Educazione siderurgica

Han fatto bene a manganellarli, quegli operai lì.

Perché l’operaio, se non lo manganelli subito, poi chissà cosa si mette in testa.

Basta un attimo di distrazione, e l’operaio te lo ritrovi con lo striscione, col fischietto, con gli slogan, nelle piazze, davanti ai palazzi. Un disastro.

Poi così non te lo scolli più, l’operaio. Capace che si porta pure i sindacati, la volta dopo.

Se invece lo manganelli subito, l’operaio, la prossima volta magari sta a casa, o a fare i presidi, i picchetti, quelle cose da operaio che vanno anche bene l’importante è che non se ne vada in giro a protestare dove lo sentono e lo vedono e ci sono i giornalisti e blocca le vie alza la voce chiede chiede chiede sta sempre a chiedere ‘st’operaio ma cosa vorrà mai? lo sa che in Cina prende tipo 50 centesimi l’ora per 12-14 ore anche più se c’è bisogno e se ne sta zitto e tranquillo perché alla prima parola lo buttano fuori lì sì che le cose funzionano e infatti ci hanno portato tutti le fabbriche mica è un caso invece qui ci passi i giorni i mesi gli anni tra concerta riforma discuti modifica contratta ottieni cedi e riunioni e discussioni e mediazioni e tavoli.

Tavoli. Se non lo manganelli subito, l’operaio, sai come finisce? Che te lo ritrovi ai tavoli. E nemmeno in piedi, proprio seduto. Che tu sei lì, sulla tua poltrona, che chissà quanto c’hai messo a conquistartela, quanti hai dovuti convincere, piegare, fregare, insomma hai fatto un lavoro che altro che l’acciaieria e i turni e le malattie professionali, e di fronte a te, adesso, allo stesso tavolo, seduto come te, ci ritrovi l’operaio.

Solo perché non l’hai manganellato subito, quando potevi.

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La mia esperienza alla Leopolda

Non c’entra niente, però parecchi anni fa andai con un gruppo di amici a Firenze per passare l’ultimo dell’anno. Il piano dei festeggiamenti era piuttosto casalingo, almeno fino all’ora dei tappi che saltano e dei fuochi artificiali e dei baci e degli abbracci. Per il dopo, c’era questa megafesta alla Leopolda con certi DJ famosi (non a me, ma a altri sì). Agiamo come giovani svegli e con una visione e compriamo i biglietti in prevendita: una gesto di tale maturità che bere Berlucchi da un bicchiere di plastica poco dopo non c’avrebbe minimamente impensierito.

Mezzanotte, tappi che saltano fuochi artificiali baci abbracci. Poi si va alla Leopolda. Entriamo. Spazi giganteschi, tanta gente ma niente ressa, bella musica. Non sembra nemmeno capodanno, per dire. Ci piazziamo in un punto che ancora stiamo studiando un po’ la situazione quand’ecco che va via la luce. O quantomeno salta la corrente dell’impianto audio, perché non rimaniamo al buio. O forse sono le luci d’emergenza. Vatti a ricordare. Aspettiamo. Non succede niente. Aspettiamo. Non succede niente. Al terzo aspettiamo ci rendiamo conto che non succederà niente. Festa finita. Capodanno in pezzi.

Quindi, adesso, quando sento parlare di Leopolda, ho sempre questa specie di brivido, come una scarica elettrica appena percettibile, che mi sale lungo la schiena, s’infila nel sistema nervoso, arriva al cervello, e non accende niente.

E se non ho capito male, a tanti fa questo stesso effetto.

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Abbéstia

Lo scorso fine settimana sono stato a Pisa. La città.

(Io di Pisa mi viene sempre in mente quella splendida battuta, di non mi ricordo chi, che diceva “La torre. E se avesse ragione lei?”. Ma anche quella vecchia storia di Topolino in cui mi pare Paperone e Paperino fanno di tutto per raddrizzare la torre, e alla fine ci riescono, ma storcendo tutta la città.)

Pisa, da qui dove sono, per arrivarci ci metto lo stesso tempo che per andare a Mumbai. Ma lasciamo stare.

A Pisa c’era l’Internet Festival. Pieno di robe interessanti anche se uno non ha Internet (che comunque mi pare strano, uno che non ha Internet).

Dentro questo Festival c’era anche uno spettacolo con Moni Ovadia intitolato Marx Reloaded, che ci tenevo parecchio a vedere perché un conto è assistere a una cosa che ha scritto qualcun altro, un conto è assistere a una cosa che hai scritto anche tu. Fa tutto un altro effetto. Sei contemporaneamente più felice e più preoccupato. È difficile da spiegare. Fa anche un certo effetto sentire Moni Ovadia che pronuncia delle parole scritte da te. Come sensazione comunque non è male.

Ma a parte questo, ho notato che a Pisa, i pisani, dicono spessissimo “a bestia”. Lo usano come intercalare per dire “forte”, “tanto”, per enfatizzare qualcosa insomma, e lo dicono in un modo che suona scritto “abbéstia”, che è molto bello, secondo me.

