Maior

Dovremmo tutti darci una gran pacca sulle spalle, noi italiani. Siamo riusciti in un’impresa che sembrava impossibile. A contemplarne il risultato, si fa fatica a crederci. Ma è così, ci siamo riusciti.

Abbiamo preso un giovane sprovveduto, senza esperienza, con idee e ideologie confuse, inappropriato a qualsiasi carica, di cui a stento ci saremmo fidati come amministratore di condominio, con uno stile comunicativo costellato di frasi fatte, slogan beceri e qualunquismo da bancarella, e l’abbiamo fatto crescere, piano piano, un ruolo alla volta, all’inizio sgrezzandolo col piccone, poi sempre più nel dettaglio, fino ad usare la carta vetrata, insegnandoli i modi, i tempi, lo stile, le parole, la tattica e la strategia, con tanti consigli, qualche caduta quasi rovinosa, molti errori ma anche molte lezioni, aggiustamento dopo aggiustamento, fino ad ottenere un piccolo gioiello dell’arte politica, una figura istituzionale, equilibrata, una belva sanguinaria ma sorridente nel suo completo blu scuro, l’aria da fregnone che già sa dove ti pianterà il pugnale per essere sicuro di toglierti di mezzo, un occhio al popolo un occhio alla poltrona e il terzo occhio che tutto osserva, la rubrica che gronda di numeri di telefono di ben disposti, pochissimi amici fidati e pochissimo visibili, tanta marmaglia utile attorno, parole sempre pesate, il racconto pubblico di una vita semplice, da cittadino qualunque, mentre si avvicina un passetto alla volta all’obiettivo: regnare agli inferi, se proprio non si può nei cieli. In una parola, un ottimo democristiano.

Che razza di lavoro abbiamo fatto, con Di Maio?

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Di Mix

Grouchomarxista praticante.

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