Un paio di cose che mi sono sembrate strane

La prima è che domenica mattina, al cinema, c’è la canonizzazione (mi viene sempre da leggere cannonizzazione, come dire che li sparano in cielo) di papa Giovanni XXIII e di papa Giovanni Paolo II. In diretta.

La seconda è che la RAI, in vista dei mondiali di calcio brasiliani, sta trasmettendo uno spot che finisce con la statua del Cristo Redentore, quella famosissima che domina Rio de Janeiro, che indossa la maglia della nazionale italiana (col numero 10; e invece di Cristo, come da regolamento, c’è scritto Italia).

Viene da pensare che ci sia stato il classico scambio di valigette.

 

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Giornata del libro

Quando ho visto che oggi era la giornata mondiale del libro, ho cominciato subito a pensare a qualcosa da scrivere qui. Qualcosa a proposito di libri e lettura. Ci starebbe proprio bene. A volte ne parlo. Oggi, poi, sarebbe stata un’occasione speciale.

Solo che la prima cosa che mi è venuta in mente è che di giornate in cui non si festeggia proprio niente iniziano ad essercene davvero poche, durante l’anno.

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Non ci vuole mica un genio

barney

Leggendo La versione di Barney, di Mordecai Richler, capita con una certa frequenza d’imbattersi in termini yiddish. Ora, io, la maggior parte delle volte (qualche parola la conoscevo) sono andato a senso. Non è il massimo, mi rendo conto. Ma di mettermi a cercare online (non ho un dizionario di yiddish, a casa), quando magari leggevo a letto, prima di addormentarmi, proprio non mi andava. Uscire da sotto le coperte, accendere il pc o prendere lo smartphone, per una parola, insomma. Mi sono detto Che ci vuole? Basta un po’ d’intuito, per capire cosa significa. Non ci vuole mica un genio.

Poi, quando sono arrivato a pagina 484, che è l’ultima del libro, ho visto che a pagina 485, in alto, c’era scritto “GLOSSARIO YIDDISH”.

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Il film pasquale

Stavo pensando che la Pasqua, dal nostro punto di vista, è anche, e forse soprattutto, la rievocazione di una serie di eventi molto lontani nel tempo, una narrazione che spesso viene messa in forma di rappresentazione. Insomma una specie di spettacolo teatrale, o di film.

Ed è strano, di questi tempi, che un evento di tale portata non abbia un trailer che gira da un paio di mesi in TV, dove una profonda voce fuori campo dice cose tipo “dal produttore e regista del Natale” o “più di duemila anni di repliche!”, e che la settimana prossima, sui giornali, non ci sia qualche critico che commenti sprezzante “è sempre la solita solfa”. Pur essendo tutti gli altri di parere opposto.

È strano davvero.

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Il primo vero uomo nello spazio

Ogni impresa storica è preceduta da una lunga serie di goffi tentativi che di solito si preferisce non raccontare, per evitare brutte figure. A volte, per questioni d’immagine e propaganda, si tace anche dei successi. Per esempio, il primo uomo nello spazio non fu Jurij Gagarin, nel 1961, ma Velimir Balabanov, appena qualche anno prima. I sovietici però scelsero di tacere in proposito, perché il risultato non sembrava adatto a una superpotenza come l’URSS. Prima di inviare una capsula orbitante, infatti, i sovietici tentarono dei mezzi più spartani, anche per risparmiare qualche rublo. Il primo progetto si chiamava “La grande fionda di Kursk”, ma fu abbandonato perché all’epoca non esistevano materiali adatti a costruire un elastico di 30 kilometri. Andò invece in porto “La grande piramide siberiana”, che sfruttava la grande tradizione circense sovietica. In una località segreta della Siberia furono convocati circa 300mila acrobati, e lì, sotto la coordinazione del generale Sergey Ilyushin, ex domatore di leoni, fu organizzata la più grande piramide umana della storia. Dopo sei giorni di lavori la piramide fu pronta. In cima, a 115 km di altezza, fu mandato, con 2 bottiglie di vodka per il viaggio, Velimir Balabanov, che divenne così il primo uomo nello spazio. L’eroe kazako rimase lassù per 3 minuti e mezzo, dopodiché la piramide crollò, perché Piotr Stepanov, pietra angolare sud orientale, prese e se ne tornò a casa, perché la moglie era sul punto di partorire.

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È che non sono una scheggia

fantozzi potiomkin

Devo ammetterlo, in certe cose sono un po’ lento. Una di queste è rispondere alle domande. Non domande di routine come “che ora è?”, o “qual è la capitale del Laos?”. Quelle ce la faccio in tempi ragionevoli. Ma alle domande di una certa complessità, che presuppongono un ragionamento, a meno che non abbia già fatto quel ragionamento prima, per cavoli miei (però è difficile che uno si metta a preparare i ragionamenti per tutte le domande che possono fargli) quasi mai riesco a rispondere immediatamente. Mi ci vuole un attimo. A volte anche di più.