Credo che abbéstia sia una cosa proprio di Pisa, perché, per dire, a Renzi non gliel’ho mai sentito dire.

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Sentinelle dei libri (tipo una proposta)

Premesso che, dal mio punto di vista, difendere la famiglia tradizionale è come difendere la deriva dei continenti, quello che più mi contraria di questa sorta di movimento (o quello che è, che da quando c’è il M5S non puoi più dare del movimento a nessuno che subito si offende) chiamato Sentinelle in piedi è il fatto che, nel loro modo di manifestare, nella loro posa, abbiano incluso un libro da tenere in mano. Cioè, loro dicono di leggerlo, il libro, ma se non lo fanno a voce alta è impossibile accertarlo. Forse lo guardano e basta. D’altra parte è pieno di persone che si atteggiano a lettori, coi libri in mano, in tasca, in borsa, poi non leggono una riga.

Fosse stato un flashmob per promuovere la lettura, questa cosa avrebbero tutto il mio appoggio, forse anche la mia partecipazione. C’è un bisogno di lettori in Italia che non ve lo sto a dire. Così com’è però, mi spiace, devo schierarmi contro. E devo farlo in difesa dei libri. Loro difendono la famiglia tradizionale, e io difendo i libri. Voglio difenderli da questo sfruttamento che le Sentinelle ne fanno, da questo piegarli, contro la loro volontà, al messaggio che cercano di diffondere.

Trovo sia un atto di grande viltà prendere un libro, incapace di dissociarsi, di difendersi, e tenerlo in mano, magari anche leggerlo, per dare un tono alla tua protesta, per fornire un in più alle tue ragioni. Vedi?, vuoi dirmi, non sono un retrogrado come credi, perché sto leggendo un libro, non ho un cervello pieno di ragnatele e segatura, perché sono un lettore, e i lettori sono gente sveglia, e siccome siamo gente sveglia, questa nostra protesta è ancor più legittima.

Solo che, sentinella, non è che il libro ti si è lanciato tra le braccia buttandosi dagli scaffali della libreria per venire con te a manifestare. L’hai costretto. Magari nel libro c’è scritto tutto il contrario di quello che tu vuoi comunicare in piedi in una piazza con lui in mano. Magari il libro non la pensa come te. Che diritto hai di sfruttarlo così, per i tuoi fini?

Allora io adesso organizzo un movimento (cioè, non un movimento, qualcos’altro) che quando tu, sentinella, scendi in piazza col libro, io vengo lì e te lo strappo dalle mani, e lo porto al sicuro, magari in una biblioteca, dove quelli che lo vogliono leggere davvero possono farlo.

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Fratello social

Stupirsi, su internet, è diventato piuttosto difficile. Dopo aver scoperto che esistono dei tutorial per insegnare al vostro iguana a suonare il piano o i feticisti delle sopracciglia non vi resta poi molto spazio per la sorpresa. Ogni tanto, però, ancora succede.

A me è successo l’altro giorno, quando ho scoperto che San Francesco c’ha Twitter. Non saprei dire come ci sono finito (che è quello che disse Colombo ai primi indigeni che incontrò appena sbarcato), fatto sta che vagando mi sono ritrovato al cospetto di @francescoassisi.

La prima cosa che ho pensato è che questi santi cristiani sono una vera potenza, se a quasi ottocento anni dalla morte gestiscono un profilo Twitter. La seconda invece era una riflessione sulla regola della povertà divulgata dal santo e l’eventuale contrasto col possesso di un profilo social. La mia conclusione è stata che Twitter, essendo gratis, non rappresenta una violazione della regola. Poi non so se la policy di Twitter dice diversamente. La terza era che ok, Twitter è gratis, ma un pc o uno smartphone dovrai pure averlo, per usarlo. Ma magari Francesco scrocca internet come tanti altri, quindi niente.

Alla fine mi sono accorto che @francescoassisi su Twitter non è esattamente Francesco d’Assisi, il santo, ma si tratta dell'”Account ufficiale della Basilica San Francesco di Assisi – Organo di stampa e comunicazione dei Frati del Sacro Convento di Assisi”. Ecco, mi pareva strano.

Ora, non è che uno vuole fare il pignolo a tutti i costi, però, se tu, Account ufficiale ecc., hai come nome account @francescoassisi, ribadito dal nome in neretto San Francesco Assisi, le cose sono due: o mi stai un po’ truffando, e allora è meglio se nella bio specifichi che sei un fake, una parodia, insomma lo sei per finta, San Francesco, oppure mi stai dicendo che parli ufficialmente a suo nome, in pratica ne sei lo staff, e allora sarebbe meglio che nei tweet specifichi con ST quando non è lui direttamente a parlare. Per esempio:

Laudate et benedicite mi Signore, et rengratiatelo et serviatelo cum grande humilitate.

quando twitta lui di persona, sennò:

Questa sera alle 18 Francesco sarà a Vimercate insieme a @Pontifex_it per l’inaugurazione della chiesa a lui dedicata. #SFtour2014 #DueFranceschi ST

Altrimenti si rischia una gran confusione.

