Un witz (8ª edizione)

Come ormai ogni anno, anche oggi per il giorno della memoria pubblico qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Cholìllah / Chalìlah”, che significa “Dio non voglia”, “lungi da noi” (ma che viene usata anche come espressione scaramantica nel caso opposto, e cioè per manifestare incredula meraviglia di fronte a un’eventualità da sogno, ex: “Se, cholìllah, diventassi miliardario!”).

Due ebrei decidono di uccidere Hitler. Comprano una pistola ciascuno e vanno a nascondersi dietro la porta di un palazzo dove il Führer è atteso. Passa un’ora, ne passano due, e non arriva nessuno. Gli ebrei sono quanto mai inquieti e agitati. Alla fine uno dei due si volta verso l’altro e sussurra: «Speriamo che non gli sia successo niente, cholìllah…».

Un Witz, come da tradizione

Come da tradizione, anche se con un imperdonabile giorno di ritardo, in occasione del giorno della Memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Questa in particolare è tratta da un libro di Moni Ovadia che s’intitola L’ebreo che ride. Se volete saperne di più sulla grande tradizione dell’umorismo ebraico e volete anche farvi delle piacevoli risate, ve ne consiglio la lettura.

Yankele e Moishele litigano furiosamente e ad un certo punto Yankele al colmo dell’ira sfida Moishele a duello. Dato che tutti e due hanno servito lo Zar nell’esercito e conoscono l’uso delle armi, decidono di fare il duello alla pistola. Stabiliscono di incontrarsi il giorno successivo alle sei in punto di mattina, nel campetto di fianco al mulino.
Il giorno dopo, alle sei precise, Yankele è lí nel campetto di fianco al mulino, evidentemente con i suoi padrini. Passa mezz’ora, tre quarti d’ora, di Moishele nessuna traccia. Dopo un’ora si vede spuntare correndo da dietro il mulino un vecchio ebreo ortodosso con le falde del pastrano e i cernecchi svolazzanti. Il khassida tiene in mano e agita un foglio di carta. Quando raggiunge Yankele gli domanda: «Lei è il signor Yankele? Sí? Questo è un lettera per lei di parte del signor Moishele».
Yankele lacera la busta, estrae la missiva e legge: Yankele, sono il Moishele. Senti, se lo dovessi ritardare, non stare lì ad aspettarmi. Comincia pure solo… Spara!»

Un witz, anche stavolta

Come ormai ogni anno, in occasione del giorno della memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Kvell”, che significa “gonfiarsi”, sprizzare orgoglio, soprattutto per i successi (veri o falsi che siano) dei propri figli.  Anche questo è un modo per ricordare.

La signora Blumenfeld e la signora Kovarsky si incrociano al supermercato. La prima dietro il carrello della spesa, la seconda dietro un passeggino con due marmocchi dentro.
«Buon giorno, signora Kovarsky. Che carini i suoi bimbi. Che età hanno?»
«Il dottore tre anni, l’avvocato due» risponde fiera la mamma.

Anche quest’anno un witz

Come ormai succede da qualche anno (siamo al quinto!), in occasione di questo giorno dedicato alla memoria metto qui un witz, ovvero una storiella ebraica. Questo in particolare è tratto da “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”, un libro di Leo Rosten:

Il signor Rubin è appena tornato dal suo primo viaggio in Europa, ed è con gli amici assai prodigo di racconti.
«A Roma ci sei stato?» domanda uno di loro.
«Certamente! Come si fa a non andare a Roma?»
«E il Colosseo ti è piaciuto?»
Rubin si profonde in un ampio gesto: «Molto grazioso, ammesso che piaccia il moderno».

