L’inespugnabile

La cassaforte più sicura al mondo è stata la Milton-Cronhauser Mark 3, detta L’inespugnabile. Su questo primato però non c’è ampio accordo fra gli esperti; molti di essi infatti non ritrovano nella Mark 3 le caratteristiche sufficienti per poterla effettivamente definire una cassaforte. Inoltre, per la maggior parte degli addetti ai lavori L’inespugnabile è solo un nome altisonante che nasconde una delle più grandi truffe nella storia dei dispositivi di sicurezza.

Progettata in gran segreto da Edward Milton e Goerg Cronhauser, il primo esperto di meccanica e metallurgia, il secondo di logica e matematica, entrambi appassionati di denaro contante, fu prodotta a Boston in venticinque esemplari, a cavallo tra il 1928 e il 1929. Sotto la spinta dello slogan “La cassaforte che nessun ladro potrà mai aprire”, fu venduta a prezzi esorbitanti ad alcune banche della East Coast e a una manciata di miliardari.

Così ne parla nelle sue memorie, intitolate “Mani in alto, questa è una banca”, l’allora direttore della Central Bank of New York, Michael S. Bigelow: “La Mark 3 ci fu consegnata un freddo mercoledì mattina, nel marzo del 1929. Per essere un cubo di un metro per un metro per un metro era spaventosamente pesante. Avevamo deciso di acquistarla più per una questione d’immagine che di sicurezza. Viste le dimensioni ridotte, l’avremmo dedicata al deposito di gioielli unici appartenenti a qualche magnate con una moglie o un’amante piuttosto esigente. A gran fatica fu trasportata nel caveau. Non ricordo perché, però non la aprimmo subito. Semplicemente la lasciammo lì, scura e un po’ inquietante, in attesa di utilizzarla appropriatamente. L’occasione giunse un paio di settimane più tardi, quando Bob Sanders, che aveva fatto una fortuna inventando la lima per unghie portatile, venne da noi per mettere al sicuro l’Occhio di Ra, un diamante grande quanto un bagel di Harry’s, il cui valore si aggirava tra l’inestimabile e l’incalcolabile. Scesi nel caveau insieme a lui e ad altri tre pezzi grossi della banca, detti ‘i fidati’. La Mark 3 infatti, per essere aperta, necessitava di 5 chiavi che aprivano ognuna la rispettiva serratura. Una chiave sarebbe rimasta a Sanders, una l’avrei tenuta io, le altre tre sarebbero state sotto la custodia dei ‘fidati’. Inserimmo le chiavi nelle serrature e girammo. Non si udì alcuno scatto. Ritentammo, ma le chiavi sembravano andare a vuoto. Dopo qualche altro tentativo, per evitare imbarazzi decisi di accampare una scusa e usare la classica Mitterson del 1921 per mettere al sicuro il diamante. Prima di tornarmene su per sbrigare le pratiche del caso, osservai un po’ più nel dettaglio la Mark 3 e notai un dettaglio quantomeno curioso: nella parte frontale non s’intravedeva alcun solco, alcuna scanalatura là dove ci sarebbe dovuta essere quella dello sportello”.

Lo slogan con cui era stata pubblicizzata diceva la verità: nessun ladro infatti riuscì mai ad aprirla. Ma nemmeno alcun proprietario ci riuscì. Era davvero inespugnable. O, più semplicemente, non poteva proprio essere aperta. Questa sua favolosa caratteristica, si scoprì poi nel giro di poco grazie ad adeguate indagini, dipendeva dal fatto che la Milton-Cronhauser Mark 3 era un unico blocco d’acciaio, senza aperture di alcun tipo, a parte quelle 5 serrature del tutto inutili. Al centro di quell’ammasso di metallo stava un piccolo vano vuoto di dieci centimetri di lato, dove depositare eventuali valori. L’Occhio di Ra, per dire, ci sarebbe entrato senza problemi. Come infilarcelo, però, dio solo lo sa.

