Svista mare

 

A meno di sfighe dell’ultimo minuto, anche quest’estate sono riuscito a non andare al mare nemmeno una volta.

L’anno scorso stessa cosa. In pratica l’ultima volta che ho avuto a che fare con una vasta quantità di acqua salata è stato quando ho preparato una spaghettata per venti persone.

Non che non mi piaccia il mare. Lo adoro. Potrei stare a guardarlo per ore. Ma averci a che fare non se ne parla. Un po’ come con le modelle che si vedono sui giornali, anche se è più una loro scelta che mia.

Dovrei fare un’ora di macchina per andare al mare, e un’ora di macchina è già un tempo di viaggio che si dedica solo alle cose a cui tieni davvero. Fosse stato a mezz’ora, c’avrei fatto un pensierino. Fosse stato a un quarto d’ora, c’avrei fatto un tema. Se dalla mia finestra avessi visto il mare sarei Hemingway. Se ci abitassi dentro sarei Aquaman.

Invece non sono un gran natante. Nel senso che immerso in un liquido tendo a sviluppare paranoie più che galleggiamento. L’acqua non è proprio il mio elemento.

Se dovessi dire qual è il mio elemento, direi il molibdeno. Di certo non lo stronzio, perché lo stronzio sono abbastanza sicuro che galleggi. Io affondo. E una volta a fondo, scavo. Il che spiega l’interesse delle multinazionali del petrolio nei miei confronti.

Io se ho un sogno è quello di andare al mare e non trovarci il mare. Trovarci qualcos’altro. Anche solo una distesa di terra. Potrei andare a piedi in Croazia, solo che in Croazia cosa ci vai a fare se non per il mare? Oh, magari è bella anche nell’entroterra, però insomma. Ah, sì, ci sono le belle donne, ma è un po’ il discorso delle modelle dei giornali poco sopra.

Invece adesso col riscaldamento globale non solo al mare ci trovo il mare, ma è proprio il mare che, piano piano, viene a trovare me. Centimetro dopo centimetro, metro dopo metro.

Obama deve pensarla come me, riguardo il mare. Non gli deve piacere. Altrimenti tutto questo allarme per l’innalzamento dei mari non si spiega. Se il mare arriva a Washington la Casa bianca diventa uno chalet, o un bagno, o uno stabilimento, perché ogni posto di mare ha il suo nome per dire un edificio talmente vicino al mare che ti tocca pagare per starci.

L’unica cosa davvero bella del mare sono gli animali che ci abitano e che a un certo punto finiscono cucinati in un piatto. Se il mare fosse fatto d’olio bollente potremmo pescare direttamente la frittura. Cambiare l’olio sarebbe un problema, è vero, ma se uno si mette a guardare solo gli svantaggi poi gli svantaggi lo denunciano per stalking.

Ho sentito la storia di una sogliola che dal pescivendolo era stata incartata tra le pagine della nuova Unità, e quella ha sporto querela per maltrattamenti.

Quelli che vanno al mare per l’abbronzatura non li capisco. Io non vado a Orvieto per ricaricare il cellulare.

E poi tutta questa gente seminuda, insomma, che modo è? Se uno gira in mutande a Milano è uno scandalo. Se uno gira in mutande a Milano Marittima tutto bene. Basta quel Marittima a giustificarlo? Non credo proprio. Che si vesta, Marittima o no!

Anche Marina, come nome è sospetto. Io indagherei.

Comunque non ce l’ho con chi va al mare. Ce l’ho con chi ce l’ha messo, e poi si è reso irreperibile. Guarda caso.

Mi fermo qui, come fossi sul bagnasciuga.

Ciao mare. Non ci si rivede l’anno prossimo.

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Meeting consenso

Sto cercando di cogliere una differenza. Però non ci riesco.

Tra Renzi, che va a Rimini a fare le carezze ai ciellini per conquistarsi la platea e il suo voto.

E Fantinati, che va a Rimini a dare schiaffi ai ciellini per inimicarsi la platea e conquistarsi il voto di quelli che non la sopportano.

Dev’essere davvero piccola, questa differenza, perché sul serio non riesco a coglierla.

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Eppur si muove, ma pochissimo (la Chiesa)

Galileo Galilei, secondo la testimonianza di un inviato di Paperissima Sprint, appena uscito dall’aula in cui aveva abiurato l’eliocentrismo e la teoria copernicana affermò: “E pur si muove!”.

