Verbale di denuncia per furto

Oggi, 27 marzo 2018, alle ore 13 circa, presso la caserma di Frattalta Scalo, dinnanzi agli agenti Caiogiulio Cesare e Tormentato Tomasso, il sottoscritto Lovelio Suonabene denuncia l’essere stato vittima di un furto di dati, dichiarando quanto segue:

“Come ogni mattina mi recai, intorno alle 8.15 a.m., al Bar Buongiornissimo di Polentano, frazione di Frattalta Scalo dove risiedo, per assumere la consueta colazione con cappuccino e crafen. Ordinato quanto detto al barista Luigi, conoscenza ventennale, intavolai una conversazione con un altro avventore, anch’egli conoscenza di lunga data, Lucilio Scaproni, radiatorista in Polentano, coinvolgendo anche il barista Luigi medesimo. Trattandosi il tema della conversazione di età e date di nascita, dichiarando il sottoscritto l’età di 61 anni, venivo fatto oggetto di scherno da parte dello Scaproni, il quale, convinto che fossi di età maggiore, desumendolo dal mio aspetto fisico, mi sfidava a mostrare a lui e al barista Luigi apposito documento di identità. Avendo infine il sottoscritto scommesso il pagamento della colazione sulla questione, estrassi dal portafogli la carta d’identità, esibendola aperta ai due. ‘Ma qui è tutto mezzo cancellato’ affermò lo Scaproni posto davanti al documento di identità, ribadito in ciò dal barista Luigi. A tale reazione, volsi il documento verso i miei occhi per visionarlo direttamente, accorgendomi in effetti che i dati personali solitamente ivi contenuti (nome, cognome, data e luogo di nascita, cittadinanza ecc) erano assenti, e anche la foto riportava un rettangolo bianco, rimanendo intatti nel documento solo le firme (titolare, sindaco) e il luogo e la data di emissione del documento. Colto da sorpresa, chiesi lumi allo Scaproni e al barista Luigi, i quali non seppero chiarire la mia perplessità, alla quale rispose la cassiera signora Clelia, moglie del barista Luigi, la quale affermò: ‘Sa cos’è? È un furto di dati, sì sì. Ho letto sul giornale che su internet può succedere. Lei ha internet?’. Avendo il sottoscritto in effetti collegamento a internet in ufficio, ho deciso di denunciare il fatto presso l’autorità competente”.

A testimonianza di quanto affermato, il Suonabene ha mostrato al Caiogiulio e al Tormentato il suddetto documento d’identità, dimostrando l’effettiva assenza dei dati normalmente riportati.

Quella volta che ho rotto l’internet (e mi hanno scambiato per una maestra)

Ora che le acque si sono calmate, ci sta bene un piccolo resoconto.

Venerdì scorso, verso le 14, scorrendo Facebook, mi passa davanti l’ennesima notizia riguardante la diatriba sui compiti scolastici, ovvero quel filone polemico messo in moto di recente dalla lettera di un padre che faceva presente alla maestra di suo figlio che il bambino non aveva fatto i compiti per le vacanze, perché a questi ultimi erano state preferite altre attività ed esperienze. Lettera che non era rimasta nell’ambito di uno scambio privato genitore-insegnate, ma anzi era stata pubblicata online, trasformandosi in una sorta di manifesto. Lettera – e pubblicazione sui social, nonché conseguente polverone – a cui più di recente ne è seguita un’altra, riferita più precisamente ai compiti quotidiani. Lettere entrambe riassumibili nello schema: i bambini, fuori da scuola, devono vivere e non pensare ai compiti.

Così, leggendo anche solo il titolo della notizia, mi si è accesa la lampadina per una gag da pubblicare su Facebook. Cosa questa tutt’altro che inusitata, visto che i miei post, sia qui che sui vari social, sono quasi esclusivamente umoristici o satirici, come ben sanno i miei lettori abituali. Per quanto riguarda tutti gli altri, beh, chi ci pensava che l’avrebbero letta?

