Complotti. Per una fase 2

Qui è ora di fare un passo avanti. Siamo in pieno stallo: da una parte i teorici del complotto con scie chimiche, ufo, controllo mentale, 11 settembre e tutto il resto, dall’altra non teorici del complotto con sono tutte cazzate, sono solo cazzate, sparate cazzate, basta con le cazzate e tutto il resto. Non c’è più dialogo, la dialettica s’è inceppata. Un muro che gioca a battimuro. Una roba che nemmeno Escher.

Cerchiamo di uscirne, di passare al gradino successivo, se esiste. La soluzione è questa: tutti noi persone normali facciamo uno sforzo e ammettiamo che sì, i complotti sono reali, c’è una cospirazione governativa dietro l’11 settembre, gli alieni esistono e sono tra noi e i governi lo sanno ma hanno perso il controllo e adesso il rischio è che si piazzino ai posti di comando, le scie chimiche in effetti sono un enorme piano per il controllo della popolazione o del clima o del prezzo del caffè. Sì, è tutto vero. Ci crediamo e siamo tutti d’accordo.

Quindi adesso che si fa?

Voglio dire, c’è un piano? Una fase 2? Un obiettivo da perseguire in modo tale che, una volta raggiunto, si possa dire che abbiamo vinto e poi andare in strada a stappare bottiglie di spumante e baciarci tutti indiscriminatamente e ubriacarsi dalla gioia?

Qualcosa come fermare (o liberare, non è chiarissimo) gli alieni, far cadere i governi (farlo perché non sanno governare no eh?), abbattere le lobby di potere economico (non saremo mica comunisti?), ripopolare le foreste con gli unicorni.

Non possiamo fermarci al Ah! È un complotto!

Altrimenti lo si fa solo per parlare.

E allora basta cambiare discorso.

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Che bella giornata d’autunno

Oggi, prima di pranzo, camminavo e pensavo.

Camminavo con passo svelto, e davanti a me, a qualche metro, c’era un signore, che camminava anche lui, ma più lento.

E pensavo Guarda tu che bella giornata si è messa, dopo tutta la pioggia dei giorni scorsi, guarda che bel sole, che bella luce d’autunno.

Così, mentre pensavo queste cose, e stavo in pratica per superarlo, quel signore, sarò stato a un metro, un po’ di lato, lui ecco che rallenta ancora un po’ e ti lascia lì una scorreggia.

Che io, al posto della bella giornata d’autunno, ho pensato subito Per fortuna che non ero già più in scia.

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Il tacco evolutivo

Fino a un certo punto abbiamo abitato sugli alberi. Abbiamo nel senso di noi. Noi nel senso dei primati di cui siamo gli eredi diretti. Diretti nel senso che fra loro e noi di differenza c’è solo una schiena più dritta e qualche ceretta integrale. In pratica erano scimmie, anche se tra loro si chiamavano già primati.

Poi è successo qualcosa. Qualcosa che ha convinto le scimmie che gli alberi non fossero più l’habitat adatto. Le teorie sono diverse. C’è chi dice che tale decisione sia maturata dopo una notte di vento fortissimo. La mattina erano più le scimmie cadute dall’albero che quelle sui rami, così, statistiche alla mano, si decise per la via meno faticosa e gravitazionalmente ottimale: invece di salire in molti, scesero in pochi.

Secondo un’altra teoria successe che un primate perditempo stava su un ramo a giocare con una moneta da 50 centesimi. La lanciava e la riprendeva, la lanciava e la riprendeva. In effetti era molto bravo a lanciarla e riprenderla, tanto che alcuni impresari l’avevano contattato per averlo nel loro spettacolo itinerante, ma lui aveva risposto che la scimmietta la facessero fare a qualcun altro. Fatto sta che all’ennesimo lancio non seguì l’ennesima presa, e la moneta cadde di sotto. Le altre scimmie perdigiorno che erano lì con lui saltarono giù di corsa per fregarsi la moneta, la voce si sparse e alla fine i primati si ritrovarono tutti a terra, a litigare per soldi. (questa teoria in effetti spiegherebbe molte cose)

La teoria che sembra però più realistica è quella secondo cui furono le femmine dei primati (adesso bisogna dire primate, o primatesse, altrimenti si rischia un’interrogazione alla Camera) a scendere per prime dagli alberi.
Andò così. Una signora primatessa un sabato pomeriggio era salita sui rami alti di un albero, dove c’era il centro commerciale, per fare shopping. Il marito, il signor primate, non l’aveva accompagnata, perché c’era un’importante partita di lancio della pigna che non voleva perdersi. La signora era andata in compagnia di alcune amiche e della carta di credito.
Dopo aver razziato alcuni negozi di abbigliamento (Preda, Dolce&Gibbone, Cavalli) finirono in un negozio di scarpe. Lì, la signora primatessa e le sue amiche provarono un modello dietro l’altro, mai soddisfatte. Il commesso, sfinito, giocò la sua ultima carta: “Vedo che le signore sono davvero esigenti. Ho quello che fa per voi. Un modello che ci è appena giunto da lontano, una moda che qui da noi, sul nostro albero, non si è vista nemmeno sui giornali. Una scarpa rivoluzionaria, oserei dire d’avanguardia, sperimentale addirittura. Ecco a voi il tacco a spillo”, e mostrò loro la scarpa. Rimasero senza parole. Già un po’ di tacco era un bell’azzardo, sugli alberi, però alcune lo indossavano. Ma quello, quello spillo, era una vera follia. Ne acquistarono due paia a testa.
La sera andarono a cena fuori, stavolta mariti compresi. Tutte indossavano le scarpe nuove. Inutile dire che nemmeno la migliore acrobata sarebbe riuscita a fare più di due passi su rami, con quegli spilli ai piedi. Fu un continuo di voli, capriole, carpiati e schianti. E i mariti giù a ridere e a prenderle in giro: “Su, toglietevi quelle trappole, prima di farvi male sul serio”, “Non l’avete ancora capito che vi ha fregato, quel commesso?”, “Con tutti questi voli pare di essere al circo”.
Le primatesse erano furibonde, soprattutto perché i mariti avevano ragione: con quelle trappole ai piedi sui rami non c’era verso di muoversi. Stavano per abbandonare quella nuova dirompente moda quando la prima primatessa si fece silenziosa. Guardò il signor primate che si sganasciava dalle risate, guardò giù di sotto, le comparve un sorriso all’angolo della bocca, e invece di scaraventare suo marito al suolo, saltò lei a terra. Bastò qualche passo per capire che lì il tacco funzionava senza problemi. Scesero anche le altre. E i signori primati capirono che non c’era più niente da ridere, anzi.