Quando la polizia fece irruzione nella sede della Milton-Cronhauser, i due creatori dell’Inespugnabile avevano già lasciato il paese, diretti chissà dove con un gruzzolo sufficiente a vivere in agiatezza fino alla fine dei giorni, lasciandosi anche qualche risparmio per dopo. Sul tavolo dell’ufficio fu trovato un breve appunto, firmato da entrambi, che recitava: “Abbiamo semplicemente realizzato il vostro sogno di non essere derubati. Alla lettera”.

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I want to Brexit

C’è quest’argomentazione tipica, a favore dell’andarsene dall’Europa, o dall’Euro, o da un buffet in piedi, o comunque da qualsiasi situazione in cui un potere più distante dirige un potere meno distante, che secondo me è uno dei soliti trucchi dei politici per continuare a essere politici.

Agisce sull’orgoglio nazionale, sull’identità, sulla sovranità, sull’autodeterminazione. Chiamiamolo nazionalismo. Chiamiamolo “a casa mia comando io”. Chiamiamolo Benny Hill.

Se vivessimo in una democrazia diretta, Benny Hill sarebbe sacrosanto. Io, cittadino, sarei contemporaneamente governante e governato. Un solo livello di potere, una quantità inverosimile di decisioni da prendere, pochissimo tempo libero. Funzionerebbe anche. Sarebbe uno splendido incubo.

Viviamo invece (tolte le dittature e quelli che lavorano da Amazon) in democrazie rappresentative. Ovvero trasferiamo il nostro potere ad altri, che fungono da nostri rappresentanti ai vari livelli di governo. Deleghiamo, in sostanza, il che ci consente di fregarcene di un mucchio di questioni, almeno finché le cose vanno bene. Appena iniziano ad andar male, possiamo protestare vivacemente. È un sistema basato sulla pigrizia e sull’ipocrisia, e infatti ha un buon successo.

Nel momento in cui un politico, per convincervi a uscire dall’Europa o dall’Euro o dal buffet, vi dice che qualcun altro sta prendendo le decisioni che spettano a voi, dice inconsapevolmente la verità, perché quel qualcun altro è lui stesso. Voi avete deciso solo una volta, votandolo come rappresentante. Da lì in poi ha deciso tutto lui. Sempre che abbiate vinto le elezioni, altrimenti niente.

Quindi, di potere ne avete ben poco. Facciamo anzi che non ne avete per niente, per approssimazione. Più chiaramente: non contate un cazzo. Se siete fortunati e avete votato rappresentanti con idee molto vicine alle vostre, e questi hanno vinto le elezioni e quindi sono al governo, può anche accadere che una loro scelta ogni 25 coincida con quella che sarebbe stata la vostra, nel primo anno di legislatura. Poi basta. Più chiaramente: fanno il cazzo che vogliono.

Tiriamo le fila del ragionamento. Voi non contate un cazzo. Loro fanno il cazzo che vogliono. Quando vi chiedono di uscire dal buffet non è per farvi contare qualcosa in più, ma per continuare a fare il cazzo che vogliono loro, perché con un potere ulteriore sopra di sé, qualche limite ci scappa.

Insomma, avere un altro livello di potere in cima non lederà il vostro, che è già inesistente, azzerato. Sottrarrà potere a quelli appena sotto. I quali, preoccupatissimi da tale evenienza, cercheranno di convincervi che siete importanti e vi trascineranno a votare qualche follia che permetta loro di andare avanti così, facendo il cazzo che vogliono senza tante rotture.

O magari è più complicata di così. Ma non di molto.

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Un postino

Attilio Fontamara faceva il postino.

La sua carriera era iniziata il giorno in cui si era recato presso l’ufficio postale per spedire la sua collezione di francobolli. La signora allo sportello aveva chiesto “E il francobollo?”, e lui aveva risposto “È dentro”, e lei aveva replicato “Ma deve star fuori”, così lui aveva preso la collezione e l’aveva messa sulla grande busta. Fu l’affrancatura più costosa della storia. Affascinato da tale meccanismo, Attilio Fontamara decise d’intraprendere le vie della corrispondenza.

