Devolution

Non capita spesso di vivere momenti fondamentali del progresso scientifico e tecnologico. E non mi riferisco solo alla funzione “vedi meno post di Tizio” di Facebook, che comunque è un bel passo avanti.

Sonde su pianeti lontani, cellule staminali, cocomeri tascabili. Solo nell’ultima manciata di anni abbiamo visto schiudersi scenari che poco prima nemmeno immaginavamo lontanamente.

In un mondo in cui spesso, dal punto di vista sociale, economico e politico, sembra di essere finiti nelle sabbie mobili, la scienza ci garantisce quel costante e misurato progredire, come nel traffico autostradale dei primi di agosto, perché abbiamo scelto la partenza intelligente, come tutti gli altri.

Poi però ci sono gli eventi eccezionali. Quelli che, al di là del lavoro di ricerca e di accumulo di conoscenze, la natura ci mostra da sé, improvvisi nella loro magnificenza, statisticamente quasi impossibili da osservare nell’arco di una vita umana, come un parcheggio libero sotto casa, a Roma.

A tutti noi questa botta di culo probabilistica è capitata giusto ieri, quando abbiamo avuto la sfacciata fortuna di assistere a un evento biologico unico.

L’evoluzione, lo sappiamo bene, agisce con la lentezza di un Windows 8 con 2 giga di ram. Ed è estremamente raro riuscire a notare un furtivo movimento che ci indichi la direzione che sta prendendo.

Ieri, però, è successo. Con Salvini in riva al mare.

Così come centinaia di milioni di anni fa certe forme di vita marine raggiunsero le spiagge, e con la loro struttura fisiologica a metà strada fra un pesce, una rana e Piero Fassino si arrischiarono a terra, tagliando un traguardo evolutivo di fondamentale importanza, allo stesso modo ieri, Matteo Salvini, provenendo dalla terra e spinto dall’imperativo biologico, si è arrischiato sul bagnasciuga, con cauta lentezza, e poi in mare, indicandoci la strada che stiamo per intraprendere.

Lui, con quei pochi passi, tenendo un libro in mano a mo’ di coccige intellettuale, ormai inutile reperto di un tentativo finito in un vicolo cieco, lui, portabandiera delle istanze devolutive, ci ha mostrato quello che già tutti noi avevamo intuito nell’intimo ma non avevamo il coraggio di ammettere: non è ancora il caso.

Ora che la strada è spianata, non ci resta che seguirlo tra i flutti. Torneremo a una minore complessità, a un minore impegno, a una vita che non richieda tutte quelle circonvoluzioni cerebrali e un manuale da leggere per ogni cosa. La civiltà può attendere.

Tuffiamoci. Tuffiamoci tutti.

E speriamo che al prossimo giro vada meglio.

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Kiss me l’ICI

Certo che avere fede è un bel vantaggio. Altro che Mediaset Premium.

Chi ha fede, non importa quale, porta sempre con sé una prospettiva rassicurante. Quella dell’ultraterreno.

Mentre gli atei, i materialisti meccanicisti e Richard Dawkins pensano che quando moriremo la nostra coscienza si spegnerà insieme alla mente che la contiene e smetteremo di esistere come individui, e di noi rimarranno – e non per molto se non siete stato un dittatore sanguinario – solo il ricordo di ciò che abbiamo compiuto in vita e l’iscrizione al Club degli editori, le persone dotate di fede credono che in qualche modo e in qualche luogo e con un qualche tipo di meteo favorevole loro continueranno a esistere.

Sugli agnostici non so che dire. So che capiranno.

Oltre al vantaggio di poter accedere a una vita successiva, o a una serie di vite di un numero imprecisato di stagioni in cui di volta in volta rimanete sempre voi i protagonisti, ma allo stesso tempo non siete mai proprio gli stessi, e cambiano l’ambientazione, i ruoli, le personalità, e in pratica finite dentro True Detective, un altro vantaggio della fede consiste in alcune agevolazioni. Già prima della morte.

