Ai seggi elettorali

Pare che a Barricello Molvina, all’atto dello scrutinio, una scheda recasse un messaggio per il Movimento 5 Stelle: “Avete restituito tutto, mo prendetevi pure ‘sti 10 euro che ho trovato per terra”.

Pare che in un seggio di San Giuseppe Coprello un elettore sia stato vittima di una crisi d’indecisione così acuta da richiedere l’intervento dei sanitari. Ne avrà per 5 anni.

Pare che a Vorrito Caracciolo qualcuno abbia votato per la Monarchia.

Pare che a Vorrito Caracciolo ci fosse un candidata che di cognome faceva Monarchia. Ha preso pochissimi voti, ma più di quelli che immaginava.

Pare che uno volesse portarsi a casa la scheda, dopo aver votato. “Altrimenti che segreto è?”, pare abbia detto, giustificando la richiesta.

Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede. Infatti una signora a Calmate Turpenze è entrata in cabina e ne è uscita immediatamente lamentando la presenza di un grosso occhio con un triangolo attorno. Quando sono andati a vedere, l’occhio non c’era, ma si è sentito un rumore di sgommata.

Pare che a Santoraccia il Sindaco abbia emesso un’ordinanza che vietava di votare con atteggiamento spocchioso. La valutazione dell’atteggiamento era a carico dei rappresentanti di lista.

Pare che a Bussanello nessuno sia andato a votare perché nessuno aveva capito che c’erano le elezioni. Infatti non c’erano.

Pare che ad Adrissona un uomo sia entrato nel seggio minacciando di votare il meno peggio e le urne di cartone abbiano sospirato.

A Giombi Scalo – pare – un giovane scrutatore ha sbagliato a mettere delle croci nei registri e ha fatto vincere il suo cane, che però ha rifiutato con sdegno l’incarico.

A Villa Candello uno ha chiesto altre due schede: una per la moglie e una per il figlio, che non avevano voglia di andare e avevano lasciato detto a lui.

A Sbuffo a uno che aveva completato la tessera elettorale hanno regalato un ombrello.

Uno ha dato la mano a tutto il seggio: presidente, vicepresidente, segretario e scrutatori. Poi se n’è andato senza votare.

Una ha chiesto chi doveva votare, gli hanno detto che non potevano dirglielo, e lei ha risposto “Se non lo sapete voi qui”.

Uno ha riportato una matita copiativa delle elezioni del ’94. Gli era rimasta in tasca.

Uno ha chiesto se doveva lasciare lì il telefono, gli hanno detto di sì, ha votato e se n’è andato, lasciando lì il telefono.

Uno è entrato al seggio e ha chiesto se aveva già votato.

Uno è entrato al seggio e ha chiesto se aveva già votato. Gli hanno detto di no, e allora lui “Ah, va bene”, e se n’è andato.

Uno alle 7.20 della mattina voleva sapere il dato dell’affluenza.

Uno voleva votare all’estero ma abitava solo in periferia.

Uno non aveva alcuna intenzione di recarsi ai seggi ma ce l’hanno portato a forza perché era il presidente.

Uno è entrato in cabina cantando Bandiera rossa ed è uscito cantando Bandiera gialla.

Uno è entrato in cabina ed è rimasto lì a lungo, convinto che dovessero fargli delle domande come nei quiz.

Uno non ha trovato il seggio, ha votato al bar. Gli hanno detto che vale comunque.

Qualcuno, su una scheda, ha spruzzato un po’ di profumo.

A Roma, in un seggio del centro, quando hanno aperto l’urna ci hanno trovato i resti di un’antica villa romana. Ora sono lì che aspettano la Soprintendenza.

Silenzio elettorale

Fosse per me, il giorno prima delle elezioni proclamerei il chiasso elettorale, invece del silenzio.