Dopo qualche giorno sugli alberi non c’era più nessuno.

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Le stelle di Rosetta

Facile andarsene così, eh, Rosetta. Prendere, impacchettare tutto, tu e Philae, e filarvela. Lasciarci qui in pieno Governo Berlusconi II, bella roba. Sai quant’è durato, poi? Un’eternità! Il più longevo dall’Unità d’Italia, se togli Mussolini. Non c’è passato un attimo. “Andiamo in missione, è per la ricerca!”. Ma chi volevate prendere in giro, voi due, con la scenetta dei cervelli in fuga? Siete scappati, ecco cosa. E nemmeno a Londra o a Ibiza, come fanno tutti, no. Una cometa a 500 milioni di kilometri. Ma che avevate paura che vi venivamo a trovare? Bastava dirlo, che non volevate vederci più. Che vi stiamo sul cazzo. Bastava dirlo. Noi qui comunque si va avanti anche senza di voi. C’è la crisi, c’è Renzi, ma teniamo duro. Questa è la nostra casa, e lottiamo ogni giorno per farne un posto migliore. Possiamo farcela. Vogliamo farcela.

Sennò al limite facciamo come in Interstellar.

Poi voglio vedere se ve la tirate tanto.

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Tatto per la scienza

A proposito di quell’iniziativa intitolata Tette per la scienza, volevo dire solo una cosa veloce veloce: secondo me funzionava meglio Gattini per la scienza.

Poi, oh, fate voi.

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La vita non è un dono, sennò era incartata

Brittany Maynard ha scelto di porre fine alla propria vita qualche mese prima che lo facesse la natura con una malattia.

Non mi stupisce che uno che fa il presidente della pontificia accademia per la Vita non sia per niente entusiasta di una decisione del genere. Lui avrebbe preferito che la morte la cogliesse in forma di bozzolo incapace di intendere e di volere ripieno di antidolorifici collegato a macchinari di vario tipo e circondato da persone traumatizzate dalla situazione.

I disegni divini, si dice, sono imperscrutabili. Quelli umani invece, quando sono una cazzata si capisce al volo.

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Controllo della rabbia libraria

Io devo dire che partecipare a un circolo di lettura mi sta servendo molto. Cioè, ero una persona piuttosto calma e paziente anche prima, adesso però, grazie a questo circolo, sto scoprendo sterminati magazzini interiori di pazienza inutilizzata. Ieri, per dire, sono rimasto assolutamente impassibile davanti a persone che dicevano che Le correzioni, di Jonathan Franzen, è un libro brutto, lento, che non scorre, con personaggi stereotipati, con una trama inesistente, una specie di maledizione da leggere, che oltre le 150 pagine proprio non si riesce. Ero lì e non ho fatto una piega. Avevo solo questo leggero tremolio alla palpebra. Sono fiero di me stesso.

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Educazione siderurgica

Han fatto bene a manganellarli, quegli operai lì.

Perché l’operaio, se non lo manganelli subito, poi chissà cosa si mette in testa.

Basta un attimo di distrazione, e l’operaio te lo ritrovi con lo striscione, col fischietto, con gli slogan, nelle piazze, davanti ai palazzi. Un disastro.

Poi così non te lo scolli più, l’operaio. Capace che si porta pure i sindacati, la volta dopo.

Se invece lo manganelli subito, l’operaio, la prossima volta magari sta a casa, o a fare i presidi, i picchetti, quelle cose da operaio che vanno anche bene l’importante è che non se ne vada in giro a protestare dove lo sentono e lo vedono e ci sono i giornalisti e blocca le vie alza la voce chiede chiede chiede sta sempre a chiedere ‘st’operaio ma cosa vorrà mai? lo sa che in Cina prende tipo 50 centesimi l’ora per 12-14 ore anche più se c’è bisogno e se ne sta zitto e tranquillo perché alla prima parola lo buttano fuori lì sì che le cose funzionano e infatti ci hanno portato tutti le fabbriche mica è un caso invece qui ci passi i giorni i mesi gli anni tra concerta riforma discuti modifica contratta ottieni cedi e riunioni e discussioni e mediazioni e tavoli.

Tavoli. Se non lo manganelli subito, l’operaio, sai come finisce? Che te lo ritrovi ai tavoli. E nemmeno in piedi, proprio seduto. Che tu sei lì, sulla tua poltrona, che chissà quanto c’hai messo a conquistartela, quanti hai dovuti convincere, piegare, fregare, insomma hai fatto un lavoro che altro che l’acciaieria e i turni e le malattie professionali, e di fronte a te, adesso, allo stesso tavolo, seduto come te, ci ritrovi l’operaio.

Solo perché non l’hai manganellato subito, quando potevi.

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