Lì per lì nessuno capì cosa intendesse con tale dichiarazione. Alcuni pensarono che si riferisse al mimo che si esibiva lì all’angolo. Molti invece attribuirono quell’uscita senza senso al forte stress che il processo gli aveva causato. D’altronde non è facile cercare di spiegare le proprie ragioni a dei giudici che continuano a giocherellare con delle pietre focaie e ti ascoltano distratti mentre preparano delle spezie per arrosto.

Qualcuno credette addirittura che Galileo si riferisse proprio alla Terra, confermando le convinzioni copernicane che aveva appena rigettato. Un po’ come se Alberto Stasi, dopo l’assoluzione in primo grado per l’omicidio di Chiara Poggi, avesse dichiarato: “Giudici allocchi”.

In realtà con quel “e pur si muove” si riferiva alla Chiesa. Da genitore 2 del metodo scientifico, infatti, Galileo intendeva esprimere un’osservazione empirica: la Chiesa è dotata di moto.

A quel tempo ovviamente era inconcepibile credere a un’affermazione simile, e ancora oggi in molti dubitano di questo fatto. Eppure, dopo un’approfondita serie di misurazioni con laser ad altissima precisione, allo stato attuale delle nostre conoscenze il dato è inoppugnabile: la Chiesa non è quell’entità immobile all’interno del progresso umano che tutti pensavamo. Si sposta di circa 2,16 femtometri (10−15 m) all’anno. All’indietro.

A parte la questione quantitativa, quello che c’interessa qui è rintracciare le cause di questa assenza di progresso, ovvero di questa resistenza al moto che trascina il resto della società in avanti.

Se la Chiesa fosse un software, dopo duemila anni saremmo ancora alla versione 1.0, e i pochissimi aggiornamenti rilasciati avrebbero risolto giusto qualche piccolo bug, o eresia.

Insomma, l’innovazione non è certo il punto forte di questa organizzazione diffusa a livello globale. Che riesca a sopravvivere nel folle mercato neoliberista è – guarda caso – un miracolo. Pur potendo sfruttare il vantaggio di aver fidelizzato nel tempo una clientela vastissima, è difficile credere che con questa strategia restia ai cambiamenti la Chiesa possa continuare a essere un soggetto credibile e in grado di gareggiare sui mercati.

La domanda che sorge spontanea è: perché questa resistenza ai cambiamenti? Perché non si mette mano al kernel di questo sistema per adattarlo alle nuove esigenze che la società ribadisce quasi quotidianamente? Perché non ci si mette al passo coi tempi?

Sebbene una risposta certa non esista, e nessuna conferma o smentita sia mai trapelata dai dirigenti del gruppo, diversi analisti hanno avanzato un’ipotesi piuttosto ragionevole: la Chiesa non attua cambiamenti perché i costi di aggiornamento sarebbero proibitivi.

Il vero problema non è né la programmazione delle nuove regole, né l’implementazione, né i i vari test di tenuta. In una struttura societaria come quella della Chiesa cattolica il vero problema è la comunicazione. A causa dello statuto che la regge e della sua natura fondamentalmente 1.0, infatti, la Chiesa, in caso di modifiche contrattuali di un certo peso, deve richiederne l’accettazione a ogni singolo cliente, rigorosamente in forma scritta. Tale rigidità, che può suonare assurda, fa invece da contrappeso alla rigidità lato cliente, la quale permette lo scioglimento del contratto solo dopo una lunga e faticosa trafila burocratica.

Secondo alcuni scenari elaborati dal Financial Times, il costo di un’operazione di comunicazione del genere, considerando che andrebbe diretta a non meno di 1,2 miliardi di clienti, porterebbe potenzialmente la Chiesa verso la bancarotta.

Tale tragico esito non suona irrealistico se si ripensa a quanto incise sul bilancio societario l’aggiornamento delle regole della privacy della confessione.

Non è escluso che esistano ulteriori ragioni a frenare il progresso della Chiesa. Potrebbero essere di natura ideologica o metodologica. Ma allo stato attuale, e senza limpide dichiarazioni del gruppo dirigente, quella legata ai costi appare la più ovvia.

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Not sliding doors

Capita spesso di chiedersi quanto contiamo. Per le persone che amiamo soprattutto, ma anche per tutti gli altri, che siano parenti o conoscenti o colleghi. Ce lo chiediamo anche a proposito del lavoro, quanto peso abbiamo, e qualche volta persino per le piccole cose quotidiane. È il nostro modo di capire quanto esistiamo, quanto siamo necessari nel mondo, quali traumi provocheremmo se sparissimo da un momento all’altro.

