Casi referendari

Per dire, un signore di nome Silvano all’inizio aveva deciso di votare sì. Poi, col passare dei giorni e dei mesi, aveva cambiato idea, e infine aveva scelto no. Silvano, che inizia con il Si e finisce con il no.

C’era un altro, il nome non si sa, che pur di votare sì era pronto a votare sì. Così diceva.

Una signora di Lugo pensava che votare sia sì che no fosse la cosa più giusta da fare, visto che c’erano sia pro sia contro.

C’era una che diceva a tutti che avrebbe votato no, poi in cabina votò sì. E mentre votava, fuori sentivano che ridacchiava.

Uno era talmente poco convinto del no che votò sì. Un altro era anche lui talmente poco convinto del no che votò no. A volte basta un attimo di distrazione.

Un tizio di Sulmona era stato minacciato dalla moglie: “Se voti sì non ti faccio più la pasta e fagioli che adori”. Infatti poi aveva votato no, per sicurezza.

Uno aveva deciso di astenersi, l’avevano trascinato a votare per forza. Aveva provato pure a fare resistenza, a scappare, ma con la sedia a rotelle non aveva più lo scatto di una volta.

Uno aveva detto al figlio: “Io voto no, tu voti no. Funziona così”. Il figlio aveva risposto: “Ho 16 anni, non voto. Funziona così”. Niente paghetta per un settimana.

Una sulla scheda voleva scrivere le motivazioni della sua scelta, ma era un discorso lungo e alla fine aveva fatto un disegno, anche niente male.

Uno di Marotta aveva chiesto al prete cosa fare, perché aveva dei dubbi. “C’ho capito poco”, aveva risposto il prete. Poi gli aveva detto di affidarsi al Signore. Quel tipo di Marotta poi si era astenuto.

C’era un gruppo di amici, era la prima volta che votavano, ne avevano già le scatole piene. “Se è sempre così”, aveva detto uno con gli occhiali, “mi sa che smetto presto”.

Una voleva votare a casa, aveva anche chiamato l’ufficio comunale per chiedere, ma le avevano detto che si poteva solo in caso di persone inferme, che non si potevano muovere. Lei aveva risposto che faceva tutti i giorni 10 chilometri a piedi.

Uno votava all’estero. Ci aveva pensato a lungo, aveva deciso qual era la scelta migliore e poi aveva votato l’altra. Perché tanto comunque lui non voleva tornare.

Un bambino di 5 anni aveva insistito talmente tanto che l’avevano fatto votare, anche se per finta. Aveva votato “BILLI”, che era il suo pupazzo preferito.

Uno sulla scheda aveva scritto “TRAMP”. Era abbastanza convinto, oltretutto.

Una era invischiatissima nel no, faceva propaganda, portava i volantini, stava ai gazebo, andava agli incontri, poi il 4 aveva la febbre a 39.

Uno era talmente schifato dal tifo da stadio che invece di andare a votare era andato alla partita.

Uno aveva deciso che era l’ultima volta che votava, e infatti aveva scelto il no, simbolicamente.

Un tizio di Siracusa aveva dei forti dubbi, come su tutto.

Una signora di Vieste aveva deciso di andare a votare solo perché le era rimasto un solo timbro da mettere sulla tessera, e così non ci pensava più.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine si era astenuto, perché non si può votare quello che non si capisce.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine aveva votato no, perché voleva dire che stavano cercando di fregarlo.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine aveva votato sì, perché tanto se lo volevano fregare lo fregavano comunque.

Uno era convinto si votasse il 5.

Una signora era arrivata al seggio col cane, aveva chiesto se poteva votare pure lui. “Tanto ormai”, aveva detto.

Un tizio a Cremona si era presentato all’ultimo secondo. Voleva proprio votare per ultimo, perché, diceva, “Pensa se voto no e il no vince per un voto. L’ho fatto vincere io!”. “E se invece col tuo voto li fai pareggiare?”, gli avevano chiesto. Lui era rimasto un po’ lì sulla soglia del seggio, poi era andato a casa.

Una signora di una certa età aveva chiesto consiglio a sua figlia. Anche lei a sua volta aveva chiesto consiglio a sua figlia, che poi era la nipote della signora di una certa età. “È complicato”, aveva detto la ragazzina.

Uno invece aveva chiesto consiglio al gommista, mentre quello gli cambiava le gomme. Il gommista gli aveva fatto tutto un bel discorso chiaro e articolato sulla riforma, sui pro i contro e i dubbi che circolavano, e alla fine gliel’aveva messo in conto.

Uno aveva deciso subito, mesi prima, che il no era meglio del sì, solo che quando aveva aperto la scheda, in cabina, era passato talmente tanto tempo che si era dimenticato, e aveva votato sì, però a caso.

Uno al bar diceva sempre che non è il caso di chiedere ai cittadini una roba così complicata, poi ordinava un cappuccino in vetro tiepido con poca schiuma niente cacao e se ci scappa un disegnino sopra.

