Materasso patrimoniale

C’è preoccupazione tra i ricchi, quasi allarme. Dalle loro dimore di incalcolabili metri quadrati e dai loro uffici dotati di eco naturale si telefonano con voce seria, preoccupata, a qualcuno trema la voce. Vogliono sapere, capire, chiedono. “Quand’è successo? E com’è possibile?”. Nessuno sa niente. Si sa solo che un loro privilegio, forse il più importante tra tutti quelli che possiedono, gli è stato sottratto. All’improvviso. Un privilegio che può avere solo quell’1% di umanità che possiede il 50% della ricchezza. Un privilegio che hanno sempre avuto, fin dall’antichità, un privilegio che fa di loro quello che sono: ricchi. E fa degli altri una massa di poveri. Senza quel privilegio i soldi e il potere restano, ma hanno un altro sapore, annacquato, scialbo.  Che gusto c’è a essere ricchi così. Che gusto c’è a non essere odiati dal rimanente 99%? A cosa sono serviti tutti quei comportamenti di ostentazione e di repulsione? A cosa è servito ostacolare ogni tentativo di quel 99% di scalare la via della ricchezza? A cosa è servito tentare di peggiorare ancora di più la situazione di quel 99%? Come per esempio inventare i materassi memory per ostacolare coloro che mettevano i soldi nel materasso, costringendoli così a portarli in banca, dove piano piano anche quella sommetta sarebbe stata erosa a favore del solito 1%. Che gusto c’è a essere ricchi se i poveri non ce l’hanno con te? Che gusto c’è se ti ammirano, se ti osannano? Che gusto c’è se vogliono che tu, ricco, abbia ancora di più? O al limite non abbia di meno?

È proprio vero, anche i ricchi piangono. Piangono per colpa dei poveri. ‘sti stronzi.

Per comprarmi il Porsche

Allora. Io, in qualità di scrittore, che si sappia, come obiettivo ho quello di comprarmi il Porsche. Perciò, visto che in questi giorni ho avuto a che fare coi resoconti delle vendite di Scienziaggini, mi sono messo a fare un po’ di calcoli per capire quanto dista la meta.

Tolto il primo semestre di vendite, che è un discorso a parte perché c’è il lancio e tutta la fase di promozione violenta, cioè quella in cui sfinisci i tuoi contatti finché non ti comprano il libro, Scienziaggini si è assestato su una media di vendite di circa 30 copie a semestre. Cifra niente male, se si considera che è un’opera di esordio, umoristica, a tema scientifico, in una collana di matematica, uscita solo in e-book, in Italia.

Perciò, se ipotizziamo che il libro continuerà a vendere a questo ritmo a tempo indeterminato, ne risulta che potrò acquistare, pagandolo in contanti, un Porsche 911 cabrio (allestimento base) nel 7817 d.C., a fine aprile.

Dico in contanti perché dubito che, su queste basi, me lo facciano prendere a rate.

 

The Truffer

Ronnie Cortina fu condannato per evasione fiscale. Quando il giudice gli disse che doveva all’erario 15 milioni di dollari, Ronnie rispose: “Ok. E senza ricevuta?”.

Ronnie Cortina, meglio noto all’Interpol come Ronnie D’Ampezzo, Ronnie Francisco Maria de Pista Negra, Ronnie McDonald, Ronnie The Evasor Marilleva, era nato in una famiglia di onesti truffatori. Suo nonno, Diferro Cortina, ai tempi in cui era sufficiente saper copiare la firma altrui per diventare presidente degli Stati Uniti, fu presidente degli Stati Uniti dalle 14.37 del 9 giugno 1911 fino alle 14.53 del 12 giugno dello stesso anno, quando si accorsero del trucco. Grande democrazia, gli USA.

Suo padre, Susan Cortina (aveva deciso di chiamarlo così il padre, per dargli le opportunità di truffa che lui, con un nome maschile, non aveva mai avuto), aveva raggiunto la fama nel mondo della truffaldinità quando era riuscito a vendere al governo dell’Arabia Saudita 900 camion di neve freschissima, proveniente dalle cime del Caucaso, garantendone la lenta liquefazione.

Sua madre, Marylin Monroe Cortina, donna di una bruttezza proverbiale, era stata Miss Bellezza da urlo nel 1922, pur non avendo partecipato al concorso.

In un ambiente famigliare di tal fatta, Ronnie era cresciuto con solidi principi morali, falsificati alla perfezione e indistinguibili da quelli veri. L’iscrizione alla scuola cattolica fece il resto.