È come se la promessa di una vita ultraterrena e paradisiaca (tanto poi anche i più malvagi si costruiscono l’interpretazione che li vede premiati per le loro gesta, quindi nessuno è convinto di andare all’inferno o in luogo equipollente) fosse un salto nel buio un po’ eccessivo, una scommessa troppo rischiosa per non avere in cambio, nel frattempo, qualche incentivo.

Un’eternità dotata di tutti i comfort possibili è allettante, ma senza nemmeno una sbirciata dall’altra parte, o qualche foto, pure sfocata, come si fa a crederci? Dal punto di vista immobiliare (alla fine di questo si tratta, stanno cercando di vendervi un luogo) sarebbe un azzardo. Non si firma un contratto del genere senza un minimo di garanzie.

Così, in assenza di solide prove materiali, si sono inventati gli incentivi. Economici più che altro. Detrazioni, esenzioni, sconti, contributi, fondi e via discorrendo.

Se uno ha una fede, risparmia.

Per esempio l’ICI.

Ma come? – dirà qualcuno di voi – Io l’ICI la pago eccome, anche se ho fede. È la chiesa che non la paga!

In effetti è facile cadere in confusione, perché la materia è raffinata e la terminologia può trarre in inganno. (non a caso si dice che il diavolo è un logico)

Voi fedeli pagate l’ICI perché la fede non l’avete, la usate e basta. Non è mica vostra: non l’avete fondata, non la organizzate né l’amministrate e nemmeno la distribuite, a parte qualche bestemmia sfuggita ogni tanto. È un prodotto che vi forniscono, preconfezionato, di cui avete la licenza d’uso, praticamente come Windows. E così come Windows non è il vostro, nemmeno la fede lo è.

(in caso non foste convinti: avete mai provato a modificare qualche parte di fede che non vi convinceva? Qualche regola che non vi piaceva?)

La fede è proprietà dei sacerdoti di vario ordine e grado. Che infatti non pagano l’ICI.

Voi invece la pagate.

Almeno finché non avrete una fede tutta vostra.

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Terra in vista!

È incredibile, negli ultimi tempi provengono più notizie eclatanti dall’astronomia che dal calcio mercato.
E ricordiamo ancora con una certa emozione quel momento in cui questi due grandi settori della ricerca umana si sono sfiorati, qualche anno fa, quando l’Inter si disse interessata a Neil Armstrong, “perché ha un bel piede”.

Questa volta la grande notizia – che, si sa, più è grande, più ha modo di essere comodamente deformata dalle testate giornalistiche – proviene dalla missione Kepler della NASA, iniziata nel maggio del 2009, più o meno negli stessi giorni in cui qui da noi Michela Brambilla veniva nominata Ministro del turismo. Per dire le coincidenze.

Kepler, per essere più esatti, è un telescopio spaziale. Secondo la NASA è:

specificatamente progettato per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire dozzine di pianeti simili alla Terra vicino o nella zona abitabile e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti.

Ma gira voce che faccia anche degli splendidi cappuccini.

La missione di Kepler quindi è chiara: trovare luoghi simili alla Terra ma non ancora coperti dalle Lonely Planet.

Giusto ieri la NASA, dopo un annuncio così ben equilibrato da far pensare che avessero trovato Jimmy Hoffa vivo e vegeto su Venere, ha comunicato le ultime scoperte effettuate da Kepler.

(per chi non lo sapesse, Kepler funziona in modo da fare già una certa scrematura dei dati da trasmettere alla Terra; in pratica sceglie cosa è importante e cosa no, tutto da solo. Magari fotografa uno Star Destroyer di classe Imperial II, però non c’entra niente con la sua missione e butta la foto)

A quanto pare il telescopio spaziale dedicato a Johannes Kepler, detto JK, che nel 600 disse ai pianeti come dovevano girare attorno al Sole, ha scoperto un pianeta simile alla Terra. Non proprio gemelli, quindi, ma comunque molto più somiglianti di quanto non lo fossero Brandon e Brenda di Beverly Hills.

