Ultrà

Un’altra cosa che mi è capitata, di recente, è questa. Ero in treno, uno di quelli con pochi fronzoli e ogni tanto mancanti anche proprio dell’essenziale, ma che hanno questa impressionante capacità di fare quasi mai ritardo, e se ne fanno ne fanno pochissimo (certo, ci mettono di più ad arrivare, ma io di solito non ho fretta), e insomma a un certo punto si sente l’altoparlante che dice “Avvertiamo eccetera eccetera che nella stazione di eccetera eccetera saliranno dei tifosi, e quindi i gentili signori presenti nelle ultime tre carrozze sono pregati di spostarsi altrove”, e lo dice con un tono che il cervello capisce “Hanno trovato degli Unni che vagavano disorientati dai tempi delle invasioni barbariche, li riportiamo a casa nelle ultime tre carrozze, stanno per salire, fuggite sciocchi!”. Così prendo armi e bagagli (che è un modo di dire che col clima che c’è è meglio lasciar stare), e insieme a tre vagoni non pienissimi di gente mi dirigo verso la testa del treno, e alla fine trovo un posto. L’altoparlante dopo un po’ ripete l’avviso, e l’immagine di uomini barbuti e vestiti di pellicce che scendono forsennati dalle colline roteando asce e spade attraversa la mente di ognuno. Stiamo tutti lì in tensione per una buona mezz’ora. Poi arriviamo alla stazione degli Unni, appiccichiamo gli occhi ai finestrini, e non sale nessuno. Aspettiamo la mandria, controlliamo, ascoltiamo, e la mandria non arriva. Non si vede un tifoso nemmeno a offrirgli un biglietto in tribuna imperiale. Poco dopo ripartiamo. La delusione è palpabile. E le facce hanno tutte quell’espressione che vuol dire “Vuoi vedere che la storia, sui barbari, ci ha ricamato sopra?”.

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Il non morto

C’è questa cosa che mi succede, che secondo me è un po’ strana. Poi magari capita a tutti e tutti i giorni, ma non credo. Insomma mi succede che ogni tanto do per morto uno. Nel senso, uno qui del paesello. Un signore che aveva un bar. Capita il suo nome nei discorsi, anche solo per caso, e io dico: “Ah, coso lì che è morto”. E tutti mi guardano un po’ stupiti e mi dicono: “Ma non è mica morto”. E io: “Ma va? Mi sembrava proprio”. E questa cosa succede ogni 3 o 4 anni, tipo, e fin qui non ha niente di strano, perché la memoria è quella che è, e certe fissazioni sono difficili da risolvere, e quindi io, di media, penso che quello lì è morto. E va bene, non muore mica nessuno. Non davvero. Solo che poi, il giorno dopo, dopo che ho detto “Ah, coso lì che è morto”, il giorno dopo di ogni 3 o 4 anni quindi, coso lì lo incontro per strada. Incontro il morto, in pratica. Solo che, naturalmente, è vivo, proprio come mi avevano detto. Cioè, io per 3 o 4 anni questo qui non lo vedo mai (il che, anche solo statisticamente, qui al paesello, è piuttosto difficile), poi, il giorno dopo che l’ho dato per morto, lo incrocio. Sempre. È un po’ come se mi volesse dire “Tiè, col cazzo che sono morto”, e avrebbe anche ragione. Oppure vuole dimostrarmi che dandolo per morto con tale regolarità e convinzione, lo sto facendo campare tantissimo, e ci tiene  a ribadirlo ogni volta. Oppure è solo un caso. Ma non credo.

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Chiamateli matrimoni

Davvero qualcuno pensa che dirò cose tipo “Domenica prossima ho un’unione civile e non ho trovato ancora niente da mettermi”? Davvero qualcuno crede che mi arriveranno messaggi su WhatsApp con scritto “Venerdì sera alle 21.30 da noi per vedere le foto dell’unione civile e del viaggio più o meno di nozze”? Davvero c’è chi immagina dialoghi che iniziano con “Hai saputo chi si unisce civilmente?” o “Proprio belle le bomboniere di Carlo e Roberto”? Voi fate come vi pare, ovviamente. Io però li chiamerò matrimoni, senza aggiungere asterischi o postille. Anche se la norma non mi dà ragione. Perché credo che le parole costruiscano la realtà molto più rapidamente delle leggi. E queste ultime, a un certo punto, non possono che adeguarsi.