Ad Attilio Fontamara avevano fatto fare un corso per imparare a fare il postino, ma a lui non era sembrato sufficiente, così aveva fatto anche diverse vie e viali e vicoli, e alla fine, quando si era sentito pronto, aveva imboccato la sua strada, fino a casa sua, dove aveva consegnato per la prima volta la posta, a se stesso (la busta paga da postino).

I primi tempi furono duri. Disabituato com’era, ogni volta che entrava nell’ufficio postale prendeva il bigliettino e si metteva in coda, facendo spesso tardi al lavoro.

Piano piano però prese confidenza col mestiere. Un aiuto per ben indirizzarlo glielo diede il collega Sollecito, che aveva una bella calligrafia e anche una bella fidanzata.

Per sette anni, con la divisa blu sempre in ordine e il borsone a tracolla, Attilio Fontamara consegnò la posta con ottima puntualità e precisione. Per migliorarsi acquistò anche un orologio atomico, il cui peso e ingombro però lo rallentarono, peggiorando le sue prestazioni. Questo per dire che anche il migliore degli orologi non è garanzia di puntualità. Tornò così a quello da polso sinistro, che aveva disegnato sul quadrante un teschio.

Non era certo esente da difetti, Attilio Fontamara postino. Per esempio confondeva sempre raccomandata e raccomandato, e per tale motivo si era beccato diverse denunce per corruzione e abuso d’ufficio postale, da cui però era sempre uscito prima dell’orario di chiusura e con la fedina penale intatta.

Dopo sette anni, volle fare un esperimento per vedere come funzionava il mondo. Iniziò ad aprire le corrispondenze e a scambiarne i contenuti. Iniziò a non far corrispondere le corrispondenze, con un’abilità da illogico non indifferente. La lettera per Don Pavenzio la mandava al commercialista Bagoni. La lettera per Simonetta Colibrì e la mandava a Fulgenzio Borgorotto. Tutti ricevevano comunicazioni destinate ad altri. Dopo un mese, non era successo niente di che. Dopo due mesi, uguale. Al terzo mese, macché. Attilio Fontamara cessò l’esperimento, e fece ricorrispondere le ricorrispondenze. Empiricamente parlando, concluse che le vite delle persone si somigliano tutte. Dopo sei mesi Fulgenzio Borgorotto convolò a nozze con Mario Cantailgallo, bravissimo nelle poesie d’amore ed ex fidanzato di Simonetta Colibrì.

Una volta, preso dalla curiosità di capire che viaggio facesse la posta, Attilio Fontamara decise di spedirsi. Si chiuse in un pacco e s’indirizzò a se stesso. Fece tutto il viaggio postale, ma quando arrivò a destinazione ovviamente non era lì per riceversi, così il pacco tornò indietro all’ufficio postale.

Giacque così Attilio Fontamara, postino.

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Ai seggi elettorali

Pare che a Barricello Molvina, all’atto dello scrutinio, una scheda recasse un messaggio per il Movimento 5 Stelle: “Avete restituito tutto, mo prendetevi pure ‘sti 10 euro che ho trovato per terra”.

Pare che in un seggio di San Giuseppe Coprello un elettore sia stato vittima di una crisi d’indecisione così acuta da richiedere l’intervento dei sanitari. Ne avrà per 5 anni.

Pare che a Vorrito Caracciolo qualcuno abbia votato per la Monarchia.

Pare che a Vorrito Caracciolo ci fosse un candidata che di cognome faceva Monarchia. Ha preso pochissimi voti, ma più di quelli che immaginava.

Pare che uno volesse portarsi a casa la scheda, dopo aver votato. “Altrimenti che segreto è?”, pare abbia detto, giustificando la richiesta.

Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede. Infatti una signora a Calmate Turpenze è entrata in cabina e ne è uscita immediatamente lamentando la presenza di un grosso occhio con un triangolo attorno. Quando sono andati a vedere, l’occhio non c’era, ma si è sentito un rumore di sgommata.