Questo esopianeta infatti, battezzato con rito agnostico Kepler 452b (452 è il prefisso per chi chiama da fuori pianeta; 00452 per chi chiama da fuori sistema), possiede delle caratteristiche che lo rendono il corpo celeste più somigliante alla Terra fra tutti quelli che sono stati osservati senza indossare degli occhiali da sole.

Innanzitutto Kepler 452b, che qualcuno già chiama affrettatamente Terra 2 (pare anche che abbia attirato l’interesse di un imprenditore edile di Milano), orbita attorno a una stella simile al nostro Sole, solo un po’ più grande e un po’ più vecchia, a una distanza tale da posizionarlo nella cosiddetta “zona abitabile”, ovvero quella in cui il ghiaccio del mojito impiega più tempo a sciogliersi di quanto si impieghi a finire il cocktail.

Ha poi un periodo orbitale di 385 giorni, 20 in più rispetto alla Terra, e sono tutte domeniche; è roccioso, quindi è possibile praticarvi la scultura; ha dimensioni maggiori rispetto al nostro pianeta, ma questo non dovrebbe avere conseguenze negative, perché i limiti di velocità sono più alti.

Un cugino lontano, è così che molti qui hanno definito Kepler 452b. Un cugino scemo, è così che molti lì hanno definito la Terra.

Per ora quello che sappiamo si ferma qui. C’è ancora molto da scoprire per capire se è davvero una specie di Terra e se è adatto a ospitare la vita. Questo non ha comunque impedito a diverse testate di scrivere sobriamente “NON SIAMO SOLI” in prima pagina.

Potrebbe venir fuori che è un posto con temperature altissime e senza aria condizionata, oppure senz’acqua corrente, il che lo renderebbe meno inospitale di certi villaggi vacanze. Oppure potrebbe possedere un’atmosfera irrespirabile, come negli autobus in questi giorni di afa. O ancora potrebbe essere solo all’inizio della moda hipster.

E se anche Kepler 452b avesse tutte le caratteristiche giuste per essere abitabile da una specie evoluta come la nostra, non è detto che abbia la sfiga di essere abitato da gente come noi.

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Pluto!

La sonda New Horizons ha finalmente raggiunto Plutone. Era partita nel 2006, ma poi che fai, non ti fermi un attimo all’autogrill?

Raggiunto il pianeta più remoto e sconosciuto del sistema solare, mai esplorato prima, il primo obiettivo della New Horizons è stato quello di stabilire se effettivamente si trova all’interno dei confini della provincia d’Isernia, come più volte ipotizzato.

La scoperta di Plutone avvenne nel 1930 ad opera di Clyde Tombaugh. Nato e cresciuto in una famiglia contadina, il giovane Clyde iniziò presto a fabbricarsi dei telescopi per osservare i corpi delle figlie dei contadini vicini di casa. La fattoria più vicina infatti era a 3 miglia di distanza. Solo più tardi, sovrappensiero, puntò lo strumento verso il cielo, per osservare i corpi celesti. I quali risultarono molto più aggraziati.

L’esistenza di Plutone era stata già ipotizzata anni prima da diversi ipotizzatori, tra i quali anche lo scrittore americano Howard Phillips Lovecraft, il quale era convinto che il misterioso pianeta fosse abitato da orribili creature fungiformi e maleodoranti dalle abitudini disgustose. Lui le chiamava “democratici”.

L’esistenza di un altro pianeta oltre quelli già conosciuti era stata ipotizzata in seguito all’osservazione di certe anomalie nei movimenti di Urano e Nettuno: uno zoppicava e l’altro dietro a imparare. O c’era un altro corpo celeste a perturbare le loro orbite oppure c’era di mezzo Dottor House.

Invece di trovare questo famoso pianeta X, che con un nome del genere si sarebbe dovuto notare anche a occhio nudo, fu scoperto Plutone, che era lì di passaggio e restò impressionato in certe lastre fotografiche, nel photobombing più celebre della storia della scienza.

