere e scese ad aprire. Mia madre e io, seduti sul mio letto stretti in un abbraccio, sapevamo benissimo che mentiva.

– Ne hai parlato con qualcuno?
– No, mamma, te lo giuro. Sono stato attento.

Ancora oggi non so come siano riusciti a saperlo. Non ne avevo fatto parola nemmeno con gli amici più fidati. Ci lavoravo di sera, con le tende chiuse, al riparo da sguardi curiosi. È vero, ero un buon lettore, ma questo non basta. Compravo carta e penne sempre in cartolerie diverse.

Sentii mio padre che apriva la porta e chiedeva spiegazioni. La voce grossa di un agente lo zittì. Salirono con foga le scale e in due, nella divisa viola d’ordinanza, entrarono in camera mia.

– Allora, dov’è?! Sappiamo che è qui da qualche parte, non fateci perdere tempo!

I miei genitori negarono. Io ero troppo impaurito anche solo per tenere gli occhi aperti. Era questione di minuti.

Salì un altro agente e in tre iniziarono a rovistare dappertutto, con violenza, rompendo e infrangendo. Aprirono ogni cassetto, ogni anta, ma non trovarono niente.

– L’hai nascosto eh?, mi disse il più alto in grado.

Iniziò a girarsi attorno con sguardo fin troppo allenato. A parte il mio piagnucolio la stanza era immersa nel più completo silenzio. Tastava muri, spostava rudemente mobili e oggetti. Niente.

Cominciò a camminare su e giù per la stanza, lentamente. La suola di gomma dei suoi anfibi emetteva un suono leggermente stridulo sul legno del pavimento. La percorse tutta più volte. D’un tratto poggiò il piede nel piccolo spazio tra comodino e letto. Si udì uno scricchiolio. S’inginocchiò e spostò il comodino.

– Qui!, disse agli altri due.

Ci misero un attimo a togliere i listelli di parquet non fissati e a rivelare il piccolo nascondiglio. Afferrarono il contenuto e lo passarono al capo. Lui lo sfogliò velocemente dall’inizio alla fine, poi tornò alla prima pagina, quella col titolo.

– Le mirabolanti avventure di Bisso Bossoni, disse l’agente leggendolo.
– È mio! L’ho scritto io!, gridò inutilmente mio padre, in un disperato tentativo di addossarsi la colpa.
– Peccato che in copertina figuri in Times New Roman, grassetto, sottolineato, punto 16 il nome di suo figlio, disse l’agente svuotandolo di ogni speranza.

Il poliziotto dell’Inedito si voltò verso di me, risoluto.

– Sai bene che ogni scritto non pubblicato va denunciato e consegnato alla Biblioteca Nazionale dell’Inedito. Le disposizioni del Ministro Franceschini sono chiare oltre ogni ragionevole dubbio. Come da prassi e secondo le norme stabilite dal diritto d’autore sono tenuto a chiederti conferma del fatto che questo manoscritto è opera tua e di nessun altro.

Lo guardai appannato fra le lacrime e dissi di sì.

– Bene. Questo viene con me – disse sventolando il mio romanzo da poco terminato – Verrà depositato presso la BNI entro una settimana lavorativa a partire da oggi. Potrai consultarlo per un massimo di tre volte al mese presentando apposita richiesta scritta da inoltrare al Ministero della Cultura, Dipartimento degli Inediti. Per ulteriori informazioni potrai consultare il sito web del Ministero o chiamare l’apposito call center.

Mentre usciva dalla stanza si bloccò sulla soglia.

– Bruciate tutti i cassetti, disse rivolto ai suoi sottoposti, senza nemmeno voltarsi.

Quelli, ligi al dovere e senza emozioni, svuotarono tutti i cassetti di casa, li buttarono in strada e con la pompa fiammeggiante li ridussero in cenere.

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Elleaccaccì

Da piccolo avevo l’abitudine, dopo un breve e appropriato utilizzo, di smontare i giocattoli per vedere com’erano fatti dentro.

Comprendere (o quantomeno tentare di) i meccanismi che li facevano funzionare era un’esperienza appassionante. E secondo i miei genitori un po’ troppo costosa, visto che raramente alla fase di smontaggio seguiva quella di rimontaggio. Quasi sempre il giocattolo veniva classificato rotto, invece che fonte di dati empirici finalizzata alla costruzione di un modello interpretativo e predittivo della realtà. Valli a capire, i grandi.

Così, quando penso agli scienziati dell’Elleaccaccì, non posso fare a meno di immaginarli come bambini alle prese con un giocattolo, mentre cercano di capire come funziona, com’è fatto dentro.

La differenza, alla fine, è solo quantitativa, di dimensioni. I bambini del CERN hanno a disposizione il giocattolo più piccolo di tutti (le particelle) e lo strumento più potente per smontarlo (il Large Hadron Collider). Per il resto la curiosità, la voglia di comprendere, la ricerca del “come” sono le stesse.

Adesso poi che l’LHC, nella sua seconda corsa, può raggiungere 13 TeV di energia, i bambini del CERN possono smontare il giocattolo ancora più a fondo, come se gli avessero dato un cacciavite a punta fine per aprire quel dannato motorino della locomotiva che col cacciavite grande non ne voleva sapere.

Devono essere eccitatissimi. Dovremmo esserlo tutti.

Stanno per togliere un altro pezzo e vedere cosa c’è sotto.

E non ci sono nemmeno i genitori a punirli.

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