Comunque, la gag era l’ennesima lettera sui compiti, questa volta però scritta da una maestra. Eccola qui:

lettera

Trascurando anche il dettaglio del titolo del post in cui era inserita l’immagine (“What if”, che significa “E se”, nel senso di “Facciamo finta per un attimo che possa accadere una roba del genere”), che fungeva giusto da rafforzativo ipotetico, sia la comunicazione in sé che il linguaggio usato erano visibilmente irrealistici, scherzosi. Mai avrei pensato che qualcuno avrebbe potuto prendere sul serio una lettera simile. E invece.

Avendo pubblicato il post alle 14.30, orario non proprio fortunato in termini di pubblico, mi aspettavo con un po’ di fortuna qualche decina di like in tutto. Una o due condivisioni, se fosse andato molto forte. Risultati comunque ampiamente nei limiti di quelli che sono i miei numeri su Facebook. Con queste aspettative in mente, dopo aver pubblicato la lettera me ne sono disinteressato per circa un’ora.

Quando, verso le 15.30, sono andato a controllare, il post aveva circa 20 condivisioni. Wow!, mi sono detto, Successone! Avevo anche guadagnato qualche follower (persone cioè che seguono i miei aggiornamenti su Facebook) e avevo in sospeso alcune nuove richieste di amicizia. Già così, il post era andato ben oltre le mie aspettative. Non avevo idea di quello che stava per succedere.

Ora, non ho bene in mente quando e come sia scattata la viralità, so solo che a un certo punto, semplicemente, i numeri sono esplosi. La condivisione da parte di personaggi conosciuti e molto seguiti (ex Luca Bizzarri, Selvaggia Lucarelli; non ho idea di come il mio post sia “arrivato” fino a loro) ha ovviamente contribuito in buona parte ad amplificare il fenomeno, che a un certo punto ha assunto andamento esponenziale, nel senso di decine di condivisioni al minuto e un corrispondente numero di richieste di amicizia (che ho declinato per un buon 95%) e di nuovi follower.

A parte il picco impressionante del venerdì, la viralità ha continuato a fare la sua parte anche i giorni successivi, diminuendo costantemente e riaccendendosi un po’ quando a proposito della vicenda sono usciti alcuni articoli online (e sì, sono stato intervistato!). La solita piacevole calma piatta si è ristabilita più o meno verso martedì, anche se ci sono stati, e ci sono ancora, forse per qualche tardiva condivisione “importante”, alcuni ulteriori picchi di nuovi follower e di richieste di amicizia.

Allo stato attuale, il post ha i numeri che vedete qui sotto. Dalla sua pubblicazione ho guadagnato circa 1100 follower e ho ricevuto più o meno un numero equivalente di richieste di amicizia.

post

Al di là dei numeri, che dal mio punto di vista di piccolo spacciatore di cialtronerie sono impressionanti, diversi ordini di grandezza superiori a quelli che incasso di solito, le considerazioni da fare sulla vicenda sarebbero materia da sociologi o antropologi.

Dal mio punto di vista, la cosa più sorprendente è stata (e dalla discussione che è venuta creandosi sotto al post, e che ovviamente ho letto il meno possibile, emerge chiaramente) che molti, mi viene da dire troppi, hanno preso la lettera sul serio. La lettera alla lettera (e così è placato anche il demone ludolinguistico). E hanno reagito di conseguenza, attaccando, nella varie tonalità che vanno dal redarguire scandalizzato fino all’insulto minaccioso, la maestra, cioè, secondo loro, il sottoscritto, la cui faccia barbuta spicca nella foto del profilo Facebook. Mirabile esempio estremo, un commentatore che mi ha dato della puttana e ha minacciato di orinarmi addosso. A ognuno le sue perversioni.

Ovviamente non sono mancati coloro che, coi loro commenti, hanno cercato pazientemente di spiegare, a chi aveva preso la cosa sul serio, che si trattava di un post ironico. Riuscendoci raramente mi sa. Altri invece (GIAO ex ffers!) hanno preferito trollarli, ricavandoci un po’ di risate, sebbene amarognole.

Tra le tante considerazioni finali possibili sulla vicenda, ce n’è una che desta preoccupazione più di tutte; o che rallegra più di ogni altra, se uno è un agente del caos. Queste persone che mi hanno preso sul serio, questi non coglitori dell’ironia, questi spiriti ben poco critici (quantomeno per quel che riguarda ciò che incontrano sui social network), io, sebbene involontariamente, li ho manipolati. Ho fatto credere loro il non vero, li ho aizzati, li ho trascinati in un campo di battaglia. E se sono riuscito in questo senza nemmeno volerlo, non oso pensare cosa possa fare chi lo fa consapevolmente, con mezzi appropriati, e con l’obiettivo del potere.

