Prolegomeni ad ogni futura prefazione di un libro

Io le prefazioni non le leggo più. Cioè, non le leggo più, le leggo dopo. Una volta le leggevo prima, com’è normale con una cosa che si chiama pre-fazione. Poi, sempre più spesso, mi è successo che la prefazione mi raccontasse il libro, svelasse trame, personaggi, ambientazioni, riferimenti e significati. Una specie di Bignami (li fanno più, i Bignami?) messo lì dal prefatore come a dire Visto che l’ho letto, il libro?

Allora adesso le prefazioni le leggo dopo, alla fine. E se nel libro c’è pure una postfazione, la prefazione la leggo dopo la postfazione, e devo dire che la prefazione dopo la postfazione ci sta benissimo, perché a quel punto il libro l’ho letto, e se mi svelano la trama o certi altri dettagli non c’è mica problema, e poi tutte le riflessioni sui significati, le interpretazioni, diventano interessantissime (oddio, possono essere anche delle gran cagate, dipende un po’ anche dal prefatore) perché so di che stiamo parlando.

Allora la mia proposta eccola: spostare tutte le prefazioni alla fine dei libri e trasformarle in postfazioni. E se per caso la postfazione già c’è, nel libro, la prefazione si mette ancora dopo, chiamandola non lo so, seconda postfazione, ultima postfazione (post-postfazione mi pare un po’ ridicolo).

Così, quelli che fanno di mestiere i prefatori (sono sempre gli stessi a scriverle, quindi dev’essere un lavoro) possono continuare a scrivere prefazioni senza tanti timori, anzi sentendosi più liberi. Quelli che fanno di mestiere i postfatori (che io sospetto essere gli stessi delle prefazioni) anche loro sono a posto. Io, lettore, possono leggermi il mio libro tutto di seguito senza salti o interruzioni e godermelo appieno. E gli editori avranno di sicuro qualcosa da ridire e di cui lamentarsi, ma questo è normale.

Quindi a posto.

 

Postfazione

Che poi non dico niente di nuovo.

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Dal tabaccaio

Ieri sono entrato dal tabaccaio, ho aspettato il mio turno, poi, quando toccava a me, gli ho detto Mi fai una ricarica telefonica? Lui ha detto Sì, che operatore? E lì mi sono bloccato, per 5 o 6 secondi, che secondo me si sentiva proprio il rumore del cervello a folle, da fuori, e non è che mi sono bloccato perché non mi ricordavo l’operatore, mi sono bloccato perché non volevo mica una ricarica, volevo giocare al superenalotto, così poi gli ho detto No, non volevo una ricarica, volevo un superenalotto da un euro, scusa. E il tabaccaio m’ha detto Ah, va bene.

A me queste cose che non mi succedevano mai, adesso, piano piano, iniziano a succedermi.

Sono di un contento che non vi dico.

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Io tre monosillabi mi bastano

Io, stavo pensando, devo essere una creatura piuttosto semplice, intellettualmente.

Alle cose che mi dicono, infatti, o a quelle che leggo, ho scoperto, reagisco quasi sempre in tre modi, anzi, con tre interiezioni.

Alle cose che non m’interessano, con bah.
Alle cose che non mi stupiscono, con beh.
Alle cose che non so, con boh.

Che poi secondo me bah e boh, siamo lì.

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Deviazioni

Leggere Stabat mater di Tiziano Scarpa è stato un po’ come quando fai un viaggio in macchina, prendi l’autostrada, macini qualche centinaio di kilometri tutto contento, e quando te ne restano una cinquantina, per arrivare, incontri una deviazione, per lavori o per un incidente. Ti fanno uscire al casello e ti tocca proseguire su statali e provinciali, con indicazioni un po’ sommarie, e non ti ci raccapezzi molto perché quella zona non la conosci.

Alla fine però arrivi lo stesso, anche se non sai bene come.

Solo che quando stai per smettere di pensarci, arriva lì uno che te lo spiega.

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Libertà e democrazia a parole

giovani democratici

Capita che certe parole o frasi mi restino in testa, dopo averle ascoltate o lette. Continuano a star lì senza un motivo particolare, scomparendo e riapparendo anche per giorni, tanto che spesso finiscono per non avere più alcun senso, e diventano nient’altro che suono, qualche volta anche musica.

