Un vocale di dieci minuti

Di solito quando qualcuno fa un programma in radio, sul proprio blog lo annuncia prima. Al limite durante. Io, per una precisa scelta editoriale (leggi: pigrizia e dimenticanza), lo faccio dopo, nel senso dopo che il programma è finito. Almeno per questa prima stagione.

Il programma in questione s’intitola Scusa se ti mando un vocale ed è andato in onda dal 30 gennaio ogni giovedì sera alle 21.15 su Radio Sverso, l’unica web radio italiana nata e attualmente residente all’interno di una birreria (con ovvie conseguenze sulla dizione dei suoi speaker). La stessa Radio Sverso che qualche anno prima, al suo esordio sulle frequenze dell’internet, aveva ospitato la mia prima, strana e verbosissima creatura radiofonica: L’analfabeta funzionante.

Anche Scusa se ti mando un vocale, in quanto a stranezza e verbosità, fa la sua parte. Mentre infatti L’analfabeta funzionante aveva al suo interno anche della musica, oltre ad alcuni elementi tipici di un programma radiofonico (jingle, saluti, rubriche, qualche ospite ecc), Scusa se ti mando un vocale è –  come dire – un vocale. Un vero e proprio e lungo (si arriva anche a 11 minuti) vocale. Come quelli che vi mandano (se siete le vittime) i vostri contatti o che mandate (se siete i carnefici) ai vostri contatti su WhatsApp. Niente musica, a parte la sigla di apertura (di Riccardo Trecciola), niente jingle, rubriche, ospiti ecc. Solo io che faccio una specie di monologo più o meno sull’attualità (che è diventato poco dopo un monologo sul Covid, visto che il programma è partito il 30 gennaio, e dopo è successo quello che è successo).

Com’è che hai ideato, scritto, diretto e condotto un programma radiofonico che più che un programma radiofonico sembra una rubrica fastidiosa? mi chiederanno i numerosi interessati. Semplice – risponderei io -, perché SSTMUV (sigla non musicale di Scusa se ti mando un vocale) nella mia testa sarebbe dovuta essere una rubrica fastidiosa da inserire in qualche altro programma di Radio Sverso. L’idea di farne un programma pericolosamente a sé è stata di Andrea “Benty” Bentivoglio, direttore artistico di Radio Sverso, il quale deve aver temuto che potessi chiedergli di inserire la mia stramba rubrica all’interno del suo Diskobox, programma musicale che è un po’ il faro di tutta la indiesfera italiana e che è ormai giunto alla quarta stagione.

Così, quella che doveva essere una rubrica scema fatta in casa con pochi mezzi e da inserire da qualche parte (anche contro la volontà altrui) è diventata un micro-programma poco radiofonico in finta diretta (perché farmi 500 chilometri per una diretta di dieci minuti, ho calcolato, non è convenientissimo). O, come si dice adesso, un podcast.

Perciò, se non avete mai ascoltato Scusa se ti mando un vocale, e nonostante quello che ho scritto avete ancora la curiosità di capire cos’è, trovate tutte le puntate, oltre che su Radio Sverso, anche su Spotify e su iTunes. Forse anche altrove.

Però non sentitevi obbligati.

Lunghina

Avere un cane, ho scoperto, ha delle conseguenze inaspettate. Alcune riguardano addirittura la funzionalità delle interfacce uomo-macchina.

Una per esempio l’ho scoperta qualche giorno fa, mentre eravamo in un parco con Olivia (la canagialla). Gironzolavamo tenendola con una specifica interfaccia uomo-cane, ovvero un guinzaglio. Un guinzaglio lungo. Molto lungo. Talmente lungo che lo chiamano lunghina, guarda un po’. Così lungo che è lungo 10 metri. No, non è un errore di battitura: dieci metri.

La lunghina è un guinzaglio utile all’addestramento, nel senso che grazie al suo utilizzo il padrone impara rapidamente a evitare la morte per stritolamento improvviso, a saltare con energia una corda impazzita, a risolvere in fretta garbugli paurosi (al cui interno posso ritrovarsi altri cani e altri padroni di cani, oltre a oggetti vari) e a seguire passo passo il percorso canino attraverso rovi, cespugli, paludi, fossi e asperità varie della natura.

