Velo Di Maio

Io non ne so niente di come si amministra uno stato, e infatti non lo faccio. Qualcosa in più, diciamo le basi, so a proposito di testi che seguono un percorso che va dalle mani dell’autore o degli autori fino alla loro diffusione pubblica, che sia su carta o tramite altri mezzi. E so che durante questo percorso il testo subisce modifiche in molti modi e per opera di mani – o manine che dir si voglia, dipende da quanto volete apparire vicini alla frequentazione della seconda elementare – diverse. E so che queste modifiche possono anche risultare non appropriate, o introdurre errori di varia natura. E so che, proprio perché si corrono tali rischi, il percorso del testo prevede, prima della diffusione, un controllo finale anche e soprattutto a opera di chi è all’inizio della catena di passaggi, ovvero l’autore o gli autori, affinché ci sia la ragionevole certezza che il messaggio che si voleva comunicare sia nel frattempo rimasto intatto, pur nelle modifiche apportate. E so anche che, in caso di catastrofi (per esempio, un libro che esce col nome dell’autore sbagliato in copertina) (sì, può succedere) (per esempio, un libro che esce con parti mancanti e al loro posto pagine bianche) (sì, può succedere), la responsabilità pubblica se la prende l’ente che cura la pubblicazione, che poi, in privato, farà i conti con i responsabili materiali, se sono rintracciabili.
Certo, amministrare uno stato è tutta un’altra cosa, e non ho idea di come si faccia. E infatti non lo faccio.

Cose che restano da dire sul femminicidio

Mettiamo da parte il fatto che in Italia le cose si fanno solo quando c’è una sorta di emergenza, nel senso proprio dell’emergere.

E mettiamo anche da parte il fatto che quasi sempre quest’emergenza è fasulla, statisticamente parlando, e si tratta di un’emergenza in senso mediatico, perché i numeri danno prova del problema da chissà quanto tempo, ma nessuno se n’era mai accorto, chissà perché.

E mettiamo anche da parte il fatto che è l’onda mediatica ad accendere gli animi, creare discussioni, avviare movimenti e associazioni, fiaccolate, aizzare lo sdegno, produrre speciali dedicati, fiction a tema (un ritorno ci vuole, no?), e soprattutto a risvegliare i politici dalla costante pennichella istituzionale (perché si sa, in Italia ci sono sempre le elezioni, fra poco, ed è meglio farsi vedere attivi – anche se incapaci – che inattivi) giusto il tempo per produrre in fretta e furia un testo di legge che spegnerà gli ardori e non risolverà niente, perché fra i proclami e l’applicabilità dei provvedimenti c’è un mare, e fra l’applicabilità e la funzionalità c’è un oceano.

E mettiamo anche da parte il fatto che per l’ennesima volta in un provvedimento che doveva regolamentare le castagne ci sono finite anche le noci (consigliano sempre di usare frutta di stagione, volevo provare), e nonostante tutti si siano messi a gridare allo scandalo, lo scandalo è stato approvato, perché sai, c’è l’emergenza.

E mettiamo anche da parte il fatto che questo vizio di regolamentare a scale sempre minori, verso casi ogni volta più specifici, spostando il peso dalla saggezza del giudicante al suo mero rispetto della normativa, che è un altro modo per dire disumanizzazione, prima o poi ci porterà a un sistema di una complessità tale da risultare completamente paralizzato (già adesso i ritmi sono molto bassi, e i tempi di conseguenza molto lunghi), incapace di giudicare alcunché, e in grado tuttalpiù di calcolare unicamente una pena quantitativa in base a quelli che saranno nient’altro che algoritmi di un codice più simile a quello software che a quello penale.

Messo da parte tutto questo, non è che resti molto da dire. Anzi.