Pare che a Santoraccia il Sindaco abbia emesso un’ordinanza che vietava di votare con atteggiamento spocchioso. La valutazione dell’atteggiamento era a carico dei rappresentanti di lista.

Pare che a Bussanello nessuno sia andato a votare perché nessuno aveva capito che c’erano le elezioni. Infatti non c’erano.

Pare che ad Adrissona un uomo sia entrato nel seggio minacciando di votare il meno peggio e le urne di cartone abbiano sospirato.

A Giombi Scalo – pare – un giovane scrutatore ha sbagliato a mettere delle croci nei registri e ha fatto vincere il suo cane, che però ha rifiutato con sdegno l’incarico.

A Villa Candello uno ha chiesto altre due schede: una per la moglie e una per il figlio, che non avevano voglia di andare e avevano lasciato detto a lui.

A Sbuffo a uno che aveva completato la tessera elettorale hanno regalato un ombrello.

Uno ha dato la mano a tutto il seggio: presidente, vicepresidente, segretario e scrutatori. Poi se n’è andato senza votare.

Una ha chiesto chi doveva votare, gli hanno detto che non potevano dirglielo, e lei ha risposto “Se non lo sapete voi qui”.

Uno ha riportato una matita copiativa delle elezioni del ’94. Gli era rimasta in tasca.

Uno ha chiesto se doveva lasciare lì il telefono, gli hanno detto di sì, ha votato e se n’è andato, lasciando lì il telefono.

Uno è entrato al seggio e ha chiesto se aveva già votato.

Uno è entrato al seggio e ha chiesto se aveva già votato. Gli hanno detto di no, e allora lui “Ah, va bene”, e se n’è andato.

Uno alle 7.20 della mattina voleva sapere il dato dell’affluenza.

Uno voleva votare all’estero ma abitava solo in periferia.

Uno non aveva alcuna intenzione di recarsi ai seggi ma ce l’hanno portato a forza perché era il presidente.

Uno è entrato in cabina cantando Bandiera rossa ed è uscito cantando Bandiera gialla.

Uno è entrato in cabina ed è rimasto lì a lungo, convinto che dovessero fargli delle domande come nei quiz.

Uno non ha trovato il seggio, ha votato al bar. Gli hanno detto che vale comunque.

Qualcuno, su una scheda, ha spruzzato un po’ di profumo.

A Roma, in un seggio del centro, quando hanno aperto l’urna ci hanno trovato i resti di un’antica villa romana. Ora sono lì che aspettano la Soprintendenza.

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Silenzio elettorale

Fosse per me, il giorno prima delle elezioni proclamerei il chiasso elettorale, invece del silenzio.

E durante questo chiasso elettorale, per 24 ore, i politici possono parlare e straparlare, dirne di cotte e di crude, proclamare e inneggiare, aizzare, mentire o dire il vero, gridare, risvegliare, smuovere, giurare e promettere, possono cantare a squarciagola inni e sigle, urlare motti e slogan, sussurrare favori, promettere a gran voce l’inverosimile, litigare con gli avversari, insultarli, deprecarli, ammonirli e sbugiardarli. Possono far battute, proclami e reclami, ammissioni di fede e di colpa, scongiuri. Possono pregare, bestemmiare, maledire e benedire. Oppure dimostrare, provare, render noto, chiarire, precisare, dettagliare, arzigogolare. Possono usare qualsiasi tono, qualsiasi volume, ogni lingua e parola, qualsiasi suono fisiologicamente producibile, che esca dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dal culo, che sia un battere di mani o di pugni o di piedi pestati a terra. Fischi, ululati, grugniti, sospiri, sbuffi, denti digrignati e scrocchiar d’ossi. Tutto. Possono tutto, quel giorno lì.

Poi zitti, per tutto il resto del tempo. Almeno fino alle prossime elezioni.

