Adamiani

 

C’è questo libro di Mauro Orletti, che s’intitola Piccola storia delle eresie, che in un certo senso è una storia di vicoli ciechi. La Chiesa che conosciamo oggi, infatti, coi suoi riti e le sue dottrine, ha impiegato diversi secoli per assumere un’immagine definita, monolitica, e lo ha fatto eliminando uno dopo l’altro i tanti percorsi alternativi che aveva a disposizione, dichiarandoli eterodossi.

Pensiamo spesso che la Chiesa sia un enorme blocco di marmo con su incise verità eterne, quando invece quelle parole sono state scolpite nel tempo, da uomini molto diversi con convinzioni molto diverse e in epoche distanti. Non ci farebbe male averlo sempre bene in mente.

Fra le tante vie non prese che si trovano nel libro, a pagina 49 c’è anche quella degli Adamiani:

In molti idealizzarono la nudità di Adamo nel Paradiso Terrestre. La si considerava, in un certo senso, il simbolo dell’innocenza dell’uomo prima del peccato originale, quando il corpo era semplicemente un dono di Dio e l’uomo e la donna non sapevano cosa fosse l’attrazione fisica e non sentivano l’esigenza di accoppiarsi.
Per questo motivo gli Adamiani, membri di una piccola setta attiva fra il secondo e il terzo secolo, credevano che la loro chiesa fosse il Paradiso. Prima di entrare in Paradiso lasciavano i vestiti in una sorta di guardaroba celeste, quindi si riunivano in assemblea nudi, nudi ascoltavano le letture, nudi pregavano, nudi celebravano i sacramenti e sempre nudi mangiavano e bevevano.
Epifanio di Salamina si divertiva moltissimo a domandare se d’inverno, in Paradiso, venissero accesi fuochi per proteggersi dal freddo, come accadeva durante le assemblee degli Adamiani, i quali – avendo l’obbligo di togliere i vestiti prima d’iniziare – improvvisavano il loro Paradiso in stanze riscaldate.

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Indagini ad alta quota

Quando precipita un aereo di linea la seconda cosa che ci chiediamo è: com’è potuto accadere?

La prima ovviamente è: c’erano degli italiani a bordo? Prenderemmo a roncolate il vicino di casa ma empatizziamo con degli sconosciuti di cui sappiamo solo che avevano la nostra stessa cittadinanza. Potenza dei disastri aerei.

Studi scientifici hanno dimostrato che nelle 24 ore successive a un incidente aereo di rilievo internazionale la percentuale di esperti di aviazione civile aumenta del 68% nella fascia d’età 28-44 anni. Percentuale che tende a diminuire drasticamente nei giorni e nelle settimane successivi, fino a toccare il normale 0,00008% pre-impatto. Ecco perché per analizzare le scatole nere ci mettono così tanto: aspettano di rimanere solo in 4 o 5, ovvero quei pochi che sanno come si fa.

Per risalire alle cause dello schianto è necessaria un’attenta indagine tecnico-scientifica, che è in netto contrasto coi tempi televisivi e il posizionamento pubblicitario.

Giornali e telegiornali preferiscono perciò sparare subito un’immane serie di cazzate invece che star dietro ai fatti veri e propri, che arriveranno lentamente e diluiti nel tempo. Adesso per esempio è un periodo che anche se ti rigano la macchina è stata l’ISIS, figurati se cade un aereo.

Quando, dopo qualche ora dal disastro, certi scenari assurdi vengono smentiti anche dal macellaio sotto casa, per stuzzicare il pubblico si usano dettagli di routine raccontati come se fossero completamente assurdi. Se un giornalista vi dice con espressione basita o preoccupata che l’aereo prima di precipitare si trovava a ben 35 mila piedi, voi subito scattate in piedi gridando “E che cazzo ci faceva a 35 mila piedi?!”, non sapendo che nello stesso istante nel mondo c’erano altri 6 mila aerei in volo che mantenevano quella quota per il semplice motivo che è così che funziona.

“Ma poi quant’era vecchio quell’aereo che misuravano ancora l’altezza in piedi?! EH?”. Sono dubbi che non vi assalirebbero mai, se non foste indotti a farlo dai media. Voi, di vostro, vi chiedete solo come mai quella volta vi fecero tante storie all’aeroporto per l’accendino a forma di pistola.