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Alla Seldon

 

Sì può guardare al mondo con estremo sconforto. Ci sono guerre, sfruttamenti, disastri e distruzioni. I potenti badano solo a rimanere tali e ad accrescere il loro potere. Tutti gli altri, mediamente, lottano per sopravvivere, poco importa se questo implica calpestare quelli che stanno appena appena, giusto di un centesimo o due, peggio di noi, e invidiare e idolatrare e raggirare quelli che stanno appena appena, giusto di un centesimo o due, meglio di noi. Tutto questo, mentre il pianeta non ci sopporta quasi più, e non manca molto al momento in cui ci sputerà via, unici indegni abitatori fra centinaia di migliaia di specie animali. Anche accorciando lo sguardo ai soli confini nazionali, lo sconforto non diminuisce comunque. Corruzione, malaffare, ignoranza, populismi, violenza, Mario Adinolfi. Nonostante la retorica del ce la possiamo fare, del più subiamo più reagiamo, come popolo, come sempre nella storia, la sensazione di decadenza senza ritorno è palpabile. Allora – sarà che di recente ho avuto il piacere di leggere il ciclo della Fondazione, di Asimov, con dentro le teorie psicostoriografiche di Hari Seldon – ho pensato che l’unica maniera di affrontare la situazione senza cadere in una nera depressione, ma anzi dandosi da fare per risolverla, con una soluzione alla Seldon però, è cercare di accelerare il disastro, la decadenza, facendo in modo che la catastrofe e la barbarie che verranno poi durino il meno possibile, perché il mondo e il paese tornino alla vita quanto prima. Noi, ovviamente, non ci saremo. Ma l’obiettivo, a dirla tutta, è proprio quello.

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Direzioni

Siamo nel 2016. Trapiantiamo organi vitali, mandiamo persone nello spazio, giriamo con in tasca dispositivi che accedono istantaneamente a più o meno tutto il sapere disponibile sul pianeta, cuciniamo persino con poco olio. Eppure, nonostante tutti questi e molti altri incredibili progressi, sebbene il mondo sia diventato una miniera quasi infinita di possibilità e opportunità, siamo ancora fermi alle due direzioni tradizionali: destra e sinistra. O di qua e di là, per quelli che si sbagliano sempre. Che senso ha, nel 2016, costringerci a scegliere fra due sole alternative? Quanto progresso ci è precluso perché possiamo andare solo a destra e a sinistra, e non altrove? Non è dunque il caso di cominciare ad aprirci nuove strade, di puntare su tutte le variazioni possibili tra questi due poli che sono stati utilissimi in epoche in cui c’era bisogno di semplicità, di scelte nette, ma che ora sono un peso dell’antichità? Il primo passo da compiere è perciò ovvio: inaugurare subito una o due nuove direzioni. Nobostra e locistra, per esempio (o di qui ecco non proprio e di lì ecco infatti, per quelli che si sbagliano sempre). Ma in questo momento i nomi poco importano, ci penseranno le varie commissioni e istituti che presto fioriranno a questo scopo. Per ora la cosa importante è smettere di dar retta alle solite indicazioni, e a quelli che ci dicono di seguirli perché sanno la strada.

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Strappare libri

Premesso che a quel punto della filiera l’albero che è stato abbattuto e lavorato per produrre la cellulosa per fare la carta è bello che morto, e quindi prendersela col libro, anche proprio come atto di sadismo, sarebbe piuttosto privo di senso (com’è anche un po’ privo di senso farne tutta questa rumorosa questione per il solo motivo che ci tornano sempre in mente i nazisti che bruciano libri, che se i nazisti avessero bruciato delle costate di manzo volevo vedere adesso com’eravamo combinati), se uno volesse davvero far scontare al libro le colpe dell’autore o della casa editrice, invece di strapparlo lì, in libreria, appena uscito, e farlo finire subito nel cestino, dovrebbe lasciarlo sullo scaffale, dove sarebbe rimasto per un po’ di tempo (quanto volete che venda? Credete che i fan di Salvini siano lettori forti?), diciamo qualche settimana, poi avrebbe affrontato la solita dolorosa odissea dei libri invenduti, attraverso distributori, resi, spedizioni svanite nel nulla, magazzini, reminder, e infine, basta attendere, il macero.