Uno si era informato talmente tanto che era morto. Ma non è certo che fosse quello il motivo.

Una aveva tutte le amiche che votavano no, lei voleva votare sì, e non sapeva se doveva votare no o cambiare amiche.

Un signore di Mantova pensava si dovesse pagare, per votare. Quando gli hanno detto che no, non si paga mica, ci è andato anche volentieri.

Uno diceva che non era andato a votare, ma venne fuori che qualcuno l’aveva visto entrare al seggio.

Un signore di Alessandria diceva che il suo partito diceva di votare no. “Che partito?”, gli avevano chiesto, e lui aveva risposto. Quel partito non c’era più da vent’anni.

“Tu voti?”, avevano chiesto a una signora di Gorizia, “Quand’è il caso”, aveva risposto.

Uno si era deciso: “Se piove voto no, se c’è il sole voto sì”. Era variabile.

Uno sulla scheda aveva scritto “Adesso però basta eh”.

Un signore di Todi aveva votato no. Poi dopo mezz’ora si era ripresentato dicendo che nel frattempo aveva capito alcune cose e aveva cambiato idea, e se c’era modo di modificare il suo voto, tanto era passato così poco tempo che la sua scheda si trovava facilmente, nell’urna.

A una signora di una certa età avevano chiesto “Cosa voti?”, e lei aveva detto “Stagnozzi”, che era il sindaco di quando era giovane.

Uno era andato a votare convinto, solo che dopo venti minuti non aveva trovato parcheggio e allora niente, era tornato a casa.

Uno in un paesino si era recato al seggio e gli avevano chiesto il documento. “Ma non mi riconoscete?” aveva chiesto al presidente, al segretario, agli scrutatori. “No”, avevano detto quelli. Allora era tornato a casa, perché non aveva documenti con sé, ed era ritornato al seggio. “Ah, ma certo!”, aveva detto il presidente, dopo aver visto la foto sulla carta d’identità.

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Referendoom

Non ci vuole molto per capire che, indipendentemente dal risultato del 4 dicembre, abbiamo già perso tutti.

Ha già vinto invece il potere. Il quale, tra le tante altre cose, è l’arte di convincerci che le persone sono divise in fazioni.

(e se quando avete letto “potere”, qui sopra, avete pensato a un politico in particolare, direi che ci è proprio riuscito)

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Il signor Paternazzi al referendum

Il signor Paternazzi è nella cabina elettorale. Dentro e fuori la cabina in questo momento è il 4 dicembre 2016, giorno del referendum sulla riforma costituzionale. Che è poi il motivo per cui Paternazzi è nella cabina. Tutto quindi appare piuttosto regolare.

Sono le 8.43, Paternazzi è andato sul presto un po’ per evitare code un po’ perché è una bella domenica di sole, e una passeggiata in montagna prima di pranzo ci sta bene. Ha la matita copiativa in mano, il foglio col quesito referendario aperto davanti a sé. Sta per tracciare una croce.

Lo ferma una specie di rapidissimo lampo che illumina le pareti della cabina elettorale. Per un attimo pensa a un’esplosione, al terrorismo, alle robe dei telegiornali, ma capisce subito che non è scoppiato niente. Tutto è rimasto intatto, solo che adesso accanto a lui c’è un tizio. Paternazzi più che spaventato è confuso. Non si può mica entrare in cabina quando c’è un altro, è il regolamento. Almeno così gli pare. E poi non capisce da dove sia sbucato fuori. Forse dalla luce, ma che stranezza. Lo guarda curioso e per prima cosa nota che ha uno stile di abbigliamento che gli piace.

Poi Paternazzi guarda in faccia questo tizio comparso dal nulla e trasecola. Paternazzi, c’è da credergli, non aveva mai trasecolato in vita sua, ma questa volta proprio non riesce a trattenersi, e allora trasecola. Il tizio, detta in breve, è lui stesso. Non proprio lui identico, ma è lui. Lui Paternazzi, nel senso.

Un po’ più vecchio, un po’ più magro, con questa barba leggera, bianca, non troppo lunga. Gli sta proprio bene, dovrebbe provarla. Porcatrota!, comunque, è proprio lui! Sta per chiedergli e quindi chiedersi che diavolo succede, chi è (cioè, lo sa chi è, in un certo senso, ma gli viene proprio da chiederglielo), cosa succede, com’è arrivato lì. Ma il tizio, l’altro Paternazzi, parla prima.

«Non ho molto tempo. Da un momento all’altro potrei sparire in un lampo di luce, quindi ascoltami attentamente. Già hai intuito che tu e io siamo la stessa persona. Sono qui per avvertirti. Lo so che in questo momento ti appare tutto folle, ma devi fidarti di me, anzi, di te stesso. Io vengo dal futuro, un futuro neanche troppo lontano, e ho visto le conseguenze della tua scelta. Conseguenze tragiche, catastrofiche, che non ci hanno lasciato scampo. L’unico modo per evitare questa tragedia è cambiare il passato, per questo sono qui. Molti sono morti per farmi arrivare fino a te. Per concedermi questi pochi istanti. Ti prego, salvaci, vota… », e in un lampo simile al precedente il Paternazzi del futuro scompare.