E durante questo chiasso elettorale, per 24 ore, i politici possono parlare e straparlare, dirne di cotte e di crude, proclamare e inneggiare, aizzare, mentire o dire il vero, gridare, risvegliare, smuovere, giurare e promettere, possono cantare a squarciagola inni e sigle, urlare motti e slogan, sussurrare favori, promettere a gran voce l’inverosimile, litigare con gli avversari, insultarli, deprecarli, ammonirli e sbugiardarli. Possono far battute, proclami e reclami, ammissioni di fede e di colpa, scongiuri. Possono pregare, bestemmiare, maledire e benedire. Oppure dimostrare, provare, render noto, chiarire, precisare, dettagliare, arzigogolare. Possono usare qualsiasi tono, qualsiasi volume, ogni lingua e parola, qualsiasi suono fisiologicamente producibile, che esca dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dal culo, che sia un battere di mani o di pugni o di piedi pestati a terra. Fischi, ululati, grugniti, sospiri, sbuffi, denti digrignati e scrocchiar d’ossi. Tutto. Possono tutto, quel giorno lì.

Poi zitti, per tutto il resto del tempo. Almeno fino alle prossime elezioni.

Strappare libri

Premesso che a quel punto della filiera l’albero che è stato abbattuto e lavorato per produrre la cellulosa per fare la carta è bello che morto, e quindi prendersela col libro, anche proprio come atto di sadismo, sarebbe piuttosto privo di senso (com’è anche un po’ privo di senso farne tutta questa rumorosa questione per il solo motivo che ci tornano sempre in mente i nazisti che bruciano libri, che se i nazisti avessero bruciato delle costate di manzo volevo vedere adesso com’eravamo combinati), se uno volesse davvero far scontare al libro le colpe dell’autore o della casa editrice, invece di strapparlo lì, in libreria, appena uscito, e farlo finire subito nel cestino, dovrebbe lasciarlo sullo scaffale, dove sarebbe rimasto per un po’ di tempo (quanto volete che venda? Credete che i fan di Salvini siano lettori forti?), diciamo qualche settimana, poi avrebbe affrontato la solita dolorosa odissea dei libri invenduti, attraverso distributori, resi, spedizioni svanite nel nulla, magazzini, reminder, e infine, basta attendere, il macero.

Poi, sia chiaro, se uno vuole fare un gesto simbolico, lbero di farlo, con tutte le conseguenze del caso.

Però, anche qui, anche in questo caso, ho sempre la solita impressione: che Salvini sia diventato questo piccolo supereroe solo perché tutti i suoi detrattori si sono messi lì d’impegno a cucirgli addosso un costume sgargiante.

Nella mente del grillino

Io, di mio, sono abbastanza ingenuo.

Nel senso, ho una lettura della realtà piuttosto immediata. Considero i fatti, gli eventi, i comportamenti, anche con attenzione: difficilmente però risalgo la catena delle cause per arrivare, quando si tratta dell’agire umano, alle potenziali motivazioni. Persino con la politica mi comporto così: non risalgo, non congetturo, non scavo. In un certo senso sono un superficiale. Sempre sorpreso, spesso allibito, superficiale.

O almeno lo ero, fino a un po’ di tempo fa.

Poi sono arrivati i grillini, con quel loro spirito del “c’è sempre sotto qualcosa”. Non dico il complottismo becero, quello è ridicolo, si sa. Dico quell’automatica negazione di ciò che appare alla vista, in superficie; dico quella spinta in profondità verso le ragioni reali delle scelte politiche, quel ricostruire le trame non ovvie, i legami, i pesi.

E grazie a loro ho imparato ad analizzare la situazione con altri occhi, non più cieco nella notte della politica.

Così, adesso, sulla questione del ddl Cirinnà, ho voluto mettere alla prova questa mia nuova abilità.

Perciò ho saltato tutta la parte in cui il M5S spiega com’è andata (le questioni procedurali, la democraticità della discussione, la presenza cattolica nel PD, l’assenza di una maggioranza ecc.), che sarebbe la superficie, il non importante, che a noi dotati di profondità di analisi non interessa più di tanto, e ho scavato.

E scavando sono arrivato a pensare che forse il M5S si è comportato come si è comportato perché certi sondaggi dicono che verso destra c’è spazio. Ovvero c’è un elettorato che potrebbe simpatizzare con chi ha messo in opera il fallimento (o tentato tale) di una legge sulle unioni civili.

Oppure potrei pensare che l’abbiano fatto perché in Italia avere l’appoggio delle gerarchie cattoliche, lo sanno pure le pietre scheggiate, è una buona garanzia di conquistare spazi di potere.

Oppure magari Casaleggio ce l’ha coi froci, vai a sapere.

Sono congetture, ovviamente. Ma non me la sento di scartarle.

Perché la paranoia, se la semini, poi cresce.

