Senza un verso

Qualche tempo fa mi è capitato di riascoltare, da un decenne che ce l’aveva come compito per il giorno dopo, la poesia San Martino, di Giosuè Carducci. Quella, per capirci, che inizia con La nebbia agli irti colli. Quella con cui Fiorello fece una canzone, nel 1993. Come se fosse normale.

Insomma ero lì che ascoltavo questo decenne che ripeteva la poesia a memoria, ed ero tutto un groviglio – e quando mi ricapita? – di autorità e letteratura, un po’ per l’età, un po’ perché San Martino era l’unica poesia che ricordavo a memoria dai tempi delle scuole, delle scuole elementari, ed ero in grado di correggere i passaggi sbagliati e le incertezze.

Solo che a un certo punto, dopo su l’uscio a rimirar, il decenne dice tra le rossastre nubi, mentre io penso stormi d’uccelli neri, allora dico Tra le rossastre nubi?, e lui dice Sì, tra le rossastre nubi, e allora io dico Ok, e lui continua con stormi d’uccelli neri e tutti il resto, fino alla fine, mentre io penso Cazzo, ho sempre saltato un verso, chi l’ha detto mai tra le rossastre nubi? Vuoi vedere che pure all’epoca, quando me la chiese il maestro, alle elementari, mi ero sbagliato? E chissà poi quante altre volte ho sbagliato a dirla. Che disastro.

E insomma quel groviglio di autorità e letteratura s’è sciolto con la velocità di un trucco di magia. E mi sa che non mi ricapita più, che è meglio.

Per comprarmi il Porsche

Allora. Io, in qualità di scrittore, che si sappia, come obiettivo ho quello di comprarmi il Porsche. Perciò, visto che in questi giorni ho avuto a che fare coi resoconti delle vendite di Scienziaggini, mi sono messo a fare un po’ di calcoli per capire quanto dista la meta.

Tolto il primo semestre di vendite, che è un discorso a parte perché c’è il lancio e tutta la fase di promozione violenta, cioè quella in cui sfinisci i tuoi contatti finché non ti comprano il libro, Scienziaggini si è assestato su una media di vendite di circa 30 copie a semestre. Cifra niente male, se si considera che è un’opera di esordio, umoristica, a tema scientifico, in una collana di matematica, uscita solo in e-book, in Italia.

Perciò, se ipotizziamo che il libro continuerà a vendere a questo ritmo a tempo indeterminato, ne risulta che potrò acquistare, pagandolo in contanti, un Porsche 911 cabrio (allestimento base) nel 7817 d.C., a fine aprile.

Dico in contanti perché dubito che, su queste basi, me lo facciano prendere a rate.

 

Ambidestra

Gualtiero è un bravo italiano. Di destra. I giornali, le tv, internet dicono estrema destra. Lui no, non vede cosa ci sia di estremo. Non vuole gli immigrati, non vuole i gay, non vuole il degrado, non vuole un po’ di altre cose. Vuole un’Italia di famiglie italiane, di lavoro italiano, di un’altra po’ di roba italiana. Che si righi dritto, insomma, come in quegli anni lì.

È di destra, Gualtiero, e militante. Militante nel senso che oggi, con gli altri, si fa il banchetto informativo in piazza. Perché è una vergogna, come stanno andando le cose. E la gente deve sapere, capire. E allora si porta il gazebo, il tavolino, un paio di seggiole, il coso per i manifesti (come si chiama?), i volantini. Ci si dà da fare.

Si chiama in aiuto qualche amico da fuori, da altre città. Dall’altra provincia. Loro qui sono in quattro. Pochi. Forti ma pochi. E siccome spesso non sono visti di buon occhio, si chiede una mano per far numero. Per stare sicuri. Se c’è da reagire, si reagisce.

Sono arrivati in sei da fuori. Fanno dieci.

Si somigliano un po’ tutti, nello stile, nell’abbigliamento, negli sguardi. Si danno da fare. C’è chi monta il gazebo, chi apre tavolino e sedie, chi sistema bandiere e volantini. Lui prende il coso per i manifesti (sì, ma come si chiama?), lo apre a un paio di metri di distanza, che faccia da segnale di stop. Che la gente possa leggere. Lo piazza lì. Poi chiede i manifesti, Gualtiero.