Abbiamo l’abitudine di risponderci che beh, sì, magari non siamo fondamentali, però ecco, c’è chi conta su di noi, e se ci sottraessimo alla realtà il meccanismo s’incepperebbe, ci sarebbero conseguenza mica da nulla.

Ci sopravvalutiamo un po’, di solito, è vero, ma non se ne può fare a meno. Anche perché a darsi una risposta completamente lucida e razionale si rischia di rimanerci male.

Così oggi è successo che stavo per entrare in un negozio, una catena d’elettronica, e quando sono a qualche metro dalle porte scorrevoli quelle si aprono ed esce una coppia sulla sessantina, lui occhiali e barba, lei vestita con sobria eleganza. Parlano del prezzo di qualcosa. Si allontanano e le porte restano per un attimo aperte.

Proprio mentre si stanno chiudendo arrivo io. Mi aspetto che invertano il loro moto e si riaprano immediatamente ma non succede. Si chiudono. Non mi stupisco, ogni tanto le fotocellule fanno cilecca. Faccio due passi indietro e riprovo: non si aprono. Ritento. Niente. Ritento ancora e le porte restano sigillate, indifferenti. Comincio a sbracciare un po’, magari sono fotocellule pigre. Non succede niente. Sbraccio forte. Zero. Porte chiuse. Gli sono invisibile.

Ecco, ho pensato, nemmeno più le porte scorrevoli.

Poi ho visto a destra della porta l’orario del negozio. Chiudevano alle 12.30.

Erano le 12.31.

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Relazioni facili

Oggi, girando su Facebook, a un certo punto mi è passata davanti un’immagine con su una specie di aforisma. Proveniva da una di quelle pagine con centinaia di migliaia di fan e non era firmato. Cioè, c’era scritto “cit” in fondo, come a dire “l’ha detto qualcun altro prima di noi, ma è come se lo avessimo detto noi”, come quella scena di Turné in cui Abatantuono cita Goethe – mi pare – e aggiunge che quella frase è un po’ sua, perché Goethe l’ha solo preceduto nel dirla, per una questione anagrafica.

Comunque, questo aforisma a un certo punto diceva che, anche se una persona vi piace:

prima di iniziare una relazione, assicuratevi che sia in pace con se stessa, e che abbia raggiunto la consapevolezza della sua vita e di ciò che cerca. Evitate persone con periodi di transizioni, con storie finite ma infinite, con scheletri nell’armadio, e che vivono stati confusionali.

Che secondo me è la descrizione di un cadavere. O al limite del Dalai Lama.

 

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Bum Cicabum Cicabum Cicabumbumbum

La festa per il trentesimo compleanno di Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi fu la più fastosa e sfrenata degli anni Ottanta, se non consideriamo i congressi del PSI.

Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi, detto Henry Perrotta Jingle Salmoiragh, ma non in sua presenza perché odiava i troncamenti, era l’unico erede della fortuna dei Connors, spazzini di Budrio da generazioni, che gli avevano lasciato tutto tranne il cognome.

Nonostante provenisse da una famiglia altolocata, HPJS preferiva dichiararsi di umili origini, infatti girava spesso con indosso una mangiatoia.

Al suo sedicesimo compleanno i genitori gli avevano regalato la provincia di Chieti. A 18 anni il motorino. A 19, visto che continuava a distruggerlo in rocamboleschi incidenti, direttamente la Piaggio.

Suo fratello minore, Saul Perrotta Jingle “Bell” Salmoiraghi, detto Medaglia d’argento, si era stracciato le vesti di Prada nella pubblica piazza e aveva rinunciato a quel poco che gli spettava, l’equivalente del 23% del PIL degli Stati Unti. Si era poi unito a una setta che predicava l’amore universale e le astronavi coi laser. Le ultime notizie, risalenti ormai a 10 anni fa, lo danno nel nord della Groenlandia, intento a sciogliere i ghiacci con l’alito per dimostrare la superiorità dell’uomo sulla natura.

Quando HPJS aveva 23 anni perse tragicamente i genitori in business class e non li rivide mai più. A loro memoria fece erigere un maestoso monumento che rappresenta un turista che chiede indicazioni a un vigile urbano.

