Un altro witz

Leo Rosten

Direi di fare come l’anno scorso e onorare la memoria mettendo qui un piccolo esempio di meraviglioso e sottile umorismo ebraico. Questo witz è tratto da un libro di Leo Rosten che s’intitola “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”:

Parigi, 1939.
Tre poveri ebrei tedeschi sono in coda allo sportello del comitato profughi.
«Dove vorrebbe andare?» domanda il funzionario al primo.
«Londra.»
«E lei?» dice rivolto al secondo.
«Svizzera.»
«E lei?» domanda al terzo.
«Australia.»
«Australia?» fa eco il funzionario. «Perché mai così lontano?»
Il profugo allora risponde: «Lontano da dove?».

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Neanche 20 minuti

Allora sto rileggendo e sistemando e organizzando un po’ di robe che ho scritto, in vista di una cosa che forse sarà forse no, poi vediamo, casomai vi dico, e un paio di volte mi è capitato di pensare Guarda che bella cosa che ho scritto. Solo che subito dopo me ne sono vergognato. Come in quella scena di Superfantozzi in cui Robin Hood arriva e dice Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri e dà a Fantozzi un sacchetto di monete, e Fantozzi tutto contento va dalla moglie e le dice Pina siamo ricchi! E appena lo dice arriva Robin Hood, Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri, gli prende il sacchetto e se ne va. Ecco, uguale.

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Il presidente della Repubblica

Magari mi ricordo male io, anzi, quasi sicuramente, con la memoria che ho, però, tanti anni fa, quando andavo a scuola, credo alle elementari, al massimo alla medie, quando si parlava del presidente della Repubblica, quando ne parlavano gli insegnanti cioè, il presidente inteso come figura istituzionale, si diceva che sì, era il capo dell’esercito, era simbolo dell’Italia, ci rappresentava, c’era la sua foto sotto al crocifisso mica per caso, sì, mi pare sotto, ma alla fine si capiva, o almeno noi ragazzini capivamo così, che non era uno che decideva le cose, il presidente, era più una bandiera, cioè, bianco rosso e verde c’erano comunque, però dipendeva da dove tirava il vento.

Invece adesso c’è tutto questo clamore, attorno al presidente della Repubblica, e tutta questa baraonda, attorno all’elezione di quello nuovo, che l’unica cosa è pensare che magari, anzi, quasi sicuramente, mi ricordo male io.

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10 precetti di una religione inesistente

  1. Andare sopra i 1300 metri sul livello del mare almeno una volta all’anno.
  2. Non guardare la TV col solo occhio sinistro.
  3. Dire “bomballa” ogni volta che si ode un tuono.
  4. Se ci sono 5 persone in una stanza, una deve uscire.
  5. Compiuti i 23 anni, tutti i campanelli vanno suonati due volte, con tocchi brevi e rapidi.
  6. Non dire mai “per la barba della barbabietola” di fronte a una strada a senso unico.
  7. Lasciare arrugginire le cose.
  8. Ogni volta che si può, agglomerare.
  9. Sospirare tra primo e secondo, durante i pasti.
  10. Concentrarsi sul camminare, mentre si cammina.
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Istinti

Quando eravamo scimmie tutto era più facile, da un certo punto di vista. Avevamo istinti primari, di sopravvivenza, e tutto era piuttosto chiaro nelle nostre semplici teste.

Poi, un po’ l’evoluzione, un po’ la società, un po’ la cultura, le cose hanno iniziato a confondersi. Ora quasi sempre non siamo più sicuri di niente.

Infatti conoscevo uno che era convinto d’essere innamorato, invece aveva sete.

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Lolita

 

Poi iera sera c’è stata la riunione del circolo di lettura.

Siccome le altre volte a un certo punto mi era presa voglia di tirare delle sedie, dopo alcuni commenti sui libri, questa volta mi sono detto Cerchiamo una soluzione per non voler tirare delle sedie.

Così, prima della riunione, mi sono fatto un paio di bei bicchieri di vino. Poi, alla riunione, dove tutti portano qualcosa da mangiare o da bere, mi sono fatto un altro paio di bicchieri di vino. A quel punto mi sono detto Basteranno, per non tirare delle sedie.

Infatti devo dire sono bastati, ho ascoltato molti commenti che non approvavo e sono rimasto assolutamente tranquillo (avevo anche un mezzo bicchiere di rosso vicino, per sicurezza).