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Scrivere è una roba diesel

Scrivere è una roba diesel. È già il titolo, lo so, ma questo pezzo ha l’unico scopo di esistere, e se si può riciclare qualcosa ripetenedolo immotivatamente o anche se si può riciclare qualcosa ripetendolo immotivatamente allora è bene farlo, o quantomeno è utile allo scopo di questo pezzo, che è quello di esistere e basta, altra cosa che è già stata detta.

Scrivere, si diceva già in due occasioni, fra cui una proprio nel titolo, è una roba diesel. Ora, io di motori non so assolutamente niente, ma questo dettaglio che una volta (adesso credo che la contemporaneità tecnologica abbia cancellato tale incombenza) i motori diesel avessero bisogno di un attimo di tempo per scaldarsi, all’accensione, sennò si rovinava qualcosa, questo lo so, e mi serve appunto per paragonarci la scrittura.

La scrittura cioè, opinione mia naturalmente, sebbene suffragata da varie testimonianze, è una roba che se è stata ferma per un po’, poi a riaccendersi ha qualche difficoltà. È per questo che la cosa migliore da fare, quando uno scrive, è non fermarsi mai. La scrittura genera scrittura. Mentre si scrive viene altro da scrivere, si formano idee nuove, e appena si stacca un attimo c’è un quasi maniacale stimolo a rimettersi a farlo subito. In buona sostanza, la scrittura si autoalimenta.

Insomma se uno scrive deve scrivere sempre, anche solo qualche riga al giorno, che è come tenere la macchina ferma col motore acceso, al minor numero di giri, ma senza mai spegnerla, perché raffreddarsi è un attimo e ripartire è faticoso, e più si sta fermi più lo diventa.

Fermarsi, però, ogni tanto capita. La testa è altrove, su altri impegni, la voglia pure. Passano i giorni senza manco una parola. E quando è il momento di ricominciare, il motore è freddo come un cadavere. Non si formano le parole, le idee, gli spunti. Un blocco.

Allora si può fare così: riaccendere la scrittura senza andare da nessuna parte. Motore acceso, ma auto immobile, senza meta o direzione. A folle. Scrivere cioè, anche se non si capisce bene cosa. Robe a caso, primi pensieri, oggetti che ci si ritrova davanti, persone incontrate ieri pomeriggio, brandelli di discussioni, rumori, cose sullo scrivere in sé. Qualsiasi cosa, senza alcun filo logico, senza argomentazioni storie trame e tutto il resto, nessuna struttura nessun piano, andare e basta. A casaccio. Una scrittura che basta che esista, perché non serve ad altro che a scaldare il motore.

Un po’ come ho fatto qui.

Poi, dopo, basta ingranare la prima e andare.

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L’unico argomento che ho contro le adozioni gay

Ci ho pensato a lungo, e alla fine, insistendo, ho trovato una specie di argomento contro le adozioni da parte di coppie gay.

Si tratta di una situazione che con le coppie etero non può verificarsi, perché lì ci sono un padre e una madre, e l’unicità delle due figure non pone problemi di confronto diretto. Nelle coppie gay invece ci sono due padri o due madri.

Perciò, in uno scenario del genere, il rischio è che per esempio ci si ritrovi a non essere il miglior padre del proprio figlio.

Nel senso che l’altro padre è meglio.

Lo stesso vale nel caso di due madri.

Con genitori etero ovviamente questo non succede, perché un padre, per quanto scarso, godendo della caratteristica dell’unicità, è necessariamente anche il migliore. E pure la madre.

Quindi, ecco, vorrei che le coppie gay ci pensassero su.

E se se la sentono di rischiare, ok.

