Un witz, anche stavolta

Come ormai ogni anno, in occasione del giorno della memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Kvell”, che significa “gonfiarsi”, sprizzare orgoglio, soprattutto per i successi (veri o falsi che siano) dei propri figli.  Anche questo è un modo per ricordare.

La signora Blumenfeld e la signora Kovarsky si incrociano al supermercato. La prima dietro il carrello della spesa, la seconda dietro un passeggino con due marmocchi dentro.
«Buon giorno, signora Kovarsky. Che carini i suoi bimbi. Che età hanno?»
«Il dottore tre anni, l’avvocato due» risponde fiera la mamma.

Tagliare (davvero) i parlamentari

Ho letto che il governo vuole tagliare il numero dei parlamentari. Così facendo, diminuirebbero i costi della politica. L’idea è di tagliarne 345. Non so perché 345, forse perché è un numero facile da ricordare, tipo 123 o 1789 (che intuito, i francesi, a fare la rivoluzione quell’anno lì), oppure c’è un motivo più serio. Ma non credo.

Su questo fatto di tagliare i parlamentari ho un solo dubbio: se l’obiettivo è quello di risparmiare, che senso ha tagliarne solo 345? Che senso ha tenersi tutti gli altri (circa 600), spendendo comunque una cifra considerevole? Tanto vale darci un taglio davvero, e lasciarne solo uno, che a quel punto deciderà su tutto e per tutti. E anzi, secondo me, se togliamo di mezzo tutti i parlamentari tranne uno, quell’unico che avrà il potere assoluto lo stipendio neanche lo vorrà, e non spenderemo nemmeno un centesimo per far funzionare la democrazia.

Una bella recensione

Prima, mentre cercavo su Google un ristorante nuovo che ha aperto da queste parti, sono incappato in una delle recensioni più belle che abbia mai letto, che diceva così: “Ancora devo andarci ma già fa cagare”.

Più di tutto, di questa recensione, ho apprezzato quel sottile senso di disperazione di chi, pur sapendo che un ristorante fa cagare, sa bene che ci finirà a mangiare, prima o poi.

Puntini

Poco fa, mentre scrivevo delle cose al computer, ho visto una macchia sul monitor. Era in basso, vicino al bordo, e risaltava spocchiosa sul fogliesco bianco di fondo. Ho provato a toglierla passandoci sopra il dito, ma niente, è rimasta lì. Allora ho usato l’unghia: stesso risultato. Così mi sono attrezzato a dovere e ho insistito, usando prima della barba di tre giorni, poi della carta vetrata da 40, della pietra pomice, un fascio di neutrini, delle battute salaci, un gufo reale che era rimasto sveglio tutto il giorno a guardare una maratona di film con Mel Gibson. Infine, quando già maledicevo i piromani dei pixel, ho notato le dimensioni non indifferenti della macchia, e la sua peculiare forma di puntino. È bastato scorrere appena la pagina per scoprire che sotto il puntino c’era il resto di una lettera i, isolata, solitaria, di certo fuorviante. E ho pensato che dei meticolosi si dice che mettono i puntini sulle i, ma di coloro che sono dediti all’equivoco, all’ambiguità e al fraintendimento – che credo siano i comici e pochi altri – non si dice mai che li tolgono. Forse è ora d’iniziare a dirlo.

Tornano i blog

Tutto scorre, diceva Eraclito, sopravvalutando la coda alle poste e la realtà in generale. Ma c’è da capirlo: ai suoi tempi il mondo era piccolo e semivuoto, e ogni cosa sembrava una novità.

Tutto torna, disse Nietzsche due millenni e mezzo più tardi, molto più realistico sulla questione, inaugurando il concetto di remake e facendo la fortuna dell’attuale cinematografia.

Nel tempo sono tornati i pantaloni a vita bassa, quelli a vita alta, quelli avvita e svita, i baffi a manubrio, i boomerang, i piumini, le camicie a quadrettoni, gli skateboard, l’odio razziale, gli scaldamuscoli, gli occhiali a specchio, le ricevute delle raccomandate, le battute sull’ora legale, i dischi di vinile, il cibo cinese, i jeans strappati, gli yo-yo, la Terra piatta, la cometa di Halley, D’Alema e molto altro. Giusto le sonde Voyager sembrano convintamente non voler tornare, ma chissà.

Tutto torna. O forse tutto si ripropone, perché non ce la facciamo a sfornare e digerire continuamente novità.

Tutto torna, se non si è capito. E adesso tornano pure i blog, mi hanno detto.

C’era bisogno? No. Ma quasi di niente c’è davvero bisogno. Tutto il resto è riempimento.