M5S e Dragonball

C’è questa cosa, col Movimento 5 Stelle, che è un po’ faticosa, e cioè, per essere più precisi, che quando si parla di chi comanda davvero, di chi tira i fili, di chi prende le decisioni, anche se poi sono tutti lì pronti a dire che sono gli eletti, i cittadini, gli iscritti al blog e i militanti a farlo, e i due che sappiamo se ne stanno un po’ nascosti, in disparte, talmente in un angolo che dicono dal blog che si chiama come uno di loro che sulla stepchild adoption i loro parlamentari possono votare come vogliono, oppure fanno firmare dei contratti a quelli di loro che si candidano come sindaco di Roma, perché non facciano di testa loro, nel caso vengano eletti, ecco, alla fine comunque vada o la si pensi, li si nomina come fossero i capi, e che lo siano o meno qui poco importa, perché il motivo è pratico, di economia della scrittura, di comunicazione, perché tutto sommato, se parlano come una voce sola, se dirigono insieme, sempre d’amore e d’accordo, allora, invece di stare ogni volta a scrivere Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che è parecchio inchiostro, svariati pixel, si potrebbe fare come su Dragonball, quando alcuni personaggi usavano la tecnica della Fusione, e pensarli e dirli con un solo nome, tipo Gianbeppe Casagrillo.

Una nuova regola cattolica

Mi sa che è cambiato qualcosa, nel cattolicesimo, da quando c’ero anch’io.

(nasci e cresci in una spugna imbevuta di cattolicesimo e a un certo punto ti ritrovi cattolico. Ti pare semplicemente una cosa naturale, oppure l’unica scelta possibile. Ce ne sono milioni messi così, là fuori. Una mattina/si son svegliati, ed erano cattolici. Non si sono nemmeno chiesti se si potesse fare altrimenti. Anche a molti juventini capitava così, adesso più che altro agli interisti. Poi magari te ne rendi anche conto, che non è esattamente così, ma a quel punto chi te lo fa fare di ricominciare tutta la trafila? Per dirigerti dove, poi? Ti tieni il cattolicesimo, lo pratichi il minimo indispensabile per essere un mattoncino della realtà, e sei a posto. Molti fanno in questo modo, è conveniente, è economico, socialmente e intellettualmente. Poi c’è chi ci ripensa e smette di esserlo, cattolico, in vari modi e gradi: da chi semplicemente smette di credere e punto, a chi si fa sbattezzare, a chi s’iscrive ad associazioni di atei o agnostici, a chi diventa rappresentante Herbalife)

Devono aver aggiunto un comandamento, una regola, un qualcosa che dice: tu sei cattolico, e ok, tutto sotto controllo, ma gli altri, quelli che non sono cattolici, ecco, bisogna fargli rispettare il credo cattolico, i suoi assiomi e i suoi teoremi, anzi sarebbe meglio che diventassero proprio cattolici, nel senso di rispettare assiomi e teoremi senza imposizioni, da per loro, che si fa meno fatica, però nel frattempo, con chi ha idee diverse, anche solo un po’ dissimili, bisogna insistere, e tocca costringerli a rispettare quello che dice il cattolicesimo, senza tanti polveroni, perché se è un credo, vuol dire che devono crederci tutti, no?

Non so dove l’abbiano inserita esattamente (di solito si aggiungono dei commi piccoli piccoli in fondo, scritti in piccolo), ma una regola del genere dev’esserci per forza.

Una regola semplice, che dice: tutti devono essere cattolici.

Una regola che costringe moltissimi parlamentari, i quali devono decidere se far entrare finalmente l’Italia nella realtà, a opporsi ai matrimoni e alle adozioni gay, per esempio, ma anche al diritto di ognuno di noi di morire dignitosamente quando ci pare e piace.

Perché tutti devono essere cattolici, evidentemente.

Con la promessa che, appena Dio cambia idea in proposito, sistemiamo tutto.