Per far contenti tutti – a parte quelli veramente interessati – ci vorrebbe qualcosa di simile a una puntata di CSI. S’inizia con la scena dello schianto, poi arrivano gli agenti che fanno i rilievi con in mano dei bicchieroni di caffè, poi c’è il primo blocco pubblicitario. Poi si vedono scene (sempre le solite ogni puntata) di analisi di laboratorio: balistica, DNA, luminol. Poi interrogano un tizio che ha una faccia da colpevole però al momento dell’incidente era sulla stazione spaziale internazionale. Secondo blocco pubblicitario. Altre scene di laboratorio con tessuti e macchie, o forse è una lavanderia. Per giungere così al finale, dove il poliziotto grida “Parla!” puntando la lampada in faccia alla forza di gravità. E lei confessa. Giustizia è fatta.

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Nomi di città

Ci sono dei paesi, negli Stati Uniti, che andrei ad abitarci solo per il nome. Des Moines, Pasadena, Albuquerque. Per esempio.

Anche in Italia ci sono dei posti che mi fanno quell’effetto lì. Poggibonsi, Rovereto, Forlimpopoli.

Sono i luoghi di una mia geografia immaginaria, anche se sovrapposta a quella reale, basata sui nomi, sulla loro buffezza o buffità. C’immagino vivere gente stralunata, stramba, che fa le cose al contrario di come si fanno solitamente ma riescono lo stesso. C’immagino case col tetto in basso, alberi che crescono orizzontali, rubinetti da cui esce aria, automobili che vanno a piedi, semafori che danno la precedenza ad altri semafori, negozi aperti solo negli orari di chiusura. Paesi delle meraviglie, ma senza tanto trambusto come in Alice (che magari si era ritrovata nella capitale o nel capoluogo). Paesi delle meraviglie di provincia, ecco.

Poi certo, io a Des Moines, Albuquerque, Forlimpopoli, Poggibonsi non ci sono mica mai stato (a parte Poggibonsi che mi pare ci sono passato in treno, una volta).

Magari sono così per davvero.

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Una grande comodità

Allora ieri sera sono andato al cinema a vedere un film intitolato Nessuno si salva da solo. Che io poco prima, il pomeriggio, avevo scoperto che era tratto da un libro di Margaret Mazzantini. E avevo scoperto anche che il regista era Sergio Castellitto. Poi dopo mi sono ricordato che sono sposati, Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto, e ho pensato che questa cosa che lei scrive libri e lui li trasforma in film dev’essere di una grande comodità.

Infatti dopo, durante il film, c’è stata una scena in cui i due protagonisti erano dentro una libreria, parlavano, camminavano, e a un certo punto sono passati vicino a uno scaffale basso e tra i libri esposti ne spiccava uno dalla copertina abbastanza riconoscibile, anche senza vedere autore e titolo, perché era tutta di un verde chiaro con in mezzo una figura in rosa, e secondo me era la copertina di un libro di Margaret Mazzantini che s’intitola Non ti muovere.

Può darsi anche che mi sbagli. Però dev’essere comunque di una grande comodità, essere sposati.

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Alcune ipotesi poco probabili sull’assenza (terminata) di Putin

Putin è tornato.

Ora dovete decidere se sentirvi più tranquilli o meno, per questo ritorno.

Fregarvene completamente potreste, se i fornelli di casa non emettessero quello strano suono – VLAD! – ogni volta che li accendete.

In questi dieci giorni di assenza le ipotesi su che fine avesse fatto lo Zar di tutte le Russie sono state tante, più o meno realistiche. Ci sono però alcune congetture che, con mia grande sorpresa, non sono state prese in considerazione.

Da un grosso potere eccetera eccetera
Putin, nel corso degli anni, ha accentrato nelle sue mani talmente tanti poteri che ormai gli si cominciano a rivelare persino a livello fisiologico, quindi poteri nel senso di superpoteri. Detta in breve, ha acquisito il dono dell’invisibilità. Solo che gli ci è voluto un po’ per imparare a gestirlo. Non come con lo sguardo disintegratore.

Pensiero profondo
L’ultimo impegno ufficiale prima di scomparire è stato l’incontro con Matteo Renzi. Noi ai discorsi di Renzi, con tutti quei non sequitur e nonsense e battute e hashtag e cazzabubboli, siamo ormai abituati. Putin probabilmente si è trovato spiazzato. Deve aver preso la cosa sul serio, e con spirito sovietico è rimasto lì, fermo sulla poltrona, a pensarci fisso. Dopo dieci giorni si è alzato con un vaffanculo in bocca ed è tornato a fare l’imperatore.

