I believe I can believe

La cura a base di plasma che nessuno vuole raccontarvi. Il ruolo del 5G nella diffusione della Covid. Il virus uscito dal laboratorio cinese dov’era stato fabbricato apposta per farlo uscire dal laboratorio. Il virus già in circolazione in autunno, anzi no nel 2018, anzi no a Giochi senza frontiere dell’89, anzi no ne parlava già Ippocrate, anzi no hanno trovato uno scheletro di virologo risalente al Cretaceo.

E così via, ad libitum.

A volte mi verrebbe da redarguire o spernacchiare (in molti lo fanno) coloro che pubblicano e diffondono storie del genere. Poi però mi torna alla mente l’articolo 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Insomma, in Italia c’è la libertà di culto, quindi siamo liberi di credere in qualsiasi narrazione indimostrabile, se ci fa sentire meglio. E di propagandarla, a meno che non lo si faccia nudi o indossando una t-shirt con la faccia di Renzi.

Certo, di tale libertà sarebbe meglio non approfittarne troppo. Ma questo nell’articolo 19 non è specificato.

 

 

 

 

Una nuova regola cattolica

Mi sa che è cambiato qualcosa, nel cattolicesimo, da quando c’ero anch’io.

(nasci e cresci in una spugna imbevuta di cattolicesimo e a un certo punto ti ritrovi cattolico. Ti pare semplicemente una cosa naturale, oppure l’unica scelta possibile. Ce ne sono milioni messi così, là fuori. Una mattina/si son svegliati, ed erano cattolici. Non si sono nemmeno chiesti se si potesse fare altrimenti. Anche a molti juventini capitava così, adesso più che altro agli interisti. Poi magari te ne rendi anche conto, che non è esattamente così, ma a quel punto chi te lo fa fare di ricominciare tutta la trafila? Per dirigerti dove, poi? Ti tieni il cattolicesimo, lo pratichi il minimo indispensabile per essere un mattoncino della realtà, e sei a posto. Molti fanno in questo modo, è conveniente, è economico, socialmente e intellettualmente. Poi c’è chi ci ripensa e smette di esserlo, cattolico, in vari modi e gradi: da chi semplicemente smette di credere e punto, a chi si fa sbattezzare, a chi s’iscrive ad associazioni di atei o agnostici, a chi diventa rappresentante Herbalife)

Devono aver aggiunto un comandamento, una regola, un qualcosa che dice: tu sei cattolico, e ok, tutto sotto controllo, ma gli altri, quelli che non sono cattolici, ecco, bisogna fargli rispettare il credo cattolico, i suoi assiomi e i suoi teoremi, anzi sarebbe meglio che diventassero proprio cattolici, nel senso di rispettare assiomi e teoremi senza imposizioni, da per loro, che si fa meno fatica, però nel frattempo, con chi ha idee diverse, anche solo un po’ dissimili, bisogna insistere, e tocca costringerli a rispettare quello che dice il cattolicesimo, senza tanti polveroni, perché se è un credo, vuol dire che devono crederci tutti, no?

Non so dove l’abbiano inserita esattamente (di solito si aggiungono dei commi piccoli piccoli in fondo, scritti in piccolo), ma una regola del genere dev’esserci per forza.

Una regola semplice, che dice: tutti devono essere cattolici.

Una regola che costringe moltissimi parlamentari, i quali devono decidere se far entrare finalmente l’Italia nella realtà, a opporsi ai matrimoni e alle adozioni gay, per esempio, ma anche al diritto di ognuno di noi di morire dignitosamente quando ci pare e piace.

Perché tutti devono essere cattolici, evidentemente.

Con la promessa che, appena Dio cambia idea in proposito, sistemiamo tutto.

Dio petrolio

Ammettiamolo, far nascere tutte le tre grandi religioni monoteiste nella stessa zona non è stata questa gran pensata.

È vero, se escludiamo un’innata antipatia per le norme fiscali, nessuna religione è espressamente basata sull’odio.

Anzi, quasi tutte spingono le persone, se non proprio ad amarsi (il Cristianesimo in tal senso è un po’ esagerato), quantomeno a volersi bene. Anche essere indifferenti è ampiamente ammesso. Persino il disprezzo, se non dichiarato, non pone problemi. L’odio però no, nessuna lo proclama.

Il problema delle religioni, quasi sempre, non sono le religioni ma i loro utenti. Un po’ come l’alcol.