Fino a pochi anni fa Plutone era un pianeta a tutti gli effetti. Poi, nel gennaio del 2006, è stato ridefinito pianeta nano, per rispettare i criteri dell’Unione astronomica internazionale. Nel 2009 invece, per rispettare le norme del politically correct, è stato rinominato pianeta diversamente alto. Lui, comunque, preferisce Signor Plutone. (Plutone è il cognome)

Plutone è il rappresentante della classe dei cosiddetti pianeti nani transnettuniani, ufficialmente detti plutoidi, ma generalmente chiamati sfigati.

Transnettuniano non c’entra niente con quella roba del gender. Quindi gentilmente non iniziate a scendere in piazza (pro o contro che sia).

Per circa 70 anni a nessuno è venuto in mente d’inviare una sonda su un pezzo di roccia gelato ai confini del sistema solare. Poi qualcuno deve aver pensato che era ora di arrivare là dove nessuna macchina era mai giunta prima ed è nata la missione New Horizons, che significa Nuovi orizzonti, e pare un po’ il nome di un partito fondato da Civati.

La sonda New Horizons non è atterrata su Plutone, che – lo ricordiamo – è tutta ZTL, e non si è nemmeno messa a orbitargli attorno, per evitare il rischio di una denuncia per stalking. Gli è semplicemente passata molto molto vicino, per scattare centinaia di foto ad altissima risoluzione, e per fare l’inchino.

La New Horizons, che ha le dimensioni di un pianoforte, la forma di un pianoforte, il suono di un pianoforte, e molto probabilmente è un pianoforte, è stata costruita appositamente piccola, agile, leggera, facile da manovrare. Nonostante ciò costa un mucchio di soldi. In pratica è la nuova 500.

La sonda è rimasta silenziosa per diverse ore. La tensione in sala controllo era palpabile. Poi, a un certo punto, sugli schermi è comparso un messaggio proveniente dai confini del sistema solare: “No, non sono incinta, il test è negativo”.

Una delle prime informazioni trasmesse dalla sonda è stato il diametro del pianeta, che è un po’ più grande di quanto in precedenza calcolato. Quindi sì, ci si può costruire quel famoso centro commerciale di periferia di cui c’è tanto bisogno.

Altre informazioni trasmesse da New Horizons a proposito di Plutone: temperatura, riflettività, colore di moda, presenza di bevande a base di vodka, periodo di rotazione, periodo di ovulazione, albedo, potrinio, cosmilazione nel violetto, decrazione, appartenenza all’NCD, versione di Android.

Sorvolato Plutone, la sonda continuerà la sua missione diretta verso qualche oggetto della fascia di Kuiper, dove il regolamento sul poker non pone limiti ai rilanci.

Dopodiché la New Horizons continuerà il suo viaggio attraverso l’eliosfera esterna, l’eliosheath, l’eliopausa e un sacco di altri elioqualcosa, e infine, alla prima uscita senza coda, lascerà il sistema solare per addentrarsi nello spazio interstellare, portandosi dietro le ceneri di quel contadino dell’Illinois che diede inizio a questa incredibile avventura.

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Così lontano, così vicino

È una questione di distanza.

Da una parte c’è New Horizons. Una sonda che dopo aver viaggiato per 9 anni raggiunge il suo obiettivo principale, a quasi 5 miliardi di kilometri di distanza da noi, il pianeta Plutone, il più lontano di tutti, per analizzarlo, misurarlo e fotografarlo, e permetterci così di completare l’album dei pianeti del sistema solare da mostrare agli amici extraterrestri, quando capiteranno da queste parti a cena.
Un’impresa scientifica e tecnica che non può che sbalordire: l’equivalente a golf dell’andare in buca con un colpo solo in una par 45 con la pallina che rimbalza da un tronco d’albero all’altro per poi passare attraverso una tempesta di sabbia e un motoraduno in provincia di Belluno, postando nel frattempo su Instagram le foto del percorso.