Il compleanno di Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi cadeva il 9 luglio. La festa per i suoi trent’anni ebbe inizio il 12 marzo dell’anno precedente a Marina di Cecina. Il programma prevedeva un tour in 120 località marittime il cui nome contenesse “Marina”, per un percorso totale di 9500 chilometri, di cui più di 1000 su sterrato e 250 circa su strade a scorrimento veloce. Una volta iniziata la festa però il programma subì molti cambiamenti perché, pur di ospitare l’evento, molti sindaci cambiarono il nome delle loro città inserendovi “Marina” (Torino Marina, Merano Marina, Marina Marina di Ravenna).

All’inizio HPJS voleva invitare solo gli amici intimi, circa una dozzina, ma qualcuno gli fece notare che con un programma del genere sicuramente molti sarebbero morti per strada, o si sarebbero ritirati, così fu stilata una lista di invitati utilizzando l’elenco telefonico di New York.

All’apice dei festeggiamenti, il giorno del compleanno vero e proprio, ovvero il 9 luglio, la festa faceva tappa a Perugia Marittima, dove, per rendere più comodo il catering, HPJS aveva fatto costruire uno sbocco sul mare, anzi due, perché era in dubbio fra Adriatico e Tirreno. (qualcuno propose anche lo sbocco sullo Ionio ma fu tacciato di megalomania)

Gli invitati erano 49mila, gli imbucati 71mila, gli scultori del ghiaccio 11. Qualcuno, esagerato, si presentò in portaerei.

Organizzare la colletta per il regalo fu un’impresa, perché c’era chi voleva mettere 5 euro e chi voleva mettere 10. Alla fine si decise per 7 euro e 50. Il peso delle monete da 50 cent provocò una voragine profonda di 15 chilometri quadrati, che fu ribattezzata Trasimeno 2.

Il comitato per la scelta del regalo era rimasto in riunione permanente per due anni, e comprendeva luminari di ogni campo, a parte il calcetto saponato. Il problema era: cosa si regala a un uomo che ha già tutto?

Al 511esimo giorno di riunione, Hector Mariannini, luminare della ricerca genetica, rispose al quesito: “A un uomo che ha già tutto, si regala se stesso”. Hector fu picchiato a sangue perché in molti erano convinti che le sue parole significassero che dovevano presentarsi a mani vuote. In realtà Mariannini voleva dire che a Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi bisognava regalare Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi, ovvero il suo clone.

Sfruttando tutti i 7 euro e 50 a testa (quindi niente bigliettino), gli invitati riuscirono nell’impresa.

Il 9 luglio, quando HPJS aprì quel curioso pacchetto a grandezza uomo, si ritrovò davanti se stesso. Sul suo viso si aprì un sorriso di gioia e stupore, e un attimo dopo nel suo ventre si aprì una ferita da taglio, perché il clone aveva preso il coltello per la torta e l’aveva pugnalato al grido di “Clone un cazzo!”.

Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi morì dissanguato nel giro di due minuti, ma visto che già ce n’era un altro pronto, la festa andò avanti.

Quando Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi si apprestò a tagliare la torta, dopo aver sostituito il coltello, da quest’ultima saltarono fuori i suoi genitori.

Sorpresa!

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Devolution

Non capita spesso di vivere momenti fondamentali del progresso scientifico e tecnologico. E non mi riferisco solo alla funzione “vedi meno post di Tizio” di Facebook, che comunque è un bel passo avanti.

Sonde su pianeti lontani, cellule staminali, cocomeri tascabili. Solo nell’ultima manciata di anni abbiamo visto schiudersi scenari che poco prima nemmeno immaginavamo lontanamente.

In un mondo in cui spesso, dal punto di vista sociale, economico e politico, sembra di essere finiti nelle sabbie mobili, la scienza ci garantisce quel costante e misurato progredire, come nel traffico autostradale dei primi di agosto, perché abbiamo scelto la partenza intelligente, come tutti gli altri.

Poi però ci sono gli eventi eccezionali. Quelli che, al di là del lavoro di ricerca e di accumulo di conoscenze, la natura ci mostra da sé, improvvisi nella loro magnificenza, statisticamente quasi impossibili da osservare nell’arco di una vita umana, come un parcheggio libero sotto casa, a Roma.

A tutti noi questa botta di culo probabilistica è capitata giusto ieri, quando abbiamo avuto la sfacciata fortuna di assistere a un evento biologico unico.

