Una poesia elettrodomestica

In occasione della giornata mondiale della poesia, pubblico volentieri un breve componimento del poeta elettrodomestico Tullio Mancetta, che è stato ospite della quarta puntata de L’analfabeta funzionante (qui trovate il podcast, l’intervista è al minuto 37 circa). Questi versi in particolare sono tratti dalla sua raccolta “La bolletta salata”:

La tastiera del telefono

S’è rotto il 3
non va, non so perché
non funziona.
Dovrei chiamare
l’assistenza, lo so
ma il numero è
800.65.24.373.

Il best seller più snobbato di sempre (una recensione)

Nella classifica dei libri più letti al mondo, buona parte della vetta è occupata da opere di letteratura fantastica come Il signore degli anelli, Harry Potter, la Bibbia, il Corano. Centinaia di milioni di lettori si sono immersi – e continuano a farlo – nelle loro pagine, ricavandone ore e ore di intrattenimento, in moltissimi casi sviluppando una forte appartenenza a un credo, una chiesa, una visione del mondo. Insomma sono diventati fan accaniti.

Il successo di pubblico di queste opere fantastiche ha numeri impressionanti, anche solo limitandoci ai libri in sé. Se poi aggiungiamo tutto il merchandising che ne è seguito, dai crocifissi alle bacchette ai veli ai neozelandesi, non si può che rimanere allibiti. Anche dal punto di vista della critica, tutte queste opere sono state – e continuano a esserlo – oggetto di profonda attenzione e analisi, di recensioni e ricerche critiche, e hanno generato e generano una mole di studi che va accrescendosi anno dopo anno in modo esponenziale.

C’è però, tra questi best seller di sempre, un caso piuttosto anomalo. Un’opera intergenerazionale, da milioni e milioni di copie, con una diffusione globale, una presenza quasi obbligata sugli scaffali o nei cassetti di qualsiasi casa, una lettura a cui ognuno di noi, a un certo punto, si è sentito costretto, pagine lette e rilette in momenti diversi della vita. Eppure si tratta di un libro che, nonostante esibisca un successo di pubblico non inferiore a quello dei colossi già citati, è stato completamente dimenticato dalla critica, che gli ha dedicato una forzata indifferenza, una mancanza di attenzione talmente accanita da risultare snob, se non sospetta. Ed è a questa colpevole noncuranza che oggi, qui, cerco di porre rimedio, recensendo l’Elenco telefonico.

In particolare, mi riferisco all’edizione Pagine Bianche Macerata 2015-2016, con inserto Pagine Gialle e Tutto Città.

Partiamo dall’oggetto-libro. Il formato è il classico pseudotascabile, o più precisamente un cassettabile nel tavolinetto dell’ingresso, con dimensioni di 175x273mm. La copertina flessibile, di discreta fattura e dalla grafica accattivante, riporta in foto un dettaglio della rocca di Urbisaglia. Non mancano, nella parte bassa, dei falsi pulsanti social. La quarta di copertina, capovolta rispetto alla prima in conseguenza del doppio uso rotazionale Pagine Bianche – Pagine Gialle, riporta la foto di una signora sorridente con l’orecchio poggiato su una grossa conchiglia, immagine che ha una doppia valenza simbolica: quella ovviamente telefonica, e quella acustica, nel senso degli apparecchi per l’udito, come specificato in un box in basso nella pagina. In entrambe le copertine non mancano le alette, che invece di contenere il solito trito riassunto o estratto del libro, e la biografia dell’autore, contengono una pubblicità di servizi sanitari e una di un marchio di caffè.
Per quanto riguarda la pagine interne, la carta è una 30 grammi a disintegrazione progressiva e strappo involontario, di un colore grigio pioggia, con testo nero ed elementi grafici azzurro vanadio. L’impaginazione, fredda e razionale, non lascia spazio a ghiribizzi o motivi di distrazione, e ricorda un po’ certe grafiche del ventennio fascista. La leggibilità del testo è garantita da una massiccia lente d’ingrandimento (non inclusa).

Per quanto riguarda l’opera in sé, siamo palesemente in presenza di un classico della modernità. Raramente un libro sa essere così perfettamente lo specchio di un’intera società, se non addirittura civiltà, perché il suo contenuto e le considerazioni che se ne traggono vanno ben oltre il limite generazionale. La vicenda dell’Elenco telefonico mette le nostre vite a nudo; ci rende, anche involontariamente e a rischio di un eccesso di rabbia, protagonisti stessi di ciò che accade fra le sue pagine. Non possiamo sfuggire al tragico giudizio che se ne trae: siamo individui, sì, ma immersi in una moltitudine che ci annulla, che ci rende irrintracciabili, invisibili, mentre forze oscure e spesso con scopi unicamente economici ci schiacciano in spazi angusti, in cubicoli che confinano coi loro grandi spot accattivanti, a cui spesso cediamo senza lottare.