Paternazzi, quello del presente, è lì immobile, nella cabina elettorale tornata normalmente affollata. La matita copiativa sempre in mano. È ancora voltato verso quel suo viso un po’ più anziano che non c’è più. Gli stava davvero bene un po’ di barba.

Porcatrota!, pensa Paternazzi, non ho mica capito cosa devo votare. Ero già indeciso prima, figurati adesso. Possibile poi che basti il mio voto per fare quel gran casino? Mi pare strano. Oppure sono tornati tutti indietro dal futuro, in ogni cabina elettorale, e hanno fatto lo stesso discorso. Oddio, magari gli altri l’hanno detto subito, cosa toccava votare. Io ho questo problema che mi dilungo, e infatti non ho fatto in tempo a dirmelo. Adesso che lo so, quando torno indietro nel tempo fino a qui me lo dico subito, cosa devo votare, e risolvo il problema. Intanto però, cosa voto? Sì o no? Mh.

Ci riflette un po’ su, Paternazzi.

Però scusa, pensa poi Paternazzi, uno vale l’altro, tanto se è la scelta sbagliata prendo, torno indietro nel tempo, vengo qui e mi dico cosa votare. Me lo dico subito però, poi faccio il discorso. Ci sto bene attento, ché lo so che ho questa tendenza a farla lunga, invece di arrivare dritto al dunque.

Paternazzi traccia una croce, chiude la scheda e esce dalla cabina, dopo un’ultima occhiata per vedere se il se stesso del futuro ha lasciato qualcosa. Invece niente.

Mette la scheda nell’urna, riprende la tessera elettorale, saluta e se ne va.

In macchina, salendo in montagna immerso nel sole, pensa che per stare proprio sicuri è meglio se non si fa crescere quel po’ di barba, anche se gli stava davvero bene.

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Lettera a coloro che scrivono una lettera ai propri figli per spiegare loro certe batoste

Cari voi,
sì, il mondo è un posto per buona parte orribile, abitato da persone orribili che fanno cose orribili in modo orribile. E non vestono nemmeno troppo bene.
Il problema è che, a forza di stare in quel 5% dove ogni cosa è un po’ meno orribile, forse ce lo siamo dimenticati.
Così, quando capitano certi avvenimenti, e il 95% si mostra in tutta la sua orribiltà, la paura ci assale e l’istinto ci fa arretrare ancora, diciamo fino al 4%.
Dite ai vostri figli, sempre che ne abbiano bisogno, che a forza di arretrare fra poco il mondo sarà orribile al 100%. Così tutto andrà a posto e non ci sarà più bisogno di scrivere lettere simili.

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Il best seller più snobbato di sempre (una recensione)

Nella classifica dei libri più letti al mondo, buona parte della vetta è occupata da opere di letteratura fantastica come Il signore degli anelli, Harry Potter, la Bibbia, il Corano. Centinaia di milioni di lettori si sono immersi – e continuano a farlo – nelle loro pagine, ricavandone ore e ore di intrattenimento, in moltissimi casi sviluppando una forte appartenenza a un credo, una chiesa, una visione del mondo. Insomma sono diventati fan accaniti.

Il successo di pubblico di queste opere fantastiche ha numeri impressionanti, anche solo limitandoci ai libri in sé. Se poi aggiungiamo tutto il merchandising che ne è seguito, dai crocifissi alle bacchette ai veli ai neozelandesi, non si può che rimanere allibiti. Anche dal punto di vista della critica, tutte queste opere sono state – e continuano a esserlo – oggetto di profonda attenzione e analisi, di recensioni e ricerche critiche, e hanno generato e generano una mole di studi che va accrescendosi anno dopo anno in modo esponenziale.

C’è però, tra questi best seller di sempre, un caso piuttosto anomalo. Un’opera intergenerazionale, da milioni e milioni di copie, con una diffusione globale, una presenza quasi obbligata sugli scaffali o nei cassetti di qualsiasi casa, una lettura a cui ognuno di noi, a un certo punto, si è sentito costretto, pagine lette e rilette in momenti diversi della vita. Eppure si tratta di un libro che, nonostante esibisca un successo di pubblico non inferiore a quello dei colossi già citati, è stato completamente dimenticato dalla critica, che gli ha dedicato una forzata indifferenza, una mancanza di attenzione talmente accanita da risultare snob, se non sospetta. Ed è a questa colpevole noncuranza che oggi, qui, cerco di porre rimedio, recensendo l’Elenco telefonico.

In particolare, mi riferisco all’edizione Pagine Bianche Macerata 2015-2016, con inserto Pagine Gialle e Tutto Città.