Dall’altra parte c’è l’Europa. Un continente che è qui, ce l’abbiamo sotto i piedi, non va da nessuna parte, esclusa la deriva dei continenti naturalmente, e che vorrebbe essere un’Europa dei popoli, una comunità, un’unione non solo nel nome, ma che in questa direzione, soprattutto negli ultimi tempi, non sembra proprio riuscire ad andarci.
Un’impresa umana il cui equivalente sta diventando una coda a uno sportello dove si distribuisce la paghetta ma solo se hai fatto il bravo. In cui chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori, ma se fuori ci sono le merci ok, loro possono entrare, invece se fuori ci sono le persone che restino lì, perché le frontiere aperte sono quelle interne, e anche quelle, se c’è bisogno, è un attimo chiuderle.

È certamente una questione di distanza. Non c’è altra spiegazione.

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Effetto Matrix

Ci provo davvero, anzi mi ci sforzo, a vivere comprendendo le situazioni, le logiche, le dinamiche. Ad avere le cose non dico sotto controllo ma almeno presenti. A capire cosa sta succedendo non solo in superficie, ma anche appena sotto, al di là della soglia del non sentito, non visto, non detto. A tastare quel piccolo pezzo di trama della realtà che mi circonda, giusto quella a due passi, nemmeno tanta. A buttare lo sguardo sulla complessità delle cose almeno un attimo, per capire, così, a grandi linee, che forma hanno.

Invece ho sempre, ovunque, in ogni occasione, la sensazione che qualcosa di gigantesco, che si fa fatica a non percepirlo da quant’è enorme, mi stia sfuggendo.

Perciò spero sia vera quella cosa di Matrix.

Altrimenti vuol dire che sono proprio rincoglionito.

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Cose di poco conto da fare con un secondo in più

Di solito è il lunedì che non sembra finire mai. Invece il giorno più lungo di tutti è oggi: durerà infatti le normali 24 ore di sempre più 1 secondo. Prima di correre dal vostro capo per farvelo aggiungere in busta paga è meglio sapere che quel secondo in più, detto secondo intercalare, verrà aggiunto all’ultimo minuto – non nel senso di fretta, nel senso delle 23:59 – che così durerà 61 secondi. Se fate il tecnico di orologi atomici o il metronotte, correte pure dal vostro capo per farvelo aggiungere in busta paga.

Questa manovra temporale si rende necessaria ogni tanto per ri-sincronizzare gli orologi di tutta la Terra con la Terra stessa. Il nostro pianeta infatti se ne frega della precisione degli orologi atomici che spaccano il picosecondo, e fa un po’ come gli pare: a volte rallenta, altre volte accelera, gettando nel panico quelli dello IERS (International Earth Rotation and Reference Systems Service), quell’organismo internazionale che ha come scopo unico quello di farsi gettare nel panico dai cambi di velocità di rotazione del nostro simpatico pianeta.

Siccome la Terra ultimamente si è data una calmata e ha rallentato, ora bisogna rimettere gli orologi.

Al di là degli aspetti tecnici e delle conseguenze pratiche di questo spostamento planetario di lancette, quel che importa a noi persone crononormali è cosa fare con questo secondo in più che ci è messo a disposizione. Trattandosi di un tempo così breve non conviene applicarsi in niente di impegnativo. Ricordate che il tempo vola quando ne aggiungono un po’. Il mio consiglio è sfruttarlo per fare qualcosa di assolutamente inutile, o al massimo di poco conto.

