La fine di ogni marketing

Cari amici del marketing,

cari amici che per lavoro cercate (più o meno alla lontana) di far comprare alle persone dei prodotti o dei servizi: licenziatevi. Oppure chiudete la vostra ditta. Dite addio al vostro capo, ai vostri dipendenti, al Mac, alla scrivania Ikea, al tavolo in vetro e acciaio della sala riunioni, ai post-it, alle videochiamate, ai brainstorming, alle skill, alle strategy, alle slopties (me lo sono inventato, sì, ma pure voi… ), a tutto il vostro assurdo, complicato, nebuloso mondo.

Mi spiace, ma non servite più a un cazzo di niente. Ritiratevi in provincia, comprate un fazzoletto di terra per farci l’orto, allevate galline, girate con la barba lunga e un bastone nodoso in mano su sterrati polverosi, parlando da soli di brand awareness (i turisti vi adoreranno). Fate i bagagli e andate in Messico, o alle Canarie, e stabilitevi lì. Qualche soldo l’avrete pur fatto, se non siete l’ultimo dei copy. Poi si vedrà. Comunque sia, ritiratevi, perché in questo mondo qui non servite più. Non siete più utili, e già non eravate dilettevoli. Perché non servono più strategie, campagne, slogan. Non servono più idee geniali alle 3 del mattino, capacità SEO, scelta dei canali, testi coinvolgenti e tutto il resto. Il marketing è morto.

Ma come, direte voi, quand’è successo? (eravamo in riunione alla macchinetta del caffè, stavamo storitellizzando)

Da poco. Il suo cadavere è ancora caldo (hot, direste voi). Manca solo il riconoscimento della salma. Ci penserà una IA.

Sì, ma com’è morto, insomma?, insisterete.

È stato ucciso dalla più recente propaganda politica. Quella che ha abbandonato studi, strategie, idee, ha preso qualche cartello, ci ha scritto sopra col pennarello “Gli immigrati ha casa loro”, poi ci ha riscritto “Gli immigrati a casa loro”, “Basta invasione”, “L’Italia agli italiani”, e l’ha mostrato continuamente, per mesi, ripetendo sempre questi stessi slogan, incessantemente, senza aggiungere altro, rozzi, scarni, così, senza una spiegazione, senza un asterisco, senza guru, senza esperti, con la solita grafica intercambiabile.

Anzi, non è stato ucciso da questa propaganda, il marketing. È stato ucciso dal suo successo. È stato ucciso dal fatto che è bastato ripetere “Ci stanno invadendo”, per rendere reale l’invasione, per convincere tanti (troppi) che l’invasione era in atto. Anche se ti affacciavi alla finestra e non era così, anche se uscivi in strada e non era così.

Qual è lo scopo del marketing, se non quello di convincere le persone che hanno bisogno di qualcosa? Qual è stato il risultato di questa propaganda, se non quello di aver convinto molti (troppi) che c’è bisogno di fermare l’invasione, che c’è bisogno di difendersi dalla (pure questa inventata) criminalità dilagante, che c’è bisogno di combattere certi oscuri poteri che ci vogliono sudditi, schiavi?

A cosa serve allora, il marketing, se basta mostrare sempre lo stesso cartello un po’ sgrammaticato e gridare le stesse cinque parole per convincere le persone che addirittura la realtà non è quella che percepiscono, ma quella che gli raccontano con quegli slogan?

Non serve a niente. Ha smesso di avere senso.

Il marketing finisce qui. Spiace.

Fate altro.

 

Ambidestra

Gualtiero è un bravo italiano. Di destra. I giornali, le tv, internet dicono estrema destra. Lui no, non vede cosa ci sia di estremo. Non vuole gli immigrati, non vuole i gay, non vuole il degrado, non vuole un po’ di altre cose. Vuole un’Italia di famiglie italiane, di lavoro italiano, di un’altra po’ di roba italiana. Che si righi dritto, insomma, come in quegli anni lì.

È di destra, Gualtiero, e militante. Militante nel senso che oggi, con gli altri, si fa il banchetto informativo in piazza. Perché è una vergogna, come stanno andando le cose. E la gente deve sapere, capire. E allora si porta il gazebo, il tavolino, un paio di seggiole, il coso per i manifesti (come si chiama?), i volantini. Ci si dà da fare.

Si chiama in aiuto qualche amico da fuori, da altre città. Dall’altra provincia. Loro qui sono in quattro. Pochi. Forti ma pochi. E siccome spesso non sono visti di buon occhio, si chiede una mano per far numero. Per stare sicuri. Se c’è da reagire, si reagisce.

Sono arrivati in sei da fuori. Fanno dieci.

Si somigliano un po’ tutti, nello stile, nell’abbigliamento, negli sguardi. Si danno da fare. C’è chi monta il gazebo, chi apre tavolino e sedie, chi sistema bandiere e volantini. Lui prende il coso per i manifesti (sì, ma come si chiama?), lo apre a un paio di metri di distanza, che faccia da segnale di stop. Che la gente possa leggere. Lo piazza lì. Poi chiede i manifesti, Gualtiero.

Ci sono quelli nuovi, gli dicono, molto belli. Gli passano un rotolo, prende le puntine, va fino al coso per i manifesti (qualcuno sa come si chiama? No?) e si piega. Srotola un manifesto, le due puntine in alto, quelle in basso, un paio dai lati ed è fatta. Fissato.

Lo fissa, Gualtiero, stavolta con lo sguardo. Basta feccia. Giusto.

Lo fissa di nuovo, sempre con gli occhi. Basta feccia. Alza lo sguardo, Gualtiero, guarda gli altri, il gazebo, i volantini, il tavolino, lo stile, le scritte, le idee. Basta feccia. Giusto.

E si piega di nuovo. Toglie le puntine sui lati, quelle in basso, le due in alto, arrotola il manifesto e si alza. Basta feccia. Giusto.

Uno dal gazebo gli chiede se ha messo su il manifesto, il poster. Lui dice “Basta feccia”. Quello risponde “Esatto. Mettilo”.

Così Gualtiero si piega, poggia il rotolo a terra, prende un manifesto, due puntine sopra, due sotto, qualcuna ai lati, per sicurezza. Basta feccia. Giusto.

Guarda il coso (dai, come cazzo si chiama?) con su il manifesto, guarda gli altri, il banchetto informativo, le scritte, le idee. Basta feccia. Giusto.

E giù di nuovo, via le puntine di lato, quelle sotto quelle sopra di nuovo il rotolo di nuovo in piedi.

“L’hai messo?”

Basta feccia. Giusto.

“Lo metto”. Si piega, Gualtiero, ancora.

E via così. Per sempre.

 

Dopo 25 anni si può dire

Sarà che io e il caldo, insomma.

Così, prima, mentre mi apprestavo a iniziare a sudare per il resto della giornata, e spinto forse dalla carenza di sali minerali, mi è successo di pensare al comunismo. Che – ricordiamolo – è morto.

E ho pensato che (ormai si può dire, sono passati 25 anni dalla caduta del Muro, c’è abbastanza – come dicono gli studiosi – prospettiva storica), visto che viviamo in una società in cui siamo tutti soddisfatti, senza né conflitti né povertà, e ogni essere umano, ovunque e comunque sia nato, ha la possibilità di perseguire e realizzare i propri sogni, a questo punto possiamo ammetterlo senza timori, che per fortuna che il comunismo è stato sconfitto, sennò chissà adesso che vita di merda facevamo.