Discorso alla nazione del Presidente Virgulto Cannabini, detto il Magnifico

Amiche e amici,
Compagne e compagni,
Camerate, camerati, camerette,
LGBTE e LGBTI,
hipster e catarri,
se sono qui, oggi, davanti a voi, il mio popolo, e voi siete qui, oggi, davanti a me, il vostro capo supremo, e potete sentire la mia voce, è perché ho un microfono collegato tramite un cavo a un amplificatore di segnale da cui fuoriescono altri cavi che permettono di trasmettere tale segnale fino agli altoparlanti che potete vedere qui alla mia sinistra e qui alla mia destra, che poi sono la vostra destra e la vostra sinistra, per dire la politica, ma soprattutto, cari compaesani, perché il suono è niente più che una vibrazione dell’aria che può essere percepita dal vostro apparato uditivo e poi codificata dal vostro cervello affinché abbia un significato intelligibile.
Bando alla ciance! Proprio così. Ho appena firmato un decreto d’urgenza che mette al bando le ciance. Così come l’anno scorso firmai un decreto d’urgenza che metteva al bando le bande, e il paese fu colto alla sprovvista, perché il testo ufficiale conteneva un tragico refuso e furono messi al bando i bandi, e molti lessero il decreto come fosse un bando che metteva al bando i bandi, e infatti molti rimasero feriti nell’esplosione del bando, e di molti altri bandi sparsi in tutto il paese, e qualcuno disse che era troppo largo, il bando, e non si riusciva a scaricarlo da internet, nemmeno con la banda larga, e scoprimmo tutti con stupore che il bando largo e la banda larga non sono moglie e marito, perché si odiano, e forse infatti sono ex.
Bando alle ciance, dicevo. Dalla mezzanotte di oggi tutte le ciance diverranno illegali, sia nell’uso che nel possesso che nella produzione che nella vendita che nella promozione che nell’importazione che nell’esportazione che nella balneazione. Chiunque sarà trovato in possesso di ciance, di qualsiasi forma, colore, odore e sistema operativo, verrà la prima volta sanzionato con un multa da 5 a 50 ore di discorsi seri e ponderati. La seconda volta con un’ulteriore sanzione, fino a un monte ore di 2500-3000 metri di parole spazi compresi. La terza e ultima volta, chi sarà colto in fragranza o puzza di marcio, sarà deodorato a lungo per alcuni microsecondi e sarà condannato ad ascoltare per non meno di tre ore al giorno per due legislature le relazioni tecniche e di bilancio delle commissioni del Ministero delle infrastrutture, mentre verrà sottoposto alla visione forzata di tutte le scene di recitazione intensa di Dwayne “The Rock” Johnson. Lo so, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che Dwayne Johnson è cancerogeno, ma in questo paese i crimini si pagano, e se si pagano bene poi si ha diritto all’assistenza gratuita 24 ore su 24, e se vi ritrovate a rapinare una banca senza il palo, potete fare legittima richiesta presso l’apposito sportello, se la banca ha 5 porte e non è Volkswagen.
Bando alle ciance, quindi, mio popolo adulatore, bando alle ciance qualsiasi cosa siano, perché il decreto non lo specifica con grande dettaglio, e io, democratico della prima ora che alla terza si era già stufato di esserlo, ho voluto che tale ambiguità fosse mantenuta nel testo definitivo, perché l’autodeterminazione dei popoli è un principio che va mantenuto a tutti i costi, anche fosse necessaria una dittatura per farlo. Decidete voi, fate voi, miei concittadini, miei elettori in potenza, senza facili battute sulla città calabra, e senza tante ulteriori rimostranze sul fatto che due anni fa ho deciso di cambiarle regione, solo a lei, in tutta la Basilicata, perché se una città sta meglio in un’altra regione, si mette in un’altra regione e muti, come anche Rovereto in Umbria. È la geografia fantastica, miei camerieri, come quella dei film fantasy, solo che è vera, come nei film veri.
Correte a casa e gettate via nell’apposito sacchetto tutte le ciance che avete. Scavate negli armadi e nei cassetti, nei comò e nei tiretti, e se fate prima, garantita è anche la rima. Via le ciance! Via! Non servono più, non sono mai servite, il paese non ne ha bisogno, noi tutti non ne abbiamo bisogno! Servono concretezza, concretudine, concretanza, concretanicità, concretaggine, tutte insieme spassionatamente. Serve la solidità dei solidi e la liquidità di Lapo Elkann. Basta con le liquidazioni, sì alle liquefazioni! Basta con le ciance, che vi si attaccano ai denti, vi spettinano, vi fanno aspettare fuori dai negozi, vi regolano male la pressione delle gomme, vi scrivono sbagliando indirizzo, vi indirizzano sbagliando scrittura, vi oleggiano, vi grumpono, rivellono, strileno, tropplantano, sgrumegnano. Basta farsi sgrumegnare dalle ciance. Bandiamole! Abbandoniamole! Abbasta!
Finite le ciance, non ci saranno più ciance.
Finite le ciance, saremo felici. Tutt’al più, meno tristi.
E una volta a casa date i vostri bambini a una carezza, e ditele che sono i bambini del Papa. Tanto quella ci crede.
Grazie!

