Un esperimento pericolosissimo

A dicembre, ormai lo sapete, è uscito Eccì, il mio secondo libro.

Per la precisione si tratta di un e-book, un libro elettronico. È fatto cioè unicamente di elettroni. Ed è leggibile solo con certi apparecchi – tipo i kindle, i tablet, gli smartphone – che sanno gestire a dovere queste particelle. Chi non ha uno di questi apparecchi, oltre a vivere nella preistoria, non può leggere Eccì.

Allora adesso, insieme all’editore, abbiamo deciso di fare gli scienziati pazzi, e tentare un esperimento che non si era mai visto prima. Un esperimento che se lo dici a quelli del CERN ti guardano come se guardassero Paolo Fox.

Abbiamo deciso di aggiungere a Eccì i protoni e i neutroni.

Lo so, è una follia, però per il progresso questo e altro.

Non vi sto a dire la procedura perché si tratta di roba tecnica. (c’è da creare un p-book – protonic-book – e un n-book – neutronic-book – e poi unirli all’e-book di Eccì)

Comunque, se non saltiamo in aria nel frattempo, fra un paio di settimane dovremmo essere in grado di produrre Eccì con elettroni, neutroni e protoni tutti insieme. Atomi, in breve.

Cartaceo, in pratica.

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Project for the New Vatican Century

La Chiesa sta lì da duemila anni.

Ha avuto alti e bassi, certo, ma non ha mai ceduto.

Ha resistito a  scismi, eresie e scandali. Ha superato indenne il progresso scientifico, il comunismo, la rivoluzione sessuale.

È bastato aspettare, avere pazienza, mantenere il sangue freddo e pensare a lungo termine. Con così tanta storia alle spalle, non si ragiona sul domani o dopodomani (come fanno solitamente i governi), si pensa davvero al futuro: venti, trent’anni avanti. Anche di più. Una partita a scacchi con un tempo illimitato per ogni mossa.

Così, ora, quando passerà la legge sulle unioni civili, la Chiesa non farà niente. Non subito. Ma inizierà a preparare la sua contromossa. Sempre che non abbia già iniziato.

Potrebbe, per esempio, crescere una generazione di persone con una certa mentalità, aiutarle in un percorso personale, di studio e lavorativo, fino a farle diventare piccoli amministratori della cosa pubblica. Che so, sindaci.

Sindaci obiettori di coscienza.

Che i gay non li sposano perché è peccato.

Un po’ come con la storia dei medici e dell’aborto.

Un piano che avrà bisogno di almeno trent’anni, per funzionare.

Ma che vuoi che siano trent’anni, quando ne hai più di duemila?

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Quella voce

Per un attimo ho pensato che se ne fosse andata, quella voce, quella che non faceva che ripetermi “Ma cosa fai, scrivi? E non ti vergogni? Smettila va, così non fai brutte figure. Non penserai mica di essere capace? Be’, non lo sei. C’è chi lo sa fare, tu no. Non sei bravo. Anzi sei proprio una merda”, perché era da qualche giorno che non la sentivo. Invece niente, è ancora lì.

Ero solo distratto.

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Ancora un witz

Per rispettare l’ormai tradizione e rendere omaggio alla memoria senza farsi mancare un sorriso, ecco un witz – una storiella ebraica – tratto dalla voce Kalikèh (che significa storpio, ma anche goffo, maldestro, stupido) di quella specie di dizionario che è “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”, un libro di Leo Rosten:

Il signor Katz prova il suo abito su misura dal sarto e sbraita: «Guardate questa manica! È lunga dieci centimetri di troppo!»
«Provate a sporgere il gomito e vedrete che la manica è perfettamente giusta!»
«Il collo, poi! Mi arriva fino a metà testa!»
«Bene, tendete il collo e portate il capo leggermente all’indietro: vedete, ora il colletto scende.»
«Ma la spalla sinistra è sei centimetri più larga della destra!»
«Chinatevi, così, ecco, ora si livella.»
Il signor Katz lascia il laboratorio in questa bizzarra postura: gomito destro proteso in avanti, collo dritto e testa indietro, spalla sinistra insaccata. Si avvicina uno sconosciuto.
«Mi scusi, le spiacerebbe dirmi chi è il suo sarto?»
«Il mio sarto?» urla Katz. «Ma lei è matto! Come può venirle in mente di andare dal mio sarto?!»
«Se è riuscito a vestire un kalikèh come lei, dev’essere un genio!»