Altre volte invece fanno il percorso contrario. Parole e frasi, formule sentite e risentite, usate senza più attenzione, automatiche, che si rimettono a fuoco, che tornano a significare, e mi sorprendono, perché ci noto delle stranezze di cui non mi ero mai accorto.

Negli ultimi giorni mi è successo con la Libera Università Maria Santissima Assunta, o LUMSA, che è un’università privata d’ispirazione cattolica. LUMSA è rimasta lì a vagare senza meta tra le pareti del cranio, finché non mi sono chiesto come fa a chiamarsi libera un’università cattolica.

Mi è successo anche con Giovani Democratici, che è l’organizzazione giovanile del Partito Democratico. Anche qui, dopo qualche giorno che questa espressione Giovani Democratici mi girava in testa, mi sono accorto che qualcosa non tornava, perché i giovani magari sono scapestrati, rivoluzionari, contro le regole e gli schemi, desiderosi di cambiamento, irrequieti, esplosivi e tutta una serie di cose che hanno più a che vedere con lo squilibrio che con l’equilibrio. Democratici proprio no. Non riesco a immaginarmeli.

Invece pare che ce ne siano.

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Interferenze

Sono stato in una pizzeria, a Roma, in cui è vietato usare il cellulare, perché può fare interferenza col forno. Nel menu è scritto così, e ci sono anche dei cartelli sui muri a ribadirlo. Se un cameriere si accorge che siete lì a trafficare con lo smartphone ve lo fa notare. La pizza ve la servono su una specie di grande piatto fondo d’acciaio. Tant’è che ho pensato che forse, più che col forno, i cellulari interferiscono con le stoviglie.

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È come in Die Hard, alla fine

Questa storia della mafia capitale mi ricorda un po’ i film della serie Die Hard, quella in cui Bruce Willis, tolti i primi 5 minuti, indossa sempre una canotta insanguinata. Me li ricorda perché se anche a questa vicenda romana togliamo la parte un po’ più epica (la mafia, il fascismo, la politica, come potevano essere nel film l’attacco terroristico, i congegni esplosivi assurdi, gli indovinelli), quello che resta, molto squallidamente, è un mucchio di gente che ha fatto di tutto per riempirsi le tasche di soldi.

E con un po’ di stupore viene da farsi la stessa domanda che John McClane a un certo punto rivolge a Hans Gruber, nel primo film della serie: «E così tutto si riduce a questo, ad una rapina?».

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Lo sfasamento temporale del politico

timeloop

A voi magari sembra facile, la vita del politico.

Del politico eletto, nel senso; di quello che ha una qualche carica: una poltrona, un divanetto, fosse anche uno spigolo di sedia, se c’è ressa.

Di quello non eletto non si sa molto; anzi non si capisce proprio cosa faccia, un politico, quando non è eletto. Capace che fa politica.

Il politico eletto, invece, ha un ruolo di governo, di amministrazione. Ha il potere.

E in questo ruolo di potere il politico eletto dev’essere una delle figure più depresse della storia umana, perché costantemente afflitto dallo Sfasamento Temporale dei Risultati di Governo (STRG, da cui la famosa Teoria dello STRG).

Immaginate cosa sarebbe la vostra vita se passaste la giornata a elaborare progetti che rispecchiano i vostri ideali, la vostra visione del mondo, e che se tutto va liscio vedrete attuati quando probabilmente non sarete più in carica, e nel frattempo entrassero in vigore altre leggi e riforme, elaborate da altri, il governo o i governi precedenti, che chissà che idee avevano, ma con le quali quasi certamente non siete d’accordo.

Lavorate e vedete i risultati altrui. Che nemmeno vi piacciono.

Come anche andare all’inaugurazione di un monumento, una struttura, un centro d’eccellenza che magari per voi è uno spreco di soldi, o non sapete nemmeno di che si tratta e di chi l’ha voluto, ma dovete sorridere, farvi le foto con le personalità, tagliare il nastro, fare un discorso di elogio.

