3000 euro

Ho visto che il Governo innalzerà il limite per i pagamenti in contanti da 1000 a 3000 euro.

Lo trovo profondamente sbagliato.

E non c’entrano il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale.

È una faccenda personale.

Voglio dire, per una volta che avevo un traguardo economico raggiungibile, hanno spostato l’asticella.

Avrei potuto farlo: pagare in contanti col massimo della cifra ammessa dalla legge.

Avrei potuto svegliarmi una mattina, andare in banca, ritirare 1000 euro dal mio conto, lasciarci la solita ragnatela e alcune monete ossidate, uscire, andare in un negozio che vende cose che costano quasi 1000 euro e comprarne una pagando in contanti.

Sarei anche potuto andare in un negozio che vende cose che costano molto meno, e comprarne tante. È vero. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Quando al supermercato vi presentate alla cassa con 100 euro di pane, pasta, uova, carta igienica, salsa di pomodoro, braciole, deodorante per ambienti, anticalcare e tutto il resto, non avete la stessa espressione di quando stringete in mano solo una bottiglia di champagne che costa altrettanto. Col carrello della spesa guardate la cassiera con quello sguardo che sussurra ”Guarda come sono ridotto. Tutta questa roba è solo per sopravvivere, un pasto dopo l’altro. Sto sprecando la mia vita, lo so. Credo che uscito di qui andrò a gettarmi dal ponte della provinciale“. Lo champagne invece non lo appoggiate nemmeno sul nastro. Lo passate direttamente nelle mani della cassiera mentre con gli occhi le gridate ”Guarda qui cosa posso permettermi di fare, sfigata che non sei altro!“ (o, in caso si trattasse di una bella ragazza ”Guarda cosa posso permettermi di fare, tesoro. La prossima la beviamo assieme“).

Avrei potuto farlo. Solo una volta, ok, ma avrei potuto. Un singolo attimo di vita al limite delle mie possibilità, quasi al di sopra della soglia di legge. Per provare il brivido, la vista dalla cima, l’esuberanza. Un singolo atomo di potenza economica. Per poi barcollare e sfracellarmi, certo. Ma ne sarebbe valsa la pena.

Non l’avrei fatto.

Non l’ho fatto.

Ma avrei potuto.

3000 no però. 3000 è oltre le mie possibilità.

Non lo farei comunque, ma nemmeno potrei.

Niente champagne in mano. Giusto mezzo carrello. Anzi facciamo il cestino. Col manico che sembra staccarsi da un momento all’altro.

Ecco cosa sta per fare questo Governo.

Sta per strapparmi via un sogno.

E io per questo lo odio. Lo odio profondamente.

(Comunque, non c’entra niente, ma se posso darvi un consiglio, non uscite mai a fare shopping con Winona Ryder)

Eppur si muove, ma pochissimo (la Chiesa)

Galileo Galilei, secondo la testimonianza di un inviato di Paperissima Sprint, appena uscito dall’aula in cui aveva abiurato l’eliocentrismo e la teoria copernicana affermò: “E pur si muove!”.

Lì per lì nessuno capì cosa intendesse con tale dichiarazione. Alcuni pensarono che si riferisse al mimo che si esibiva lì all’angolo. Molti invece attribuirono quell’uscita senza senso al forte stress che il processo gli aveva causato. D’altronde non è facile cercare di spiegare le proprie ragioni a dei giudici che continuano a giocherellare con delle pietre focaie e ti ascoltano distratti mentre preparano delle spezie per arrosto.

Qualcuno credette addirittura che Galileo si riferisse proprio alla Terra, confermando le convinzioni copernicane che aveva appena rigettato. Un po’ come se Alberto Stasi, dopo l’assoluzione in primo grado per l’omicidio di Chiara Poggi, avesse dichiarato: “Giudici allocchi”.

In realtà con quel “e pur si muove” si riferiva alla Chiesa. Da genitore 2 del metodo scientifico, infatti, Galileo intendeva esprimere un’osservazione empirica: la Chiesa è dotata di moto.

A quel tempo ovviamente era inconcepibile credere a un’affermazione simile, e ancora oggi in molti dubitano di questo fatto. Eppure, dopo un’approfondita serie di misurazioni con laser ad altissima precisione, allo stato attuale delle nostre conoscenze il dato è inoppugnabile: la Chiesa non è quell’entità immobile all’interno del progresso umano che tutti pensavamo. Si sposta di circa 2,16 femtometri (10−15 m) all’anno. All’indietro.

A parte la questione quantitativa, quello che c’interessa qui è rintracciare le cause di questa assenza di progresso, ovvero di questa resistenza al moto che trascina il resto della società in avanti.

Se la Chiesa fosse un software, dopo duemila anni saremmo ancora alla versione 1.0, e i pochissimi aggiornamenti rilasciati avrebbero risolto giusto qualche piccolo bug, o eresia.

Insomma, l’innovazione non è certo il punto forte di questa organizzazione diffusa a livello globale. Che riesca a sopravvivere nel folle mercato neoliberista è – guarda caso – un miracolo. Pur potendo sfruttare il vantaggio di aver fidelizzato nel tempo una clientela vastissima, è difficile credere che con questa strategia restia ai cambiamenti la Chiesa possa continuare a essere un soggetto credibile e in grado di gareggiare sui mercati.

La domanda che sorge spontanea è: perché questa resistenza ai cambiamenti? Perché non si mette mano al kernel di questo sistema per adattarlo alle nuove esigenze che la società ribadisce quasi quotidianamente? Perché non ci si mette al passo coi tempi?

Sebbene una risposta certa non esista, e nessuna conferma o smentita sia mai trapelata dai dirigenti del gruppo, diversi analisti hanno avanzato un’ipotesi piuttosto ragionevole: la Chiesa non attua cambiamenti perché i costi di aggiornamento sarebbero proibitivi.

Il vero problema non è né la programmazione delle nuove regole, né l’implementazione, né i i vari test di tenuta. In una struttura societaria come quella della Chiesa cattolica il vero problema è la comunicazione. A causa dello statuto che la regge e della sua natura fondamentalmente 1.0, infatti, la Chiesa, in caso di modifiche contrattuali di un certo peso, deve richiederne l’accettazione a ogni singolo cliente, rigorosamente in forma scritta. Tale rigidità, che può suonare assurda, fa invece da contrappeso alla rigidità lato cliente, la quale permette lo scioglimento del contratto solo dopo una lunga e faticosa trafila burocratica.

Secondo alcuni scenari elaborati dal Financial Times, il costo di un’operazione di comunicazione del genere, considerando che andrebbe diretta a non meno di 1,2 miliardi di clienti, porterebbe potenzialmente la Chiesa verso la bancarotta.

Tale tragico esito non suona irrealistico se si ripensa a quanto incise sul bilancio societario l’aggiornamento delle regole della privacy della confessione.

Non è escluso che esistano ulteriori ragioni a frenare il progresso della Chiesa. Potrebbero essere di natura ideologica o metodologica. Ma allo stato attuale, e senza limpide dichiarazioni del gruppo dirigente, quella legata ai costi appare la più ovvia.