All’età di 16 anni, Ronnie era già un genio delle false identità. Ma questo, ovviamente, si seppe molto più tardi. Grazie a questa innata abilità, pur essendo di costituzione piuttosto esile, riuscì a vincere il campionato mondiale di sollevamento pesi nel 1946 e ad ottenere una cattedra in Fisica teorica all’Università di New York, pur confondendosi anche con la tabellina dell’1.

Nel ’47 Ronnie sparì quasi completamente dalla scena. Qualcuno disse perché impegnato in una focosa storia d’amore con un giovane Fidel Castro. L’unica notizia certa fu che trascorse il mese di luglio in un paesino del Nuovo Messico, Roswell, probabilmente per le vacanze estive.

Sul finire degli anni ’40, in un’America che ancora tirava un sospiro di sollievo per non aver subito entro i suoi confini le catastrofi della seconda guerra mondiale, Ronnie fece una fortuna vendendo porta a porta un macchinario per fermare la deriva dei continenti. Fu proprio in quel periodo che l’FBI iniziò a sospettare che fosse un mago della truffa, ma nessuno se la sentì di accusare il vicedirettore dell’agenzia, il cui nonno era stato presidente, oltretutto.

Nel 1951 Ronnie volò in Europa spacciandosi per pilota di linea e guidando lui stesso l’aereo, pur soffrendo in modo evidente di mal d’aria. Quand’era giusto sopra l’Atlantico, si rese conto della grande opportunità che aveva. Lasciò i comandi al copilota e, dopo aver passato qualche minuto in bagno, ne uscì come curatore fallimentare della American Airlines. Prese il microfono e iniziò una vendita all’asta delle singole parti dell’aereo, che i passeggeri acquistarono con entusiasmo trascinati dalle sue capacità commerciali. Lo vendette tutto, lasciandosi da parte giusto i carrelli per l’atterraggio a Parigi. Dopodiché vendette pure quelli, al signor Welch, gommista di Oklahoma City.

Ronnie Cortina nell’Europa della ricostruzione post bellica. Lo immaginate? Truffò così tanto e così tanti che nell’aprile del 1957, tramite un sistema di una complessità senza pari, riuscì, unico caso al mondo, a truffare se stesso. Ci rimise 250mila dollari.

Ripercorrere tutte le incredibili operazioni di raggiro che architettò sul suolo europeo è praticamente impossibile. Ancora oggi qualcuno sostiene che sia il legittimo proprietario del Lussemburgo. E in qualche segreto magazzino tedesco c’è ancora qualche piccolo frammento del “Muro 2”.

Nell’autunno del 1962, dopo aver accumulato una fortuna che nemmeno tutte le sue 134 identità avrebbero potuto dilapidare in una vita intera, Ronnie decise di tornare negli Stati Uniti. Lo fece con una nave russa, convincendo il capitano a fare scalo a Cuba, “per un certo affare”.

Arrivato infine a New York, per prima cosa volle riassaporare una bella tazza di caffè come solo in America non lo sanno fare. Se lo gustò con calma, in un posticino fra la Quinta e Madison, guardando ammirato gli edifici titanici della grande mela. Poi comprò una di quelle barrette di zucchero di cui andava matto e se la mise in tasca. Quando uscì, si ritrovò in faccia le pistole dell’FBI: “Favorisca lo scontrino!”, gridarono gli agenti. Lo aveva lasciato sul bancone.

Fu arrestato così, Ronnie Cortina, mago della truffa, come un Al Capone qualunque.

Oggi, dopo aver scontato la sua pena, conduce un’esistenza tranquilla e onesta. Per evitare i media ha preferito cambiare nome. Ora si fa chiamare Donald Trump.

Perché in Vaticano non portano i conti

È di questi giorni la notizia, fra le altre succosissime provenienti dallo stato più piccolo ma col maggior numero di filiali del mondo, che il Vaticano ha un lieve problema di gestione delle finanze.

Non ho intenzione di addentrarmi nei meandri tecnici della questione, impresa in cui non è riuscita nemmeno l’apposita commissione istituita da Papa F, che adesso si fa chiamare così per fare maggiore presa sui giovani e sugli youtuber (per un po’ si è fatto chiamare Numero 1, ma in vista dell’uscita di Spectre ha deciso di cambiare, in modo da evitare le polemiche e la Siae).

Ma se proprio volete farvi un’idea di come funzionano le cose, immaginate che al centro del Vaticano, all’interno della cupola di San Pietro, ci sia un’enorme cisterna: ogni volta che arriva una donazione, un otto per mille, un’offerta, il ricavato della vendita dei santini, le entrate derivate dallo sfruttamento dell’immagine di Papa Luciani o del nome Jesus, i dividendi di quella società produttrice di mine antiuomo, le sponsorizzazioni, i depositi dello IOR, tutto indistintamente finisce gettato, attraverso delle condutture marmoree con scene di martiri in bassorilievo, in questo enorme contenitore. In contanti. Banconote o monete che siano.