Che va bene che San Francesco parlava con gli animali, ma i follower sono molto più duri di comprendonio.

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Limitare gli sprechi

Se comprate un’auto con cinque posti, poi però ci andate in giro da soli, oppure in coppia, è un po’ uno spreco. Sì, qualche volta capita di caricare altre persone, amici parenti colleghi, ma non succede così spesso da potersi chiedere, di quei tre posti là dietro, Come avrei fatto senza?

Per rimediare allo spreco la soluzione più naturale è fare dei figli: riempiono i sedili alla perfezione, sembrano fatti apposta. Ovviamente si tratta di una strategia che non dà risultati a breve termine, a causa dei tempi biologici. A questo potete porre almeno in parte rimedio lavorando su due fronti: produzione propria e adozione. La tempistica dovrebbe migliorare, ma per un risultato soddisfacente avete comunque bisogno di qualche anno.

Un’altra soluzione è dare a tutti passaggi indiscriminatamente, nel senso che li vogliamo o no. Ci fossero tanti autostoppisti, tutto sarebbe più facile, ma in loro assenza dovrete affiancare i pedoni e convincerli a salire per portarli dove stanno andando. Nella maggior parte dei casi vi toccherà insistere: molti tendono a essere diffidenti. Sedili comodi, ambiente ottimamente climatizzato e blocco centralizzato degli sportelli giocheranno a vostro favore. Appostatevi all’uscita delle discoteche: lo spettro dei controlli alcolometrici ridurrà la resistenza delle persone al minimo.

Anche comprarvi un grosso cane va bene.

Dovete ingegnarvi un po’, insomma, ma potete farcela.

Con le tasche posteriori dei jeans invece il problema è risolto, grazie agli smartphone.

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Volevo avvertirvi

E niente, ho avuto un po’ di casini col blog qui, e può darsi che passando, nelle ultime ore, siate finiti su un sito porno.

Ecco, ci tenevo a dirvi che adesso, invece, se venite qui sul blog, ci trovate proprio il blog. Mi dispiace.

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Manifesto del Dietrismo

Ammettiamolo, l’Arte non ha più niente da dire. Stiamo riciclando più di un ambientalista strafatto di ginseng. Abbiamo messo il prefisso post così tante volte alle varie correnti artistiche che l’unica via d’uscita è iniziare a usare post-post, o superpost, o megapost, che però sembra un sito per vedere i film in streaming e non funzionerebbe.

Abbiamo scritto tutto lo scrivibile, dipinto tutto il dipingibile, scolpito tutto lo scolpibile, opinato tutto l’opinabile. Abbiamo esaurito ogni combinazione, possibilità o idea, comprese le idee sulle idee, che giacciono nell’iper-iperuranio, o negli articoli di critica letteraria.

Non se ne può più produrre d’originale, perciò l’Arte è finita.

Di conseguenza, si inaugura qui un nuovo movimento artistico ben consapevole dell’esaurimento dell’originalità nel mondo, conscio dell’impossibilità ideale e materiale dell’artista di dar vita a un’opera davvero nuova, davvero ispirata. Un movimento che non sceglie la via banale dello smettere di fare, perché comunque in qualche modo bisogna campare, e già il comparto artistico è in crisi, e insomma non facciamoci prendere dal panico, continuiamo a produrre, a fare, ma facciamolo rendendoci conto, e rendendone conto allo spettatore, al lettore, a quello che passava lì per caso e si è trovato un’opera d’arte davanti, che tutto quello che si fa d’artistico, non vale mica la pena.

Ed è così che il Dietrismo agisce, consapevole della fine dell’arte ma volendo salvare capra e cavoli: voltando l’opera dall’altra parte. Dietro.

Volete dipingere? Va bene. Ma poi il quadro, esposto, va rivolto verso il muro. Contempleremo il retro della tela, perché tanto non c’è più niente da vedere.

Volete scrivere? Non c’è problema. Ma scrivete sulla pagina dietro. Lasciate che il lettore non legga il già letto, e si fermi alla pagina bianca.

Volete scolpire? Ok, ma lasciate l’opera dietro una tenda, o dietro un muro, vedete voi.

Volete suonare? Adesso vediamo bene come attrezzarci in merito.

Il Dietrismo è l’univa via possibile. Oddio, ci sarebbe anche la guerra atomica che spazza via tutto e tutti e ci riporta all’età della pietrà, ma eviterei d’agire d’impulso.

Solo rimanendo dietro, l’Arte potrà andare avanti in qualche modo.

Se siete d’accordo, mettete una firma qui dietro.

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Ricordo della Blogfest

Della blogfest, che adesso non si chiama più così, si chiama festa della rete, la cosa che mi è rimasta più impressa è una frase. Me l’hanno detta diverse persone. Gente che mi legge, immagino. Qualcuno non lo conoscevo proprio. Con qualche altro ci si incrocia in rete. Comunque tutte persone che potevano anche non venire a dirmela, quella frase, invece sono venute.

Sono venute lì e mi hanno detto: continua così.

Ora, io non lo so bene cosa intendessero, però, nel dubbio, continuo così.

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