Stay Marino

Non è che potete passare tre anni a scrivere “stay foolish” dappertutto e pensare che qualcuno non la faccia sul serio, prima o poi, una follia.

Non è che potete mettere uno all’angolo, bersagliarlo, schiacciarlo col potere mediatico, col potere partitico, persino con quello religioso – che se c’è bisogno e non c’è molto da sporcarsi non si tira mai indietro – e poi pensare che, suonato il gong, si aggiusti la cravatta, saluti tutti con bonomia e si ritiri in sordina gettando la spugna.

Non è che potete tirar su un manicomio e poi scandalizzarvi perché dentro ci sono i matti.

Non c’entra nemmeno la politica, c’entra la persona.

Non è che potete chiedere che si comporti dignitosamente uno che la dignità gliel’avete strappata via sulle prime pagine dei giornali.

Non è che potete pensare che uno così, già un po’ matto di suo (perché se crei un registro per le unioni civili a Roma, dove ci sono più preti – e che preti! – che fontane, un po’ matto lo sei per forza), se gli togliete ogni altra alternativa, poi non fa il matto.

(cioè, pensate che per i kamikaze, quella di mettersi dell’esplosivo addosso e farsi brillare tra la folla sia solo una delle numerose opzioni che hanno a disposizione quel giorno?)

Non è che uno che ha la possibilità di essere un bel dito in culo al partito che l’ha abbandonato ci pensa su due volte.

Non è che potete pensare che uno già bruciato abbia paura delle fiamme.

Capito PD?

Poi, se vogliamo lasciar perdere questa psicologia spicciola, le emozioni e le reazioni, la psiche, e fare un discorso pragmatico, di partito, di struttura e organizzazione, di funzionamento, di leadership, possiamo anche farlo, PD.

E la prima domanda è: come c’è arrivato un matto a fare il sindaco di Roma?

Adesso a pranzo bisogna essere renziani (titolo provvisorio)

Non vado matto per la politica.

Le ideologie e le idee sono finite da un pezzo. Probabilmente erano il buffet in piedi.

Si sono però moltiplicate le riunioni per averne, di idee. I brainstorming, per esempio. O i think tank. O la palla numero 8. Sistemi che nel migliore dei casi producono un’idea già poco originale verso le fine del XVIII secolo, che è stata messa in pratica all’inizio del XIX ed è risultata un completo fallimento entro i primi 15 minuti dalla sua applicazione. Ma vuoi mettere l’innovazione di comunicarla in anteprima su Twitter? Vuoi mettere il salto di qualità di dotarla di un hashtag?

Le uniche riunioni che terminano con risultati concreti sono quelle che si decide di rimandare.

Non vado matto per la politica.

A meno che non la si intenda nel senso di ristorante.

In tal caso, non avendoci mai mangiato, sono pronto a farne una recensione positiva. Anche con 5 stelle, se mi pagano bene.

“Per fortuna avevamo prenotato giorni prima, perché all’ingresso c’era una lunga coda”, ci scriverei, “Il che è già un buon segno, perché vuol dire che o si mangia bene o si mangia tanto o dentro c’è un drago gigantesco”.

Quando un politico fa un comizio, in pratica fa catering.

L’unico dubbio di chi entra in politica è quale vino abbinarci. Un bianco, un rosso, un rosé, un passito, Civati. Checché se ne dica, che il rosso vada con questo e quello, il bianco con quello e quell’altro, alla fine è una questione di gusti. Se vi sentite più rossi, che rosso sia. Più bianchi, che bianco sia. Non fatene una questione posizionale: questa è politica, mica sono gli scacchi. Il discorso è estetico, tutt’al più.

Non vado matto per la politica. Ho sempre preferito l’ossobuco.