Il quadro che l’Elenco telefonico fa della nostra società è quello di una massa che pur nell’iper-nominalismo è paradossalmente anonima, incasellata, costretta in un tripudio di serialità alfabetica in cui sfuggire alla regola è impossibile. Al di là delle caste e dei ceti, ogni protagonista – e ce ne sono migliaia, ma idealmente ogni abitante del pianeta – resta lì dov’è, immobile, nella posizione dettata dall’ordinamento più becero, senza alcuna possibilità di cambiamento, di rivalsa.
Col proseguire della vicenda, ci si rende conto che le uniche alternative a questo universo rigido e inamovibile sono l’annichilamento totale, lo scomparire silenzioso dalla storia e dalla geografia, oppure l’avvio di un’attività commerciale, nel tentativo di rendersi superiori, più visibili. Quest’ultima via però, che sembra per un attimo rappresentare una soluzione percorribile e con un esito felice, si dimostra presto una battaglia senza speranza, anzi un circolo vizioso in cui a ogni scalino economico c’è da confrontarsi con entità sempre spaventosamente più potenti, e sembra a tratti di rileggere alcune inquietanti pagine di Kafka.

Al contempo però, l’Elenco telefonico è anche un narrazione micro, oltre che macro, globale. Fortemente localizzata, la vicenda intreccia le vite di personaggi che appartengono a un contesto limitato, paesi che si sfiorano, una provincia quasi dimenticata oltre i suoi confini. In un ambiente in cui tutti conoscono tutti, e il non riconoscere l’altrui è quasi peccato mortale, la linearità dell’intreccio si trasforma in un salmodiare, quasi fossero grani di un rosario, che suona come un loop di “ah, sì”, e ci restituisce le dimensioni microscopiche di un contenitore sociale che un attimo prima ci era apparso senza limiti. Alberelli genealogici spuntano ovunque, e crescendo intrecciano i loro rami fino a formare solo poche grandi piante secolari, le cui radici combattono nell’oscurità del sottosuolo per conquistare spazi e stabilità.

Le piccole vicende quotidiane traspaiono appena e vengono lasciate al lettore, a cui è servita l’impalcatura logistica di un territorio di cui l’Elenco telefonico è la mappa. Mappa di vite che agiscono nel loro micromondo quotidiano senza contraccolpi sulla grande compilazione che è sempre in atto. Inconsapevole, la massa dei protagonisti del libro si aggira come pagine al vento, mentre la lista si aggiorna attimo dopo attimo. Una lista che è vita, è morte, è posizione e ragione sociale, nel tremendo esistere di ogni santo giorno.

È tutto questo, l’Elenco telefonico, e anche molto altro. Un libro-cosmo sconfinato, tassello di un’enormità che è solo accennata in prefissi. Un oltre-romanzo in cui la meta narrazione è ben più di un gioco, è essenza stessa, primo livello di una costruzione potenzialmente frattale. Un oggetto che è soggetto insieme, e in cui il lettore diventa, com’è poi l’uomo nell’Universo, osservatore di se stesso, nell’eterna sfida coi paradossi della conoscenza e nel dubbio costante che tale operazione intellettuale possegga un senso, o si sia semplicemente in presenza dell’incomprensibilità assoluta, dell’idiozia fatta metodo.

Un’opera monumentale che parla di noi, per noi, con noi, in cui ognuno può riconoscersi, anzi deve, se non vuole svanire non solo come protagonista, ma anche come lettore stesso.

Una lettura obbligata, se cercate voi stessi.

Un vitale servizio telefonico

Una telefonata allunga la vita, diceva quella pubblicità della Sip con Massimo Lopez. A Gaza la adorerebbero.

Lì, infatti, al di là dell’operatore mobile che uno ha, c’è questo servizio telefonico utilissimo che in pratica ti avverte se stanno per bombardarti casa. Non so esattamente come funzioni, se ci sia una voce registrata o un operatore in carne e ossa (“Buonasera, sono Yaacov da Tel Aviv”), però funziona così: qualche minuto prima che un missile riduca in macerie la casa dove vivi, ti squilla il telefono e ti dicono di andartene di lì, di volata.

Il servizio, sebbene molto apprezzato, ha comunque dei difetti.

Per esempio. Se ti stanno per bombardare probabilmente pensano che ti girino per casa quelli di Hamas. Se è vero, ti hanno beccato, ti conviene correre. Se però non è vero la prima cosa che fai è protestare. Provi a contattare un operatore, cerchi di farti passare l’ufficio dell’intelligence, resti in attesta ascoltando jingle rilassanti. Appena dall’altra parte si sente un “Mi dica” muori. E dire che ti eri appena iscritto al registro delle opposizioni.

Ci sono anche quelli che per non ricevere la brutta notizia staccano il telefono.

Ci sono quelli che non rispondono perché “Se è importante richiamano”.

Ci sono quelli che “Io ai numeri sconosciuti non rispondo”.

E chi non sente suonare il telefono, anche.

Poi ci sono quelli che non gli arriva la telefonata. Perché è arrivata al vicino. E l’ultima cosa che vedono, dalla finestra, è lui che corre come un pazzo in strada, come se lo stessero per ammazzare.

C’è anche chi pensa che, se proprio non vuoi ammazzare gente, smettere di sparare è un buon punto di partenza.