Ci sono quelli nuovi, gli dicono, molto belli. Gli passano un rotolo, prende le puntine, va fino al coso per i manifesti (qualcuno sa come si chiama? No?) e si piega. Srotola un manifesto, le due puntine in alto, quelle in basso, un paio dai lati ed è fatta. Fissato.

Lo fissa, Gualtiero, stavolta con lo sguardo. Basta feccia. Giusto.

Lo fissa di nuovo, sempre con gli occhi. Basta feccia. Alza lo sguardo, Gualtiero, guarda gli altri, il gazebo, i volantini, il tavolino, lo stile, le scritte, le idee. Basta feccia. Giusto.

E si piega di nuovo. Toglie le puntine sui lati, quelle in basso, le due in alto, arrotola il manifesto e si alza. Basta feccia. Giusto.

Uno dal gazebo gli chiede se ha messo su il manifesto, il poster. Lui dice “Basta feccia”. Quello risponde “Esatto. Mettilo”.

Così Gualtiero si piega, poggia il rotolo a terra, prende un manifesto, due puntine sopra, due sotto, qualcuna ai lati, per sicurezza. Basta feccia. Giusto.

Guarda il coso (dai, come cazzo si chiama?) con su il manifesto, guarda gli altri, il banchetto informativo, le scritte, le idee. Basta feccia. Giusto.

E giù di nuovo, via le puntine di lato, quelle sotto quelle sopra di nuovo il rotolo di nuovo in piedi.

“L’hai messo?”

Basta feccia. Giusto.

“Lo metto”. Si piega, Gualtiero, ancora.

E via così. Per sempre.

 

La bataglia contro la coglionaggine

Raffaello Baldini, ne La fondazione, che è un monologo teatrale, a un certo punto scrive una cosa che secondo me è molto adatta a questi tempi qui che viviamo:

e qui bisognerebbe fare un altro discorso, sopra la coglionaggine, perchè uno magari dà del coglione agli altri, fa dell’ironia, e invece, ecco, no, ci sarebbe una battuta, a proposito di battute, che la diceva il maestro Liverani: la bataglia contro la coglionaggine comincia da se stessi, ecco, questa mi pare detta bene, perchè siamo tutti un po’ coglioni.

URP

Ieri mattina, per sbrigare delle pratiche, sono stato in un Ufficio per le relazioni col pubblico, che però è meglio chiamare URP, sennò al banco informazioni, quando chiedete dov’è l’Ufficio relazioni col pubblico, vi guardano un po’ strano, ci pensano su un attimo e poi dicono “Ah, l’URP!” (mi raccomando, dite urp, così com’è scritto, non dite u-erre-ppì, perché non so che reazioni possano avere, al banco informazioni)
Ora, io non dico che mi aspettassi freddezza o scortesia, in quest’URP, però si sa che gli uffici pubblici, vene della burocrazia, sono i luoghi del distacco, della distanza, del vetro che divide chi vuole da chi potrebbe. E invece entro e trovo queste due signore, sole, ognuna al proprio PC, nel loro URP, che mi accolgono come fossi un uomo scampato a un naufragio, quasi mi mettono una calda coperta attorno, una tazza di brodo in mano, e una di loro mi fa sedere davanti alla sua scrivania e inizia a prendersi cura di me, della mia pratica burocratica, con una gentilezza abbondante, disorientante, e mentre porta avanti il suo lavoro per me al PC porta avanti con me anche una conversazione, mi racconta delle cose, ne emergono degli elementi in comune, dei luoghi, delle persone, e chiacchieriamo amabilmente mentre la gelida macchina burocratica è scossa da quel calore che ne scioglie i ghiacci, e compilo moduli con attenzione, mentre l’impiegata (ma si può ancora chiamare impiegata, una persona che ha infranto quel vetro?) stampa fogli, me li fa controllare – c’è un errore, si rimedia subito – e ancora parole, piacevolezza, agio, qualche risata.
Alla fine, quando tutto è risolto, le procedure attivate, i codici consegnati, i moduli firmati e le copie fatte, ciò che avverrà spiegato, ci salutiamo con una bella stretta di mano. Esco dall’URP stupito, contento, soddisfatto. Ora, non so negli altri, ma in quell’Ufficio per le relazioni col pubblico, le relazioni col pubblico le sanno proprio fare.