Di nuovo un witz

Come ogni anno, in questo giorno dedicato alla memoria metto qui un witz, ovvero un motto di spirito, esempio del sempre folgorante umorismo ebraico. Questa, in particolare, è tratta dal libro L’ebreo che ride, di Moni Ovadia:

Tre madri ebree si raccontano di quanto siano amorevoli i rispettivi figli.
La prima dice: «Il mio Joe me lo vuole un bene, ma un bene… che me l’ha comprato qvi a New York un appartamentino proprio che gvarda il Central Park e me l’ha preso un cameriera che io non lo devo fare niente, solo il dolce vita».
La seconda con aria di superiorità dice: «E cosa ce l’è di speciale in qvesto? Il mio Bill me l’ha comprato un villa al Miami Beach con cameriera, gvardarobiera e cuoco! Tutte il settimane viene a trovarmi e anche se qvella pitocca del suo moglie non vuole, lui se ne frega tanto vuole bene al suo mamma!»
La terza guarda le due amiche con commiserazione, poi fa: «Voi qvesto chiamate amore del figli? Cosa lo dovrei io dire del mio Sheldon? Il mio Sheldon! Il mio Sheldon lo paga un doctore psicoanalista qvattro volte il settimana, ogni volta paga lui 100 dollari! E per cosa fa tutto qvesto? Per cosa? Solo per parlare del sua mamma!!!»

Ancora un witz

Per rispettare l’ormai tradizione e rendere omaggio alla memoria senza farsi mancare un sorriso, ecco un witz – una storiella ebraica – tratto dalla voce Kalikèh (che significa storpio, ma anche goffo, maldestro, stupido) di quella specie di dizionario che è “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”, un libro di Leo Rosten:

Il signor Katz prova il suo abito su misura dal sarto e sbraita: «Guardate questa manica! È lunga dieci centimetri di troppo!»
«Provate a sporgere il gomito e vedrete che la manica è perfettamente giusta!»
«Il collo, poi! Mi arriva fino a metà testa!»
«Bene, tendete il collo e portate il capo leggermente all’indietro: vedete, ora il colletto scende.»
«Ma la spalla sinistra è sei centimetri più larga della destra!»
«Chinatevi, così, ecco, ora si livella.»
Il signor Katz lascia il laboratorio in questa bizzarra postura: gomito destro proteso in avanti, collo dritto e testa indietro, spalla sinistra insaccata. Si avvicina uno sconosciuto.
«Mi scusi, le spiacerebbe dirmi chi è il suo sarto?»
«Il mio sarto?» urla Katz. «Ma lei è matto! Come può venirle in mente di andare dal mio sarto?!»
«Se è riuscito a vestire un kalikèh come lei, dev’essere un genio!»

 

Il primo giorno di scuola

Il mio primo giorno di scuola. Come potrei dimenticarlo?

Ammalandomi d’Alzheimer, per esempio.

Oppure come in quel film dove c’era una clinica per farsi cancellare i ricordi, solo che poi scoprivi di essere Jim Carrey ed era peggio.

Di quel giorno non ricordo ogni dettaglio, ovviamente, perché non c’era il Full HD. Erano altri tempi. Diciamo che ricordo tutto un po’ pixellato. Ma ce l’ho bene in mente.

Anche perché è stato tre anni fa (i miei, quando mi portarono all’asilo, non avevano capito che dovevano ripassare a prendermi. Le maestre, per regolamento, non potevano lasciarmi andare da solo. Ne sono uscito a 36 anni, grazie alla riforma).

Ricordo che la maestra era così giovane che venne anche lei accompagnata dai genitori. E che piangeva a dirotto quando loro se ne andarono lasciandola con 20 ragazzini urlanti. Più il sottoscritto, urlante anch’io per spirito di corpo.

Ricordo che fu molto pignola nel disporci nelle varie file di banchi in base all’altezza. Volle rispettare a tutti i costi la proporzionalità. Mi sistemò nel parcheggio.

Il mio compagno di banco si chiamava Yuri Pavlov. Pensai subito che fosse un nome stranissimo, infatti poi scoprii che era originario d’Ancona. Veniva da una famiglia di etologi. Non vi dico che disastro ogni volta che suonava la campanella. Spesso ero costretto a passare lo straccio.

Della maestra ricordo anche che era già molto avanti col programma, al punto che ci fece subito fare un tema sul primo giorno di scuola. Quasi tutti lo lasciarono incompleto, a parte un tizio di nome Mandelbrot. Nessuno capì come aveva fatto.

Ricordo i bidelli, tutti vestiti col camice bianco, perché il giorno prima era morto il bidello più anziano e portavano il lutto.