Guerre stellari
Mentre fumava una barretta d’uranio nei giardini del Cremlino, come fa ogni sera prima di andare a dormire, Putin è stato sovrastato da un disco volante e rapito dagli alieni. L’hanno portato sul loro pianeta per fargli tutte quelle cose che fanno ai potenti dei vari pianeti per soggiogarli e spianare la strada all’invasione. Solo che questa volta hanno preso l’uomo sbagliato. Dopo 9 giorni Vlad il distruttore – così è già ricordato nelle Cronache galattiche – ha lasciato i pochi sopravvissuti a sistemare i resti fumanti del pianeta Ucragna ed è tornato a casa guidando senza equipaggio la loro astronave ammiraglia.

Oscure trame
Per dieci giorni Putin ha visto e rivisto tutta la terza stagione di House of cards, perché gli pareva che a un certo punto lo portassero per il culo; ma voleva esserne proprio sicuro, prima di far alzare in volo i bombardieri.

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Giao Friendfeed

È una di quelle cose che se non l’avete vissuta non potete capire.

È come spiegare una battuta a chi non l’ha colta.

C’è un social network che si chiama Friendfeed, e il 9 aprile chiuderà. I segni c’erano già tutti. Ora anche l’ufficialità.

Qualcuno ha detto che è come quando chiude il bar che hai frequentato per tanto tempo, where everybody knows your name. In effetti la sensazione è la stessa.

Io Friendfeed l’ho vissuto più o meno con lo stesso atteggiamento un po’ asociale un po’ egoista con cui vivo anche gli altri social network. Nonché con la stessa missione: il lollismo.

Nonostante ciò, o forse proprio per questo, ho conosciuto su Friendfeed alcune persone magnifiche, degne di stima imperitura. Ho partecipato a scritture e a letture insieme a loro. Ho letto opinioni, posizioni e argomentazioni stimolanti, anche e molto spesso lontano dalle mie. Ho colto spunti che mi hanno portato a leggere e a scrivere cose che altrimenti non avrei mai letto o scritto. Ho riso in tutti i modi e le sfumature con cui è possibile ridere: dalla gif animata demenziale (una parte di me non smetterà mai di ridere dopo aver visto quella scimmia battere un tronco bestemmiando a tempo) alla più sottile satira politica.

E adesso, anche se manca ancora un mese, mi pare di stare nel finale di Stand by me. Scriverò queste ultime parole inondato dalla nostalgia per i momenti che non torneranno mai più. Poi mi alzerò dalla sedia e tornerò a fare altro, in un mondo che è diventato, anche se quasi impercettibilmente, un po’ più triste.

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Il nome del papa

Pietro, il primo papa della storia, in realtà si chiamava Simone. Simone figlio di Giona, per la precisione, perché all’epoca i nomi dei padri ricadevano sui nomi dei figli. Fu Gesù a chiamarlo Pietro per la prima volta. E per le successive.

Questo ovviamente ha fatto nascere molti dubbi sulla memoria o comunque sul livello di attenzione di Gesù, e in tanti hanno avanzato l’ipotesi che, non riuscendo a ricordarsi i nomi di tutti e dodici gli apostoli, li inventasse di sana pianta.

Gesù chiamava col suo vero nome solo Giuda, lui però si faceva chiamare da tutti Saverio, perché Giuda non gli piaceva. Questo fece nascere in Saverio parecchia ostilità nei confronti di Gesù. E finì come ci raccontano.

Qualcuno pensa che con Simone detto Pietro si sia trattato più di una questione di opportunità:

– Pietro, vieni qui.
– Dimmi Gesù.
– Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
– Mi chiamo Simone, Gesù.
– Tu sei Simone Gesù, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
– Ehm, no, solo Simone, senza Gesù.
– …Tu sei Simone, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Uhm…
– Che c’è?
– Non funziona.
– Magari: Tu sei Simone, e su questa simona edificherò la mia Chiesa. Che dici?
– No, mi serve proprio che dica pietra. Devi chiamarti Pietro, per forza.
– Ma mi chiamo Simone.
– Allora niente papato.
– Vada per Pietro.

Questa tradizione si è poi perpetuata coi successivi papi, i quali ancora oggi, una volta eletti AD della Chiesa, assumono un nickname di loro preferenza, con relativo account Twitter.

Poi dice che la Chiesa è arretrata.

