Fiaschi

Giusto un appunto (che già il fatto mi sembra sparire dai resoconti e dalle riflessioni) a margine dello psicodramma “Italia fuori dai mondiali”.

Come nazionale, ieri sera abbiamo ufficialmente pareggiato, e quindi perso, alla fine del secondo tempo, col fischio dell’arbitro.

Come nazione, invece, avevamo già perso durante l’inno nazionale svedese, coi fischi del pubblico.

Speriamo che star fermi un giro ci aiuti a ripensare un po’ di cose.

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Difetti di fabbrica

Il mio tallone d’Achille è il collo. Non solo nel senso che se qualcuno mi colpisce lì con una lancia allora addio. Ma anche e soprattutto nel senso che sono abbastanza un habitué dei dolori cervicali. Ne soffro, come si dice.

Ma al di là della predisposizione, ci sono poi i comportamenti. I fattori ambientali, credo si dica. Cioè l’esposizione alle correnti d’aria, girare coi capelli bagnati come il protagonista di un film degli anni ’70, la postura, il cuscino, il materasso, gli sforzi fatti male, i movimenti goffi. Tutte cose a cui bisogna stare attenti, e a cui viene data la colpa al risvegliarsi del fastidio o del dolore.

Poi un giorno ho letto ricordati chissà dove che il corpo umano è ben lungi dall’essere perfetto, e che quindi ha delle cose che, avendo i mezzi per farlo, andrebbero sistemate, aggiustate, modificate, per renderci creature più resistenti, più performanti anche. E una di queste cose non fatte benissimo era proprio la colonna vertebrale, che prima era fatta per scimmie più o meno quadrupedi, poi adesso, con pochi cambiamenti, ce la ritroviamo addosso noi, che però ci aggiriamo eretti, col peso che schiaccia le vertebre e questo collo reso rigido dal fatto di dover tenere su dritta la testa, sennò sembreremmo quelle bamboline hawaiane con la capoccetta che fa di qua e di là.

E appena ho letto questa cosa del collo fatto male, mal concepito, di molto migliorabile, mi sono detto “ah, ecco!”, e da quella volta invece di prendermela con me perché sto in mezzo alle correnti, sto tutto storto sulla sedia, faccio l’attore anni ’70 o il soggetto di un Picasso quando dormo, me la prendo con la natura che non ha saputo farmi a dovere, e mi fa soffrire, come poi diceva anche Leopardi.

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Outdipendenza

Premesso che io sono per l’abolizione degli stati nazionali e per la creazione di una federazione planetaria (e, quando sarà, interplanetaria), un po’ perché

1) diomio cerchiamo di non essere ridicoli, è il 2017 e le merci vanno ovunque e le informazioni (leggi: internet) pure vanno ovunque ma le persone sono ancora sottoposte al Chi è lei? Cosa viene a fare? Che lingua parla? Ha del cibo in valigia? Mi mostra per favore un pezzo di carta dov’è scritto che in effetti sì, può venire qui? Parlerà male di noi quando tornerà a casa? Ma ce l’ha una casa?
E un po’ perché
2) col regresso all’infinito verso il basso (mi separo dall’Europa, mi separo dall’Italia, mi separo dalle Marche, mi separo dalla provincia di Macerata, mi separo da Barbatruccoli, mi separo da via Manzoni, mi separo dal civico 21, mi separo dal secondo piano, mi separo dalla sala da pranzo, mi separo da me stesso, e il giorno dopo sul Carlino “Indipendentista estremo trovato decapitato”) non si finisce mai bene,

se uno deve proprio indire un referendum per l’indipendenza di una regione, non può certo chiedere il parere di quelli che abitano lì nella regione. È sbagliato come approccio, secondo me, e così è davvero poco democratico. Se fai un referendum del genere, il quesito va posto a tutti gli altri. Per esempio, invece di indire un referendum in Veneto per l’indipendenza del Veneto, bisognerebbe indirlo in tutto il resto d’Italia per l’indipendenza del Veneto. Cioè, non sono i veneti che devono dire “L’Italia ci sta sul cazzo, ce ne andiamo”, ma gli italiani che devono affermare “I veneti hanno rotto il cazzo, che se ne vadano”.

La democrazia funziona così, con la maggioranza che decide. Non me lo sono mica inventato io.

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Stupore

Se c’è una cosa che tutte le volte – tutte le volte che succede quello che è successo stamattina in una piazza di Roma – mi sorprende, e quasi addirittura m’affascina, è la capacità che il potere ha di preparare alla perfezione le condizioni perché si verifichi lo scontro. E non uno scontro “verticale”, di quelli che sono sotto, gli schiacciati, contro quelli che sono sopra, gli appoggiati. No. Uno scontro fra poveri, ultimi contro ultimi. Schiacciati contro schiacciati. Perché qualche violento comunque lo trovi, o qualche gesto goffo capita, non c’è nemmeno da pianificarlo. Il resto lo fa la tensione che si è accumulata: quello sì che è un lavoro di fino.

E allora lo scontro in piazza, lo scontro sui social, qualche sasso, qualche manganellata, qualche insulto, qualche segnalazione su Facebook e si arriva presto alla fine della partita, in un gioco che ci hanno messo davanti senza che volessimo giocarci.

È impressionante quanto sia bravo il potere a convincerci che siamo divisi in fazioni.

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M3S

Qualche giorno fa si rifletteva sull’opportunità di fondare l’M3S, il Movimento Tressette, promuovendolo con lo slogan “Uno (nel senso dell’asso) vale uno”.

Come base elettorale, gli anziani da bar sarebbero una buona garanzia.

Adesso, fra una partita e l’altra, ci pensiamo meglio.

 

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