Nonostante questo assiduo addestramento, anche il padrone più brillante può incappare in qualche piccolo incidente, come quello successo appunto qualche giorno fa, nel parco che si diceva.

Lunghina tenuta corta, diciamo un paio di metri, e stretta nella mano destra, perché ci avviciniamo a due cani e bisogna tastare il terreno. Il resto della lunghina, diciamo otto metri, nella mano sinistra, pronta per essere eventualmente rilasciata in caso di Defcan 5 (pace e amore tra cani). L’approccio coi due altri cani va bene, la fase di studio tra nasi dà responso positivo. Mollo la lunghina stretta nella mano destra. E parte immediatamente un gioco forsennato tra cani. Ovviamente prima che io riesca a rilasciare a dovere la lunghina rimasta stretta nella mano sinistra. Stretta, sì, ma non abbastanza da bloccare Olivia e la sua giocosa corsa, e quindi non abbastanza stretta da impedirle, alla lunghina, di scivolare molto ruvidamente via dalla mia mano per un paio di metri, piallando così con feroce e doloroso attrito una piccola ma non trascurabile parte di epidermide e impronte digitali. Guarda caso, proprio le impronte digitali del polpastrello dell’indice, cioè quelle che mi servono per sbloccare il telefono quando ce l’ho nella mano sinistra.

Così, almeno per un po’, potrò sbloccare il telefono solo con la mano destra. Però direi che ho imparato la lezione. Brava Olivia.

Il cielo sfrecciato sopra di me

Sopra casa mia ci passano gli aerei. Lo so, passano sopra le case di tutti, ma di solito lo fanno a qualche migliaio di metri di altezza. Sopra casa mia invece gli aerei passano molto bassi, perché stanno atterrando all’aeroporto Marconi, che dista in linea d’aria 4 chilometri. Non so esattamente a che altezza mi sorvolino, ma dal mio quinto e ultimo piano vedo la loro pancia bella grossa, e vedo bella grossa anche la loro ombra passare sui tetti dei palazzi attorno, quantomeno quando il sole è in una certa posizione. Oltre a vederli molto bene, gli aerei che stanno per atterrare al Marconi li sento anche molto bene. Non è un caso se in quei grafici in cui si mettono in fila le cose che producono più rumore gli aerei stiano sempre in fondo, appena prima di un concerto metal. Li sento così bene che d’estate, con le finestre aperte, se sto guardando una serie TV il rumore non copre solo i dialoghi, copre pure i sottotitoli.

Da quasi tre mesi però, questo fastidiosissimo e fin troppo frequente baccano è svanito. La pandemia ha praticamente azzerato il traffico aereo, e quindi il rumore. Il virus ha fatto anche cose buone, direbbe qualcuno. Certo, si tratta – anche solo limitandoci al drastico calo del traffico aereo – di una vera e propria catastrofe economica e turistica. “But maybe”, senza tutto quel rumore si vive meglio. Scusate l’egoismo.

E proprio perché mi sono abituato al silenzio (anzi, diciamo alla diminuzione del fracasso, perché comunque tutt’attorno ho la città che rumoreggia) e da quasi tre mesi non sono più vittima di aerei che frenano proprio sopra il tetto di casa, quando qualche ora fa ho sentito un gran putiferio aereo mi sono detto Ecco, si ricomincia. Allora sono andato alla finestra pensando Che due coglioni, e ho guardato fuori. Erano le Frecce tricolori.

Belle, certo. Ma se ne andassero a casa loro a fare tutto ‘sto casino. E che cazzo.

 

Uno sketch mai nato che sta per realizzarsi

Qualche anno fa, non ricordo esattamente quando, ho avuto un’idea per uno sketch, anzi, per una serie di sketch che si sarebbe dovuta intitolare “Se i nazisti avessero vinto” o qualcosa del genere. L’idea di partenza era quella classica di molte distopie (ucronie, per la precisione): i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale e adesso, almeno in Europa, comanda Hitler. Noi, divenuti cittadini del Reich, siamo vittime di un regime autoritario in cui ogni atto ribelle o anche solo non ortodosso è punito con severità estrema. Tutti viviamo nel terrore.