 

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Facebar

Ma anche questa cosa che si sente dire spesso, che si legge in articoli e analisi, e la si ripete continuamente come fosse un dato di fatto, quando si parla di Internet e del suo impatto sulla società, e cioè che, prima che esistessero i social network, uno al massimo poteva andare al bar, trovarsi davanti quei 4 o 5, e lì fare il suo discorso, il suo sfogo, buttar lì la sua opinione come più gli piaceva e pareva, senza argomentare, senza dati, per sentito dire, generando, anche solo in conseguenza della posizione spaziotemporale, la classica chiacchiera da bar, e che invece oggi, questa gente qui, non va più mica al bar, a fare le chiacchiere, si siede invece davanti al PC, davanti al tablet o sta in piedi al telefono, e quella diceria, quella chiacchiera, quella riflessione buttata là, quell’opinione non supportata, quella cazzata, fondamentalmente, la scrive su Facebook, e su Facebook invece di quei 4 o 5 del bar ha davanti una platea di milioni di persone, perché possono leggerla o ascoltarla più o meno tutti in tutto il mondo, come fosse una scritta in cielo, come provenisse da un megafono da un biliardo di watt.

Solo che poi, di solito, di quel centinaio-migliaio di amici che abbiamo su Facebook, tolti gli account commerciali che ancora tengono duro con un profilo personale, un terzo sono account fasulli per farsi i cazzi altrui o rimorchiare, un terzo sono ex commilitoni o ex compagni dell’università o persone con cui avete condiviso mezza giornata di sport o hobby preferito due anni fa e a cui vi siete sentiti in dovere di chiedere l’amicizia perché oggi come oggi si fa così (tutta gente che comunque si ricorda appena di voi e che non ha come priorità quella di sapere come la pensate sui gatti in bottiglia o sui rapporti tra la Monsanto e gli alieni), un terzo sono gli amici del bar. E siccome Facebook funziona come funziona, e col suo algoritmo, servendosi dei vostri like e dei vostri commenti e dei vostri consigli seleziona cosa farvi e non farvi vedere, perché d’informazione ce n’è troppa e tutta è impossibile da, e con gli altri fa ovviamente la stessa cosa, e quindi voi, coi vostri post, poco interagenti, filtrati, messi da parte, sparite dalle bacheche di molti di quel centinaio-migliaio, alla fine di tutto, a conti fatti, quel post che avete messo su alle 14.35 scagliandovi contro l’olio di palma, che è una vergogna davvero, quel post che poteva avere centinaia di milioni di lettori in tutto il mondo, alla fine, se andavate a dirlo al bar, ai soliti 4 o 5, lo ascoltava più gente.

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Una nuova regola cattolica

Mi sa che è cambiato qualcosa, nel cattolicesimo, da quando c’ero anch’io.

(nasci e cresci in una spugna imbevuta di cattolicesimo e a un certo punto ti ritrovi cattolico. Ti pare semplicemente una cosa naturale, oppure l’unica scelta possibile. Ce ne sono milioni messi così, là fuori. Una mattina/si son svegliati, ed erano cattolici. Non si sono nemmeno chiesti se si potesse fare altrimenti. Anche a molti juventini capitava così, adesso più che altro agli interisti. Poi magari te ne rendi anche conto, che non è esattamente così, ma a quel punto chi te lo fa fare di ricominciare tutta la trafila? Per dirigerti dove, poi? Ti tieni il cattolicesimo, lo pratichi il minimo indispensabile per essere un mattoncino della realtà, e sei a posto. Molti fanno in questo modo, è conveniente, è economico, socialmente e intellettualmente. Poi c’è chi ci ripensa e smette di esserlo, cattolico, in vari modi e gradi: da chi semplicemente smette di credere e punto, a chi si fa sbattezzare, a chi s’iscrive ad associazioni di atei o agnostici, a chi diventa rappresentante Herbalife)

Devono aver aggiunto un comandamento, una regola, un qualcosa che dice: tu sei cattolico, e ok, tutto sotto controllo, ma gli altri, quelli che non sono cattolici, ecco, bisogna fargli rispettare il credo cattolico, i suoi assiomi e i suoi teoremi, anzi sarebbe meglio che diventassero proprio cattolici, nel senso di rispettare assiomi e teoremi senza imposizioni, da per loro, che si fa meno fatica, però nel frattempo, con chi ha idee diverse, anche solo un po’ dissimili, bisogna insistere, e tocca costringerli a rispettare quello che dice il cattolicesimo, senza tanti polveroni, perché se è un credo, vuol dire che devono crederci tutti, no?

Non so dove l’abbiano inserita esattamente (di solito si aggiungono dei commi piccoli piccoli in fondo, scritti in piccolo), ma una regola del genere dev’esserci per forza.

Una regola semplice, che dice: tutti devono essere cattolici.

Una regola che costringe moltissimi parlamentari, i quali devono decidere se far entrare finalmente l’Italia nella realtà, a opporsi ai matrimoni e alle adozioni gay, per esempio, ma anche al diritto di ognuno di noi di morire dignitosamente quando ci pare e piace.