Quand’è toccato a me, di parlare di Lolita di Nabokov, io ho detto che secondo me Lolita di Nabokov è un romanzo sull’ambiguità, sull’ambiguità giusto-sbagliato (La morale è figlia dei tempi, ho detto a un certo punto), sull’ambiguità vittima-carnefice, sull’ambiguità verità-allucinazione.

Solo che poi mi sono incazzato tantissimo con la postfazione, che è l’unica cosa di Lolita di Nabokov che proprio non mi è andata giù, e gliene ho dette di tutti i colori, usando anche diverse parolacce, tanto che alla fine mi sono scusato, per le parolacce.

Ecco, forse questo metodo dei bicchieri di vino è un po’ da limare.

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Prendi i soldi e clicca

Amazon, ormai è chiaro a tutti, vuole conquistare il mondo.

Bisogna dire che, almeno per quel che riguarda il commercio elettronico, ci sta riuscendo piuttosto bene. Comprare online non è mai stato così sicuro, così economico e soprattutto così tremendamente facile. Basta un clic. Letteralmente. Tra poco basterà il pensiero.

Il clic facile ci rende consumatori avventati, ovviamente. E ogni tanto anche vittime di un tocco di polpastrello di troppo.

Questa volta è toccato a Woody Allen, il quale, mentre si faceva un giro su Amazon, ha cliccato per errore il pulsante “Scrivi e dirigi una serie TV per Amazon”, e si è ritrovato sotto contratto.

È l’unica spiegazione, oltre all’Alzheimer, per le sue dichiarazioni in merito: “Non so come sono finito in questa cosa. Non so da che parte cominciare”.

Eppure da qualche parte un pulsante “Ho sbagliato a premere ‘Scrivi e dirigi una serie TV per Amazon'” dovrebbe esserci.

Comunque io intanto la prenoto, basta un clic.

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I limiti della satira

Limiti della satira

Tempo fa scrissi qualcosa del genere: i limiti della satira sono quelli della pagina su cui la state scrivendo.

Avevo assistito all’ennesima replica di una discussione in cui si cercava di mettere a fuoco fin dove potesse e dovesse spingersi la satira. Io, che avevo rinunciato a partecipare più o meno già alla prima replica della discussione, avendo capito che il tempo impiegato per scrivere sulla satira potevo impiegarlo per scrivere satira, me ne uscii con quella frase all’apparenza un po’ scema, ma che tuttora considero una buona definizione di libertà d’espressione, perché indica un limite pratico, materiale, di carta e penna, e lascia tutte le altre considerazioni, morali, letterarie, sociali, all’unico in grado di decidere in merito: l’autore.

La satira, ma credo in generale la letteratura e tutte le altre forme artistiche, può tutto quello che il suo autore vuole che possa, detto con una frase che sembra un esercizio d’italiano finito in tragedia. È la sensibilità e la capacità di chi scrive a porre i confini, in quel momento, in quell’opera.

Ieri, a Parigi, qualcuno ha pensato che non fosse l’autore a dover tracciare quei confini. Ieri, alla redazione di Charlie Hebdo, qualcuno ha deciso d’imporre i propri, di limiti, usando dei proiettili. Proiettili contro carta e penna. Proiettili contro parole, disegni. Qualcuno che deve aver davvero poca stima nelle proprie idee, se sente di doverle difendere da battute e vignette usando la morte.

Qualcuno convinto di poter tracciare dei nuovi limiti alla libertà d’espressione.

Qualcuno che non ha capito che se un autore satirico vede un muro, uno steccato, la prima cosa che fa è prendere la rincorsa.

Qualcuno che non ha capito che la satira andrà avanti comunque.

Almeno finché c’è spazio sulla pagina.

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Ramazzotti

Poi io a un certo punto sono entrato al bar, per prendere un caffè, c’era un signore, poggiato al bancone, che spiegava al barista che quello di Ramazzotti, il cantante, era un nome d’arte. Cioè lui si chiamava sì forse Eros, non ne era sicuro, ma non Ramazzotti di cognome, e aveva deciso di chiamarsi Ramazzotti, nella sua carriera, in onore dell’amaro.

Il che, a pensarci, la sua logica ce l’ha, come discorso.

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