Lo so, fa pensare un po’ al deposito di Paperon de’ Paperoni (arcigno e avido capitalista della prima ora, sfruttatore altrui e insensibile alle umane sofferenze. Amatissimo dai bambini. Ricorda certi papi).

A questo silos colmo di denaro hanno accesso indiscriminatamente tutti coloro che sanno il/la/gender Salve Regina a memoria, i quali si recano con contenitori di varia natura e dimensioni (bicchieri, bottiglie, secchi; Bertone va con la damigiana da 54 litri) a prelevare le cifre di cui hanno bisogno per perseguire le finalità della Chiesa.
(già qui: trattandosi di ente morale, la Chiesa persegue – tra l’altro – la felicità e il benessere degli uomini. I quali uomini, spesso, ricercano la felicità e il benessere nel denaro. Quindi, tecnicamente, se un addetto a fare del bene prende dei soldi per fare del bene e se li tiene, è missione compiuta. Nonché efficienza e produttività sul lavoro e quindi premio produzione)

Insomma, le finanze vaticane sono gestite come uno di quei salvadanai che hanno il tappo sotto. Che è come se un pettine avesse il vento incorporato. O una piastra per capelli la nebbia. O le forbici J-Ax.

Non ho idea di come si possa risolvere questo problema. Forse commissariando la Santa sede. Oppure spostandola, tanto ad Avignone sono sempre lì che aspettano a braccia aperte e baguette in terra.

So però come questo problema ha avuto origine.

Bisogna risalire agli albori della Chiesa, alla sua fondazione.

Dopo l’uscita di scena di Gesù (nel senso, la seconda uscita di scena, quando se ne andò in volo), c’era da sbrigare tutta la parte pratica e burocratica. Gesù aveva lasciato chiaramente detto a Pietro che sarebbe dovuto essere lui, su una certa pietra (ma Pietro aveva subito capito che si trattava di uno dei tanti giochi di parole che Gesù sfornava giornalmente e di cui andava pazzo), a fondare la Chiesa.

Pietro si era preso così questo cavolo e si era messo di buona lena a girare per uffici e compilare moduli. La burocrazia era molto più leggera di quella dei giorni nostri, solo che le penne erano introvabili, così c’erano continuamente code agli sportelli. Spesso scoppiavano anche delle risse, perché tutti cercavano di registrare la propria religione prima degli altri, per avere un vantaggio commerciale.

Pietro fece tutto a modino, come si diceva nelle province orientali a quei tempi: registrò marchi e loghi, aprì la partita IVA e trovò una sede. Nominò Dio invano e presidente. Gesù vice (gisus vais, diceva lui).

Quando però arrivò il momento di decidere che forma societaria dare alla Chiesa, Pietro si trovò in difficoltà, perché le strade possibili erano tante, tutte con pro e contro.

Con la società in nome collettivo gli sembrava di prendere per il culo la Trinità, quindi non era il caso.

La società per azioni era un vero azzardo. La Chiesa era giusto all’inizio, una vera e propria start-up. I soldi erano pochi e il rischio di chiudere da lì a un paio d’anni era concreto. La concorrenza era spietata, e a Roma la Politeismo SpA faceva il buono e il cattivo tempo. Trovare investitori sarebbe stato difficilissimo. Quindi niente SpA.

La ditta individuale era quasi certamente vizio capitale.

Dopo tanto arrovellarsi, Pietro decise che per iniziare andava benissimo l’associazione culturale. Semplice da gestire, flessibile, poche spese. Facile da chiudere se le cose avessero girato male. Facile da portare su un altro livello se le cose avessero funzionato. In quel caso sì che ci sarebbe voluta una struttura più organizzata, solida, in grado di gestire anche eventuali flussi di denaro. (ma ti pare – pensava Pietro – che la Chiesa pensa ai soldi?)

Così fece. Fondò la Chiesa come associazione culturale. E tutto andò bene.

Anni e anni più tardi però, molto dopo la morte di Pietro, quando la Chiesa, guidata dai suoi successori, finalmente raggiunse il successo, nessuno prestò attenzione al dettaglio della forma societaria. Nonostante la forte espansione e le modifiche di struttura e organigramma, nonché l’aumento vertiginoso delle entrate, la Chiesa rimase un’associazione culturale.

E così nei secoli dei secoli. Fino a oggi.

Sarebbe ora di cambiare.

