Scrittori parlanti

Ci sono degli scrittori, che tu vai alle loro presentazioni, li ascolti, e ne rimani affascinato. Hanno un eloquio che ti lascia a bocca aperta. Ti ritrovi rapito. Ti prendono, ti sollevano e ti trasportano in volo tra le pagine delle loro opere, raccontando senza svelare, evocando momenti, emozioni, conflitti. E nel mentre ti spiegano come sono arrivati a usare quelle parole, a narrare quelle vicende. La loro vita, o almeno alcuni momenti significativi, le ansie e le paure. Le letture. Quanta biografia c’è e non c’è. Poi accennano a un filo conduttore nella vicenda (ma non possono dire altro sennò ti rovinano la lettura, e sarebbe un peccato; anzi forse hanno detto già troppo, si scusano), alla simbologia di certi personaggi, certi colori non messi a caso, alla difficoltà di scrivere alcune pagine perché c’è dietro un trauma dell’adolescenza, e hanno come rivissuto il dolore, pagine buttate e riscritte e buttate e riscritte. E i grandi scrittori, gli insegnamenti che ne hanno tratto, cosa rubare a chi. Gli omaggi. Le citazioni. Lo stile volutamente schizofrenico, la ricerca lessicale fuori registro, la scelta dei nomi (i nomi, diomio, quanto contano!). Alcuni meccanismi un po’ sperimentali, è stato un rischio, certo, ma ne è valsa la pena. Il pubblico ha recepito, capito, condiviso. La critica non gl’interessa. Non un ritratto della società. Quella figurati, è impossibile da catturare. Nei grandi romanzieri sì, ma è un altro discorso, non azzardiamo paragoni. Giusto Franzen, ma in piccolo. E comunque qualcosa di più umile, un angolo, ugualmente significativo, importante, mai preso in considerazione, che merita che le parole lo illuminino. In fondo non è questione di voler scrivere, è di doverlo fare.

Ci sono degli scrittori che tu stai lì ad ascoltarli affascinato per due ore, alle loro presentazioni.

Poi leggi il loro libro e ti fa cacare.

E a leggerlo ci metti un’ora e mezza.

In America sono tantissimi, anzi tutti

Ultimamente mi capita sempre più spesso di leggere, sulle copertine dei libri, sulle fascette di carta che tante volte ci mettono attorno, sui giornali, su internet, “uno dei maggiori scrittori americani”, o “uno dei più grandi”, o “uno dei migliori”, tutte le volte riferito a scrittori diversi.

Allora forse è questo, il sogno americano: tutti sono i maggiori, tutti sono i grandi, tutti sono i migliori. E tutti sono contenti.