Deregolamentazione

C’è stato un periodo, secondo me, in cui conoscevo le regole dell’italiano, e scrivevo cercando di rispettarle. È da un po’, invece, che è come se me le stessi scordando, è come se le stessi mettendo da parte. O meglio, uso quelle che mi servono, come fa qualunque artigiano coi suoi strumenti. Se non sono utili allo scopo, le lascio lì sul tavolo. Qualcuno potrebbe pensare “facile così eh”, e invece no, è più complicato. Ma è anche molto, molto più divertente. Sono diventato un somaro, direbbero a scuola. Un somaro che ride.

Quella voce

Per un attimo ho pensato che se ne fosse andata, quella voce, quella che non faceva che ripetermi “Ma cosa fai, scrivi? E non ti vergogni? Smettila va, così non fai brutte figure. Non penserai mica di essere capace? Be’, non lo sei. C’è chi lo sa fare, tu no. Non sei bravo. Anzi sei proprio una merda”, perché era da qualche giorno che non la sentivo. Invece niente, è ancora lì.

Ero solo distratto.

Routine

Io ormai non passa giorno che non mi chieda, anche più volte al giorno e nei momenti più disparati, persino in quelli meno consoni, come a colazione, oppure mentre sono alla cassa del supermercato, quando sarebbe meglio stare un attimo attenti al conto e al resto, o anche in quelli più adatti, come quando mi accendo una sigaretta, perché quando ci si accende una sigaretta, in quegli istanti lì, si fanno delle riflessioni che uno che non ha mai fumato non può capire, e comunque in generale lungo tutto l’arco della giornata, compresi qualche volta i primi e gli ultimi attimi di veglia, prima d’addormentarmi o appena aperti gli occhi, se non sia magari il caso di smettere di scrivere.

Il che, almeno credo, è abbastanza naturale.

L’importante, casomai, è che non me lo chiedano gli altri.

Vanagloria

Una sera di qualche mese fa, a una persona che avevo appena conosciuto e che mi aveva fatto la classica domanda che si fa a qualcuno che hai appena conosciuto – Tu cosa fai? – ho risposto Scrivo.

Che lì per lì devo aver pensato Oh, mi hanno da poco pubblicato un e-book con una raccolta di pezzi un po’ umoristici un po’ scientifici; fra poco, se tutto va bene, pubblico un altro e-book con un racconto lungo (o un romanzo breve, devo ancora capire esattamente cos’è); poi, tutto da solo, ho fatto questo e-book stranissimo con dei microracconti scritti tipo in codice binario, che è quasi illeggibile però ok; scrivo regolarmente sul mio blog; ho scritto regolarmente per anni su un blog collettivo, e con quel collettivo ho scritto anche un paio di libri di carta, di cui uno pubblicato con un editore grande, l’altro era medio; ho scritto non so quante false notizie sceme che sono state trasmesse da una radio web del circuito RAI; ho scritto parti di uno spettacolo teatrale che è andato in scena una sola volta, ok, ma c’era Moni Ovadia sul palco; ho scritto battute che sono finite in due o tre libri cartacei, in mezzo a quelle di molti altri; scrivo regolarmente battute in giro per internet; ho scritto racconti che sono usciti su quattro o cinque e-book collettivi; ho scritto un paio di racconti che sono finiti nelle semifinali di un certo concorso; sto scrivendo una raccolta di racconti che secondo me starebbe benissimo in una certa collana di un certo editore; sto scrivendo una roba talmente strana che il sottotitolo per ora è “un trattato umoristico-evolutivo” e ho anche scritto il soggetto e alcune pagine (e tonnellate di appunti e idee) per almeno un paio romanzi, potrò pur dire che scrivo, no?

Invece, a distanza di mesi, mi vergogno ancora come un cane, per aver risposto in quel modo.

Autografi

Scienziaggini con autografo

Uno, quando scrive un libro, pensa sempre che dopo, se riesce a pubblicarlo, una volta pubblicato, succedono delle cose che nemmeno s’immagina, e passa il tempo a chiedersi Chissà cosa succede, quando esce il libro. Chissà che robe strane mi accadranno.

Invece poi il libro esce, e non succede quasi niente.

A me l’unica cosa che mi è successa, con Scienziaggini, è che mi hanno chiesto Ma con gli e-book gli autografi come funzionano?

Che poi non ho nemmeno saputo rispondere.

I cinque errori che ho fatto tutti tutti

L’altro giorno, di una roba lunga che ho scritto, mi hanno detto che avevo commesso tutti e cinque gli errori che non bisogna commettere quando si scrive.

Che lì per lì ho pensato Ecco, lo sapevo che andava a finire così. Facile scrivere pezzi brevi (oddio, facile, insomma), poi però quando si tratta di cose più impegnative, strutturate, eh, lì si vede la qualità vera, hai poco da fare quello che si atteggia a scrittore. E infatti ho commesso tutti e cinque quegli errori che non dovevo commettere, scrivendo.

Poi però ho pensato che io, mentre scrivevo quella roba lunga, quei cinque errori lì non sapevo mica che fossero errori. Come facevo a evitarli? Bisognava saperlo prima. E se non me lo dice nessuno, se non è scritto da nessuna parte, cosa ne so?

Adesso che lo so, invece, vedrai come miglioro.

Neanche 20 minuti

Allora sto rileggendo e sistemando e organizzando un po’ di robe che ho scritto, in vista di una cosa che forse sarà forse no, poi vediamo, casomai vi dico, e un paio di volte mi è capitato di pensare Guarda che bella cosa che ho scritto. Solo che subito dopo me ne sono vergognato. Come in quella scena di Superfantozzi in cui Robin Hood arriva e dice Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri e dà a Fantozzi un sacchetto di monete, e Fantozzi tutto contento va dalla moglie e le dice Pina siamo ricchi! E appena lo dice arriva Robin Hood, Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri, gli prende il sacchetto e se ne va. Ecco, uguale.

Macchina da scrivere

Ho sempre pensato che uno degli errori più gravi degli studi sull’Intelligenza artificiale fosse partire dal presupposto che ne esistesse sul serio una naturale.

Quando si tratta d’intelligenza delle macchine succede spesso che ci si ritrovi a fare confronti con quelle capacità che consideriamo uniche e distintive degli esseri umani, prima fra tutte la creatività, e a porci domande del tipo: può una macchina comporre una sinfonia, o scrivere una poesia, oppure un romanzo?

Ora, io non so se una macchina possa riuscire a scrivere una sinfonia, però sono sicuro che io non ce la farei. Anche sulla poesia ho dei dubbi. Per quel che riguarda un romanzo, invece, sono sicuro che una macchina ce la farebbe.

L’altra sera, infatti, sono stato alla presentazione di un libro. E a un certo punto l’autore ne ha letto un pezzo.

Sento questa sintassi precisa, il lessico misurato, l’andamento senza scossoni dei periodi, le parole pesate, la punteggiatura da manuale, una prosa igienica, quasi disinfettata, e penso: ecco, alle macchine non manca poi tanto, per raggiungerci.