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Ultrà

Un’altra cosa che mi è capitata, di recente, è questa. Ero in treno, uno di quelli con pochi fronzoli e ogni tanto mancanti anche proprio dell’essenziale, ma che hanno questa impressionante capacità di fare quasi mai ritardo, e se ne fanno ne fanno pochissimo (certo, ci mettono di più ad arrivare, ma io di solito non ho fretta), e insomma a un certo punto si sente l’altoparlante che dice “Avvertiamo eccetera eccetera che nella stazione di eccetera eccetera saliranno dei tifosi, e quindi i gentili signori presenti nelle ultime tre carrozze sono pregati di spostarsi altrove”, e lo dice con un tono che il cervello capisce “Hanno trovato degli Unni che vagavano disorientati dai tempi delle invasioni barbariche, li riportiamo a casa nelle ultime tre carrozze, stanno per salire, fuggite sciocchi!”. Così prendo armi e bagagli (che è un modo di dire che col clima che c’è è meglio lasciar stare), e insieme a tre vagoni non pienissimi di gente mi dirigo verso la testa del treno, e alla fine trovo un posto. L’altoparlante dopo un po’ ripete l’avviso, e l’immagine di uomini barbuti e vestiti di pellicce che scendono forsennati dalle colline roteando asce e spade attraversa la mente di ognuno. Stiamo tutti lì in tensione per una buona mezz’ora. Poi arriviamo alla stazione degli Unni, appiccichiamo gli occhi ai finestrini, e non sale nessuno. Aspettiamo la mandria, controlliamo, ascoltiamo, e la mandria non arriva. Non si vede un tifoso nemmeno a offrirgli un biglietto in tribuna imperiale. Poco dopo ripartiamo. La delusione è palpabile. E le facce hanno tutte quell’espressione che vuol dire “Vuoi vedere che la storia, sui barbari, ci ha ricamato sopra?”.

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Il non morto

C’è questa cosa che mi succede, che secondo me è un po’ strana. Poi magari capita a tutti e tutti i giorni, ma non credo. Insomma mi succede che ogni tanto do per morto uno. Nel senso, uno qui del paesello. Un signore che aveva un bar. Capita il suo nome nei discorsi, anche solo per caso, e io dico: “Ah, coso lì che è morto”. E tutti mi guardano un po’ stupiti e mi dicono: “Ma non è mica morto”. E io: “Ma va? Mi sembrava proprio”. E questa cosa succede ogni 3 o 4 anni, tipo, e fin qui non ha niente di strano, perché la memoria è quella che è, e certe fissazioni sono difficili da risolvere, e quindi io, di media, penso che quello lì è morto. E va bene, non muore mica nessuno. Non davvero. Solo che poi, il giorno dopo, dopo che ho detto “Ah, coso lì che è morto”, il giorno dopo di ogni 3 o 4 anni quindi, coso lì lo incontro per strada. Incontro il morto, in pratica. Solo che, naturalmente, è vivo, proprio come mi avevano detto. Cioè, io per 3 o 4 anni questo qui non lo vedo mai (il che, anche solo statisticamente, qui al paesello, è piuttosto difficile), poi, il giorno dopo che l’ho dato per morto, lo incrocio. Sempre. È un po’ come se mi volesse dire “Tiè, col cazzo che sono morto”, e avrebbe anche ragione. Oppure vuole dimostrarmi che dandolo per morto con tale regolarità e convinzione, lo sto facendo campare tantissimo, e ci tiene  a ribadirlo ogni volta. Oppure è solo un caso. Ma non credo.

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Chiamateli matrimoni

Davvero qualcuno pensa che dirò cose tipo “Domenica prossima ho un’unione civile e non ho trovato ancora niente da mettermi”? Davvero qualcuno crede che mi arriveranno messaggi su WhatsApp con scritto “Venerdì sera alle 21.30 da noi per vedere le foto dell’unione civile e del viaggio più o meno di nozze”? Davvero c’è chi immagina dialoghi che iniziano con “Hai saputo chi si unisce civilmente?” o “Proprio belle le bomboniere di Carlo e Roberto”? Voi fate come vi pare, ovviamente. Io però li chiamerò matrimoni, senza aggiungere asterischi o postille. Anche se la norma non mi dà ragione. Perché credo che le parole costruiscano la realtà molto più rapidamente delle leggi. E queste ultime, a un certo punto, non possono che adeguarsi.

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