Poi, sia chiaro, se uno vuole fare un gesto simbolico, lbero di farlo, con tutte le conseguenze del caso.

Però, anche qui, anche in questo caso, ho sempre la solita impressione: che Salvini sia diventato questo piccolo supereroe solo perché tutti i suoi detrattori si sono messi lì d’impegno a cucirgli addosso un costume sgargiante.

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Com’è andata poi quella cosa del circolo di lettori ed Eccì

(Victoria Singh, The Waiting Room)

 

Insomma ieri sera è successa questa cosa strana di cui vi dicevo qui.

È andata piuttosto bene, devo dire. Abbastanza da correre il rischio di montarsi la testa (ma resisterò, lo prometto).

E a un certo punto c’è stata questa signora che mi ha raccontato che lei era andata dal medico, e si era portata Eccì da leggere, per passare il tempo in attesa del suo turno. Solo che dopo un po’ che lo leggeva aveva dovuto smettere, perché le scappava così spesso da ridere che aveva paura che gli altri lì nella sala d’aspetto la prendessero per matta.

Se non è una cosa bella questa, cosa lo è?

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Sarà presente l’autore

Eccì

Questa sera succede una cosa un po’ strana.

Due premesse:

1) Faccio parte di un circolo di lettori che si chiama Viola legge. In buona sostanza si tratta di un gruppo di persone amanti della lettura che all’incirca una volta al mese si riunisce per parlare di un libro, mangiare e bere, scegliere il prossimo libro in lettura, fare chiacchiere. Le riunioni si svolgono un po’ come quelle degli alcolisti anonimi (“Ciao, sono Cristiano e non leggo un libro da tre giorni”), nel senso che a turno ognuno dice la sua sul libro, lo elogia o lo massacra, racconta cosa ci ha visto e sentito, quali altre letture o esperienze gli ha ricordato, com’è andata con quello stile lì, se è stato faticoso o è andato dritto alla meta, se gli è toccato smettere dopo 31 pagine. Cose così. Una differenza sostanziale è che, rispetto agli alcolisti anonimi, da noi l’alcol non manca. Mettiamo anche un voto, alla fine, tanto per tenere una traccia quantitativa, che male non può fare. Nonostante lo scetticismo iniziale, devo ammettere che questa del circolo si è rivelata un’esperienza interessante e divertente, e il confronto con altri lettori fa scoprire cose – del libro e di molto altro – che nemmeno s’immaginano. Poi sì, quando trovi un libro che tu adori e un altro massacra, viene voglia di tirare delle sedie. È normale. L’importante è fermarsi un attimo prima di tirarle davvero, e ripiegare sul vino.

2) Ho scritto un libro intitolato Eccì.

Date tali premesse, ecco la cosa un po’ strana che dicevo: questa sera, al circolo Viola legge, il libro di cui si discuterà è proprio Eccì.

Non so se avete presente una situazione che è contemporaneamente il paradiso (l’ego gonfiato a 100 e passa atmosfere) e l’inferno (accerchiato da una piccola folla appositamente lì per giudicarti) dello scrittore. Ecco. Oppure lo straniamento di passare da giudice a giudicato, mentre ci si pente amaramente di esserci andati giù pesanti quella volta con quel libro, con quell’autore, e già ti pare di percepire il woof woof del boomerang che torna indietro.

A parte questo leggero oscillare tra gioia e terrore, l’unica cosa che spero non accada è che qualcuno, per colpa dell’autore lì presente, si autocensuri, e si trattenga dal tirare delle sedie. Perché dopo essere diventato un buon lanciatore, è ora che impari anche a schivarle.

Eppoi, come si dice, qualche sedia in faccia non può che far bene.

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Contro i muri

Basterebbe poi poco, in fin dei conti, per fare qualcosa contro questi muri e questi fili spinati che stanno spuntando qua e là in Europa. Muri e fili spinati che si direbbero il prodotto di un vuoto di memoria che è tanto più pericoloso quanto vicini a noi nel tempo sono gli eventi tragici che si sono svolti attorno a barriere del genere.