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La verità, vi prego, (non) sulla televisione

Oggi qui nella profonda provincia è arrivata la televisione. Non nel senso degli apparecchi o del segnale eh, quelli ci sono già da un po’, ma proprio nel senso di uno di quei programmi per famiglie, che io non so nemmeno bene dove si collochi nel palinsesto televisivo, che è venuto a registrare una puntata, oppure dei pezzi di una puntata, perché forse c’è anche una parte in diretta, non ho capito bene.

Allora ero lì che passavo, anche un po’ alla larga devo dire, con la paura di finire in qualche ripresa e rovinarla e sentire il regista che urla Chi cazzo è quello lì?! Ha rovinato tutto!! (con la voce di Pannofino, ovviamente), e a un certo punto sento questa voce, dagli altoparlanti, non so chi fosse della troupe, che cerca di organizzare le persone, i figuranti o quello che sono, e che dice “Perché vi spiego: la televisione è finta”, e continua dicendo, non mi ricordo di preciso, che loro lì stavano registrando, facevano le cose per benino, le varie scene, poi dopo le trasmettevano come fossero in diretta.

Che io, questa cosa che la televisione è finta, nel 2015, non so nemmeno se è il caso di dirla. Nel senso, c’è lo stesso patto che c’è con la letteratura e col cinema. Lo sappiamo che è finzione. Se è coinvolgente, a noi sta bene. Cosa vieni a dirmi che è finta?

Un po’ come Striscia la notizia, che ti svela le cose, e tu dici Be’, potevate pure farvi i cazzi vostri.

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Il razzismo come problema percettivo

Non ho mai capito se i razzisti, del colore della pelle, ne fanno un problema estetico. Tipo a me non piace il giallo. Quindi non mi ci vesto, e se devo decidere il colore delle pareti o di un oggetto che devo comprare, preferisco evitarlo. Difficilmente mi capiterà di scegliere il colore di una pelle da indossare, ma se dovesse accadere preferirei qualcosa che non dia sul giallo. Di certo però non vado a dire agli altri quello che devono decidere per loro. Non è che protesto se uno si compra la macchina gialla, saranno affari suoi. E nemmeno se uno usa una pelle gialla, addosso, vado a dirgli che fa schifo. Io, i razzisti, da questo punto di vista li capisco poco.

Poi la settimana scorsa è venuta fuori questa storia del colore del vestito. È blu e marrone o bianco e oro? A me è successo che prima l’ho visto bianco, poi quando ho riguardato la stessa foto era blu. Come se avessi bevuto un bicchiere di cocacola e al secondo sorso fosse stato chinotto. Mica perché mi fa schifo, però ci rimani male.

Quindi comunque dovremmo aver capito che la percezione della realtà, dei colori in particolare, non è che sia poi così lineare e condivisibile. Ognuno li percepisce in un modo un po’ tutto suo, e dipende da tanti fattori. La luce, lo sfondo, la posizione, il sesso, l’età, la digestione.

Questa consapevolezza potrebbe farci contestare meglio una multa presa per essere passati col rosso. Cioè, magari a me sembrava di essere passato col rosa antico.

Ma potrebbe anche aiutarci con i razzisti, che alle argomentazioni razionali sono poco sensibili per costituzione, spostando l’accento sulla percezione della realtà.

Così quando un razzista ti dice che odia i neri, più che cercare di farlo ragionare, che è dura, conviene fargli capire quella storia del vestito e dei colori, e dirgli “Boh, che ti devo dire, a me non sembrano mica neri. Cioè, tu li vedi neri?”, e lui ti dice “Sì, certo, sono neri, li vedo neri”, e gli spieghi che non esiste il colore in sé, esiste la percezione del colore, che è molto personale, e tu, quello che lui vede nero, non lo vedi nero.

Lui, il razzista, probabilmente si altererà un po’, che loro fanno così, però bisogna insistere, a dirgli che no, non è mica nero. “Allora cos’è?”, ti chiederà.

“Una persona”, tocca rispondergli.

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Speriamo di non esser comunista

Mi è successo anche oggi, di nuovo. Sempre così.

C’è questo negozio, qui, lungo il corso principale, che poi principale non vuol dire niente, c’è solo quello di corso, qui, si dice il corso e basta, comunque c’è questo negozio che vende vestiti e si chiama Lenni, e che ha un’insegna, fuori, sul muro, dov’è scritto Lenni, giustamente, solo che è scritto in corsivo, e io, ogni volta che ci passo davanti, e leggo l’insegna, invece di Lenni leggo Lenin.

E non so bene cosa vuol dire, questo fatto di leggere Lenin invece di Lenni, però devo dire che sono parecchio preoccupato.

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