Le persone ambiscono istintivamente alla felicità, alla serenità e alla pace, anche se c’è da far fuori qualcuno per raggiungerle.

Coi politeismi non c’erano mai stati grossi drammi. Per definizione il politeista collezionava divinità, quindi non si faceva problemi a barattarle con quelle altrui.
“Tu chi hai?”
“Odino”
“Manca. In cambio ti do Cerere”.
“Affare fatto”.
In pratica il politeismo era la versione meno normata delle carte di Yu-Gi-Oh!

Gli antichi Romani partirono giusto con un paio di divinità laziali, casalinghe e pastorali e alla fine – nel senso dell’arrivo del Cristianesimo – avevano un pantheon talmente vasto da dover invocare la dea Memoria per tenerlo tutto a mente.

I monoteismi cambiarono le carte in tavola, sostituendovi le pagine dei libri sacri.

Di nuovo, non predicano l’odio: sono le persone che interpretano male quel “questo è il tuo dio, non ne esistono altri e zitto”.

“Tu chi hai?”
“Odino”
“SBAGLIATO”.

Bisogna ammettere che è un presupposto piuttosto snob, nonché rischioso.

Le religioni abramitiche (tanto per dare, di comune accordo, la colpa a uno solo), inutile negarlo, sono piuttosto spocchiose. Sebbene rispetto al politeismo siano viste come una sorta di progresso culturale (ma più che altro economico, anche nel senso del dover ricordare meno nomi), corrisposero a una tragica chiusura mentale. Tutti smisero di importare divinità e pensarono unicamente a esportare quell’unica a cui si erano affidati. Fu il fallimento del mercato comune religioso (o liberismo divino).

Nessuna religione vi dirà mai di uccidere qualcuno che crede in qualcos’altro. Al limite vi dirà di fare il maggior numero di figli possibile, per fregarlo dal punto di vista demografico.

In compenso, i monoteismi fornirono un perfetto apparato ideologico a chi già aveva in mente di fare la guerra, per motivi ben più materiali. Date a Cesare quel che è di Cesare, si dice, ma se poi Cesare è un semidio le cose si complicano.

Fatto sta che i tre grandi monoteismi, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, funzionarono bene e si diffusero. Il Cristianesimo oggi è la religione più diffusa, con più di 2 miliardi di utenti. L’Islam, con circa un miliardo e mezzo di utenti, è secondo. L’Ebraismo in confronto conta pochissimi utenti, ma ha il 30% delle risorse economiche.

Sebbene queste tre religioni non potessero sposarsi, perché di parentela troppo stretta, la semplice convivenza avrebbe potuto funzionare benissimo, con qualche ovvio screzio ogni tanto, che è normalissimo in una relazione a tre. Solo che a un certo punto, più o meno un centinaio di anni fa, nacque un altro monoteismo, che si diffuse molto più rapidamente degli altri e in breve divenne il maggiore: il petrolismo.

(In realtà il petrolismo nacque ben prima, circa 65 milioni di anni fa, quando dal cielo proruppe una potente voce divina in forma di asteroide che spodestò la specie allora dominante, quella dei dinosauri. Solo che poi, per lungo tempo, rimase quiesciente, in attesa dei motori a combustione interna e altri ritrovati del progresso.)

Il petrolismo, che non è un religione abramitica perché Abramo non era automunito e non aveva nemmeno una pompa di benzina, al pari degli altri monoteismi è una fede basata sull’esclusione, nel senso che farne a meno è proprio da escludere. In realtà, alternative ce ne sarebbero (eolismo, solarismo, nuclearismo ecc), ma allo stato attuale convertirsi completamente e di punto in bianco non è possibile.

Questa nuova religione energetica ha il suo centro di emanazione nella medesima area in cui hanno mosso i primi passi e hanno le loro radici culturali gli altri monoteismi. Questo ovviamente ha creato grande scompiglio, perché nessuno si aspettava un concorrente così agguerrito.

Il petrolismo non fa promesse ultraterrene come gli altri. Anzi, la sua forza sta proprio nel fatto che fa promesse terrene, e nella maggior parte dei casi sotterranee. È l’unica religione infatti che pone il paradiso sotto terra, invece che nei cieli. Il petrolismo estrae l’afflato divino dalle profondità e lo rende disponibile in tutto il mondo, attraverso una rete di luoghi di culto diffusissimi, i distributori di benzina. L’afflato divino, oltre che in forma liquida e combustibile, arriva nelle nostre case anche in mille diverse forme solide, attraverso le materie plastiche.