Perché tutti devono essere cattolici, evidentemente.

Con la promessa che, appena Dio cambia idea in proposito, sistemiamo tutto.

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L’insostenibile leggerezza del lasciare un libro a metà

Sebbene tra i diritti inalienabili del lettore vi sia anche quello di non finire un libro, difficilmente mi avvalgo di questa sacrosanta opportunità.

Nella mia modesta carriera di lettore, i libri di cui ho abbandonato la lettura si contano sulle dita di una mano di Topolino. In sostanza, non ce la faccio: una volta iniziato un libro devo finirlo. Anche se mi viene voglia di tirarlo dalla finestra, in fiamme, mentre lo colpisco ripetutamente con un bazooka.

È stupido, lo so. Anzi peggio: è una violenza. Anche perché, e ogni lettore lo sa bene, potrebbe trattarsi di un bel libro, letto però nel momento sbagliato. Accanirsi per poi odiarlo è assurdo, quando si potebbe metterlo da parte e ricavarci una sana soddisfazione più un là, fra mesi o anni.

Per molto tempo ho giustificato questa mia diabolica perseveranza con una domanda: e se smetto di leggerlo e dalla pagina successiva diventa un gran bel libro? Che è un po’ come chiedersi: e se domani il sole non sorge? Il che, capiamoci, è possibilissimo, perché la nostra conoscenza del mondo funziona proiettando il passato (il sole è sempre sorto) nel futuro (sorgerà anche domani), ma di garanzie definitive non ce ne sono da nessuna parte. Quindi il sole potrebbe non sorgere, domani, e quel libro potrebbe essere bellissimo, dalla prossima pagina. Però, ammettiamolo, è piuttosto improbabile che accada. Scommettiamo che l’ignoto sia uguale al noto e andiamo avanti così, induttivamente.

Ora però, da qualche tempo a questa parte, ho capito che quel “finisci il libro!” è solo un vuoto imperativo morale, il quale, come tutti i vuoti imperativi morali, ha due effetti principali: vi rovina la salute e vi fa perdere tempo. Vi rovina la salute perché, come ho già detto, è una violenza. E vi fa perdere tempo perché, invece di arrancare con fatica attraverso pagine che strappereste volentieri, per poi gettarle dalla finestra in fiamme mentre le colpite col solito bazooka, potreste dedicare quel tempo per leggere qualcosa di meglio. State cioè sottraendo del tempo a una buona lettura. Il che, se avete già raggiunto la consapevolezza che un giorno morirete e che quindi il numero di libri che potete leggere nell’arco di una vita è limitato, è imperdonabile.

Così, sull’onda di questa mia nuova saggezza di lettore pronto a lasciar da parte un libro che proprio non ce la fa, ho di recente “parcheggiato” L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera, dopo circa 150 pagine (avrei dovuto farlo prima, ma la saggezza si affina col tempo, non è un interruttore acceso/spento), perché avevo una gran voglia di buttarlo dalla finestra ecc.

(L’avevo trovato l’estate scorsa, in una bancarella di libri usati. Ricordavo di averlo sentito tanto nominare, negli anni ’80, e che c’avevano tratto pure un film, che non avevo visto. Tanto bastava per comprarlo)

Se ha avuto il successo che ha avuto, un motivo ci sarà, letterario o meno. (la mia attuale ipotesi è che il nome dell’autore, Milan, abbia trovato grossi consensi nelle cerchie calcistiche, e che questa prima fetta di lettori abbia fatto da traino) Io so solo che, dopo un centinaio di pagine, avrei preferito curare una carie a un piranha senza anestesia (a me, nel senso, l’anestesia). Proverò a leggerlo fra qualche mese. Anzi, facciamo fra qualche anno. Chissà che non lo adori.

Sulla scorta di questo parcheggio letterario, e di questo nuovo carico di saggezza, ieri, mentre girovagavo solitario in una libreria, è entrata una ragazza e ha chiesto alla libraia L’insostenibile leggerezza dell’essere. Io, che ero lì a due passi, ho pensato: adesso glielo dico. Le dico di no, meglio di no, che prenda qualcos’altro, che quel libro lì a un certo punto diventa di una noia che le conviene avere un bazooka in casa, oltre a una finestra aperta. Che lo prenda fra qualche anno magari. Ho pensato: no, non glielo dico, sennò la libraia mi mena perché le ho fatto saltare una vendita. Le faccio dei segni: scuoto la testa, oscillo l’indice.

Poi però, visto anche questo nuovo carico di saggezza che mi porto dietro, ho deciso di lasciar stare, perché ogni lettore ha la sua strada, e io sono un librardemocratico.

