Il pubblico peggiore

Chiunque abbia avuto a che fare con una platea lo sa. C’è pubblico e pubblico.

Può essere un concerto, una lettura, uno spettacolo teatrale. C’è pubblico e pubblico.

A volte bastano due note, una frase, un battuta, e lo conquistate. Altre volte non vi bastano tutti i virtuosismi di cui siete capaci.

A un certo punto non dipende nemmeno più da voi. Non potete fare niente per conquistarlo, non esiste sforzo sufficiente. Succede. Vi rifarete la sera dopo.

C’è pubblico e pubblico.

E il peggiore che riesco a immaginare, di pubblico, quello che dopo qualche canzone, dopo qualche gag, dopo qualche scena lo senti che è sveglio, presente, reagisce, l’hai quasi conquistato, poi invece niente, la catastrofe, è quello dei bollitori – avete presente? – che li scaldate bene bene, e quando sono lì belli caldi iniziano a fischiarvi.

Paradoxa comicorum

Credo che la comicità, la capacità di scatenare il riso nelle sue varie forme non alimentari, segua una logica un po’ particolare.

Ho infatti l’impressione che per far ridere molte persone sia necessario meno impegno che per farne ridere poche.

Il che suona paradossale, perché portare dalla tua parte (è anche questo, far ridere, alla fine) un ampio pubblico dovrebbe essere più impegnativo che portarci appena un capannello di gente.

Eppure una torta in faccia, una scivolone sulla buccia di banana, una sonora pernacchia, che non possiamo certo definire raffinatezze umoristiche, scatenano boati di riso che impallidiscono rispetto al vocìo che provoca una gag o una battuta elaborata, originale, ardita.

Perciò, se per caso siete fra coloro che per passione, per lavoro o per carattere s’impegnano a far ridere gli altri, e alle vostre battute non ride nessuno, non dovete preoccuparvi, anzi.

Vuol dire che siete dei geni assoluti.