Tutti quanti, cristiani, ebrei, musulmani, persino atei e agnostici, in un modo o nell’altro, volenti o nolenti, sono petrolisti, perché hai voglia a pregare, se il serbatoio è vuoto.

E allora, quando parliamo di guerre, o di terrorismo, e subito ci teniamo a precisare che no, non si tratta di conflitti religiosi, figurati, cerchiamo di essere un po’ meno ipocriti e ammettiamolo apertamente. Certo che sono guerre di religione. Certo che c’entra dio. Solo che quel dio è il petrolio.

Se c’è un lato positivo in tutto questo, è che il petrolismo, indipendentemente dalla potenza e dalla sincerità della nostra fede, fra cinquanta o cento anni smetterà di esistere. Il dio petrolio abbandonerà questo pianeta ormai devastato e svanirà dal pantheon.

A quel punto, forse, si potrà pregare in santa pace.

Perché in Vaticano non portano i conti

È di questi giorni la notizia, fra le altre succosissime provenienti dallo stato più piccolo ma col maggior numero di filiali del mondo, che il Vaticano ha un lieve problema di gestione delle finanze.

Non ho intenzione di addentrarmi nei meandri tecnici della questione, impresa in cui non è riuscita nemmeno l’apposita commissione istituita da Papa F, che adesso si fa chiamare così per fare maggiore presa sui giovani e sugli youtuber (per un po’ si è fatto chiamare Numero 1, ma in vista dell’uscita di Spectre ha deciso di cambiare, in modo da evitare le polemiche e la Siae).

Ma se proprio volete farvi un’idea di come funzionano le cose, immaginate che al centro del Vaticano, all’interno della cupola di San Pietro, ci sia un’enorme cisterna: ogni volta che arriva una donazione, un otto per mille, un’offerta, il ricavato della vendita dei santini, le entrate derivate dallo sfruttamento dell’immagine di Papa Luciani o del nome Jesus, i dividendi di quella società produttrice di mine antiuomo, le sponsorizzazioni, i depositi dello IOR, tutto indistintamente finisce gettato, attraverso delle condutture marmoree con scene di martiri in bassorilievo, in questo enorme contenitore. In contanti. Banconote o monete che siano.

Lo so, fa pensare un po’ al deposito di Paperon de’ Paperoni (arcigno e avido capitalista della prima ora, sfruttatore altrui e insensibile alle umane sofferenze. Amatissimo dai bambini. Ricorda certi papi).

A questo silos colmo di denaro hanno accesso indiscriminatamente tutti coloro che sanno il/la/gender Salve Regina a memoria, i quali si recano con contenitori di varia natura e dimensioni (bicchieri, bottiglie, secchi; Bertone va con la damigiana da 54 litri) a prelevare le cifre di cui hanno bisogno per perseguire le finalità della Chiesa.
(già qui: trattandosi di ente morale, la Chiesa persegue – tra l’altro – la felicità e il benessere degli uomini. I quali uomini, spesso, ricercano la felicità e il benessere nel denaro. Quindi, tecnicamente, se un addetto a fare del bene prende dei soldi per fare del bene e se li tiene, è missione compiuta. Nonché efficienza e produttività sul lavoro e quindi premio produzione)

Insomma, le finanze vaticane sono gestite come uno di quei salvadanai che hanno il tappo sotto. Che è come se un pettine avesse il vento incorporato. O una piastra per capelli la nebbia. O le forbici J-Ax.

Non ho idea di come si possa risolvere questo problema. Forse commissariando la Santa sede. Oppure spostandola, tanto ad Avignone sono sempre lì che aspettano a braccia aperte e baguette in terra.

So però come questo problema ha avuto origine.

Bisogna risalire agli albori della Chiesa, alla sua fondazione.

Dopo l’uscita di scena di Gesù (nel senso, la seconda uscita di scena, quando se ne andò in volo), c’era da sbrigare tutta la parte pratica e burocratica. Gesù aveva lasciato chiaramente detto a Pietro che sarebbe dovuto essere lui, su una certa pietra (ma Pietro aveva subito capito che si trattava di uno dei tanti giochi di parole che Gesù sfornava giornalmente e di cui andava pazzo), a fondare la Chiesa.