Partiamo dall’oggetto-libro. Il formato è il classico pseudotascabile, o più precisamente un cassettabile nel tavolinetto dell’ingresso, con dimensioni di 175x273mm. La copertina flessibile, di discreta fattura e dalla grafica accattivante, riporta in foto un dettaglio della rocca di Urbisaglia. Non mancano, nella parte bassa, dei falsi pulsanti social. La quarta di copertina, capovolta rispetto alla prima in conseguenza del doppio uso rotazionale Pagine Bianche – Pagine Gialle, riporta la foto di una signora sorridente con l’orecchio poggiato su una grossa conchiglia, immagine che ha una doppia valenza simbolica: quella ovviamente telefonica, e quella acustica, nel senso degli apparecchi per l’udito, come specificato in un box in basso nella pagina. In entrambe le copertine non mancano le alette, che invece di contenere il solito trito riassunto o estratto del libro, e la biografia dell’autore, contengono una pubblicità di servizi sanitari e una di un marchio di caffè.
Per quanto riguarda la pagine interne, la carta è una 30 grammi a disintegrazione progressiva e strappo involontario, di un colore grigio pioggia, con testo nero ed elementi grafici azzurro vanadio. L’impaginazione, fredda e razionale, non lascia spazio a ghiribizzi o motivi di distrazione, e ricorda un po’ certe grafiche del ventennio fascista. La leggibilità del testo è garantita da una massiccia lente d’ingrandimento (non inclusa).

Per quanto riguarda l’opera in sé, siamo palesemente in presenza di un classico della modernità. Raramente un libro sa essere così perfettamente lo specchio di un’intera società, se non addirittura civiltà, perché il suo contenuto e le considerazioni che se ne traggono vanno ben oltre il limite generazionale. La vicenda dell’Elenco telefonico mette le nostre vite a nudo; ci rende, anche involontariamente e a rischio di un eccesso di rabbia, protagonisti stessi di ciò che accade fra le sue pagine. Non possiamo sfuggire al tragico giudizio che se ne trae: siamo individui, sì, ma immersi in una moltitudine che ci annulla, che ci rende irrintracciabili, invisibili, mentre forze oscure e spesso con scopi unicamente economici ci schiacciano in spazi angusti, in cubicoli che confinano coi loro grandi spot accattivanti, a cui spesso cediamo senza lottare.

Il quadro che l’Elenco telefonico fa della nostra società è quello di una massa che pur nell’iper-nominalismo è paradossalmente anonima, incasellata, costretta in un tripudio di serialità alfabetica in cui sfuggire alla regola è impossibile. Al di là delle caste e dei ceti, ogni protagonista – e ce ne sono migliaia, ma idealmente ogni abitante del pianeta – resta lì dov’è, immobile, nella posizione dettata dall’ordinamento più becero, senza alcuna possibilità di cambiamento, di rivalsa.
Col proseguire della vicenda, ci si rende conto che le uniche alternative a questo universo rigido e inamovibile sono l’annichilamento totale, lo scomparire silenzioso dalla storia e dalla geografia, oppure l’avvio di un’attività commerciale, nel tentativo di rendersi superiori, più visibili. Quest’ultima via però, che sembra per un attimo rappresentare una soluzione percorribile e con un esito felice, si dimostra presto una battaglia senza speranza, anzi un circolo vizioso in cui a ogni scalino economico c’è da confrontarsi con entità sempre spaventosamente più potenti, e sembra a tratti di rileggere alcune inquietanti pagine di Kafka.

Al contempo però, l’Elenco telefonico è anche un narrazione micro, oltre che macro, globale. Fortemente localizzata, la vicenda intreccia le vite di personaggi che appartengono a un contesto limitato, paesi che si sfiorano, una provincia quasi dimenticata oltre i suoi confini. In un ambiente in cui tutti conoscono tutti, e il non riconoscere l’altrui è quasi peccato mortale, la linearità dell’intreccio si trasforma in un salmodiare, quasi fossero grani di un rosario, che suona come un loop di “ah, sì”, e ci restituisce le dimensioni microscopiche di un contenitore sociale che un attimo prima ci era apparso senza limiti. Alberelli genealogici spuntano ovunque, e crescendo intrecciano i loro rami fino a formare solo poche grandi piante secolari, le cui radici combattono nell’oscurità del sottosuolo per conquistare spazi e stabilità.

Le piccole vicende quotidiane traspaiono appena e vengono lasciate al lettore, a cui è servita l’impalcatura logistica di un territorio di cui l’Elenco telefonico è la mappa. Mappa di vite che agiscono nel loro micromondo quotidiano senza contraccolpi sulla grande compilazione che è sempre in atto. Inconsapevole, la massa dei protagonisti del libro si aggira come pagine al vento, mentre la lista si aggiorna attimo dopo attimo. Una lista che è vita, è morte, è posizione e ragione sociale, nel tremendo esistere di ogni santo giorno.

