Dieci anni senza

Oggi, di dieci anni fa, se ne andava Kurt Vonnegut. Se dovessi descrivere l’impatto che i suoi scritti hanno avuto su di me, probabilmente utilizzerei il termine “cosmologico”.

In un suo libro intitolato Un uomo senza patria (A Man without a Country), a un certo punto dice così:

Far ridere la gente è una cosa tremendamente difficile. In Ghiaccio-nove, per esempio, ci sono dei capitoletti molto brevi, ciascuno dei quali rappresenta una giornata di lavoro: ognuno di essi è una storiella che deve far ridere. Se stessi scrivendo di situazioni tragiche, non sarebbe necessario dare a ogni brano i tempi giusti per assicurarsi che funzioni. Con una scena tragica non si fa mai veramente cilecca. Se gli elementi giusti ci sono tutti, risulta per forza commovente. Ma raccontare un aneddoto che faccia ridere è come costruire una trappola per topi partendo da zero. Bisogna lavorarci sodo per far sì che scatti quando deve scattare.

 

Com’è andata poi quella cosa del circolo di lettori ed Eccì

(Victoria Singh, The Waiting Room)

 

Insomma ieri sera è successa questa cosa strana di cui vi dicevo qui.

È andata piuttosto bene, devo dire. Abbastanza da correre il rischio di montarsi la testa (ma resisterò, lo prometto).

E a un certo punto c’è stata questa signora che mi ha raccontato che lei era andata dal medico, e si era portata Eccì da leggere, per passare il tempo in attesa del suo turno. Solo che dopo un po’ che lo leggeva aveva dovuto smettere, perché le scappava così spesso da ridere che aveva paura che gli altri lì nella sala d’aspetto la prendessero per matta.

Se non è una cosa bella questa, cosa lo è?

Fubalino

Avevo un coinquilino di Cremona che quando doveva dire calcio balilla non diceva calcio balilla, diceva fubalino. Io, che lo chiamavo biliardino, quando sentivo dire fubalino mi scappava sempre da ridere, perché era una parola buffa. Poi pensavo anche che era strano, quel mio coinquilino, a chiamarlo così, il biliardino.

Invece, ripensandoci bene, fra lui, che lo chiamava piccolo football, e me, che lo chiamavo piccolo biliardo, lo strano ero io.