Ricordo il mio banco. In un angolo, incisa forse con delle forbicine senza punta, lascito di un altro bambino alla scoperta del mondo, c’era una frase in tedesco di Wittgenstein, tratta dal Bemerkungen über die Grundlagen der Mathematik.

Ricordo la foto del Presidente della Repubblica e appena sopra la foto del crocifisso. Ricordo che pensai “anche questa volta i cattolici ci hanno raggirato”. La maestra mi mise in punizione. Era davvero molto avanti col programma.

All’uscita andai a prendere mio figlio, alle medie. “Com’è andata?”, mi chiese. “Dura”, risposi. “Eh, non vai più all’asilo”, concluse lui ingranando la prima.

Una volta a casa, sul mio diario dell’Orso Yo-ghi-Oh! (l’avevamo preso dai cinesi) scrissi: “2599 giorni al diploma”.

(mi piaceva molto andare a scuola, limitatamente al tragitto)

Bum Cicabum Cicabum Cicabumbumbum

La festa per il trentesimo compleanno di Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi fu la più fastosa e sfrenata degli anni Ottanta, se non consideriamo i congressi del PSI.

Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi, detto Henry Perrotta Jingle Salmoiragh, ma non in sua presenza perché odiava i troncamenti, era l’unico erede della fortuna dei Connors, spazzini di Budrio da generazioni, che gli avevano lasciato tutto tranne il cognome.

Nonostante provenisse da una famiglia altolocata, HPJS preferiva dichiararsi di umili origini, infatti girava spesso con indosso una mangiatoia.

Al suo sedicesimo compleanno i genitori gli avevano regalato la provincia di Chieti. A 18 anni il motorino. A 19, visto che continuava a distruggerlo in rocamboleschi incidenti, direttamente la Piaggio.

Suo fratello minore, Saul Perrotta Jingle “Bell” Salmoiraghi, detto Medaglia d’argento, si era stracciato le vesti di Prada nella pubblica piazza e aveva rinunciato a quel poco che gli spettava, l’equivalente del 23% del PIL degli Stati Unti. Si era poi unito a una setta che predicava l’amore universale e le astronavi coi laser. Le ultime notizie, risalenti ormai a 10 anni fa, lo danno nel nord della Groenlandia, intento a sciogliere i ghiacci con l’alito per dimostrare la superiorità dell’uomo sulla natura.

Quando HPJS aveva 23 anni perse tragicamente i genitori in business class e non li rivide mai più. A loro memoria fece erigere un maestoso monumento che rappresenta un turista che chiede indicazioni a un vigile urbano.

Il compleanno di Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi cadeva il 9 luglio. La festa per i suoi trent’anni ebbe inizio il 12 marzo dell’anno precedente a Marina di Cecina. Il programma prevedeva un tour in 120 località marittime il cui nome contenesse “Marina”, per un percorso totale di 9500 chilometri, di cui più di 1000 su sterrato e 250 circa su strade a scorrimento veloce. Una volta iniziata la festa però il programma subì molti cambiamenti perché, pur di ospitare l’evento, molti sindaci cambiarono il nome delle loro città inserendovi “Marina” (Torino Marina, Merano Marina, Marina Marina di Ravenna).

All’inizio HPJS voleva invitare solo gli amici intimi, circa una dozzina, ma qualcuno gli fece notare che con un programma del genere sicuramente molti sarebbero morti per strada, o si sarebbero ritirati, così fu stilata una lista di invitati utilizzando l’elenco telefonico di New York.

All’apice dei festeggiamenti, il giorno del compleanno vero e proprio, ovvero il 9 luglio, la festa faceva tappa a Perugia Marittima, dove, per rendere più comodo il catering, HPJS aveva fatto costruire uno sbocco sul mare, anzi due, perché era in dubbio fra Adriatico e Tirreno. (qualcuno propose anche lo sbocco sullo Ionio ma fu tacciato di megalomania)

Gli invitati erano 49mila, gli imbucati 71mila, gli scultori del ghiaccio 11. Qualcuno, esagerato, si presentò in portaerei.