Facebar

Ma anche questa cosa che si sente dire spesso, che si legge in articoli e analisi, e la si ripete continuamente come fosse un dato di fatto, quando si parla di Internet e del suo impatto sulla società, e cioè che, prima che esistessero i social network, uno al massimo poteva andare al bar, trovarsi davanti quei 4 o 5, e lì fare il suo discorso, il suo sfogo, buttar lì la sua opinione come più gli piaceva e pareva, senza argomentare, senza dati, per sentito dire, generando, anche solo in conseguenza della posizione spaziotemporale, la classica chiacchiera da bar, e che invece oggi, questa gente qui, non va più mica al bar, a fare le chiacchiere, si siede invece davanti al PC, davanti al tablet o sta in piedi al telefono, e quella diceria, quella chiacchiera, quella riflessione buttata là, quell’opinione non supportata, quella cazzata, fondamentalmente, la scrive su Facebook, e su Facebook invece di quei 4 o 5 del bar ha davanti una platea di milioni di persone, perché possono leggerla o ascoltarla più o meno tutti in tutto il mondo, come fosse una scritta in cielo, come provenisse da un megafono da un biliardo di watt.

Solo che poi, di solito, di quel centinaio-migliaio di amici che abbiamo su Facebook, tolti gli account commerciali che ancora tengono duro con un profilo personale, un terzo sono account fasulli per farsi i cazzi altrui o rimorchiare, un terzo sono ex commilitoni o ex compagni dell’università o persone con cui avete condiviso mezza giornata di sport o hobby preferito due anni fa e a cui vi siete sentiti in dovere di chiedere l’amicizia perché oggi come oggi si fa così (tutta gente che comunque si ricorda appena di voi e che non ha come priorità quella di sapere come la pensate sui gatti in bottiglia o sui rapporti tra la Monsanto e gli alieni), un terzo sono gli amici del bar. E siccome Facebook funziona come funziona, e col suo algoritmo, servendosi dei vostri like e dei vostri commenti e dei vostri consigli seleziona cosa farvi e non farvi vedere, perché d’informazione ce n’è troppa e tutta è impossibile da, e con gli altri fa ovviamente la stessa cosa, e quindi voi, coi vostri post, poco interagenti, filtrati, messi da parte, sparite dalle bacheche di molti di quel centinaio-migliaio, alla fine di tutto, a conti fatti, quel post che avete messo su alle 14.35 scagliandovi contro l’olio di palma, che è una vergogna davvero, quel post che poteva avere centinaia di milioni di lettori in tutto il mondo, alla fine, se andavate a dirlo al bar, ai soliti 4 o 5, lo ascoltava più gente.

La social dieta

Funziona così.

Continuate a mangiare come sempre. Quindi in sostanza no, non dimagrite di un etto. Non è una dieta in quel senso.

Siamo nell’epoca dell’informazione, della dematerializzazione. Siamo flussi di bit attraverso canali di comunicazione. Mica penserete di dimagrire sul serio nel mondo materiale? Cioè, potreste anche farlo, ma sarebbe uno sforzo inutile.

Cerchiamo di essere onesti con noi stessi: a meno che non si tratti di una questione strettamente di salute, sottoporci a una dieta è uno sforzo che non facciamo mai per noi stessi, lo facciamo per gli altri. Ovvero, per il giudizio che gli altri hanno su di noi. Fossimo completamente soli o isolati, non ce ne fregherebbe niente di dimagrire. Sfortunatamente siamo parte di una società, immersi in una rete di relazioni.

Da alcuni anni a questa parte però, con l’avvento dei social network, questa rete di relazioni in cui siamo invischiati ha subìto delle trasformazioni radicali. Detto un po’ rozzamente, abbiamo traslocato su Facebook.

