Il giorno in cui “morì” Billy Pilgrim

Di recente ho riletto un libro di Kurt Vonnegut intitolato Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini).

La mia vita, e non solo in senso letterario, si divide in a.V. e d.V. Avanti (la scoperta di) Vonnegut e dopo (la scoperta di) Vonnegut.

Rileggendolo, tra i non pochi dettagli che ho scoperto e riscoperto c’è anche quello contenuto in queste parole:

Io, Billy Pilgrim, comincia il nastro, morirò, sono morto e sempre morirò il tredici febbraio 1976.

Billy Pilgrim, che viaggia avanti e indietro nel tempo lungo tutto il cerchio della sua vita, è stato testimone del bombardamento di Dresda (come anche Vonnegut), è stato rapito dagli alieni di Tralfamadore e sa – perché glielo hanno spiegato i tralfamadoriani – che il tempo non è una linea ma un cerchio e morire non è poi questo gran problema perché da qualche parte nel tempo siamo sempre e comunque vivi e vegeti -, be’, Billy Pilgrim è morto il giorno prima che nascessi io.

Così va la vita.

Il signor Paternazzi al referendum

Il signor Paternazzi è nella cabina elettorale. Dentro e fuori la cabina in questo momento è il 4 dicembre 2016, giorno del referendum sulla riforma costituzionale. Che è poi il motivo per cui Paternazzi è nella cabina. Tutto quindi appare piuttosto regolare.

Sono le 8.43, Paternazzi è andato sul presto un po’ per evitare code un po’ perché è una bella domenica di sole, e una passeggiata in montagna prima di pranzo ci sta bene. Ha la matita copiativa in mano, il foglio col quesito referendario aperto davanti a sé. Sta per tracciare una croce.

Lo ferma una specie di rapidissimo lampo che illumina le pareti della cabina elettorale. Per un attimo pensa a un’esplosione, al terrorismo, alle robe dei telegiornali, ma capisce subito che non è scoppiato niente. Tutto è rimasto intatto, solo che adesso accanto a lui c’è un tizio. Paternazzi più che spaventato è confuso. Non si può mica entrare in cabina quando c’è un altro, è il regolamento. Almeno così gli pare. E poi non capisce da dove sia sbucato fuori. Forse dalla luce, ma che stranezza. Lo guarda curioso e per prima cosa nota che ha uno stile di abbigliamento che gli piace.

Poi Paternazzi guarda in faccia questo tizio comparso dal nulla e trasecola. Paternazzi, c’è da credergli, non aveva mai trasecolato in vita sua, ma questa volta proprio non riesce a trattenersi, e allora trasecola. Il tizio, detta in breve, è lui stesso. Non proprio lui identico, ma è lui. Lui Paternazzi, nel senso.

Un po’ più vecchio, un po’ più magro, con questa barba leggera, bianca, non troppo lunga. Gli sta proprio bene, dovrebbe provarla. Porcatrota!, comunque, è proprio lui! Sta per chiedergli e quindi chiedersi che diavolo succede, chi è (cioè, lo sa chi è, in un certo senso, ma gli viene proprio da chiederglielo), cosa succede, com’è arrivato lì. Ma il tizio, l’altro Paternazzi, parla prima.

«Non ho molto tempo. Da un momento all’altro potrei sparire in un lampo di luce, quindi ascoltami attentamente. Già hai intuito che tu e io siamo la stessa persona. Sono qui per avvertirti. Lo so che in questo momento ti appare tutto folle, ma devi fidarti di me, anzi, di te stesso. Io vengo dal futuro, un futuro neanche troppo lontano, e ho visto le conseguenze della tua scelta. Conseguenze tragiche, catastrofiche, che non ci hanno lasciato scampo. L’unico modo per evitare questa tragedia è cambiare il passato, per questo sono qui. Molti sono morti per farmi arrivare fino a te. Per concedermi questi pochi istanti. Ti prego, salvaci, vota… », e in un lampo simile al precedente il Paternazzi del futuro scompare.

Paternazzi, quello del presente, è lì immobile, nella cabina elettorale tornata normalmente affollata. La matita copiativa sempre in mano. È ancora voltato verso quel suo viso un po’ più anziano che non c’è più. Gli stava davvero bene un po’ di barba.

Porcatrota!, pensa Paternazzi, non ho mica capito cosa devo votare. Ero già indeciso prima, figurati adesso. Possibile poi che basti il mio voto per fare quel gran casino? Mi pare strano. Oppure sono tornati tutti indietro dal futuro, in ogni cabina elettorale, e hanno fatto lo stesso discorso. Oddio, magari gli altri l’hanno detto subito, cosa toccava votare. Io ho questo problema che mi dilungo, e infatti non ho fatto in tempo a dirmelo. Adesso che lo so, quando torno indietro nel tempo fino a qui me lo dico subito, cosa devo votare, e risolvo il problema. Intanto però, cosa voto? Sì o no? Mh.

Ci riflette un po’ su, Paternazzi.

Però scusa, pensa poi Paternazzi, uno vale l’altro, tanto se è la scelta sbagliata prendo, torno indietro nel tempo, vengo qui e mi dico cosa votare. Me lo dico subito però, poi faccio il discorso. Ci sto bene attento, ché lo so che ho questa tendenza a farla lunga, invece di arrivare dritto al dunque.

Paternazzi traccia una croce, chiude la scheda e esce dalla cabina, dopo un’ultima occhiata per vedere se il se stesso del futuro ha lasciato qualcosa. Invece niente.

Mette la scheda nell’urna, riprende la tessera elettorale, saluta e se ne va.

In macchina, salendo in montagna immerso nel sole, pensa che per stare proprio sicuri è meglio se non si fa crescere quel po’ di barba, anche se gli stava davvero bene.

Tornare indietro

2001 A SPACE ODYSSEY

Eravamo scimmie. La cosa non dovrebbe turbarvi, se non siete tra quelli che credono che il mondo sia stato creato più o meno quattromila anni fa, così com’è, con già i parchimetri e i coloranti sintetici. Saremmo scimmie anche adesso, se non avessimo deciso di cambiarci nome nei libri. Homo, ci siamo chiamati.

Però eravamo scimmie. E stavamo sugli alberi. Ci trovavamo bene, eravamo fatti apposta per stare lassù, saltare da un ramo all’altro, fare le capriole, piedi e mani molto simili, per aggrapparci ovunque e comunque. Poi un giorno una scimmia è scesa a terra, senza immaginare che quel salto sarebbe stato evolutivo. Ci fosse stata una giuria di genetisti o biologi, sarebbero fioccati i 10.

Inventassero la macchina del tempo, gli anni di Hitler e di Gesù sarebbero affollati da persone cronotraslate.

Hitler passerebbe la maggior parte del tempo a schivare pallottole, coltelli, frecce, esplosivi di vario genere, circondato da gente che vuole riscrivere la storia o comunque cancellare il giorno della memoria, uccidendolo.

Gesù avrebbe così tanto pubblico ad ascoltarlo, durante i suo discorsi, che probabilmente deciderebbe di sfruttare la cosa per fondare una religione e inaugurare un nuovo paradosso.

Potessi viaggiare nel tempo, io tornerei indietro fino a un attimo prima del salto. Il salto della scimmia dall’albero. La guarderei dal basso, e le direi di lasciar stare, di aspettare ancora un attimo, 4 o 5 milioni di anni, perché non siamo mica pronti. Io lo so, perché ho visto il futuro.