Lo sketch faceva solo un piccolo salto in avanti rispetto a questo punto di partenza: la follia nazista era portata agli estremi, includendo negli atti “non ortodossi”, e quindi severamente puniti, molti normalissimi eventi di cui siamo attori quotidianamente. Nel primo sketch della serie immaginavo questa situazione: un uomo cammina sul marciapiede, in una via in cui i segni del dominio nazista sono ben evidenti (bandiere, manifesti ecc). All’improvviso si sfrega il naso un po’ preoccupato, ma poi continua senza ulteriori tentennamenti. A un certo punto entra in un caffè (senza fare splash). Dentro ci sono quattro o cinque clienti, uno al bancone, altri ai tavolini. Alla TV c’è un notiziario che racconta qualche successo del regime; scorrono immagini di un Hitler soddisfatto. L’uomo chiede un caffè, il barista inizia a prepararlo. Tutto d’un tratto l’uomo starnutisce. Cale il gelo. Il barista si volta, ammutolito, con gli occhi spalancati. Il tizio al bancone si allontana lentamente. Uno dei clienti che era seduto al tavolino esce di corsa dal bar, quasi cadendo per la foga. Il protagonista è terrorizzato, si volta a guardare il barista e l’altro cliente ma non trova le parole da dire. Fuori dal bar si sente una frenata. Un furgone delle SS è arrivato sgommando. Escono di corsa tre soldati, uno dei quali gridando ordini in tedesco. Entrano nel bar e afferrano lo starnutitore con violenza. Quello grida delle scuse, dei non volevo. Lo trascinano fuori, lo tirano nel furgone, salgono e ripartono sgommando come sono arrivati, il tutto nell’arco di pochi secondi. Si può chiudere (penso adesso) con l’inquadratura del muro fuori dal bar, su cui è affisso un manifesto che richiama al rispetto delle regole del Reich. Più o meno: “Ricorda, cittadino: starnutire è un reato punibile con la deportazione. Se conosci qualcuno che ha starnutito, denuncialo!”. Fine.

Era da un pezzo che non ripensavo a quest’idea, che non è mai stata realizzata. Poi, oggi, ho letto dell’istituzione degli assistenti civici, e mi è tornata in mente.

Il più furbo di tutti

Il più furbo di tutti prima o poi arriva. Sempre.

Il più furbo di tutti è quello che trova il modo di farsi beffe della norma, di aggirarla con un colpo di genio che – chissà perché – ha avuto solo lui.

Vittima di una forma particolare dell’effetto Dunning-Kruger, il più furbo di tutti si stupisce a gran voce che a una soluzione così ovvia non sia arrivato nessuno, ma lo fa solo per sottolineare quanto siano scemi tutti gli altri.

Il più furbo di tutti arriverà anche questa volta, lo so. Ed è questo il motivo per cui ogni mattina scorro con trepidazione i colonnini dei giornali online, in attesa di un titolo che più o meno dica così: “Per evitare d’indossare la mascherina se la fa tatuare in faccia”.

Bisogni

Insomma sono diventato uno dei due umani di riferimento* di una cana. Lei si chiama Olivia, viene da un canile, è un miscuglio di genomi che le ha donato la forma di canagialla, ha quasi un anno e mezzo e la cosa che ha fatto più spesso, nelle 36 ore circa che è qui, è stata dormire. Quindi ha già tutto il mio rispetto. Anche se poi dicono che è normale che dorma molto, nei primi giorni, perché le serve a gestire lo stress dei tanti cambiamenti che sta affrontando. (questa scusa me la rigioco anche io)

Un’altra cosa che all’inizio può succedere, dicono, e infatti è successa, è che non espleti le normali funzioni fisiologiche. Anche se portata regolarmente fuori, anche se pregata, anche se stimolata grottescamente come fosse umana, con quei suoni tipo “pssss”. Anche con offerte in denaro, niente. Quando ormai aveva raggiunto le 24 ore dall’ultimo evento espletativo, ed eravamo pronti a preoccuparci, ha espletato.