Fiaschi

Giusto un appunto (che già il fatto mi sembra sparire dai resoconti e dalle riflessioni) a margine dello psicodramma “Italia fuori dai mondiali”.

Come nazionale, ieri sera abbiamo ufficialmente pareggiato, e quindi perso, alla fine del secondo tempo, col fischio dell’arbitro.

Come nazione, invece, avevamo già perso durante l’inno nazionale svedese, coi fischi del pubblico.

Speriamo che star fermi un giro ci aiuti a ripensare un po’ di cose.

Difetti di fabbrica

Il mio tallone d’Achille è il collo. Non solo nel senso che se qualcuno mi colpisce lì con una lancia allora addio. Ma anche e soprattutto nel senso che sono abbastanza un habitué dei dolori cervicali. Ne soffro, come si dice.

Ma al di là della predisposizione, ci sono poi i comportamenti. I fattori ambientali, credo si dica. Cioè l’esposizione alle correnti d’aria, girare coi capelli bagnati come il protagonista di un film degli anni ’70, la postura, il cuscino, il materasso, gli sforzi fatti male, i movimenti goffi. Tutte cose a cui bisogna stare attenti, e a cui viene data la colpa al risvegliarsi del fastidio o del dolore.

Poi un giorno ho letto ricordati chissà dove che il corpo umano è ben lungi dall’essere perfetto, e che quindi ha delle cose che, avendo i mezzi per farlo, andrebbero sistemate, aggiustate, modificate, per renderci creature più resistenti, più performanti anche. E una di queste cose non fatte benissimo era proprio la colonna vertebrale, che prima era fatta per scimmie più o meno quadrupedi, poi adesso, con pochi cambiamenti, ce la ritroviamo addosso noi, che però ci aggiriamo eretti, col peso che schiaccia le vertebre e questo collo reso rigido dal fatto di dover tenere su dritta la testa, sennò sembreremmo quelle bamboline hawaiane con la capoccetta che fa di qua e di là.

E appena ho letto questa cosa del collo fatto male, mal concepito, di molto migliorabile, mi sono detto “ah, ecco!”, e da quella volta invece di prendermela con me perché sto in mezzo alle correnti, sto tutto storto sulla sedia, faccio l’attore anni ’70 o il soggetto di un Picasso quando dormo, me la prendo con la natura che non ha saputo farmi a dovere, e mi fa soffrire, come poi diceva anche Leopardi.

Outdipendenza

Premesso che io sono per l’abolizione degli stati nazionali e per la creazione di una federazione planetaria (e, quando sarà, interplanetaria), un po’ perché

1) diomio cerchiamo di non essere ridicoli, è il 2017 e le merci vanno ovunque e le informazioni (leggi: internet) pure vanno ovunque ma le persone sono ancora sottoposte al Chi è lei? Cosa viene a fare? Che lingua parla? Ha del cibo in valigia? Mi mostra per favore un pezzo di carta dov’è scritto che in effetti sì, può venire qui? Parlerà male di noi quando tornerà a casa? Ma ce l’ha una casa?
E un po’ perché
2) col regresso all’infinito verso il basso (mi separo dall’Europa, mi separo dall’Italia, mi separo dalle Marche, mi separo dalla provincia di Macerata, mi separo da Barbatruccoli, mi separo da via Manzoni, mi separo dal civico 21, mi separo dal secondo piano, mi separo dalla sala da pranzo, mi separo da me stesso, e il giorno dopo sul Carlino “Indipendentista estremo trovato decapitato”) non si finisce mai bene,

se uno deve proprio indire un referendum per l’indipendenza di una regione, non può certo chiedere il parere di quelli che abitano lì nella regione. È sbagliato come approccio, secondo me, e così è davvero poco democratico. Se fai un referendum del genere, il quesito va posto a tutti gli altri. Per esempio, invece di indire un referendum in Veneto per l’indipendenza del Veneto, bisognerebbe indirlo in tutto il resto d’Italia per l’indipendenza del Veneto. Cioè, non sono i veneti che devono dire “L’Italia ci sta sul cazzo, ce ne andiamo”, ma gli italiani che devono affermare “I veneti hanno rotto il cazzo, che se ne vadano”.

La democrazia funziona così, con la maggioranza che decide. Non me lo sono mica inventato io.