È tutto questo, l’Elenco telefonico, e anche molto altro. Un libro-cosmo sconfinato, tassello di un’enormità che è solo accennata in prefissi. Un oltre-romanzo in cui la meta narrazione è ben più di un gioco, è essenza stessa, primo livello di una costruzione potenzialmente frattale. Un oggetto che è soggetto insieme, e in cui il lettore diventa, com’è poi l’uomo nell’Universo, osservatore di se stesso, nell’eterna sfida coi paradossi della conoscenza e nel dubbio costante che tale operazione intellettuale possegga un senso, o si sia semplicemente in presenza dell’incomprensibilità assoluta, dell’idiozia fatta metodo.

Un’opera monumentale che parla di noi, per noi, con noi, in cui ognuno può riconoscersi, anzi deve, se non vuole svanire non solo come protagonista, ma anche come lettore stesso.

Una lettura obbligata, se cercate voi stessi.

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Quella volta che ho rotto l’internet (e mi hanno scambiato per una maestra)

Ora che le acque si sono calmate, ci sta bene un piccolo resoconto.

Venerdì scorso, verso le 14, scorrendo Facebook, mi passa davanti l’ennesima notizia riguardante la diatriba sui compiti scolastici, ovvero quel filone polemico messo in moto di recente dalla lettera di un padre che faceva presente alla maestra di suo figlio che il bambino non aveva fatto i compiti per le vacanze, perché a questi ultimi erano state preferite altre attività ed esperienze. Lettera che non era rimasta nell’ambito di uno scambio privato genitore-insegnate, ma anzi era stata pubblicata online, trasformandosi in una sorta di manifesto. Lettera – e pubblicazione sui social, nonché conseguente polverone – a cui più di recente ne è seguita un’altra, riferita più precisamente ai compiti quotidiani. Lettere entrambe riassumibili nello schema: i bambini, fuori da scuola, devono vivere e non pensare ai compiti.

Così, leggendo anche solo il titolo della notizia, mi si è accesa la lampadina per una gag da pubblicare su Facebook. Cosa questa tutt’altro che inusitata, visto che i miei post, sia qui che sui vari social, sono quasi esclusivamente umoristici o satirici, come ben sanno i miei lettori abituali. Per quanto riguarda tutti gli altri, beh, chi ci pensava che l’avrebbero letta?

Comunque, la gag era l’ennesima lettera sui compiti, questa volta però scritta da una maestra. Eccola qui:

lettera

Trascurando anche il dettaglio del titolo del post in cui era inserita l’immagine (“What if”, che significa “E se”, nel senso di “Facciamo finta per un attimo che possa accadere una roba del genere”), che fungeva giusto da rafforzativo ipotetico, sia la comunicazione in sé che il linguaggio usato erano visibilmente irrealistici, scherzosi. Mai avrei pensato che qualcuno avrebbe potuto prendere sul serio una lettera simile. E invece.

Avendo pubblicato il post alle 14.30, orario non proprio fortunato in termini di pubblico, mi aspettavo con un po’ di fortuna qualche decina di like in tutto. Una o due condivisioni, se fosse andato molto forte. Risultati comunque ampiamente nei limiti di quelli che sono i miei numeri su Facebook. Con queste aspettative in mente, dopo aver pubblicato la lettera me ne sono disinteressato per circa un’ora.

Quando, verso le 15.30, sono andato a controllare, il post aveva circa 20 condivisioni. Wow!, mi sono detto, Successone! Avevo anche guadagnato qualche follower (persone cioè che seguono i miei aggiornamenti su Facebook) e avevo in sospeso alcune nuove richieste di amicizia. Già così, il post era andato ben oltre le mie aspettative. Non avevo idea di quello che stava per succedere.

Ora, non ho bene in mente quando e come sia scattata la viralità, so solo che a un certo punto, semplicemente, i numeri sono esplosi. La condivisione da parte di personaggi conosciuti e molto seguiti (ex Luca Bizzarri, Selvaggia Lucarelli; non ho idea di come il mio post sia “arrivato” fino a loro) ha ovviamente contribuito in buona parte ad amplificare il fenomeno, che a un certo punto ha assunto andamento esponenziale, nel senso di decine di condivisioni al minuto e un corrispondente numero di richieste di amicizia (che ho declinato per un buon 95%) e di nuovi follower.

A parte il picco impressionante del venerdì, la viralità ha continuato a fare la sua parte anche i giorni successivi, diminuendo costantemente e riaccendendosi un po’ quando a proposito della vicenda sono usciti alcuni articoli online (e sì, sono stato intervistato!). La solita piacevole calma piatta si è ristabilita più o meno verso martedì, anche se ci sono stati, e ci sono ancora, forse per qualche tardiva condivisione “importante”, alcuni ulteriori picchi di nuovi follower e di richieste di amicizia.

Allo stato attuale, il post ha i numeri che vedete qui sotto. Dalla sua pubblicazione ho guadagnato circa 1100 follower e ho ricevuto più o meno un numero equivalente di richieste di amicizia.

post

Al di là dei numeri, che dal mio punto di vista di piccolo spacciatore di cialtronerie sono impressionanti, diversi ordini di grandezza superiori a quelli che incasso di solito, le considerazioni da fare sulla vicenda sarebbero materia da sociologi o antropologi.