Allora ieri pomeriggio a Milano, in un un posto che si chiama Palazzina Liberty, ero a leggere delle cose di satira insieme agli altri di Diecimila.me, e anche insieme ad altri di altri collettivi. E alle letture è seguito un dibattito.

E a un certo punto il giornalista che dirigeva il dibattito ha chiesto, a noi lì che avevamo letto quelle cose di satira, se per caso il fatto che Grillo avesse ottenuto così tanti voti alle elezioni non fosse anche colpa un po’ nostra, e di quelle cose che andavamo scrivendo.

Così, mentre io ero a pensare a quella domanda, gli altri hanno preso la parola, hanno risposto, hanno detto come la pensavano, e il discorso è andato avanti, e il dibattito pure, si sono toccati altri temi, altri ragionamenti, ci sono state altre domande e altre risposte, e a un certo punto è anche finito, il dibattito.

A quel punto, dopo averci ragionato per bene, avrei anche potuto rispondere. A dibattito finito però, non mi è sembrato il caso.

Fossi stato un po’ più rapido, avrei risposto “Ma che cazzo di domanda è?”.

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I figli dei preti (cvd)

preti bastaStatemi dietro:

in base al SAC (Sistema assiomatico clericale)

1) i preti hanno l’obbligo del celibato, cioè non possono sposarsi.
+
2) il sesso non può essere praticato al di fuori del matrimonio.
=
3) i preti non possono praticare sesso.

Fino a qualche tempo fa da ciò conseguiva il corollario:

3a) i preti non possono avere figli.

Ora però, con le moderne tecniche di inseminazione e fecondazione, si può, pur nel rispetto del SAC, giungere a una conclusione che contraddice 3a, ovvero:

3b) i preti possono avere figli.

Dal che si deduce che il Sistema assiomatico clericale è inconsistente. Quindi da abbandonare.

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Segreti accordi politici

Io, quelli che pensano che per fare politica basti la voglia, l’entusiasmo, la passione, li capisco bene.

Anch’io ho sempre avuto una gran voglia di mettermi al pianoforte e suonare Rhapsody in Blue di George Gershwin, o Take the A Train (che è di Billy Strayhorn, ma se è così famosa è merito di Duke Ellington).

Così una volta mi sono seduto a un piano, in preda a un sacro fuoco interiore, e ho provato.

Niente. Senza saper suonare non funziona.

 

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Il miglior motivo per dare l’8 per mille alla chiesa (cattolica)

Spesso sento dire che non bisogna dare l’8 per mille alla chiesa cattolica. E che il solo fatto che la chiesa chieda dei soldi è una specie di scandalo.

Ecco, io non sono affatto d’accordo. La chiesa ha bisogno di quel denaro, e noi dovremmo donarglielo senz’altro. Saremmo degli ingrati nei confronti di dio, sennò.

Dio, lo sapete, non c’è bisogno che ve lo spieghi, ha creato l’universo. Ci ha messo 6 giorni. Il settimo, domenica, si è riposato. Poi, dal lunedì successivo, è rimasto senza lavoro. L’universo funzionava, e poteva tranquillamente andare avanti da solo. Non c’era altro da fare, per dio.

Perciò, visto che l’universo ha 14 miliardi di anni, dio è senza lavoro da 14 miliardi di anni meno una settimana. Per quanto vuoi fare l’economo, non ci arrivi alla fine dell’eone.

Così, in pratica, la chiesa, con quell’8 per mille che gli donano le persone, ci paga la pensione a dio. Che almeno può tirare avanti.

E condurre un’esistenza dignitosa.

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Paradoxa comicorum

Credo che la comicità, la capacità di scatenare il riso nelle sue varie forme non alimentari, segua una logica un po’ particolare.

Ho infatti l’impressione che per far ridere molte persone sia necessario meno impegno che per farne ridere poche.

Il che suona paradossale, perché portare dalla tua parte (è anche questo, far ridere, alla fine) un ampio pubblico dovrebbe essere più impegnativo che portarci appena un capannello di gente.

Eppure una torta in faccia, una scivolone sulla buccia di banana, una sonora pernacchia, che non possiamo certo definire raffinatezze umoristiche, scatenano boati di riso che impallidiscono rispetto al vocìo che provoca una gag o una battuta elaborata, originale, ardita.

Perciò, se per caso siete fra coloro che per passione, per lavoro o per carattere s’impegnano a far ridere gli altri, e alle vostre battute non ride nessuno, non dovete preoccuparvi, anzi.

Vuol dire che siete dei geni assoluti.

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