L’evoluzione, lo sappiamo bene, agisce con la lentezza di un Windows 8 con 2 giga di ram. Ed è estremamente raro riuscire a notare un furtivo movimento che ci indichi la direzione che sta prendendo.

Ieri, però, è successo. Con Salvini in riva al mare.

Così come centinaia di milioni di anni fa certe forme di vita marine raggiunsero le spiagge, e con la loro struttura fisiologica a metà strada fra un pesce, una rana e Piero Fassino si arrischiarono a terra, tagliando un traguardo evolutivo di fondamentale importanza, allo stesso modo ieri, Matteo Salvini, provenendo dalla terra e spinto dall’imperativo biologico, si è arrischiato sul bagnasciuga, con cauta lentezza, e poi in mare, indicandoci la strada che stiamo per intraprendere.

Lui, con quei pochi passi, tenendo un libro in mano a mo’ di coccige intellettuale, ormai inutile reperto di un tentativo finito in un vicolo cieco, lui, portabandiera delle istanze devolutive, ci ha mostrato quello che già tutti noi avevamo intuito nell’intimo ma non avevamo il coraggio di ammettere: non è ancora il caso.

Ora che la strada è spianata, non ci resta che seguirlo tra i flutti. Torneremo a una minore complessità, a un minore impegno, a una vita che non richieda tutte quelle circonvoluzioni cerebrali e un manuale da leggere per ogni cosa. La civiltà può attendere.

Tuffiamoci. Tuffiamoci tutti.

E speriamo che al prossimo giro vada meglio.

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Kiss me l’ICI

Certo che avere fede è un bel vantaggio. Altro che Mediaset Premium.

Chi ha fede, non importa quale, porta sempre con sé una prospettiva rassicurante. Quella dell’ultraterreno.

Mentre gli atei, i materialisti meccanicisti e Richard Dawkins pensano che quando moriremo la nostra coscienza si spegnerà insieme alla mente che la contiene e smetteremo di esistere come individui, e di noi rimarranno – e non per molto se non siete stato un dittatore sanguinario – solo il ricordo di ciò che abbiamo compiuto in vita e l’iscrizione al Club degli editori, le persone dotate di fede credono che in qualche modo e in qualche luogo e con un qualche tipo di meteo favorevole loro continueranno a esistere.

Sugli agnostici non so che dire. So che capiranno.

Oltre al vantaggio di poter accedere a una vita successiva, o a una serie di vite di un numero imprecisato di stagioni in cui di volta in volta rimanete sempre voi i protagonisti, ma allo stesso tempo non siete mai proprio gli stessi, e cambiano l’ambientazione, i ruoli, le personalità, e in pratica finite dentro True Detective, un altro vantaggio della fede consiste in alcune agevolazioni. Già prima della morte.

È come se la promessa di una vita ultraterrena e paradisiaca (tanto poi anche i più malvagi si costruiscono l’interpretazione che li vede premiati per le loro gesta, quindi nessuno è convinto di andare all’inferno o in luogo equipollente) fosse un salto nel buio un po’ eccessivo, una scommessa troppo rischiosa per non avere in cambio, nel frattempo, qualche incentivo.

Un’eternità dotata di tutti i comfort possibili è allettante, ma senza nemmeno una sbirciata dall’altra parte, o qualche foto, pure sfocata, come si fa a crederci? Dal punto di vista immobiliare (alla fine di questo si tratta, stanno cercando di vendervi un luogo) sarebbe un azzardo. Non si firma un contratto del genere senza un minimo di garanzie.

Così, in assenza di solide prove materiali, si sono inventati gli incentivi. Economici più che altro. Detrazioni, esenzioni, sconti, contributi, fondi e via discorrendo.

Se uno ha una fede, risparmia.

Per esempio l’ICI.

Ma come? – dirà qualcuno di voi – Io l’ICI la pago eccome, anche se ho fede. È la chiesa che non la paga!

In effetti è facile cadere in confusione, perché la materia è raffinata e la terminologia può trarre in inganno. (non a caso si dice che il diavolo è un logico)

Voi fedeli pagate l’ICI perché la fede non l’avete, la usate e basta. Non è mica vostra: non l’avete fondata, non la organizzate né l’amministrate e nemmeno la distribuite, a parte qualche bestemmia sfuggita ogni tanto. È un prodotto che vi forniscono, preconfezionato, di cui avete la licenza d’uso, praticamente come Windows. E così come Windows non è il vostro, nemmeno la fede lo è.