Meglio così, certamente. Ma devo ammettere che un paio di volte, nell’arco di quelle 24 ore, mi è capitato di pensare: che figata, abbiamo preso il modello che non piscia.

Di cani, mi rendo conto, non ho tantissima esperienza.

 

*definirci i “padroni” di Olivia l’abbiamo escluso, perché fa troppo capitalismo (e ce n’è già tanto in giro). “Umani di riferimento” ci è parsa la soluzione più adatta per descrivere il rapporto che sussiste con lei. In assenza di un contratto da lei firmato, quantomeno.

Luoghi comuni: un piccolo aggiornamento

Un luogo comune è un’affermazione comunemente accettata, una frase fatta che ci finisce in bocca già pronta per l’uso e che abbiamo tratto da un repertorio polveroso di opinioni reiterate e abusate, senza più alcun nesso con la realtà, diffuse da un individuo all’altro senza interferenze critiche come una specie di balbettio sociale. Un luogo comune è quello che diciamo quando ci sarebbero mille cose da dire, precisare, approfondire, analizzare e controbattere, ma non ne abbiamo voglia, perché abbiamo fretta, perché il nostro interlocutore non merita tale sforzo, perché a furia di usare i luoghi comuni pensiamo anche per luoghi comuni, e allora è proprio l’unica cosa che sappiamo dire, e ce la caviamo così, nel peggiore dei modi, con uno stereotipo.

Per citarne alcuni: non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, i giovani non hanno più voglia di fare niente, non è tanto il caldo quanto l’umidità. Ma la lista dei luoghi comuni potrebbe continuare per un bel po’.

Questa lista però va ora aggiornata. Alla luce di quanto successo in Italia negli ultimi mesi, infatti, credo sia giusto innalzare (anzi, abbassare) a luogo comune un’affermazione che abbiamo detto e sentito dire chissà quante volte, e che ha circolato a lungo e ovunque sotto le mentite spoglie di verità autoevidente.

Diamo quindi il benvenuto nella famiglia dei luoghi comuni a: “la sanità lombarda è la migliore d’Italia”.

60 milioni di tu

L’unica conferenza stampa di Conte che accetteremmo tutti senza critiche, suonerebbe più o meno così:

Proseguiamo in ordine alfabetico… Adesso c’è Micucci Cristiano. Allora, Cristiano, domani verso le 14.50 ti chiamiamo per chiedere se vuoi fare qualche test, il sierologico o il tampone, decidi tu, quello che ti fa stare più tranquillo. Risposta in giornata. A seconda dell’esito poi decidiamo insieme. Poi, per la mascherine nessun problema, domattina te le ritrovi nella cassetta della posta, intanto una decina di chirurgiche, quando le hai finite chiami il numero che fra poco ti mandiamo su WhatsApp e sei a posto. Se vuoi quelle in tessuto lavabili specifica il colore mi raccomando. Per la questione del ritornare a trovare i tuoi, che non vedi da mesi e sono in un’altra regione, dacci qualche giorno e ti facciamo avere una macchina sanificata col Telepass e il pieno. Se hai preferenze per il modello ce lo dici su WhatsApp a quel numero che ti dicevo. Tre giorni ti bastano? Che poi l’auto serve a… aspetta che controllo… Luigi Gualdrappi… Non fumarci dentro che a Luigi dà fastidio tantissimo l’odore di fumo… Ah, non cambiare le memorie dell’autoradio; questione tecnica che non ti sto a spiegare. Per quanto riguarda i sussidi in attesa che il lavoro riparta, fatti due conti e dicci quanto pensi ti possa servire… Per il lavoro in sé vediamo di organizzarci. Sei in un settore un po’ sfortunato, sai, le robe che implicano un pubblico sono parecchio incasinate… ma vedrai che qualcosa ti troviamo. Adesso come adesso potrei offrirti solo un posticino da social media manager… mi rendo conto che non è il massimo, però se intanto vuoi tenerti occupato… Chissà, può darsi pure che ti piaccia. Scherzo, naturalmente. Cos’altro? Ah, quella camicia a quadri con la macchia sul polsino, prova a metterla a bagno in acqua tiepida qualche ora con del detersivo per delicati. Sennò prova col limone sfregato direttamente sulla macchia. Mi pare tutto. Se hai qualche domanda o dubbio, scrivici in chat, come sopra. Non mandarci vocali per favore, che lo sappiamo che lo fai spesso ultimamente, però a noi serve il testo per farlo elaborare da… scusa, questioni tecniche, non ti sto ad annoiare oltre. Buona serata Cristiano, tieni duro.