Che poi, in teoria, il segretario dell’associazione è lo Spirito santo.

3000 euro

Ho visto che il Governo innalzerà il limite per i pagamenti in contanti da 1000 a 3000 euro.

Lo trovo profondamente sbagliato.

E non c’entrano il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale.

È una faccenda personale.

Voglio dire, per una volta che avevo un traguardo economico raggiungibile, hanno spostato l’asticella.

Avrei potuto farlo: pagare in contanti col massimo della cifra ammessa dalla legge.

Avrei potuto svegliarmi una mattina, andare in banca, ritirare 1000 euro dal mio conto, lasciarci la solita ragnatela e alcune monete ossidate, uscire, andare in un negozio che vende cose che costano quasi 1000 euro e comprarne una pagando in contanti.

Sarei anche potuto andare in un negozio che vende cose che costano molto meno, e comprarne tante. È vero. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Quando al supermercato vi presentate alla cassa con 100 euro di pane, pasta, uova, carta igienica, salsa di pomodoro, braciole, deodorante per ambienti, anticalcare e tutto il resto, non avete la stessa espressione di quando stringete in mano solo una bottiglia di champagne che costa altrettanto. Col carrello della spesa guardate la cassiera con quello sguardo che sussurra ”Guarda come sono ridotto. Tutta questa roba è solo per sopravvivere, un pasto dopo l’altro. Sto sprecando la mia vita, lo so. Credo che uscito di qui andrò a gettarmi dal ponte della provinciale“. Lo champagne invece non lo appoggiate nemmeno sul nastro. Lo passate direttamente nelle mani della cassiera mentre con gli occhi le gridate ”Guarda qui cosa posso permettermi di fare, sfigata che non sei altro!“ (o, in caso si trattasse di una bella ragazza ”Guarda cosa posso permettermi di fare, tesoro. La prossima la beviamo assieme“).

Avrei potuto farlo. Solo una volta, ok, ma avrei potuto. Un singolo attimo di vita al limite delle mie possibilità, quasi al di sopra della soglia di legge. Per provare il brivido, la vista dalla cima, l’esuberanza. Un singolo atomo di potenza economica. Per poi barcollare e sfracellarmi, certo. Ma ne sarebbe valsa la pena.

Non l’avrei fatto.

Non l’ho fatto.

Ma avrei potuto.

3000 no però. 3000 è oltre le mie possibilità.

Non lo farei comunque, ma nemmeno potrei.

Niente champagne in mano. Giusto mezzo carrello. Anzi facciamo il cestino. Col manico che sembra staccarsi da un momento all’altro.

Ecco cosa sta per fare questo Governo.

Sta per strapparmi via un sogno.

E io per questo lo odio. Lo odio profondamente.

(Comunque, non c’entra niente, ma se posso darvi un consiglio, non uscite mai a fare shopping con Winona Ryder)

Microcredito (frammento di una cosa che non so mica)

Mi chiamò una banca specializzata in microcredito. Dissero subito che dovevano riattaccare, prima di farlo però riuscirono a dirmi di andare lì da loro, il giorno dopo.

Trovai l’indirizzo, via Fermi 35, e ci andai. Rimasi spiazzato: via Fermi passava dal civico 33 al civico 37. Poi però guardando meglio notai che fra i due edifici c’era una fessura e mi c’infilai. La porta scorrevole del civico 33 si chiuse così entrai nella banca.

Mi trovai corpo a corpo con una segretaria e quasi la baciai, per errore, quando la porta del civico 33 si riaprì un attimo spingendomi addosso a lei. Le dissi che mi avevano chiamato al telefono il giorno prima e lei mi chiese se avevo risposto. Sì, le dissi. Cosa le abbiamo detto?, mi chiese. Di venire qui oggi, le dissi. Allora è a posto, disse, visto che è qui. Sì ma perché?, chiesi. Doveva chiedere al direttore. Mi domandò se a casa avevo una sala d’attesa dove poter aspettare e le risposi di no, avevo una sala normale. Attenda qui allora, disse.

Rimanemmo fermi in quella posizione aderente per un paio di minuti. Ora la farò parlare col direttore, disse. Piegò la testa da una parte e dietro di lei c’era il direttore. Ci presentammo ma non ci fu modo di darsi la mano perché la segretaria si frapponeva, e il gesto rischiava di essere male interpretato.

La segretaria inclinò il collo dall’altra parte (sennò la cervicale) e su due piedi a testa il direttore mi fece qualche domanda di rito cattolico sui miei studi e le mie esperienze precedenti. La segretaria, nel rispetto della privacy, si era tappata le orecchie. Il colloquio si fece più difficile quando il direttore iniziò a farmi qualche domanda anche sugli studi e le esperienze precedenti altrui. Lì barcollai, e per forza di cose anche la segretaria e il direttore oscillarono, insieme a tutto il civico 35. Comunque alla fine me la cavai, con sottigliezza.

