Un racconto che non è piaciuto e che s’intitola Il regalo

Una volta all’anno mando un raccontino per una specie di concorso. Non sono un grande estimatore delle gare testuali, però questa è diventata una specie di tradizione (sono ormai 5 o 6 anni che si fa e gli mando robe) e mi ci sono affezionato. Un paio di volte mi hanno pure chiamato a leggere il mio pezzo dal vivo. Questa volta però niente, non gli è piaciuto (c’è da dire che gli mando sempre delle cose un po’ strane eh). Quindi lo metto qui, in caso voleste leggerlo. Cinque minuti bastano.

Il regalo

Cos’hai da fissarmi? Eh? Cosa c’è? Vuoi prendertela con me, se va a finire così? Puoi guardarmi quanto ti pare, cosa c’entro io? Sono una vittima quanto te, forse di più. No, di più no: uguale. È andata così anche quest’anno. Pace. Non è poi mica una sorpresa. Come ogni maledetto Natale, dopotutto.

Stai lì sulla sedia, con quell’atteggiamento. Cos’è, davvero vuoi giudicarmi? Davvero ti senti nella posizione di farlo, dannato maglione turchese? Anzi, diciamola tutta: dannato maglione turchese di lana a collo alto. (diomio, turchese)(diomio, a collo alto!)(no, di lana va bene) Fossi solo turchese, schifoso maglione. Fossi anche solo a collo alto. Ma così, santo cielo, uno come fa? Ci vuole del coraggio. Ma io non ce l’ho, no, tutto ‘sto coraggio. Non così tanto.

Ma tu poi, non ti vergogni? Che cazzo di combinazione è, turchese e a collo alto? (lasciamo stare la lana, che va anche bene, alla fine) No perché qui pare che la merda sono io, invece, se c’è qualcosa di repellente in questa stanza, sei tu eh. Che uno entra all’improvviso, gli salti subito all’occhio, da quanto sei brutto, rispetto al resto. Fai proprio stacco. Lo faresti anche in una discarica, secondo me, stacco.

Ma cosa ti costa? Fammi un accappatoio in microfibra, no? Fammi una lampada da tavolo. Fammi un portafogli, una cravatta, dei calzini. Vai sui classici, dico io, si chiamano classici apposta, perché vanno sempre bene, perché è difficile che sbagli, ma fammi anche i soldi, va bene uguale, in una busta, ma anche senza, direttamente a mano, pure in moneta, anzi guarda non farmi proprio niente, zia Antonietta, che stiamo tutti meglio, tu risparmi, e io non m’incazzo con un maledetto maglione turchese a collo alto che fa vomitare. Invece niente.

No, guarda, è inutile, puoi fare tutte le scene che vuoi, finisci comunque come tutti gli altri, nello scatolone dei regali di zia Antonietta, sopra l’armadio, nel cimitero del cattivo gusto. Cosa faccio sennò? Ti riciclo? Ti regalo a qualcun altro? Per fare un dispetto, certo, ma queste cose, poi, lo sai, c’è il karma di mezzo, io ti regalo, chi lo riceve gli fai schifo ti regala a sua volta, e fra dieci natali mi ritrovo a scartarti di nuovo. Diverrei schiavo della catena che io stesso ho contribuito a forgiare. (toh, senti che poeta) Nello scatolone. Now!

Ai poveri, si potrebbe dare ai poveri. Come non avessero già abbastanza problemi. No ma poi t’immagini? Uno non ha da mangiare, non ha da vestire, vive per strada, va alla caritas, gli danno questa cosa, lui la guarda, poi guarda loro della caritas, gli dice ”no, va be’, questo no“. Io, anche solo a immaginare la scena, non ci riesco a darlo ai poveri. Sempre che finisca ai poveri poi, che queste cose, in Italia, vai a sapere.

Com’è che ha detto, zia Antonietta?, “l’ho preso in quel negozietto che ha un sacco di robe carine”. Sì, degli anni ’30 le robe carine. Ma nemmeno, sono cose proprio fuori dal tempo. Non di una qualche moda passata, né di un periodo particolare, per quanto lontano. La verità è che quello stile, quelle forme, quei colori, quegli abbinamenti non ci sono mai stati. Sono alieni. Un negozio gestito da extraterrestri, ecco cos’è. Ogni tanto arrivano i fornitori, con l’astronave, e scaricano tutte queste robe che dall’altra parte della galassia non vanno più. Che poi pure zia Antonietta, la guardi bene, pare un alieno.

Una calcolatrice tascabile a forma di fungo. Una cravatta di pelle giallo limone. Un fermacarte con base in similmarmo sopra la quale s’indovina un atleta di metallo nel compimento di un qualche gesto sportivo non ben riconoscibile. Il romanzo autopubblicato di un certo Edoardo Panizza Corrugati, autore che, come dice la quarta di copertina, “dopo molti saggi storici e antropologici ha deciso di tentare la via della scrittura narrativa”; titolo: “Omicidio nel sottopasso”. Un set di sottobicchieri in bambù. Un quadretto a olio di un certo Pintòr (la firma non si legge bene) raffigurante una madonna con bambino, lei afflitta da un tragico strabismo, lui da una probabile forma gravissima di gigantismo; sullo sfondo alle loro spalle s’intravede un impianto industriale di qualche tipo. Una valigetta in legno contenente un set per giochi d’azzardo; all’interno troviamo: una piccola roulette, due palline per la roulette, due set di dadi, due mazzi di carte, un distribuisci-carte o come si chiama, fiches di vario taglio, rastrello recupera-fiches, tovagliette di panno verde con le apposite grafiche adatte ai vari giochi, manuale col regolamento dei vari giochi, cartolina del concorso ”Vinci tre giorni a San Vincent!“. Questi qui saranno alcuni dei tuoi compagni di cella, maglione ripugnante.

Lo so cosa vuoi propormi, con quel tuo cannolè ammiccante, cosa vuoi suggerirmi. Ma non ti vergogni? Ce l’hai un po’ di spina dorsale, un filo d’autostima? Ancora con questo salvare capra e cavoli? Le mezze vie, il compromesso, l’equilibrio, lo star bene tutti, basta vivere tranquilli, l’importante è la salute. Ma chi sei? La Democrazia Cristiana? Non, non lo faccio. Non t’indosso per stare a casa. Anche se sei caldo, anche se non mi vede nessuno. Scordatelo, capito? Levatelo dalla testa, anzi dal collo, quell’alto collo inguardabile. Ho dei principi e me li tengo stretti. Non è una questione di convenienza. Mi fai schifo, punto.

No, buttarti no. Buttare le robe è peccato. Nascondere è lecito. Far giacere inutilizzato è ammesso. Nessuno mi condannerebbe, con un buon avvocato. Gettare via no però. Perché se anche sei un aborto di vestiario, anche se rappresenti una blasfemia estetica che farsi il segno della croce non basta, qualcuno ti ha disegnato, ha deciso quale tessuto usare, e di che colore. E no, non ne ha azzeccata una, e meriterebbe un trattamento sanitario obbligatorio, per averti fatto questo, e per averlo fatto a me. Nonostante ciò, questa persona ti ha pensato, e al di là delle turbe psichiche che deve aver avuto quel giorno, tu esisti in conseguenza di un suo pensiero: pensiero che si è fatto materia, materia che si è fatta sfiga. Se ti butto via, insieme a te butto via il pensiero che ti ha generato, e visto che in giro di pensiero ce n’è sempre meno, meglio evitare. Basta il pensiero, si dice. Ma almeno quello sì.

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4 thoughts on “Un racconto che non è piaciuto e che s’intitola Il regalo

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