Quella ragazza, lei e solo lei potrà decidere se L’insostenibile leggerezza dell’essere è un capolavoro oppure un libro noioso, se è il caso d’insistere o lasciar perdere, se riprenderlo più avanti, saltare le pagine, adorarlo, leggerlo una volta l’anno, donarlo alla biblioteca o regalarlo a un’amica odiosa.

Io, con le tasche piene di saggezza, ho lasciato che decidesse da sé.

Tanto non ce l’avevano disponibile.

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Clondaic

Cosa ne sapete voi del Klondike? Voi circondati dalle comodità, voi che nelle fredde notti invernali vi coprite con piumoni di lana di ovini pettinati in franchising da Jean Louis David, oppure giacete nudi, ma col riscaldamento a tavoletta, perché fa tanto intimità da pellicola americana, e affanculo le polveri sottili.

Noi le cercavamo davvero, le polveri sottili, polveri d’oro però, con le mani immerse nelle acque gelide, con le trote che non sopportavano l’indifferenza e ci s’infilavano tra le dita lanciandoci quello sguardo “catturami! catturami!”, ma noi no, niente, irremovibili, è la corsa all’oro, santo cielo, non siamo mica qui per pescare o per scrivere Pesca alla trota in America (che forse, in questo momento, è proprio lì accanto a voi, seduto).

Nel Klondike la vita era dura, i problemi veri, pratici, da uomini. Non passavamo certo ore e ore a lambiccarci per decidere da quale giapponese andare a cena, come fate voi oggi. Ce n’era solo uno, nel Klondike, di ristorante giapponese, e si chiamava Mitoshi. Andavamo tutti lì per forza. O quello o la carne di alce in salamoia in barili da 50 libbre, venduta nell’emporio di Hans, un tedesco con un naso solo che dopo un addio al celibato a Colonia si era risvegliato lì, sulle rive dello Yukon, e c’era rimasto a vivere. “D’altronde”, diceva Hans, “ero lo sposo, cos’altro potevo fare?”.

Cosa ne sapete voi di quella folle corsa? Cosa ne sapete delle difficoltà, iniziate ancora prima di arrivare, perché chissà se si pronuncia clondic, clondaic, clondaichi, clondec, e a voi suonerà ridicolo, coi vostri divais sempre pronti a risolvere ogni vostro dubbio fonetico, ma se cento e passa anni fa chiedevi le indicazioni per clondic, dopo 9 giorni di viaggio ti ritrovavi davanti al cartello “Clondic”, solo 426 miglia più in là di dove volevi andare. Clondic, paesino di merda fondato da un troll.

Cosa ne sapete delle bestie feroci che ci assalivano giorno e notte, soprattutto australiani e tizi dell’Alabama figli di matrimoni tra cugini vicini di casa. Cosa ne sapete delle terre selvagge, con le loro mille insidie, dove dietro ogni tronco d’albero poteva nascondersi un orso magrissimo, o una skiffle band di Austin, o un cantante neomelodico viennese trapiantato e concimato a dovere da se stesso.

Voi, che non conoscete la fatica di spaccare pietre su pietre, di frantumarle, di doverle reincollare una a una, perché la normativa sull’ambiente era severissima, e il principio era: “portate via l’oro, ok, ma lasciate tutto il resto come l’avete trovato”, voi no, non potete capire.

Voi, che non immaginate nemmeno di quali crimini efferati si macchiarono gli uomini, in quelle lande fredde e abbandonate da Dio, che aveva visto bene di trasferirsi in Florida qualche anno prima, per godersi la pensione schermandosi dagli ultravioletti con una protezione 50. Uomini che cedettero agli istinti più bassi, spinti dall’avidità e da una serie di pulegge. Uomini che vedevano la pagliuzza nell’occhio altrui, e glielo cavavano, perché la pagliuzza era d’oro, mentre la trave dorata, chissà, forse era solo una leggenda, o forse quella domus aurea di cui si sentiva raccontare sottovoce attorno ai fuochi esisteva davvero, da qualche parte, nel Tantucci.

Cosa ne sapete voi di avventura, voi che prenotate anche il sedile accanto al vostro, sulle Frecce, per non correre rischi.

Cosa ne sapete della febbre dell’oro, voi che con due linee appena andate subito giù di antibiotico, senza passare per il paracetamolo da 500mg.

Cosa ne sapete di Paperone, che ora la racconta mitica, certo, sui fumetti, ma i soldi veri li ha fatti coi subprime.

Cosa ne sapete.

Se questo è un oro, coperto di fango, grezzo, senza dignità, ma che poi ripulito, fuso e modellato, lucidato, diventa quel che diventa, nelle vostre mani, per poi finire, come facevamo noi, quella voltà lì, nel mitico Klondike, a venderlo al solito Compro oro.

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