E via così, per tutti i 60 milioni che siamo.

Il mondo senza di noi

A proposito dei cambiamenti avvenuti durante il lockdown e di natura che si riappropria dei suoi spazi, in un libro di Guido Morselli intitolato Dissipatio H.G. (è o non è un titolo bellissimo?) a un certo punto è scritto:

In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d’uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s’intende. L’istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell’aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante).

Poco più avanti poi:

La fine del mondo? Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort». Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

Perché è sempre utile ricordare che, se riportiamo tutto alle debite proporzioni, noi umani come specie contiamo non dico poco, ma il giusto.

Carta irriciclabile

Non compro spesso quotidiani in edicola, e ancora meno spesso in ferramenta, dove vi sconsiglio di recarvi se cercate appunto quotidiani ma anche magazine, riviste e giornali. Non ce li hanno proprio, inutile insistere. E anche quelle viti particolari che vi servono, quasi sempre “arrivano domani”. Oggi però, sull’onda della necessità e della voglia di uscire di casa per testimoniare su Facebook qualche assembramento o qualche condotta poco consona alla fase 2, sono andato in edicola.

Arrivato al classico chiosco, mi sono messo in coda rispettando sia la distanza sociale sia quella emotiva, e quindi non ho avviato relazioni sentimentali con nessuna delle tre persone che mi precedevano. Quand’è arrivato il mio turno, sempre tenendomi a debita distanza dall’edicolante, e quindi urlando, ho chiesto Tette sfrontate, Orgasmi compulsivi, Sorrisi e Cazzoni e Limes, solo per nasconderci dentro (questo invece chiesto a bassa voce) Libero, quotidiano vicino a Lord Voldemort.

Non avendo mai comprato Libero prima d’ora, solo oggi ho scoperto che:

  1. non si tratta della stampa della homepage del sito Libero.it;
  2. il sottotitolo di Libero non è “di pubblicare qualunque cazzata ci passi per la testa”;
  3. che non solo i titoli in prima pagina hanno toni violenti, ma proprio il quotidiano in sé ringhia, abbaia, sbava e va portato fuori almeno tre volte al giorno sennò vi piscia in casa.

Questa sua anima feroce ha causato anche momenti di tensione quando, tornando a casa, sono passato davanti a un ristorante africano e Libero ha cercato in tutti i modi di mandarne in frantumi la vetrina. Per fortuna che Limes sa il fatto suo.

Una volta a casa, ho provato a leggerne qualche pagina, ma mi sono dovuto arrendere perché non ho grande dimestichezza con la lingua di Mordor. L’intervista all’Occhio di Sauron però prometteva bene.

A quel punto, ritrovandomi con un quotidiano nuovo che non avrei mai letto, ho pensato di riciclare Libero per altri utilizzi, ma non è andata bene. Con la prima pagina del giornale ho fatto la classica barchetta di carta, solo che appena l’ho messa in acqua nella vasca ha attaccato, speronato e affondato due paperelle. Con un’altra pagina ho fatto il tipico cappello da muratore, ma invece di ritinteggiare la cucina ho costruito un muro anti-immigrati in salotto. Un’altra pagina l’ho usata con  l’alcol per pulire lo specchio del bagno, ma mi è rimasto un alone che recita “benvenuto nel sovranismo”.

Alla fine ho rinunciato e ho usato Libero come fondo per la gabbia dei miei pappagallini.

Ed è così che mi sono beccato una denuncia dalla LIPU.