 

Coi fiocchi

Il 1° dicembre del 1973, il signor Walter “Sparky” Gibbs, elettricista, mentre percorreva con la sua Pontiac Grand Safari la statale 135 tra Crested Butte e Gunnison, in Colorado, si ritrovò, un paio di miglia dopo Almont, in mezzo a una bufera di neve.
Non c’era molto di cui stupirsi. La vallata, in quel periodo dell’anno, era solita fare scherzi del genere. Sparky, che la percorreva continuamente su e giù per lavoro, non ci fece nemmeno caso. Mise i tergicristalli al massimo, rallentò, e alzò un po’ il volume della radio, perché quelle vecchie spazzole facevano un rumore infernale. Il notiziario sportivo della KFCR era tutto dedicato alla partita dei Broncos dell’indomani, lo speaker non faceva che ripetere che i Cowboys erano i favoriti, ‘sto stronzo.
D’un tratto, mentre il tizio continuava a blaterare e portare iella, Sparky vide la bufera aprirsi, e i tergicristalli fare avanti e indietro a vuoto, perché non cadeva più un fiocco di neve. Era così per una cinquantina di yarde tutt’attorno, oltre le quali la bufera andava avanti come pochi istanti prima. Colto dal dubbio, Sparky rallentò e accostò.
Scese dall’auto e ci girò attorno, guardando in tutte le direzioni in cerca di anche una mezza spiegazione. Era freddo, molto più freddo di quello che si aspettava. Anzi, molto più freddo di quello che sarebbe dovuto essere. Aprì il portabagagli per prendere il giaccone che usava per i lavori all’esterno e all’improvviso sentì alzarsi un forte vento gelido. Guardando verso il muso dell’auto attraverso il vetro del portabagagli vide qualcosa che correva nella sua direzione. Per un istante pensò a un camion, viste le dimensioni, poi però si rese conto che quella cosa bianca, larga e alta non meno di 20 piedi, che accelerava portata dal vento, era innegabilmente un enorme fiocco di neve. Fece appena in tempo a gettarsi a terra, Sparky. Il fiocco prese in pieno il muso dell’auto. Sparky sentì il cristallo di neve schiantarsi e andare in pezzi, insieme a radiatore, cofano, vetro anteriore, specchietti e il resto della parte frontale dell’auto.
Si tirò su, il vento era cessato. La temperatura stava salendo visibilmente, e a un certo punto ricominciò a nevicare. La bufera riprese.

Il precedente avvistamento non provato di un fiocco di neve di dimensioni atipiche era stato nel gennaio del 1887 a Fort Keogh, in Montana. Il cristallo misurava circa 15 pollici.

Le leggi fisiche non pongono limiti alle dimensioni di un fiocco di neve.

Ciocca ribelle

Mi perdoneranno Luca Morisi e il suo staff, ma non ho in grande considerazione la comunicazione leghista. Al di là dei contenuti, su cui non mi pare nemmeno il caso di sprecare aggettivi, non mi sembra niente di innovativo; nulla cioè che non sia già stato ampiamente teorizzato – e anche messo in pratica – nei primi decenni del Novecento. Hanno preso i principi base della propaganda, ci hanno investito una bella somma (diciamo una piccola frazione di 49 milioni di euro, per dare un metro), e grazie alla velocità di reazione e alla raccolta dati che il Web permette hanno ottenuto una simpatica macchina crea-elettori. Nessuna strategia d’avanguardia, nessuna inventiva. Messaggi sempre ben chiari, ai limiti dell’ovvio. Una noia mortale, insomma.

Mica come l’eurodeputato leghista Ciocca, il quale, stanco di questa comunicazione oltremodo nella norma, istituzionale, si è ribellato. A Strasburgo infatti è salito sul palco dove aveva parlato il commissario Moscovici, ha preso i suoi appunti e li ha calpestati. Compiendo però un gesto artistico, inusuale, avanguardistico persino. Perché Ciocca non ha scelto la strada più ovvia, ovvero non ha calpestato davvero gli appunti di Moscovici, gettandoli a terra di fronte al tavolo e pestandoci sopra come chiunque altro avrebbe fatto. No. Ciocca è andato dietro al tavolo, ha preso gli appunti, li ha sistemati a dovere sul tavolo stesso, si è tolto una scarpa e infine l’ha usata con le mani a mo’ di timbro, schiacciandola sui fogli.

Io, devo dire, sono rimasto folgorato. Finalmente un leghista che provoca spaesamento. Finalmente un leghista che ti costringe a rivedere il video più volte cercando di capire che cosa voglia significare con quel gesto, un leghista che ti costringe a leggere la notizia per capire, che ti spinge a leggere il suo tweet in proposito per comprendere. Finalmente una performance artistica che smuove nel pubblico dubbi, ragionamenti, ricerche. Un leghista che – mette i brividi – fa pensare.

Spero davvero che questo gesto non solo non sia isolato, ma anzi rappresenti un manifesto. Perché qui gli elementi per una nuova e vivace corrente artistica ci sono tutti. Una corrente che potremmo chiamare Cioccapitouncazzismo. O una roba così.

