Astensionismo preventivo

Sono vent’anni che voto.

La prima volta che andai alle urne fu alle politiche del 1994. Quelle della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Quelle dell’ascesa, di Silvio Berlusconi.

Avrei fatto bene a ritirarmi subito, probabilmente, come elettore. Bastava vedere i risultati. Invece no, ho insistito.

Adesso, dopo vent’anni, vent’anni a forma di baratro, politicamente parlando, mi rendo conto che magari è stata colpa mia. Tutto quell’accanimento nell’andare a votare, nonostante la situazione peggiorasse ogni volta, è stato un atto di enorme irresponsabilità.

Si dice spesso: non è colpa dei politici, ma dei cittadini che li votano.

Infatti, io, questo giro, ho deciso che mi prendo una pausa. Questa tornata di europee e amministrative la lascio a voi.

Mi raccomando, votate responsabilmente.

Se poi le cose migliorano, vuol dire che era proprio colpa mia. E dovevo smettere nel 1994.

Da Renzi in poi

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Non bisogna sottovalutare la grande opportunità che ci è offerta dal governo Renzi. Esso possiede infatti alcune peculiarità che ne fanno un naturale punto di (ri)partenza per una nuova grande stagione democratica.

Innanzitutto non l’ha votato nessuno. Le nostre solite croci ce le siamo tenute, senza apporle su alcuna scheda elettorale. Un classico esempio di democrazia diretta dall’interno. Il potere è passato di mano finché non ha trovato un ricettacolo accogliente. Se non fosse una specie di gigantesca truffa sarebbe quasi una roba spirituale.

Poi, da più parti si sente ripetere che questo governo è una sorta di spartiacque. Per per anni non è successo niente, in termini di azione politica, e in pochi istanti è successo di tutto. Sembra di essere entrati veramente nel post-berlusconismo. Linguaggi nuovi, proposte nuove, facce nuove. Anche se non è proprio verissimo, sembra esserlo, che in Italia già basta. Fatto sta che qualcosa di nuovo c’è. Magari è peggio di prima, ma questa è un’altra questione.

Queste due qualità fanno del governo Renzi il punto spaziotemporalmente deputato a un cambio di passo, uno switch, che è una vera rivoluzione copernicana.

Abbiamo l’occasione di riformare quel vecchio e scrostato pilastro che si chiama voto. Possiamo finalmente risolvere il più grande paradosso dei sistemi democratici, e cioè il voto a priori, l’elezione basata sulle promesse e non sulla concreta azione di governo. Così com’è ora è una scommessa, non un voto.

A scuola vi davano forse il voto prima dell’interrogazione?

Da questo momento, da Renzi in poi, il voto non sarà più una speranza, un salto nel buio. Si tratterà di una seria valutazione dell’operato. Le elezioni non saranno più un lancio di dadi, ma un concreto approvare o bocciare coloro che hanno governato fino a quel momento, e che, se lo meritano, saranno confermati alla guida del Paese. Altrimenti si cambia. E alle prossime elezioni si valuteranno quegli altri e il loro lavoro. E così via.

Come periodo storico, si potrebbe chiamarlo Soddisfazionismo.

Scusate il disturbo

Poi magari non se ne fa niente, di questa staffetta tra Letta e Renzi. Però si vede proprio.

È come quando ti s’infila una piccola scheggia nel polpastrello. O ti ferisci con un foglio di carta affilato e ti resta quel taglietto. Non ci fai quasi caso, te li dimentichi anche. Solo che quando pieghi il dito in un certo modo, o lo appoggi, c’è quella fitta di dolore. E subito lo tiri indietro, cambi posizione di scatto.

È questo, per i politici, il voto popolare. Un fastidio. Un disturbo che li coglie all’improvviso quando, maneggiando la democrazia, fanno un movimento sbagliato.

Si vede proprio, sì, che potrebbero farne a meno. Si muovono in quasi completa libertà: che sollievo sarebbe poterlo fare senza temere anche quella leggera irritante scossa?

Viene da pensare che togliergli quella scheggia sia persino una buona azione.