Il ristorante migliore, però, resta sempre quello di governo. Le carni più fresche, i pesci più grossi, il servizio più attento, gli chef col più alto monte-ore di presenze televisive.

(io, un incubo che ho spesso, è una puntata di Masterchef tutta in piano sequenza)

Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio piano. Di riforme.

Che poi chiamarle riforme, chiamarle leggi. Chiamiamole portate, chiamiamolo menù. Ad alcuni piacciono gli agnolotti, ad altri il Jobs Act. Sono gusti, anche qui. L’importante è che tutti abbiano a disposizione un piatto di loro gradimento.

– Tu che prendi?
– La buona scuola.
– Ah, ma è con i finocchi. A me danno l’acidità.

[la prossima potete saltarla]

– E per dessert cosa desidera?
– Panna cotta ai frutti di Boschi.

[infatti]

Ce n’è per tutti, non importa che regime alimentare seguiate, se mangiate con la destra o con la sinistra. C’è persino chi mangia con le mani, nessuno si scandalizza, nel ristorante della politica.

I regimi. Ecco. I regimi sono una mensa con una sola portata. E se siete allergici cazzi vostri.

Non so se c’avete mai fatto caso: i politici mangiano, ma a noi tocca digerire.
Che strano apparato.

Con le elezioni cosa si decide, se non il cuoco? (che infatti quasi mai è il proprietario. Il proprietario non si vede mai. E mangia altrove)

Renzi, come cuoco, da una parte è tutto finger food, appetizer, sale dell’Himalaya sparso dall’Anas sulle provinciali perché comunque lo stile lascia stare, tappeti di rucola bio a chilometro zero no OGM slave-free equo Kyoto no carb no Tav no rucola praticamente. Poi ti giri e senti che affetta la finocchiona. Solo che nei vassoi non la trovi mai. E sul conto però risulta.

Fare l’Expo, in Italia, sul mangiare, è stato il più alto momento d’autoironia sulla Terra dai tempi di quella mamma dinosauro che gridò “non tiratevi i sassi che vi fate male”.

All’Expo, comunque, c’era pure il padiglione della Spectre.

Mangiate o sarete assimilati. La resistenza è inutile.

E se vi resta l’amaro in bocca, state pur tranquilli. È il digestivo.

(questo post è stato approvato dalla Federazione internazionali neo-kantiani e rispetta le norme ISO per quel che riguarda l’appercezione e la conservazione dei cibi in atmosfera controllata)

Devolution

 

Non capita spesso di vivere momenti fondamentali del progresso scientifico e tecnologico. E non mi riferisco solo alla funzione “vedi meno post di Tizio” di Facebook, che comunque è un bel passo avanti.

Sonde su pianeti lontani, cellule staminali, cocomeri tascabili. Solo nell’ultima manciata di anni abbiamo visto schiudersi scenari che poco prima nemmeno immaginavamo lontanamente.

In un mondo in cui spesso, dal punto di vista sociale, economico e politico, sembra di essere finiti nelle sabbie mobili, la scienza ci garantisce quel costante e misurato progredire, come nel traffico autostradale dei primi di agosto, perché abbiamo scelto la partenza intelligente, come tutti gli altri.

Poi però ci sono gli eventi eccezionali. Quelli che, al di là del lavoro di ricerca e di accumulo di conoscenze, la natura ci mostra da sé, improvvisi nella loro magnificenza, statisticamente quasi impossibili da osservare nell’arco di una vita umana, come un parcheggio libero sotto casa, a Roma.

A tutti noi questa botta di culo probabilistica è capitata giusto ieri, quando abbiamo avuto la sfacciata fortuna di assistere a un evento biologico unico.

L’evoluzione, lo sappiamo bene, agisce con la lentezza di un Windows 8 con 2 giga di ram. Ed è estremamente raro riuscire a notare un furtivo movimento che ci indichi la direzione che sta prendendo.

Ieri, però, è successo. Con Salvini in riva al mare.

Così come centinaia di milioni di anni fa certe forme di vita marine raggiunsero le spiagge, e con la loro struttura fisiologica a metà strada fra un pesce, una rana e Piero Fassino si arrischiarono a terra, tagliando un traguardo evolutivo di fondamentale importanza, allo stesso modo ieri, Matteo Salvini, provenendo dalla terra e spinto dall’imperativo biologico, si è arrischiato sul bagnasciuga, con cauta lentezza, e poi in mare, indicandoci la strada che stiamo per intraprendere.