La zanzara residua

La natura fa schifo. E se credete in Dio avete persino qualcuno con cui prendervela. Altrimenti sarete costretti a concludere che quasi 14 miliardi di anni – tanto è trascorso dal Big Bang che ha generato questo nostro Universo – è un tempo davvero troppo lungo per avere come risultato finale, tra le altre cose, le zanzare.

Certo, la natura non fa schifo nella sua interezza. Anzi, contiene una grandissima quantità di meraviglie di vario tipo, dai processi che alimentano le stelle alla digestione dei bovini, ma qua e là ha ingegnosamente generato, con quel malefico meccanismo fatto di caso e necessità che alimenta il mondo dei viventi, delle entità il cui scopo, nel grande disegno naturale, sembra unicamente quello di emanare fastidio. Tra queste entità ci sono senza alcun dubbio le zanzare.

Non so se a questo punto sia chiaro a tutti, ma il mio problema sono le zanzare. Anzi, la zanzara. Una, singola, specifica zanzara. La zanzara residua. Dicesi zanzara residua quella zanzara che, infilatasi all’interno di un appartamento un attimo prima dell’arrivo dei primi freddi, vi prende dimora stabile, sopravvivendo grazie alle temperature confortevoli e all’alimentazione basata sugli umani residenti.

Il caso più famoso di zanzara residua è citato nel n. 77 dell’International Journal of Mosquito Research, in un articolo intitolato Those Bloody Winters in Louisiana – The Worst Case Ever of Residual Mosquito, di G. Razi, E. Alca, T.S. Ho, in cui si racconta di una zanzara che si stabilì in una casa di Baton Rouge, negli USA, e vi dimorò per 16 anni, cibandosi del sangue dei suoi abitanti.

Il mio caso è ben lontano dalla tragedia analizzata nell’articolo citato, perché la mia zanzara residua ha preso dimorai da appena tre settimane, ma devo essere sincero: ci tengo pochissimo a finire in un articolo di entomologia in qualità di risorsa alimentare, quindi prima finisce questa situazione meglio è.

Il problema è che, come viene anche sottolineato nell’articolo di cui sopra, la zanzara residua non è una zanzara qualunque, ma è, in termini biologici, una creatura superiore, un esemplare fuori dal comune. Il che è piuttosto scontato, visto che si tratta di un individuo che è riuscito a sopravvivere a tutto il periodo estivo, ad arrivare ai primi freddi, a trovare rifugio in un ambiente antropizzato e ostile e lì a sfuggire giorno dopo giorno e notte dopo notte al suo peggior nemico, l’homo technologicus dotato di ciabatta, giornale arrotolato e stracci vari.

Premiata nella lotta per la sopravvivenza con la medaglia d’oro, sponsorizzata da Darwin e munita di capacità cognitive ben al di sopra della media della sua specie, la zanzara residua sa come, dove e quando muoversi. È in grado di rimanere nascosta per giorni, per poi attaccare nel momento più opportuno, quando l’homo technologicus è disarmato e disattento: cioè è sul divano davanti alla TV.

L’attacco della zanzara residua però non è mai diretto, e questo dimostra quanto essa sia un’abile stratega; in tal modo infatti si esporrebbe troppo all’eventuale contrattacco. La zanzara residua invece intraprende prima una serie di azioni di disturbo (ex volare attorno alle orecchie dell’umano e poi ritirarsi; farsi notare in luoghi difficilmente raggiungibili al contrattacco, come in alto sulle pareti, vicino al soffitto), azioni finalizzate a stancare l’avversario/obiettivo, dopodiché porta l’attacco vero e proprio, solitamente dal punto più inaspettato e meno difeso, cioè dal basso, con una prima linea di tiro che mira direttamente alle caviglie.

Oppure, con una strategia ancora più vincente e ancora meno rischiosa, la zanzara attende che l’avversario/cibo sia completamente indifeso, ovvero a riposo. L’homo technologicus che dorme placido nel suo letto, agli occhi di una zanzara non è che un gigantesco ristorante su cui spicca la scritta al neon “ALL YOU CAN EAT – FREE” (le zanzare parlano inglese, nel caso non lo sapeste); uno spropositato pasto gratis in stato di incoscienza, che se anche si svegliasse allarmato dall’attacco risulterebbe lento, rincoglionito e comunque incapace di vederci al buio. A fine nottata, nient’altro che un esemplare della specie che domina il pianeta che si sveglia e davanti allo specchio s’accorge di avere uno smisurato bubbone zanzaresco in piena fronte.

Così è stato, con la mia zanzara residua. E così è. Perché lei è ancora lì fuori. Anzi, qui dentro. Nascosta in un angolo buio, paziente, in attesa di colpire senza fretta e senza prendersi rischi. Perché a lei serve succhiarmi via quel tanto che basta per superare l’inverno e arrivare alla prossima bella stagione, quando potrà uscire e scorrazzare libera, guidando – grazie al grado raggiunto nel frattempo – formazioni aeree di giovani zanzare in missioni spericolate e atti d’eroismo.

Lei è qui da qualche parte, lo so. Piccolo schifoso gioiello della natura.