Stay Marino

Non è che potete passare tre anni a scrivere “stay foolish” dappertutto e pensare che qualcuno non la faccia sul serio, prima o poi, una follia.

Non è che potete mettere uno all’angolo, bersagliarlo, schiacciarlo col potere mediatico, col potere partitico, persino con quello religioso – che se c’è bisogno e non c’è molto da sporcarsi non si tira mai indietro – e poi pensare che, suonato il gong, si aggiusti la cravatta, saluti tutti con bonomia e si ritiri in sordina gettando la spugna.

Non è che potete tirar su un manicomio e poi scandalizzarvi perché dentro ci sono i matti.

Non c’entra nemmeno la politica, c’entra la persona.

Non è che potete chiedere che si comporti dignitosamente uno che la dignità gliel’avete strappata via sulle prime pagine dei giornali.

Non è che potete pensare che uno così, già un po’ matto di suo (perché se crei un registro per le unioni civili a Roma, dove ci sono più preti – e che preti! – che fontane, un po’ matto lo sei per forza), se gli togliete ogni altra alternativa, poi non fa il matto.

(cioè, pensate che per i kamikaze, quella di mettersi dell’esplosivo addosso e farsi brillare tra la folla sia solo una delle numerose opzioni che hanno a disposizione quel giorno?)

Non è che uno che ha la possibilità di essere un bel dito in culo al partito che l’ha abbandonato ci pensa su due volte.

Non è che potete pensare che uno già bruciato abbia paura delle fiamme.

Capito PD?

Poi, se vogliamo lasciar perdere questa psicologia spicciola, le emozioni e le reazioni, la psiche, e fare un discorso pragmatico, di partito, di struttura e organizzazione, di funzionamento, di leadership, possiamo anche farlo, PD.

E la prima domanda è: come c’è arrivato un matto a fare il sindaco di Roma?

È come in Die Hard, alla fine

Questa storia della mafia capitale mi ricorda un po’ i film della serie Die Hard, quella in cui Bruce Willis, tolti i primi 5 minuti, indossa sempre una canotta insanguinata. Me li ricorda perché se anche a questa vicenda romana togliamo la parte un po’ più epica (la mafia, il fascismo, la politica, come potevano essere nel film l’attacco terroristico, i congegni esplosivi assurdi, gli indovinelli), quello che resta, molto squallidamente, è un mucchio di gente che ha fatto di tutto per riempirsi le tasche di soldi.

E con un po’ di stupore viene da farsi la stessa domanda che John McClane a un certo punto rivolge a Hans Gruber, nel primo film della serie: «E così tutto si riduce a questo, ad una rapina?».

A Roma ci sono i siti internet dal vero

Sono stato a Roma un paio di giorni. Ogni tanto ci faccio un salto. Da qui mi sta abbastanza comoda, in treno. Più comoda di San Francisco, nel senso.

Ci vado per diversi motivi, primo fra tutti la possibilità, tornato poi in provincia, di dire “Toh! Ma che bella è la mia provincia?”. Una sorta di autosuggestione. Immagino che anche i romani, e in generale chi abita in città, faccia lo stesso, quando torna da fuori: “Toh! Ma che bella è la mia città?”. Uno le cose le apprezza quando le ritrova. È la famosa legge del portafogli.

Girando per Roma, questa volta, ho fatto una scoperta incredibile, che non immaginavo nemmeno lontanamente: i siti internet esistono dal vero.

Mentre camminavo lungo questa grande via vedo che sopra una vetrina è scritto IBS, e penso “Come il sito internet, la libreria online, pensa te”. Sbircio all’interno e vedo degli scaffali con dei libri, e della gente che si aggira. Allora, preso dalla curiosità, entro. E scopro che si tratta proprio della libreria online, ma dal vero. Come fossi dentro il sito. Anzi, chissà se qualcuno mi ha visto, da internet, mentre ero lì. Ho fatto anche un giro, comprato un paio di libri, solo che me li hanno dati subito, senza spedirli.

Mentre uscivo hanno provato a darmi un volantino, senza riuscirsi. C’ho AdBlock.

Ho cercato anche Google, dal vero, ma niente da fare. Magari è in periferia.