Organizzare la colletta per il regalo fu un’impresa, perché c’era chi voleva mettere 5 euro e chi voleva mettere 10. Alla fine si decise per 7 euro e 50. Il peso delle monete da 50 cent provocò una voragine profonda di 15 chilometri quadrati, che fu ribattezzata Trasimeno 2.

Il comitato per la scelta del regalo era rimasto in riunione permanente per due anni, e comprendeva luminari di ogni campo, a parte il calcetto saponato. Il problema era: cosa si regala a un uomo che ha già tutto?

Al 511esimo giorno di riunione, Hector Mariannini, luminare della ricerca genetica, rispose al quesito: “A un uomo che ha già tutto, si regala se stesso”. Hector fu picchiato a sangue perché in molti erano convinti che le sue parole significassero che dovevano presentarsi a mani vuote. In realtà Mariannini voleva dire che a Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi bisognava regalare Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi, ovvero il suo clone.

Sfruttando tutti i 7 euro e 50 a testa (quindi niente bigliettino), gli invitati riuscirono nell’impresa.

Il 9 luglio, quando HPJS aprì quel curioso pacchetto a grandezza uomo, si ritrovò davanti se stesso. Sul suo viso si aprì un sorriso di gioia e stupore, e un attimo dopo nel suo ventre si aprì una ferita da taglio, perché il clone aveva preso il coltello per la torta e l’aveva pugnalato al grido di “Clone un cazzo!”.

Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi morì dissanguato nel giro di due minuti, ma visto che già ce n’era un altro pronto, la festa andò avanti.

Quando Henry Perrotta Jingle Salmoiraghi si apprestò a tagliare la torta, dopo aver sostituito il coltello, da quest’ultima saltarono fuori i suoi genitori.

Sorpresa!

Fermi, è uscito Scienziaggini!

copertina Scienziaggini

Egr. Dott. Enrico Fermi,

sì, lo so che è morto da più di sessant’anni, oggi però è una giornata talmente speciale, e ho così bisogno di un testimonial d’eccezione, che il fatto che Lei sia da tempo scomparso (a proposito, notizie di Majorana?) non mi preoccupa più di tanto.

Oggi, infatti, Dottor Fermi, esce il mio primo libro (nel senso: il primo libro pubblicato da un vero editore; e anche il primo in cui c’è proprio il mio nome in copertina, non un nome collettivo. Scusi la pignoleria, so che ci tiene).

Questo mio primo libro s’intitola Scienziaggini. Già questo dovrebbe farle intuire perché mi sono rivolto a Lei. Se avessi scritto un poemetto pastorale sarei andato certamente a bussare a un’altra bara porta, Scienziaggini però parla di scienza (anche se in modo un po’ particolare), e come testimonial postumo Lei mi è sembrato subito perfetto.

Anche perché non si tratta di un libro cartaceo, ma di un e-book, un libro elettronico, e Lei, che per tutta la vita ha avuto a che fare con la materia atomica e subatomica, non può che trovarsi a suo agio pubblicizzandolo.

Per quanto riguarda gli argomenti, c’è dentro parecchia fisica, ma ci sono anche altre scienze importanti, e anche la tecnologia. Di matematica non ce ne ho messa tantissima: credo sia giusto così, visto che la collana si chiama Altramatematica. Si fosse chiamata Questamatematica o Propriomatematica, ne avrei messa di più.

Il tono e il modo, Dottor Fermi, bisogna che l’avverta, non sono proprio seri. Anzi, sarò completamente sincero con Lei, è tutto uno scherzare sulla scienza e prenderla in giro, a varie scale: dalla microbattuta fino al tutorial per costruire la versione base base della macchina del tempo. Sono certo che un premio Nobel come Lei abbia un gran senso dell’umorismo, quindi apprezzerà.