Dal mio punto di vista, la cosa più sorprendente è stata (e dalla discussione che è venuta creandosi sotto al post, e che ovviamente ho letto il meno possibile, emerge chiaramente) che molti, mi viene da dire troppi, hanno preso la lettera sul serio. La lettera alla lettera (e così è placato anche il demone ludolinguistico). E hanno reagito di conseguenza, attaccando, nella varie tonalità che vanno dal redarguire scandalizzato fino all’insulto minaccioso, la maestra, cioè, secondo loro, il sottoscritto, la cui faccia barbuta spicca nella foto del profilo Facebook. Mirabile esempio estremo, un commentatore che mi ha dato della puttana e ha minacciato di orinarmi addosso. A ognuno le sue perversioni.

Ovviamente non sono mancati coloro che, coi loro commenti, hanno cercato pazientemente di spiegare, a chi aveva preso la cosa sul serio, che si trattava di un post ironico. Riuscendoci raramente mi sa. Altri invece (GIAO ex ffers!) hanno preferito trollarli, ricavandoci un po’ di risate, sebbene amarognole.

Tra le tante considerazioni finali possibili sulla vicenda, ce n’è una che desta preoccupazione più di tutte; o che rallegra più di ogni altra, se uno è un agente del caos. Queste persone che mi hanno preso sul serio, questi non coglitori dell’ironia, questi spiriti ben poco critici (quantomeno per quel che riguarda ciò che incontrano sui social network), io, sebbene involontariamente, li ho manipolati. Ho fatto credere loro il non vero, li ho aizzati, li ho trascinati in un campo di battaglia. E se sono riuscito in questo senza nemmeno volerlo, non oso pensare cosa possa fare chi lo fa consapevolmente, con mezzi appropriati, e con l’obiettivo del potere.

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La scuola tricotica

“La scuola può essere una bella merda”, diceva Platone, mentre i suoi alunni inventavano delle citazioni da attribuirgli. D’altronde, come dargli torto? Tutti abbiamo qualche brutto ricordo di quegli anni.
Per quanto mi riguarda, fui uno scolaro spensierato fino in terza media. Poi i miei genitori m’iscrissero all’Istituto Helvetico Sanders, scuola superiore per ragazzi con problemi tricologici. Nonostante le mie proteste, sfociate in uno sciopero della R (in patica palavo senza usae la lettea ee), furono irremovibili. Entrambi provenivano da famiglie con chiome folte e lussureggianti. Mio padre, campione di acconciature acrobatiche all’Esposizione universale di Montreal, si vantava spesso di aver ispirato il personaggio di Cugino Itt della Famiglia Addams; mia madre era stata Miss Follicolo dal ’65 al ’67. Da tali genitori sarebbe dovuto nascere un kraken della capigliatura, il superuomo jeanlouisdavidiano. Invece a dodici anni mostrai i primi segni di calvizie.
Così, per evitare l’onta di un discendente pelato, fui spedito nell’unica scuola che avrebbe potuto raddrizzarmi il cuoio capelluto, il rinomato Istituto Helvetico Sanders, la cui inquietante sigla IHS campeggiava in ogni aula, appena sopra la foto di Branduardi.
Ricordo ancora con disgusto lo strato di capelli e lanugine che ricopriva ogni cosa. Un martedì mattina il povero Minelli impazzì: raccolse manciate di quel tappeto nauseabondo e se le incollò in testa col vinavil, gridando “Il diploma! Datemi il diploma!”. Quando lo portarono via, si difese scalciando e spruzzando sugli infermieri un’intera bomboletta di lacca extraforte.
Tutti davamo segni di squilibrio. Alberta Maria Von Weizsäcker della II B (si chiamava proprio così; faceva la sezione A), per esempio, ultima nata dei Weizsäcker di Zafferana Etnea, magnati dei pistacchi, si passava ossessivamente le mani tra i capelli, che però non aveva. “Se ne trovo uno”, millantava, “mio padre ha promesso di togliermi da questa scuola senza sbocchi e di iscrivermi a Ragioneria”.
Il mio compagno di banco Juri Bussolenghi era invece di umili origini. Non si sarebbe mai potuto permettere il Sanders senza la borsa di studio della L’Oréal. I suoi folti riccioli neri emanavano, dalle 8 alle 15, un forte odore di cavolo bollito, mentre nelle restanti ore odoravano di Birkenstock dopo la Notte della taranta. Solo in quarta scoprimmo che Juri si nascondeva in testa un cavolo bollito ogni mattina, per coprire almeno a scuola l’odore di Birkenstock. Gli diedero 8 in condotta e 5 in Acconciature.
A differenza di noi alunni, traviati da ogni possibile patologia del cuoio capelluto, gli insegnanti dell’IHS erano campioni dell’ipertricosi, modelli di riferimento, calamite per le nostre maledizioni.
Martino de Porres, insegnante di Matematica e riporti, era l’oggetto del desiderio di tutte le ragazze. Esperto di geometria cranica, si era laureato al Massachusetts Institute of Trichology con la tesi ‘Triconometria sferica ed estensione di superfici pilifere N-dimensionali: il caso di Bobby Charlton’, pubblicata poi su Men’s Health. Uno e novanta, fisico da ovulazione istantanea, aveva ricci biondo cenere che gli scendevano fino alle spalle. Li teneva raccolti sbadatamente, con un elastico che a fine lezione lanciava tra le alunne urlanti. Praticava il surf, e spesso arrivava in classe accompagnato dalla sua tavola ancora umida, nonostante il mare distasse 400 chilometri. Il suo motto era: “Gli esami del capello non finiscono mai”. Anni dopo venni a sapere che, ricercato dall’FBI, era scomparso in circostanze poco chiare mentre su una spiaggia australiana cercava di risolvere la congettura di Goldbach.
Agli antipodi c’era l’irascibile Gertrude Schwarzkopf. Famosa per la resistenza della sua chioma da valchiria, la raccoglieva in una possente treccia di 6 metri, fermata all’estremità da un tondino Krupp da 3kg. Si diceva che in Germania, durante la guerra, avesse trainato coi suoi capelli il cannone ferroviario Leopold K100 da Dortmund a Düsseldor. Insegnante di Stiraggio ed extension, infliggeva teutoniche trecciate a chi non faceva silenzio. Ogni giovedì ci costringeva all’ascolto della tetralogia de Der Ring des Nibelungen, nell’esecuzione diretta da Karl Böhm. Un giorno chiesi di andare in bagno durante il terzo atto del Siegfried. Ne ebbi per 60 giorni, più riabilitazione.
Dopo quel violento episodio i miei genitori decisero amorevolmente di ritirarmi dall’Istituto Helvetico Sanders. E m’iscrissero al Cesare Ragazzi.