(in caso non foste convinti: avete mai provato a modificare qualche parte di fede che non vi convinceva? Qualche regola che non vi piaceva?)

La fede è proprietà dei sacerdoti di vario ordine e grado. Che infatti non pagano l’ICI.

Voi invece la pagate.

Almeno finché non avrete una fede tutta vostra.

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Terra in vista!

È incredibile, negli ultimi tempi provengono più notizie eclatanti dall’astronomia che dal calcio mercato.
E ricordiamo ancora con una certa emozione quel momento in cui questi due grandi settori della ricerca umana si sono sfiorati, qualche anno fa, quando l’Inter si disse interessata a Neil Armstrong, “perché ha un bel piede”.

Questa volta la grande notizia – che, si sa, più è grande, più ha modo di essere comodamente deformata dalle testate giornalistiche – proviene dalla missione Kepler della NASA, iniziata nel maggio del 2009, più o meno negli stessi giorni in cui qui da noi Michela Brambilla veniva nominata Ministro del turismo. Per dire le coincidenze.

Kepler, per essere più esatti, è un telescopio spaziale. Secondo la NASA è:

specificatamente progettato per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire dozzine di pianeti simili alla Terra vicino o nella zona abitabile e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti.

Ma gira voce che faccia anche degli splendidi cappuccini.

La missione di Kepler quindi è chiara: trovare luoghi simili alla Terra ma non ancora coperti dalle Lonely Planet.

Giusto ieri la NASA, dopo un annuncio così ben equilibrato da far pensare che avessero trovato Jimmy Hoffa vivo e vegeto su Venere, ha comunicato le ultime scoperte effettuate da Kepler.

(per chi non lo sapesse, Kepler funziona in modo da fare già una certa scrematura dei dati da trasmettere alla Terra; in pratica sceglie cosa è importante e cosa no, tutto da solo. Magari fotografa uno Star Destroyer di classe Imperial II, però non c’entra niente con la sua missione e butta la foto)

A quanto pare il telescopio spaziale dedicato a Johannes Kepler, detto JK, che nel 600 disse ai pianeti come dovevano girare attorno al Sole, ha scoperto un pianeta simile alla Terra. Non proprio gemelli, quindi, ma comunque molto più somiglianti di quanto non lo fossero Brandon e Brenda di Beverly Hills.

Questo esopianeta infatti, battezzato con rito agnostico Kepler 452b (452 è il prefisso per chi chiama da fuori pianeta; 00452 per chi chiama da fuori sistema), possiede delle caratteristiche che lo rendono il corpo celeste più somigliante alla Terra fra tutti quelli che sono stati osservati senza indossare degli occhiali da sole.

Innanzitutto Kepler 452b, che qualcuno già chiama affrettatamente Terra 2 (pare anche che abbia attirato l’interesse di un imprenditore edile di Milano), orbita attorno a una stella simile al nostro Sole, solo un po’ più grande e un po’ più vecchia, a una distanza tale da posizionarlo nella cosiddetta “zona abitabile”, ovvero quella in cui il ghiaccio del mojito impiega più tempo a sciogliersi di quanto si impieghi a finire il cocktail.

Ha poi un periodo orbitale di 385 giorni, 20 in più rispetto alla Terra, e sono tutte domeniche; è roccioso, quindi è possibile praticarvi la scultura; ha dimensioni maggiori rispetto al nostro pianeta, ma questo non dovrebbe avere conseguenze negative, perché i limiti di velocità sono più alti.

Un cugino lontano, è così che molti qui hanno definito Kepler 452b. Un cugino scemo, è così che molti lì hanno definito la Terra.

Per ora quello che sappiamo si ferma qui. C’è ancora molto da scoprire per capire se è davvero una specie di Terra e se è adatto a ospitare la vita. Questo non ha comunque impedito a diverse testate di scrivere sobriamente “NON SIAMO SOLI” in prima pagina.

Potrebbe venir fuori che è un posto con temperature altissime e senza aria condizionata, oppure senz’acqua corrente, il che lo renderebbe meno inospitale di certi villaggi vacanze. Oppure potrebbe possedere un’atmosfera irrespirabile, come negli autobus in questi giorni di afa. O ancora potrebbe essere solo all’inizio della moda hipster.

E se anche Kepler 452b avesse tutte le caratteristiche giuste per essere abitabile da una specie evoluta come la nostra, non è detto che abbia la sfiga di essere abitato da gente come noi.

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