Basterebbe rispondere, la prossima volta che ci chiediamo “Dove andiamo in ferie?”, “Andiamo in un posto accogliente”. Senza specificare accogliente per chi.

Perché di questi tempi, per come va il mondo, non ci vuole poi chissà cosa per passare da turista a profugo.

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E invece erano proprio i droidi che stavamo cercando

Uno dice è il tuo primo giorno, sei uscito dall’accademia l’altro ieri, stai zitto. E infatti sono stato zitto. Poi però quello che è successo lo sappiamo tutti.

Insomma esco per la mia prima missione sul campo, il pattugliamento di un astroporto. Insieme a me un superiore, con alle spalle già qualche anno d’esperienza. Non l’avevo mai visto prima; le assegnazioni sono casuali, non ho capito perché, secondo me è una stupidaggine.

Si trattava di un pattugliamento mirato: c’erano due droidi in fuga che bisognava assolutamente catturare. Vai a sapere i motivi. Così ci danno la descrizione dei droidi, e penso che due così, se sono scappati, sono state fatte delle belle cazzate, e qualcuno di certo ci aveva rimesso i gradi.

Così iniziamo il nostro giro in questo postaccio caldo (non ci avevano ancora dato le armature estive, oltretutto), polveroso e maleodorante, un covo di feccia come pochi se ne vedono nella galassia. Se ci fossimo messi a fermare tutti quelli che incrociavamo e a controllarli, avremmo arrestato mezza città. Droidi in giro non se ne vedevano molti, e comunque nessuno corrispondente alla descrizione che avevamo.

Insomma ci aggiriamo con le nostre belle armi ben in vista, con le nostre regole d’ingaggio piuttosto favorevoli, portatori del potere imperiale, e quindi temuti, in un certo senso, non dico rivestiti di un’aura di autorità, ma quasi, nel senso che molti, incrociandoci, abbassavano lo sguardo o si scansavano, quando a un certo punto passiamo davanti a questo bar piuttosto famoso, nel senso di malfamato. Da dentro veniva una musica indiavolata, tipica dei criminali e dei giovani scapestrati.

Proprio mentre siamo lì, arrivano questi due. Un vecchio mezzo imbacuccato in una pesante tunica (immagino si stesse sudando l’anima) e un ragazzino, vestito come se stesse andando a un raduno di deficienti, non so nemmeno se maggiorenne, che solo a vederli insieme su quel catorcio che li trasportava venivano subito delle idee un po’ raccapriccianti. Ma ok, siamo in uno spazioporto, ci può stare. C’è pure di peggio. Solo che insieme a loro, sul veicolo, e non ci sono due droidi perfettamente corrispondenti all’identikit?

Il mio superiore, sveglio, professionale, inquadra subito la situazione e si fa avanti verso ‘sti due. Io, come da protocollo, resto un passo indietro. Penso subito prima missione primo successo, wow, e mi vedo già la carriera spalancata. Il mio superiore ferma questi tizi e va per controllarli. Un lavoretto facile, pulito.

Sono lì che già immagino i complimenti dei colleghi, gli elogi dei superiori, quando il vecchio, senza scomporsi, fa un gesto leggero con la mano e dice al mio capo “Questi non sono i droidi che state cercando”. Sì, stocazzo, mi dico io, come no. E mi aspetto che il capo punti l’arma e riporti i due coi piedi per terra. Invece quello cosa fa? Dice “Questi non sono i droidi che stiamo cercando”, si volta verso di me e lo ripete, poi guarda i due, anzi i quattro, e gli dice di circolare, e quelli se ne vanno per i fatti loro.

Me ne sono rimasto zitto, perché oltretutto le regole d’insubordinazione sono abbastanza rigide. Gli ho solo chiesto “Non erano loro?”, per sicurezza, appena un attimo dopo, e lui “No no, non erano i droidi che stavamo cercando”. E vabbè, ho pensato, lui è il superiore, pace.

Invece, la storia la sapete, erano proprio loro, quei droidi che cercavamo.

E dopo tutto il casino che sappiamo, infatti, mi hanno spedito qui, su questa luna umida, a controllare non ho capito cosa, perché ci sono solo alberi enormi dappertutto e robe pelose che non si capisce niente quando parlano, oltre a una specie di antenna. E mi faccio due palle che non vi dico.

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