(articolo pubblicato sul numero di linus di settembre 2016)

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Come manipolerei i grillini se fossi un potere forte

Già che viviamo ormai in piena fantascienza, facciamo fantascienza.

Diciamo che sono un potere forte. Anzi, più esattamente, diciamo che sono uno stipendiato da un potere forte, un potere economico tipo grande azienda.

Quello che si aspetta il potere forte da me, come suo dipendente dell’area marketing o giù di lì, è che faccia vendere di più i prodotti dell’azienda. O, equivalente, che faccia vendere di meno alla concorrenza.

Per prima cosa individuo un insieme omogeneo e ampio di consumatori accomunati non tanto da preferenze commerciali ma da convinzioni politico-ideologiche: per esempio i grillini.

Dopodiché, coadiuvato dagli stipendiati dell’area social, creo una serie di profili falsi. Anzi, più probabile che non ci sia bisogno di crearli ex novo, se l’area social sa fare il suo lavoro.

A questo punto individuo una potenziale motivazione di rottura tra questo gruppo di consumatori e l’azienda concorrente. Non serve granché, basta anche solo un posizionamento pubblicitario “sbagliato”, ovvero un messaggio promozionale inserito all’interno o in corrispondenza di una trasmissione che potrebbe esibire opinioni in contrasto col credo politico ideologico di questa fetta di consumatori.

Fatto ciò, aspetto.

Aspetto finché non arriva una puntata in cui questo contrasto supera un certa soglia. Non è necessaria chissà quale faziosità, è sufficiente un servizio critico, un’intervista un po’ pressante, una grafica ambigua.

Ottenuto ciò, sguinzaglio i falsi profili social che ho a disposizione per lanciare messaggi contro l’azienda concorrente, tacciandola di essere di parte e di appoggiare, con quell’inserimento pubblicitario, la trasmissione e quindi la parte politico-ideologica avversa alla mia. E, in conseguenza di ciò, dichiaro il boicottaggio dei loro prodotti.

Se lavoro bene e ho un po’ di fortuna, riesco a smuovere la massa critica per accendere quel po’ di viralità che serve allo scopo, e il gioco è fatto.

La concorrenza perde qualche quota di mercato, il mio potere forte è contento, e io mi becco un premio produzione.

Certo, è fantascienza. Ma non ho iniziato io.

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Risvegli

Ora, io lo so che la cosa non è statisticamente rilevante, perché per stabilire una correlazione è necessaria una serie di test effettuati in condizione controllate e successive verifiche indipendenti, perciò non è prova di niente, questo fenomeno, si tratta anzi solo di un fatto isolato, e con un fatto isolato non costruisci un modello, puoi solo dire che è successo, eventualmente provare a riprodurlo (oddio, io eviterei) per vedere se esiste un nesso più solido che non sia quello casuale fra le due componenti, un pattern, una relazione causa-effetto, chissà magari persino una nuova legge dell’acustica, però, ecco, io questa mattina mi sono svegliato con due cose in testa, che erano già lì insieme, contemporaneamente, appena ho aperto gli occhi: una forte emicrania e una canzone de Il volo.