Pietro si era preso così questo cavolo e si era messo di buona lena a girare per uffici e compilare moduli. La burocrazia era molto più leggera di quella dei giorni nostri, solo che le penne erano introvabili, così c’erano continuamente code agli sportelli. Spesso scoppiavano anche delle risse, perché tutti cercavano di registrare la propria religione prima degli altri, per avere un vantaggio commerciale.

Pietro fece tutto a modino, come si diceva nelle province orientali a quei tempi: registrò marchi e loghi, aprì la partita IVA e trovò una sede. Nominò Dio invano e presidente. Gesù vice (gisus vais, diceva lui).

Quando però arrivò il momento di decidere che forma societaria dare alla Chiesa, Pietro si trovò in difficoltà, perché le strade possibili erano tante, tutte con pro e contro.

Con la società in nome collettivo gli sembrava di prendere per il culo la Trinità, quindi non era il caso.

La società per azioni era un vero azzardo. La Chiesa era giusto all’inizio, una vera e propria start-up. I soldi erano pochi e il rischio di chiudere da lì a un paio d’anni era concreto. La concorrenza era spietata, e a Roma la Politeismo SpA faceva il buono e il cattivo tempo. Trovare investitori sarebbe stato difficilissimo. Quindi niente SpA.

La ditta individuale era quasi certamente vizio capitale.

Dopo tanto arrovellarsi, Pietro decise che per iniziare andava benissimo l’associazione culturale. Semplice da gestire, flessibile, poche spese. Facile da chiudere se le cose avessero girato male. Facile da portare su un altro livello se le cose avessero funzionato. In quel caso sì che ci sarebbe voluta una struttura più organizzata, solida, in grado di gestire anche eventuali flussi di denaro. (ma ti pare – pensava Pietro – che la Chiesa pensa ai soldi?)

Così fece. Fondò la Chiesa come associazione culturale. E tutto andò bene.

Anni e anni più tardi però, molto dopo la morte di Pietro, quando la Chiesa, guidata dai suoi successori, finalmente raggiunse il successo, nessuno prestò attenzione al dettaglio della forma societaria. Nonostante la forte espansione e le modifiche di struttura e organigramma, nonché l’aumento vertiginoso delle entrate, la Chiesa rimase un’associazione culturale.

E così nei secoli dei secoli. Fino a oggi.

Sarebbe ora di cambiare.

Che poi, in teoria, il segretario dell’associazione è lo Spirito santo.

Plug in excelsis deo

Il prete è concentrato. Si capisce dalla faccia.

Concentrato in un modo diverso però, rispetto a qualche minuto fa.

Prima l’espressione era quella di chi è campato una vita senza, poi sono arrivati i computer. E gli è toccato usarli. E i cellulari. Ora persino i tablet.

Ha acceso il pc. Ha aspettato con pazienza che il suo Windows d’inizio secolo si caricasse. Ha inserito la password. Ha atteso di nuovo. Ha cliccato due volte sulla cartella “perillibro” sul desktop. Ha visto aprirsi la finestra con i file. Ogni passaggio eseguito meccanicamente, richiamando alla memoria una per volta le istruzioni del corso di alfabetizzazione informatica. È stato metodico. Penso faccia lo stesso con preghiere e liturgie.

Gli ho dato la chiavetta. Lui l’ha presa, l’ha appoggiata accanto al PC. Di fronte alla porta USB.

E ora è concentrato.

Guarda la pendrive e vedo che muove le labbra, senza voce. Gli chiedo se c’è qualche problema e lui mi dice di no, che è tutto a posto. E mentre collega la pendrive al PC mi fa Ho questo vizio, una deformazione professionale mi sa, che prima di collegarli, computer e chiavette, mi viene da sposarli.

L’ultima cena, pittorescamente

Lasciamo stare il racconto di quel giovedì sera, ci sono già abbastanza vangeli che ne parlano. Giusto un paio di precisazioni:

  • Gesù voleva prenotare per il mercoledì sera, ma venne fuori che Giuda aveva un impiccio e non poteva, così s’organizzò per giovedì.
  • L’oste fece promettere a Gesù di non fare quella cosa della moltiplicazione del cibo o della trasformazione dell’acqua in vino, che già gli affari non erano granché. Gesù lo rassicurò, ma si premurò che non li facesse aspettare troppo, sennò poi gli apostoli chi li sentiva.