Comunque, per darle un’idea di Scienziaggini, le metto qui l’Introduzione:

Viviamo in un’epoca davvero confusa se il sottoscritto, che fu rimandato in matematica al liceo scientifico per due anni consecutivi, si ritrova a pubblicare un libro proprio in una collana di matematica.
Ora che ho fatto scappare metà dei lettori sarà il caso di spiegare meglio la situazione: mi ritrovo pubblicato in una collana di matematica, pur essendo un asino della materia, perché questo libro non ha niente a che fare con la matematica.
A questo punto, ipotizzando che la fuga dei lettori segua una progressione geometrica, dovrebbe essercene ancora 1/4 che insiste su queste righe.
Sarà quindi opportuno specificare che questo volume, sebbene non riguardi la matematica, ha come argomento la scienza. Si parlerà infatti di fisica, chimica, biologia, cosmologia e informatica. E non posso escludere che vi siano trattate anche altre discipline, per esempio il cake design.
A quell’1/8 di lettori coraggiosi rimasti sento di dover inoltre confessare che non sono un grande esperto nemmeno delle aree di studio menzionate. Tutt’al più posso definirmi un appassionato, o ancora meglio un fan.
Ridotti ormai a 1/16, meritate di sapere anche che nelle pagine successive le varie scienze verranno prese in giro a suon di battute, paradossi e surrealismi.
Altra precisazione importante, a voi 1/32: la sequenza degli argomenti è priva della benché minima coerenza. La successione dei capitoli è stata infatti decisa da un generatore di numeri pseudo-casuali.
Giunti a 1/64 ormai non dovreste più temere niente, ma nel dubbio mi fermerò qui. Non vorrei perdere troppi lettori.

Insomma, Dottor Fermi, mi dia una mano con questo Scienziaggini. Dica a tutti quelli che conosce che possono andare qui o qui o in qualsiasi altro posto dove vendono questi elettroni ben distribuiti e comprarlo. Dica in giro che è bello, che Lei si è divertito così tanto a leggerlo che non può che consigliarlo.

E se proprio non se la sente fa lo stesso. Resterò comunque un suo grande ammiratore.

 

ps: Dottor Fermi, vorrei rassicurarla: com’è scritto anche sulla copertina, nessun elettrone è stato maltrattato per realizzare questo e-book.

Un altro witz

Leo Rosten

Direi di fare come l’anno scorso e onorare la memoria mettendo qui un piccolo esempio di meraviglioso e sottile umorismo ebraico. Questo witz è tratto da un libro di Leo Rosten che s’intitola “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”:

Parigi, 1939.
Tre poveri ebrei tedeschi sono in coda allo sportello del comitato profughi.
«Dove vorrebbe andare?» domanda il funzionario al primo.
«Londra.»
«E lei?» dice rivolto al secondo.
«Svizzera.»
«E lei?» domanda al terzo.
«Australia.»
«Australia?» fa eco il funzionario. «Perché mai così lontano?»
Il profugo allora risponde: «Lontano da dove?».

Un witz

Visto che giorno è oggi, e visto che ho appena avuto il piacere di leggere un libro di Moni Ovadia intitolato “L’ebreo che ride”, ecco un witz, una storiella ebraica (o un motto di spirito, se siete freudiani), tratto proprio da quel volume, che ovviamente vi consiglio:

1934. Il nazismo è già saldamente al potere ma le leggi razziali di Norimberga non sono ancora state emanate. Un gerarca del partito visita una scuola per verificare lo stato di preparazione degli allievi ma soprattutto per controllare che l’educazione della gioventù sia conforme alle rigide direttive del regime. Il preside della scuola lo conduce in una delle migliori classi. Il gerarca si guarda intorno, poi indica un ragazzetto dai capelli rossi.
È il piccolo ebreo Morris Rosenfeld. Morris pronto scatta in piedi sull’attenti con il braccio disteso e saluta: «Heil Hitler, camerata!».
Compiaciuto per la disciplina del ragazzino, il gerarca domanda: «Chi è nostra madre?»
«La Germania nazista, camerata!» risponde sicuro Morris.
«Bravo! E chi è il nostro amatissimo padre?»
«Il Führer Adolf Hitler, camerata!» risponde con piglio il ragazzino.
«Bravissimo, mio giovane camerata!» dice il gerarca entusiasta.
Poi gli rivolge ancora un’ultima domanda: «Cosa vuoi diventare da grande, mio giovane amico?»
«Orfano, camerata!» replica orgoglioso Morris Rosenfeld.