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Alcuni figli inaspettati di Brad e Angelina

A quanto pare ciò che resta di Angelina Jolie ha chiesto il divorzio a Brad Pitt.

Al di là di tutte le considerazioni sull’amore che nasce, cresce, si riproduce, muore e viene seppellito dagli avvocati divorzisti, nel caso della coppia hollywoodiana la questione più scottante – al grido di “qualcuno pensi ai bambini!” – riguarda il cosiddetto children management, la gestione dei figli.

Angelina e Brad ne hanno circa 731. Dico circa perché le stime delle varie agenzie non concordano, e la cifra subisce fluttuazioni quotidiane, al punto che la Borsa di New York nel 2014 ha inaugurato un apposito indice (BRANGEQ) dedicato al monitoraggio del suo andamento.

Alcuni di questi 731 sono figli naturali, altri sono adottati, comprati, noleggiati, donati, in comodato gratuito, vinti, conquistati, depositati su conti cifrati in Svizzera, scaricati coi torrent.

Ovviamente, nonostante le due star abbiano avviato un’apposita srl per il controllo del flusso import-export di figli e per la loro successiva gestione logistica, la quantità spropositata di prole e un uso piuttosto indiscriminato dell’espressione “figlio mio” hanno generato alcuni casi piuttosto singolari. Vediamone alcuni.

Figlio n. 219
Nome: Derek
Origine: Olanda
Età: 11

Mentre Angelina era ad Amsterdam per girare uno spot per una nota marca di trapani a colonna, durante una pausa delle riprese incontrò, in una via molto affollata, un bambino che si era perso. Era il piccolo Derekk, che all’epoca aveva 5 anni, spaventato e in lacrime. Angelina lo prese in braccio e gli chiese “Perché piangi?”, lui fra i singhiozzi riuscì a malapena a dire “Non trovo la mia mamma”. “Sono io la tua mamma”, disse lei, e se lo portò via. Semplice come rubare le caramelle e il bambino.

Figlio n. 477
Nome: Pablo
Origine: Messico
Età: 8 anni

Durante le riprese di The Mexican, una sera Brad, con alcuni membri della troupe, si prese una clamorosa sbronza a base di tequila. La mattina dopo, ancora completamente intontito dall’alcol, mentre si vestiva in fretta per andare sul set si ritrovò nella tasca destra dei pantaloni un bambino di su per giù 4 anni. Della serata precedente non ricordava niente, quindi nel dubbio lo chiamò Pablo e se lo accaparrò ufficialmente mezz’ora più tardi, grazie all’alquanto carente legislazione messicana sulle adozioni.

Figlio n. 102
Nome: Manlio Catinelli detto Er colla
Origine: Italia
Età: 46

Brad e Angelina erano segretamente in vacanza a Roma. Si aggiravano per la città con occhiali scuri e cappello, per evitare i fan. Manlio, 41enne disoccupato con alcuni precedenti per truffa, cercando di scroccare loro una sigaretta li riconobbe. Non fece altro che seguirli, continuando a ripetere “Mom” e “Dad”, le uniche due parole d’inglese che sapeva, a parte Rocky Balboa. Bastarono tre quarti d’ora perché i due si convincessero che fosse figlio loro. Anvedi Er Colla.

Figlio 584
Nome: sconosciuto
Origine: Amazon
Età: 7

Un ordine sbagliato di Amazon mai mandato indietro.

Figlio n. 616
Nome: Margareth
Origine: USA
Età: 8

Un giorno Angelina andò a fare la spesa al supermercato. A un certo punto si allontanò dal carrello per pesare alcuni fili d’erba per il pranzo e al ritorno non riuscì più a trovarlo. Ne prese un altro che sembrava abbandonato nella corsia dei detersivi, con dentro una spesa interessante e la piccola Margareth. Alla cassa si ricordò che anche nel suo c’era una bambina (Figlio 196, Sally), ma a quel punto, già in coda, non valeva la pena tornare indietro e andò in pari con Margareth. Che risultò anche in offerta.

Filglio n. 702
Nome: Sony SDR-4X Mark III
Origine: Giappone
Età: versione 5.2, ServicePack4

Robot umanoide che, dopo aver servito la coppia per alcuni anni con grande profitto, è riuscito a farsi assegnare al nucleo familiare. Per tale motivo è considerata la prima macchina ad aver superato il test di Turing.

Figlio n. 1
Nome: Jennifer Joanna Anastassakis (Jennifer Aniston)
Origine: USA
Età: 47

Sì, per un garbuglio legal-burocratico risalente all’epoca del divorzio con Brad Pitt, Jennifer Aniston è la prima figlia della coppia. Non si preoccupino i fan del #teamJennifer: negli Stati Uniti è legale contrarre matrimonio con la propria figlia. Non so se avete presente Woody Allen.

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