Parliamo invece dell’Ultima cena di Leonardo da Vinci. E più precisamente della sua caratteristica più assurda: sono tutti dalla stessa parte del tavolo.

Premesso che nessun ristoratore sarebbe così folle da sistemare 13 persone su un tavolo da 24, Leonardo deve aver avuto le sue ragioni. Ecco alcune ipotesi, piuttosto plausibili.

Leonardo voleva far credere a tutti di esserci stato, all’ultima cena. Non proprio al tavolo di Gesù: a un altro. Poi Gesù l’aveva riconosciuto e gli aveva chiesto di far loro un ritratto, oppure una foto, se per caso aveva già inventato la macchina fotografica. Qualcuno fece notare a Leonardo che, per quanto portasse bene i suoi anni, non ne aveva di certo 1500.

Leonardo aveva avoluto ritrarre solo il tavolo vip, ma all’ultima cena c’era molta più gente: 150-160 persone. Il salone al completo, in pratica. Il tavolo di Gesù, in quanto attrazione principale, era disposto come quello degli sposi ai banchetti di matrimonio, in modo che tutti potessero guardare lui e gli apostoli senza ostacoli, ritrarli o coinvolgerli in brindisi.

Leonardo pensava che l’ultima cena non fosse stata una cena in senso letterale. Più che altro si era trattato di un convegno. Gesù, al centro, ne era il relatore principale. Agli apostoli erano toccati interventi minori. L’argomento del dibattito non era mai stato chiarito, ma qualcuno aveva ipotizzato che riguardasse una nuova formazione politica che voleva riunire e dare nuova vita alle varie anime della sinistra.

Leonardo, quella volta che era stato a Padova, aveva passato mezza giornata nella Cappella degli Scrovegni a guardare l’Ultima cena di Giotto. Per l’epoca in cui era stata dipinta era un lavorone, non si poteva negare. Però c’era quel dettaglio che lo assillava. Non era tanto il mettere gli apostoli di spalle: era la posa naturale, in una tavolata. Solo che così quelli di fronte, com’è giusto, avevano l’aureola dietro la testa; a quelli di spalle, invece, Giotto non l’aveva potuta mettere dietro, perché in tal modo li avrebbe nascosti, e sarebbe stato un peccato (probabilmente all’epoca lo sarebbe stato letteralmente). Così fu costretto a mettergliela davanti alla faccia, impedendo loro di mangiare, di fare conversazione, e costringendoli ad apparire, agli altri della tavolata, con un bollino nero in volto, come oscurati per la privacy. Tanto che i due apostoli più a destra si guardano l’uno con l’altro come a dire “ma ti pare il modo?”.

Vittima di quel trauma Leonardo decise che per la sua, di Ultima cena, avrebbe usato la tecnica dei telefilm americani: tutti faccia in camera e mezzo tavolo vuoto.

10 precetti di una religione inesistente

  1. Andare sopra i 1300 metri sul livello del mare almeno una volta all’anno.
  2. Non guardare la TV col solo occhio sinistro.
  3. Dire “bomballa” ogni volta che si ode un tuono.
  4. Se ci sono 5 persone in una stanza, una deve uscire.
  5. Compiuti i 23 anni, tutti i campanelli vanno suonati due volte, con tocchi brevi e rapidi.
  6. Non dire mai “per la barba della barbabietola” di fronte a una strada a senso unico.
  7. Lasciare arrugginire le cose.
  8. Ogni volta che si può, agglomerare.
  9. Sospirare tra primo e secondo, durante i pasti.
  10. Concentrarsi sul camminare, mentre si cammina.

Ematologia religiosa

Questi giorni, nel paesello in cui abito, c’è stato (e c’è ancora) parecchio trambusto.

A parte le elezioni comunali, che di fibrillazione ne portano sempre, è successo che il corpo della Beata Mattia Nazzarei, suora vissuta nel XIII secolo e beatificata con grande calma, nel 1765, ha iniziato a sanguinare, o meglio a emanare una sorta di umore sanguigno. Indipendentemente dall’esito elettorale, parrebbe.

La cosa si era già verificata in passato, solo che quella volta non c’erano i mezzi di comunicazione di massa, così, oltre all’immediata devozione dei cittadini, è scattata anche quella di giornali, radio, televisioni e internet. Barbara D’Urso compresa.

