Eppur si muove, ma pochissimo (la Chiesa)

Galileo Galilei, secondo la testimonianza di un inviato di Paperissima Sprint, appena uscito dall’aula in cui aveva abiurato l’eliocentrismo e la teoria copernicana affermò: “E pur si muove!”.

Lì per lì nessuno capì cosa intendesse con tale dichiarazione. Alcuni pensarono che si riferisse al mimo che si esibiva lì all’angolo. Molti invece attribuirono quell’uscita senza senso al forte stress che il processo gli aveva causato. D’altronde non è facile cercare di spiegare le proprie ragioni a dei giudici che continuano a giocherellare con delle pietre focaie e ti ascoltano distratti mentre preparano delle spezie per arrosto.

Qualcuno credette addirittura che Galileo si riferisse proprio alla Terra, confermando le convinzioni copernicane che aveva appena rigettato. Un po’ come se Alberto Stasi, dopo l’assoluzione in primo grado per l’omicidio di Chiara Poggi, avesse dichiarato: “Giudici allocchi”.

In realtà con quel “e pur si muove” si riferiva alla Chiesa. Da genitore 2 del metodo scientifico, infatti, Galileo intendeva esprimere un’osservazione empirica: la Chiesa è dotata di moto.

A quel tempo ovviamente era inconcepibile credere a un’affermazione simile, e ancora oggi in molti dubitano di questo fatto. Eppure, dopo un’approfondita serie di misurazioni con laser ad altissima precisione, allo stato attuale delle nostre conoscenze il dato è inoppugnabile: la Chiesa non è quell’entità immobile all’interno del progresso umano che tutti pensavamo. Si sposta di circa 2,16 femtometri (10−15 m) all’anno. All’indietro.

A parte la questione quantitativa, quello che c’interessa qui è rintracciare le cause di questa assenza di progresso, ovvero di questa resistenza al moto che trascina il resto della società in avanti.

Se la Chiesa fosse un software, dopo duemila anni saremmo ancora alla versione 1.0, e i pochissimi aggiornamenti rilasciati avrebbero risolto giusto qualche piccolo bug, o eresia.

Insomma, l’innovazione non è certo il punto forte di questa organizzazione diffusa a livello globale. Che riesca a sopravvivere nel folle mercato neoliberista è – guarda caso – un miracolo. Pur potendo sfruttare il vantaggio di aver fidelizzato nel tempo una clientela vastissima, è difficile credere che con questa strategia restia ai cambiamenti la Chiesa possa continuare a essere un soggetto credibile e in grado di gareggiare sui mercati.

La domanda che sorge spontanea è: perché questa resistenza ai cambiamenti? Perché non si mette mano al kernel di questo sistema per adattarlo alle nuove esigenze che la società ribadisce quasi quotidianamente? Perché non ci si mette al passo coi tempi?

Sebbene una risposta certa non esista, e nessuna conferma o smentita sia mai trapelata dai dirigenti del gruppo, diversi analisti hanno avanzato un’ipotesi piuttosto ragionevole: la Chiesa non attua cambiamenti perché i costi di aggiornamento sarebbero proibitivi.

Il vero problema non è né la programmazione delle nuove regole, né l’implementazione, né i i vari test di tenuta. In una struttura societaria come quella della Chiesa cattolica il vero problema è la comunicazione. A causa dello statuto che la regge e della sua natura fondamentalmente 1.0, infatti, la Chiesa, in caso di modifiche contrattuali di un certo peso, deve richiederne l’accettazione a ogni singolo cliente, rigorosamente in forma scritta. Tale rigidità, che può suonare assurda, fa invece da contrappeso alla rigidità lato cliente, la quale permette lo scioglimento del contratto solo dopo una lunga e faticosa trafila burocratica.

Secondo alcuni scenari elaborati dal Financial Times, il costo di un’operazione di comunicazione del genere, considerando che andrebbe diretta a non meno di 1,2 miliardi di clienti, porterebbe potenzialmente la Chiesa verso la bancarotta.