Intanto vi fornisco qui qualche esempio, ma altri suggerimenti sono bene accetti:

  • Schioccare le dita
  • Aspettare un secondo
  • Voltarvi di scatto
  • Dire “Oh”
  • Percorrere 300000 kilometri senza meta (vale solo per i fotoni)
  • Fare l’occhietto a qualcuno
  • Durare un secondo di più a letto
  • Mettere un like
  • Rimettere l’orologio
  • Fare una linguaccia
  • Dare un bacio (niente limoni, durano troppo)
  • Cambiare canale
  • Cambiare idea
  • Fare un tiro di sigaretta
  • Pensare ai marò
  • Dire a chi avete accanto “E se”
  • Trovare Wally
  • Godersi l’attimo, semplicemente ruotando insieme alla Terra, come fossimo le sue lancette.
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Il capannello d’allarme

A 4 anni disegnavo già come un bambino di 6-7. Tutti rimanevano stupiti.
A 7 anni disegnavo come un bambino di 7 anni. Non si stupiva più nessuno.
Adesso disegno come un bambino di 7 anni, e sono tornati tutti a stupirsi.

Insomma non so disegnare.

Di solito non me ne preoccupo, è pieno di cose che non so fare, però ogni tanto mi dispiace, soprattutto quando una battuta, invece che a parole, mi viene in mente in forma grafica: un disegno, una vignetta, una striscia.

Qualche volta cerco un’anima buona e capace che la disegni. Altre volte sgrido il bambino di 7 anni che è in me e lascio perdere.

Ultimamente ho in mente un’immagine. Si potrebbe renderla bene con una striscia di vignette, ma per questa volta non andrò a importunare nessuno e cercherò di cavarmela con le parole.

C’è un capannello di gente, di qualche decina di persone, piuttosto compatto. Sono come alla fermata dell’autobus, però l’autobus non c’entra, quindi niente, dimenticatelo. Alla loro destra c’è un cartello con una freccia che punta a destra e indica “CENTRO”. Nella prima vignetta se ne stanno tutti insieme, fermi.

Nella seconda invece si vede che tutti, all’unisono, fanno dei passettini verso destra, avvicinandosi al cartello, ma ancora ben distanti. Sono tutti seri, coordinati, nessuno dice niente.

Nella terza vignetta di nuovo fermi. Immobili.

Nella quarta ecco di nuovi i passettini coordinati. Si avvicinano ancora al cartello. Questa volta però si vede uno del gruppo che resta appena un po’ staccato, sulla sinistra, con lo sguardo stupito. Si capisce che non si è mosso insieme a tutti gli altri.

Nella quinta di nuovo i passettini coordinati. Sono sempre più vicini al cartello. Il primo tizio tagliato fuori rimane del tutto staccato dal gruppo, e anche un altro, che non ha seguito tutti gli altri, rimane anche lui appena fuori dal capannello. I due si guardano sorpresi.

Nella sesta altri passettini. Cartello ancora più vicino. Il primo tizio ormai è lontano dal gruppo, e anche l’altro è ben staccato.

Nella settima il gruppo si muove ancora e arriva sotto il cartello “CENTRO”. I due tizi guardano gli altri quasi preoccupati, ma quelli non fanno una piega.

Nell’ottava i due tizi staccati prendono e se ne vanno per i fatti loro.

Nell’ultima vignetta c’è solo il capannello che fa altri passettini, superando il cartello. Si nota, sulla sinistra, un altro tizio perdere contatto col gruppo.

Ecco, ultimamente è così che immagino il PD.

 