Per essere un paese che sta cercando di puntare sul turismo, direi che questo è un colpaccio.

Per quanto riguarda l’aspetto sacro, personalmente ho più un cervello che tifa scienza, e invece di gridare al miracolo grido al processo fisico-chimico in atto.

E mi piace pensare, vedendo le immagini della folla che scorre lenta davanti alla teca dentro cui è conservato il corpo della Beata, che tutte quelle persone stiano venerando, invece del mistero della fede, un fenomeno che, per quanto raro, sia comunque regolato da norme universali e comprensibili, e si meraviglino di fronte ad atomi e molecole e reazioni, e alla superba perfezione delle leggi della natura.

Un paio di cose che mi sono sembrate strane

La prima è che domenica mattina, al cinema, c’è la canonizzazione (mi viene sempre da leggere cannonizzazione, come dire che li sparano in cielo) di papa Giovanni XXIII e di papa Giovanni Paolo II. In diretta.

La seconda è che la RAI, in vista dei mondiali di calcio brasiliani, sta trasmettendo uno spot che finisce con la statua del Cristo Redentore, quella famosissima che domina Rio de Janeiro, che indossa la maglia della nazionale italiana (col numero 10; e invece di Cristo, come da regolamento, c’è scritto Italia).

Viene da pensare che ci sia stato il classico scambio di valigette.

 

Nomi divini

Mi arriva un mail intitolata “Cristiano, quest’anno il Natale va di moda”. Me la manda una nota società che fa da mediatrice per i pagamenti in rete per spingermi – credo – a fare dei pagamenti in rete.

Allora mi chiedo se per caso inviino anche – non a me, ovviamente – delle mail intitolate “Musulmano, quest’anno il Id al-adha va di moda”, oppure “Ebreo, quest’anno il Chanukkah va di moda”, o anche “Buddista, quest’anno il Vesak va di moda”.

Poi mi accorgo che non mi chiamano per religione, ma per nome.

Così ho deciso che se avrò un figlio lo chiamerò Paypal.

Che peccati

Se alle religioni togliamo la parte metafisica (quella fumosa, che se non ci credete tanto vale cambiare fede) e la parte rituale (quella noiosa, che se non partecipate poi le poche volte che lo fate vi guardano male), quel che resta, più o meno, è un sistema normativo. Tipo i dieci comandamenti. Tradotto: regole. Se le rispettate, avrete accesso alla business class della vita ultraterrena. Se le violate, seconda classe di un regionale di pendolari con l’aria condizionata rotta a fine luglio, per sempre. Molti grandi peccatori pendolari ferroviari non noteranno quindi alcuna differenza.

Per avere degli sconti di pena, fino anche al totale annullamento, esiste, quantomeno nel sistema cattolico, la confessione. Avete presente quando vi rinchiudete in un posto isolato insieme a un prete e aprite la vostra intimità a lui e non si tratta di un abuso? Ecco, quella è la confessione. Da quanto tempo non ti confessi? Hai bestemmiato? Hai fornicato? Hai rubato? E via così, anche senza domande, in una spontanea ammissione di colpe.

Allora pensavo, non si potrebbe fare una roba del genere, una confessione, che però sia laica? Con un confessore che invece di riferirsi al sistema normativo cattolico, si riferisca a quello civile, e non nel senso legislativo, e chi si metta a chiedere se parcheggi in doppia fila, se hai letto almeno un libro nell’ultimo mese, se continui a sfondarti di reality, se ti stai informando in vista del voto, se ti sei sforzato di ragionare con la tua testa oppure il tuo cervello ha deciso di abdicare, se sprechi e tutto il resto. E alla fine nessuna penitenza, perché tanto, se fai delle cazzate del genere, le stai già pagando, anche se non te ne accorgi.

 

Vite infinite

Anche fosse vero, quello che ti promettono le religioni, e cioè che o dopo morti c’è un’altra vita, infinita ma ultraterrena, o che dopo morti c’è un’infinità di vite terrene ma tutte nuove, be’, anche fosse vero, mi pare un’idiozia. Cosa vivo a fare se poi tutta l’esperienza di una vita va buttata, o perché non me ne faccio niente o perché non me la ricordo. Quanto sono più intelligenti i videogiochi, che quando muori ti chiedono cosa vuoi fare, e tu puoi scegliere di ripartire da lì dove sei morto, oppure lasciar perdere?