Tale tragico esito non suona irrealistico se si ripensa a quanto incise sul bilancio societario l’aggiornamento delle regole della privacy della confessione.

Non è escluso che esistano ulteriori ragioni a frenare il progresso della Chiesa. Potrebbero essere di natura ideologica o metodologica. Ma allo stato attuale, e senza limpide dichiarazioni del gruppo dirigente, quella legata ai costi appare la più ovvia.

Progresso

Non si può fermare il progresso, si dice spesso. Certo, è più o meno una frase fatta, e di sicuro non è da prendere alla lettera: se un enorme asteroide cadesse sulla Terra, uccidendoci tutti, il progresso si fermerebbe eccome. Se invece terminassero certe risorse primarie, come per esempio il caffè, il progresso continuerebbe, ma molto più lentamente.

Bisogna però ammettere che dire “non si può fermare il progresso” non depone molto a favore del progresso: significa che quello procede nella sua corsa inarrestabile perché non riesce a fermarsi, cioè non riesce a trovare un modo per farlo, nonostante sia il progresso stesso.

Oppure, se uno è d’indole teleologica (che non pare, ma di teleologici è pieno il mondo), può pensare che il fine ultimo del progresso sia trovare il modo per fermarsi. Nel senso che il progresso prima percorre tutto il suo cammino, poi, alla fine, per chiudere la sua lunga carriera, trova la maniera per arrestarsi. Così, completo com’è, concluso, termina. È una soluzione un po’ cavillosa, ma quando c’è di mezzo l’arresto si fa così. Chiedetelo a qualsiasi avvocato.

Se poi siete più tipi da “l’amore è per sempre” e “un diamante è per sempre” (ma non arrivate a concludere l’ovvio sillogismo), allora anche il progresso è per sempre, infinito. Immaginatelo fra miliardi di miliardi di anni, in un universo freddo, desolato e buio, che continua disperatamente a porsi sempre la stessa domanda: come diavolo ci si ferma?

35%

Il premio di maggioranza, soprattutto in questa nuova versione che sta girando, si potrebbe applicarlo anche ad altre situazioni.

Tipo quando si va a fare benzina:
– Buongiorno, mi riempie il 35% del serbatoio?
– Va bene, le faccio un po’ più di metà pieno.
– Grazie.

Oppure dal fornaio:
– Buongiono, mi dà il 35% di quella pagnotta?
– Va bene, gliene do mezza e un pezzetto.
– Grazie.

O anche per impressionare una donna:
– Ho un pene del 35%.
– Wow!
– Grazie.

Nel campo degli aggeggi tecnologici sarebbe una vera e propria svolta, con le batterie che oscillerebbero per sempre tra il 35% e mezza carica circa. Senza mai doverle ricaricare.

Questo sì che è progresso.

Benessere in cambio di poesia

Il progresso porta tanti benefici, è vero. Ogni tanto però succede che in cambio voglia qualcosa. La civiltà avanza, i suoi doni ci circondano, ma senza farci caso perdiamo dei dettagli, delle minuzie; siamo pronti a farne a meno, naturalmente, perché non valgono quanto una vita migliore, ma sono piccoli traumi, e ognuno ha il suo. A me, per dire, mancano i locali fumosi. E sì, era una vera vergogna: l’aria irrespirabile, insalubre, gli occhi che lacrimavano, bruciavano, i vestiti puzzolenti, le cicche, la cenere, tutti a inalare la stessa robaccia, fumatori e non, grandi e piccoli. Che schifo. Che nostalgia.

Oppure, già che ci siamo, quella cosa che quando uno spariva, se ne andava di casa, all’improvviso, lasciando mogli, figli, famiglie, senza alcuna avvisaglia, svanendo nel nulla, quando succedeva, poi si raccontava che “era sceso a prendere le sigarette”. Quanti se ne sono andati così? Un vero schifo.
Oggi invece, sarà il salutismo, sarà l’ambientalismo, uno che vuole sparire ci pensa su parecchio, perché poi, nei racconti, essere quello che “era sceso a buttare l’umido”, non è per niente un’immagine poetica. Che nostalgia.