I contatti 1.0 (nel senso di quelli già presenti sul piano materiale) sono stati digitalizzati e, tolto forse un nucleo essenziale, inseriti nella dinamica social. Dopodiché sono arrivati i contatti 2.0 (privi del sostrato esperenziale materiale).

Detto di nuovo un po’ rozzamente, su Facebook abbiamo un sacco di amici con cui abbiamo relazioni minime, se non inesistenti. Sarebbero più o meno i cosiddetti conoscenti del piano materiale, con la differenza che quelli del piano digitale sono quasi impossibili da incontrare fisicamente. È proprio questa distanza materiale che useremo per la nostra dieta, e più precisamente per la fase della diffusione.

Prima però bisogna avviare il processo. E per questo è necessario incontrare nel piano fisico uno dei nostri contatti Facebook, e per la precisione uno di quella cerchia che vediamo raramente ma con cui abbiamo buoni rapporti digitali, e che abbia un vasto numero di contatti e una buona reputazione web. Ed è fondamentale che questa persona vedendoci ci dica, a un certo punto, “Sei dimagrito”.

(è garantito che succeda entro al massimo tre incontri del genere. Fidatevi)

Non preoccupatevi, non c’è alcun bisogno che siate realmente dimagriti. Quel tipo di affermazione è praticamente sempre indipendente dal dato reale. Sono cose che si dicono per empatia, o anche per un vistoso errore percettivo. Quante volte vi è capitato di sentirvelo dire pur sapendo che non era vero? E quante volte l’avete detto, anche, non credendolo vero? Sono cose che si fanno. Sono i meccanismi della socialità.

La differenza, qui, con la social dieta, è che non lasciamo semplicemente cadere quel giudizio nel vuoto, ma lo sfruttiamo.

E per sfruttarlo basterà posizionare un ponte tra il piano materiale e il piano digitale. È il passaggio più delicato, ma se funziona l’effetto è garantito. In pratica dovete chiedere al vostro contatto di condividere il suo giudizio sul piano digitale, cioè su un social network. Poniamo, per comodità, su Facebook.

La nostra abitudine all’uso dei meccanismi e delle dinamiche social e la nostra sempre minore capacità di distinguere i due piani renderà l’operazione meno difficile di quanto pensiate.

Una volta avviato il processo, la notizia del vostro dimagrimento seguirà il classico percorso di like e condivisioni tipico delle reti sociali, sfruttando tutta quella mole di contatti distanti 2.0 che non hanno bisogno di prove materiali per credere nelle notizie che leggono, soprattutto se vengono da una certa fonte normalmente affidabile.

E nel giro di pochi giorni sarete diventati una bufala.

E contemporaneamente magri.

Giao Friendfeed

È una di quelle cose che se non l’avete vissuta non potete capire.

È come spiegare una battuta a chi non l’ha colta.

C’è un social network che si chiama Friendfeed, e il 9 aprile chiuderà. I segni c’erano già tutti. Ora anche l’ufficialità.

Qualcuno ha detto che è come quando chiude il bar che hai frequentato per tanto tempo, where everybody knows your name. In effetti la sensazione è la stessa.

Io Friendfeed l’ho vissuto più o meno con lo stesso atteggiamento un po’ asociale un po’ egoista con cui vivo anche gli altri social network. Nonché con la stessa missione: il lollismo.

Nonostante ciò, o forse proprio per questo, ho conosciuto su Friendfeed alcune persone magnifiche, degne di stima imperitura. Ho partecipato a scritture e a letture insieme a loro. Ho letto opinioni, posizioni e argomentazioni stimolanti, anche e molto spesso lontano dalle mie. Ho colto spunti che mi hanno portato a leggere e a scrivere cose che altrimenti non avrei mai letto o scritto. Ho riso in tutti i modi e le sfumature con cui è possibile ridere: dalla gif animata demenziale (una parte di me non smetterà mai di ridere dopo aver visto quella scimmia battere un tronco bestemmiando a tempo) alla più sottile satira politica.

E adesso, anche se manca ancora un mese, mi pare di stare nel finale di Stand by me. Scriverò queste ultime parole inondato dalla nostalgia per i momenti che non torneranno mai più. Poi mi alzerò dalla sedia e tornerò a fare altro, in un mondo che è diventato, anche se quasi impercettibilmente, un po’ più triste.