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Se fossi uno di loro

Io adesso, se fossi uno di quelli convinti che esiste solo un tipo di famiglia, quella con uomo, donna e figli tenuti per mano, e che tutte le altre sono solo aberrazioni e deformazioni, perché l’ha detto la tale divinità, perché è scritto nel tale libro sacro, perché in natura non si è mai vista una roba simile (al pari della Coca Cola, delle automobili o delle democrazie, per esempio), e fossi contro qualsiasi riconoscimento dei diritti di queste unioni e famiglie diverse da quell’unica che ho in mente io, be’, se fossi uno di quelli lì adesso sarei tutto agitato, e griderei slogan e scenderei in piazza e parteciperei a manifestazioni e mi metterei spillette e sventolerei bandierine e scriverei post su Facebook e cliccherei mi piace a certe pagine, insomma farei di tutto per far sentire la mia voce, perché ormai è questione di tempo, e sì che già da un pezzo la mia voce è quella di pochi, molti meno di quanti ne voglia far credere, e non riesco a bloccare il tic tac del conto alla rovescia, e non riesco a tirare per la manica il progresso che mi ha superato, e sembra che non mi dia più retta nessuno, fra un po’ nemmeno i preti, quando invece fino a qualche anno fa non c’era mica bisogno di dirle, queste cose, erano scontate, non c’era bisogno di family day o slogan, tutto filava liscio, le cose erano come dovevano essere, e chi non la pensava così o stava zitto o se le faceva di nascosto, le cose strane, invece adesso, anche quelli come me bisogna andarli a cercare a casa, organizzargli i pulman, mettergli i cartelli in mano, perché una volta e poi due volte e poi tre volte alla fine pure loro ti dicono “Ma sì, guarda, ho altro da fare, alla fine pure loro sono creature del signore, e anche mia cugina insomma sta con una ragazza, si vogliono bene, ci hanno invitato a cena, lasciamo stare”, perché ormai quanto vuoi che manchi? Un anno? Due? Se va bene qualcosa di più, ma tanto ci si arriva comunque, e allora adesso devo gridare, fare casino, far sembrare che siamo tanti e arrabbiati e convinti, perché poi, fra poco, quando iniziano a farne leggi e regolamenti e tutto finisce burocratizzato e quindi normale come tutto il resto, a quel punto cosa vuoi che faccia, a parte attaccarmi al cazzo?

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Informare per togliere like

Nelle ultime ore su Facebook è nato un nuovo sport: togliere il mi piace dalla pagina Informare per resistere. Oppure metterlo e poi toglierlo, se avete l’ansia della partecipazione. O anche toglierlo-metterlo-toglierlo-metterlo-toglierlo-metterlo, se siete dei compulsivi.

Questo sport è nato in concomitanza col Family Day, quella riunione di persone talmente proiettate nel futuro da sentire il bisogno di protestare contro dei diritti che ancora non sono stati nemmeno concessi. Io per esempio sto organizzando una manifestazione contro i clandestini europei che sbarcano sulle coste dell’Africa in fuga dalle glaciazioni.

Insomma qualcuno si è accorto che Informare per resistere era molto d’accordo col Family Day, al punto da parteciparvi con entusiasmo. E si è accorto anche che dall’ultima volta che aveva fatto un giro su quella pagina (tre o quattro anni fa circa) il clima e gli scopi e il tipo d’informazione diffusi erano cambiati come la faccia di Gabriel Garko.

In realtà questi “cambi di destinazione” sono più frequenti e diffusi di quanto si possa immaginare. L’eclatanza del caso probabilmente è legata alla rilevanza dei numeri (ieri Informare per resistere si aggirava sui 778mila like), alla centralità di certe tematiche scatenanti (il Family Day, la panna nella carbonara) e dal volo a 200 all’ora giù per il burrone di rocce appuntite con in fondo i coccodrilli dotati di laser al posto degli occhi che i contenuti di quella pagina hanno subito.

Quindi, per evitarvi altri traumi del genere, v’indicherò qui alcuni cambi di destinazione o modifiche sostanziali che sono avvenuti nel tempo in certe pagine Facebook e di cui forse non vi siete accorti:

Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi -> Il pomodoro non ha ancora raggiunto la cifra promessa

Lercio -> Pubblica notizie vere

Internazionale -> Invece dell’oroscopo di Brezsny contiene quello di Barbanera

Le migliori barzellette di Gino Bramieri -> Pubblica le peggiori

Gesù è il mio protettore -> Organizza raduni filo-nazisti

Lega Nord -> Adesso non ce l’ha più con i terroni

Matteo Renzi -> Ora si occupa di fenomeni paranormali

Rapimenti alieni -> Da un po’ è gestita da un commercialista di Aosta che pubblica trucchi fiscali ai limiti della liceità

Suore del convento della Beata Santa Claudia da Villanova -> È la fanpage di un gruppo metal di Sabaudia niente male.

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