Saluti e baci

Cartolina Rivazzurra

 

Io però, che non si mandano più le cartoline, mi pare un peccato.

L’unico sforzo creativo che l’italiano in vacanza metteva in atto era quello: la redazione delle cartoline a parenti e amici. C’erano anche le parole crociate, è vero, in cui si reinventava la geografia (i laghi della Russia erano micidiali), la storia, la letteratura e soprattutto l’opera (“si scrive b-a-t-t-e-r-f-l-a-i, giusto?”). Però nessuno vi costringeva a portarle a termine, e infatti si finiva rapidamente a unire puntini (facile) e poi a capire cosa rappresentasse la figura (difficile).

Le cartoline, invece, bisognava sceglierle, decidere quali a chi, indirizzarle, affrancarle, imbucarle. Ma soprattutto, scriverle. Quel rettangolino bianco sul retro, a sinistra delle confortanti righe per nome-cognome-indirizzo, ha portato alla disperazione generazioni di italiani in ferie.

Chi aveva famiglie numerose (e vendicative) trascorreva le ferie solo a far quello, e i luoghi di villeggiatura li vedeva unicamente nelle immagini delle cartoline che inviava. Oppure le spediva poi da casa, sperando che il timbro postale sbiadito non facesse la spia. Ma era da temerari.

A qualcuno passava anche di mente. Le ritrovava in un cassetto, mesi dopo, e via di corsa a imbucarle. Così “Il mare è bellissimo. Saluti da San Benedetto del Tronto” arrivava sospettosamente a ridosso del Natale.

Lo sforzo creativo per scrivere quelle due righe in croce poteva essere affrontato in due modi: si affidava tutto allo studioso della famiglia (bambino in quinta elementare) oppure prevedeva la sinergia. Il che significava tutta la famiglia a tavolino per almeno due ore e finché non finiamo da qui non si alza nessuno ché l’anno scorso ci siamo scordati zio Alberico e ci ha riparlato a Pasqua.

Quelli sì che erano brainstorming. Sudori, brividi, teste doloranti, parole che uscivano a stento, balbettate, crisi di pianto, litigi. Mezzo pomeriggio di terrore. Ma alla fine, stremati, il blocchetto era pronto per essere imbucato.

Usando solo quelle 8 parole (tra cui i pilastri: mare, saluti, baci, bellissimo) si erano prodotte 123 cartoline diverse. Un paio di doppioni capitavano sempre, a causa della stanchezza: bastava solo stare attenti e inviarli a persone con almeno 12 gradi di separazione. Preferibilmente di nazionalità diverse. E almeno una in carcere. Il rischio sputtanamento (“le avranno scritte tutte uguali!”) era altissimo.

Le cartoline ovviamente erano ponderate, in quanto a soggetti. Al bar quella con la tedescona con le tette al vento. Agli amici quelle tutte nere con la didascalia “Rimini di notte”. Alla nonna quella con la chiesa di San Girolamo protettore degli osteoporotici. Errori di invio, in tal senso, sebbene rarissimi (i controlli ISO sono nati così), hanno distrutto famiglie e reputazioni.

Se qualcuno veniva dimenticato, per regolamento valeva anche la cartolina in extremis dall’autogrill. “Saluti dalla spiaggia di velluto di Senigallia”, anche se eravate stati al mare a Campomarino.

Almeno una dei 3 chili e mezzo di cartoline che si spedivano era la famosa “Saluti e baci paga la tassa e taci” senza francobollo. Ne abbiamo spedite milioni. Dio solo sa dove siano finite. C’è pure una leggenda che dice che uno di Varese, nel 1983, ne ricevette una così, e sia stato costretto a pagare davvero. Vai a sapere.

C’è poi un altro mistero inquietante. Si comprava sempre qualche cartolina in più, o per il classico “non si sa mai” o per avere un po’ più di scelta di soggetti. Così alla fine un paio ne avanzavano sempre, pure di francobolli, e allora dai ce la mandiamo da soli. L’autocartolina, in pratica. Magari non ci si scriveva niente. Però era un bel ricordo. La cartolina riportata a mano a casa in confronto era asettica, senza valore sentimentale. Su quella spedita c’era il francobollo, il timbro, una pennellata di ufficialità che donava al ricordo un sapore tutto particolare.

L’aspettavate per qualche giorno, per una-due settimane, poi ve ne scordavate.

Ne fosse mai arrivata una.

 

 

Dopo Natale

Lo sapete già tutti, immagino, che Natale non è sempre stato Natale. Prima di essere Natale, nel senso di Gesù bambino, Natale si chiamava Dies Natalis Solis Invicti, nel senso del Sole, ed era una festa legata ai cicli naturali e al solstizio d’inverno.

Una volta eravamo molto più contadini di oggi, e più che la fratellanza universale e le tripartizioni metafisiche c’interessava che il sole splendesse riscaldandoci e nutrendo i raccolti.

Così, quando il Cristianesimo ha iniziato ad avere successo a Roma, c’è stato bisogno d’inserirlo con una certa delicatezza, sfruttando comunque secoli e secoli di tradizioni precedenti. Perché i contadini son gente semplice, e se gli dici che non si inneggia più al sole che li fa vivere ma a un bambino nato in medioriente da madre vergine e sospettato di essere futuro re del mondo, quantomeno li confondi, e rischi di bruciarti una religione.

Fatto sta che nel volgere di qualche secolo è nato il Natale (la famosa autonatività), così come lo conosciamo, o giù di lì.

Poi da qualche tempo è arrivata questa nuova religione, il Consumismo, e anch’essa ha iniziato, con delicatezza, a innestarsi sul Natale cristiano. Perché noi siamo gente semplice, e se ci dici che non si inneggia più al bambino nato in medioriente da madre vergine e sospettato di essere futuro re del mondo ma all’acquisto di beni e servizi e al consumo di beni di varia (anche scarsa) necessità, quantomeno ci confondi, e rischi di bruciarti questa nuova fede che ha tutte le carte in regola per replicare il successo della precedente.

Allo stato attuale, siamo nella fase di passaggio. Alcuni riti si sono sovrapposti, alcuni si sono sostituiti, altri hanno solo cambiato nome. È un percorso abbastanza classico. È solo questione di tempo.

La vera domanda, casomai, è cosa verrà dopo il consumismo. Cosa ci verrà trapiantato sopra? Da quale religione sarà sostituito?

Stai a vedere che è tutto un gran ciclo, e si torna a pregare il sole.