Il politico, il politico eletto, vittima dello STRG, è un’anima in pena che oscilla fra un passato che gli si materializza dinnanzi e che non gli interessa, e un futuro che gli interessa e non vedrà mai realizzato da quella posizione privilegiata che ha, quella del potere. A meno di non rimanerci a lungo.

E forse è per questo che i politici, per schiodarli dalla poltrona, non bastano le cannonate.

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Ricordo di Rita Mulholland

lo zio

Rita Mulholland fu una donna di una bellezza tutta speciale, al punto che si sarebbe potuta definire tranquillamente brutta. Era nata allo scadere di una confezione di pelati, nel profondo Texas, in una buca di circa 30 metri che la sua famiglia aveva preso in affitto da un appassionato di granate. La sua infanzia trascorse senza traumi, a parte quello di dover ogni giorno scalare le pareti di casa per andare a scuola. La passione per lo spettacolo le fu trasmessa dallo zio John Edgar “Non quello dell’FBI” Hoover, che lavorava come rete di sicurezza in un circo delle pulci.

Esordì precocissima a 79 anni, quando l’emittente radiofonica KTWI le affidò il ruolo di rumore di fondo tra una pubblicità e l’altra. I genitori, preoccupati che l’ambiente dello show business potesse influire negativamente sul suo sviluppo cognitivo, la obbligarono a indossare costantemente occhiali da sole. Insofferente a tanta grettezza e convinta che fosse ormai ora di spiccare il volo, Rita scavò un tunnel e fuggì da casa. I genitori, distrutti dal dolore, arredarono il tunnel e lo subaffittarono a una famiglia di ispanici. Nel giro di pochi anni poterono permettersi una buca tutta loro, molto più profonda.

Rita, che aveva sempre vissuto lontano dalla luce del sole, acquistò subito una bella abbronzatura in un negozio di artifici e col suo sacco da marinaio sulle spalle iniziò a fare l’autostop per raggiungere Los Angeles. Dopo due giorni di tentativi a vuoto qualcuno le fece notare che forse era meglio mettersi dal lato giusto della strada. Lei, spazientita, preferì il treno, ma anche quello non si fermava. Così alla fine salì clandestinamente su un merci. Lì incontrò Jack Kerouac. A distanza di anni Rita lo ricordava ancora con grande emozione: “Dormì per tutto il viaggio”. Quella esperienza la cambiò per sempre: salì sul treno mora e ne scese bionda.

Giunta a Los Angeles si fece subito notare per la sua età e divenne in breve tempo una star nel campo delle pubblicità delle pompe funebri. La sua fama come cadavere in buono stato giunse alle orecchie dei più grandi registi americani, che non la ascoltarono; anche quelli più medi non ci fecero caso, ma fra i più piccoli alcuni la scelsero come protagonista dei loro B movie sugli zombie. La carriera di Rita prosperò e nel 1963 vinse un Granny come migliore lunga conservazione. Due anni dopo morì per cause naturali. Continuò a lavorare in diversi film fino al 1971, quando un aiuto regista si accorse del decesso. Nel 1972 le fu assegnato l’Oscar come migliore attrice non protagonista, per il ruolo di cadavere. Fu sepolta in Texas, a casa dei suoi.

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Cosa vuoi più inventare ormai?

Io poi, ieri sera, al circolo di lettura, non ho mica tirato delle sedie.

Pensa che bravo.

È che qualcuno a un certo punto ha detto che ormai la letteratura, la narrativa, deve far così, come in “Limonov”, di Carrère, che era il libro di cui parlavamo, prendere le storie vere, perché cosa vuoi più inventarti, ormai. Che io lì per lì ho pensato Adesso gli tiro una sedia. Ma non gliel’ho mica tirata. Pensa che bravo.

Poi stanotte all’improvviso mi sono svegliato perché stavo sognando che un ghepardo mi azzannava una caviglia, e mi sono ritrovato con una gamba ripiegata, per salvarla dal ghepardo, e io mi sa che sono più reattivo da addormentato che da sveglio.

Comunque, già che ero sveglio, ho ripensato un po’ alla questione vero-inventato, e mi sono ricordato che mi ero ripromesso di non usarla più, come distinzione, perché non ha molto senso, quando si tratta di raccontare.

Infatti poi la sedia gliel’ho tirata.

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