Il direttore rimase molto colpito dalla mia laurea breve in economia. Disse che con studi del genere sarebbe stato facile inserirmi lì da loro, perciò mi assunse senza batter ciglio, il che fu una fortuna altrimenti avremmo dovuto cambiare posizione per farci entrare la palpebra.

Può iniziare subito, disse il direttore. Scavalcai la segretaria e ottenni così un posto migliore del suo. Ecco il suo ufficio, disse il direttore senza muoversi. Lavoreremo fianco a fianco, disse, quando non ci sarà la segretaria.

Era davvero piccolissimo, il mio ufficio, ma la cosa non mi preoccupava. Anzi tornò molto utile quando una ditta concorrente tentò di spiarci, perché per mettere una cimice furono costretti a togliere la scrivania, e mi accorsi immediatamente.

Comunque è da quel giorno che lavoro nel microcredito, un settore in cui, dice spesso saggiamente il direttore, c’è spazio per tutti.

Da ricchi

I soldi non fanno la felicità. Ma nemmeno viceversa.

Abbiamo la felicità, cosa ci facciamo coi soldi?, direte voi.
Ci comprate le cose, direi io.

Comunque mi ricordo che tanti anni fa, da ragazzini, ogni tanto capitava di fare quella specie di gioco “se divento straricco”, in cui ognuno s’inventava dei modi iperbolici per spendere quella valanga di soldi che non sarebbe mai arrivata, e con un amico, a un certo punto, concordammo che la spesa migliore era un bagno grandissimo e comodissimo che ogni volta che ci andavi c’erano dentro i Pink Floyd (eravamo grandi fan dei Pink Floyd), dal vivo, con tutto il loro palco e light show, che suonavano dei pezzi a richiesta.

Oppure mi ricordo di un’intervista di Mollica a Benigni, dopo che un suo film aveva fatto il botto al cinema, in cui Mollica, pacioso come sempre, a un certo punto diceva a Benigni qualcosa tipo Con questo successo hai fatto anche dei bei soldi, ti sei arricchito, e Benigni gli rispondeva una cosa come Sì sì, infatti adesso se devo comprarmi un nuovo paio di occhiali vado dall’ottico e invece di comprarne uno solo ne compro due paia, o anche coi pantaloni, se me ne serve un paio ne compro due.
Ho sempre pensato che fosse una gran bella risposta.

Viaggi veri low-cost

C’è la crisi. Non so se l’avete saputo.

Per le vacanze perciò ci si arrangia. Di nuovo.

Mentre si riflette sulla fortuna che ha Maometto, sempre che gli piaccia la montagna, si cercano soluzioni a basso costo. Low-cost, nel nuovo italiano ufficiale.

Di vacanze adatte anche alle tasche dei marsupiali se ne trovano parecchie, di questi tempi. I cartelli sulle vetrine delle agenzie parlano chiaro:

“L’Egitto visto dall’Atlante DeAgostini, 289 euro!”

“La via della seta – Tour delle mercerie del vostro quartiere, 309 euro!”

“Soggiorni [nel senso del luogo, NdR] per anziani – Pensione completa [nel senso del prezzo, NdR]”

“A casa vostra a soli 99 euro a persona!”

Poi, se avete un po’ di spirito d’adattamento, quest’anno ci sono delle occasionissime:

Sposta Concordia – Una splendida crociera di sopravvivenza a bordo del rudere della Costa Concordia. Dall’Isola del Giglio a Genova senza scali intermedi, sempre al centro dell’attenzione mediatica. Ogni sera spettacolo di ribaltamento e cena con l’ex capitano.

Striscio a Gaza – Per gli amanti dell’escursionismo estremo, un percorso obbligato attraverso le viuzze della striscia di Gaza, circondati dalla natura umana e da continue esplosioni di entusiasmo. Con un piccolo supplemento sono disponibili i pacchetti “A casa del terrorista” e “Assalto al checkpoint” (non assicurati).

Lo stadio successivo – Chiunque voglia essere testimone di un momento storico del capitalismo sportivo non può rinunciare a questo viaggio attraverso il Brasile post-mondiale. Per immortalare i primi istanti di abbandono delle mastodontiche strutture sportive costruite su richiesta della Fifa e poter dire “Io c’ero” ai primi segni di degrado.

Oppure, se proprio non avete un centesimo, fate come me. Vacanze su internet.