Lui, con quei pochi passi, tenendo un libro in mano a mo’ di coccige intellettuale, ormai inutile reperto di un tentativo finito in un vicolo cieco, lui, portabandiera delle istanze devolutive, ci ha mostrato quello che già tutti noi avevamo intuito nell’intimo ma non avevamo il coraggio di ammettere: non è ancora il caso.

Ora che la strada è spianata, non ci resta che seguirlo tra i flutti. Torneremo a una minore complessità, a un minore impegno, a una vita che non richieda tutte quelle circonvoluzioni cerebrali e un manuale da leggere per ogni cosa. La civiltà può attendere.

Tuffiamoci. Tuffiamoci tutti.

E speriamo che al prossimo giro vada meglio.

Il capannello d’allarme

A 4 anni disegnavo già come un bambino di 6-7. Tutti rimanevano stupiti.
A 7 anni disegnavo come un bambino di 7 anni. Non si stupiva più nessuno.
Adesso disegno come un bambino di 7 anni, e sono tornati tutti a stupirsi.

Insomma non so disegnare.

Di solito non me ne preoccupo, è pieno di cose che non so fare, però ogni tanto mi dispiace, soprattutto quando una battuta, invece che a parole, mi viene in mente in forma grafica: un disegno, una vignetta, una striscia.

Qualche volta cerco un’anima buona e capace che la disegni. Altre volte sgrido il bambino di 7 anni che è in me e lascio perdere.

Ultimamente ho in mente un’immagine. Si potrebbe renderla bene con una striscia di vignette, ma per questa volta non andrò a importunare nessuno e cercherò di cavarmela con le parole.

C’è un capannello di gente, di qualche decina di persone, piuttosto compatto. Sono come alla fermata dell’autobus, però l’autobus non c’entra, quindi niente, dimenticatelo. Alla loro destra c’è un cartello con una freccia che punta a destra e indica “CENTRO”. Nella prima vignetta se ne stanno tutti insieme, fermi.

Nella seconda invece si vede che tutti, all’unisono, fanno dei passettini verso destra, avvicinandosi al cartello, ma ancora ben distanti. Sono tutti seri, coordinati, nessuno dice niente.

Nella terza vignetta di nuovo fermi. Immobili.

Nella quarta ecco di nuovi i passettini coordinati. Si avvicinano ancora al cartello. Questa volta però si vede uno del gruppo che resta appena un po’ staccato, sulla sinistra, con lo sguardo stupito. Si capisce che non si è mosso insieme a tutti gli altri.

Nella quinta di nuovo i passettini coordinati. Sono sempre più vicini al cartello. Il primo tizio tagliato fuori rimane del tutto staccato dal gruppo, e anche un altro, che non ha seguito tutti gli altri, rimane anche lui appena fuori dal capannello. I due si guardano sorpresi.

Nella sesta altri passettini. Cartello ancora più vicino. Il primo tizio ormai è lontano dal gruppo, e anche l’altro è ben staccato.

Nella settima il gruppo si muove ancora e arriva sotto il cartello “CENTRO”. I due tizi guardano gli altri quasi preoccupati, ma quelli non fanno una piega.

Nell’ottava i due tizi staccati prendono e se ne vanno per i fatti loro.

Nell’ultima vignetta c’è solo il capannello che fa altri passettini, superando il cartello. Si nota, sulla sinistra, un altro tizio perdere contatto col gruppo.

Ecco, ultimamente è così che immagino il PD.

 

La buona interrogazione

Va sempre a finire così. Marione, accanto a me, ormai s’è abituato. Nemmeno stacca gli occhi dal suo fumetto quando gli dico Ma cosa interroga? Non aveva detto che oggi spiegava?

Prendo il diario e guardo su oggi. C’è scritto SPIEGA. E basta. Ho questa tendenza a generalizzare.

Non si riferiva a lui, perché lui interroga. Vatti a fidare dei professori nuovi. Questo poi, giovane, tutto sprint, elegante ma senza fartelo pesare, fa tutto il moderno, il compagnone. Poi però interroga. Scegliendo a caso.

Col metodo del numero di pagina sono tra quelli più a rischio d’estrazione, perché col cognome che ho sono proprio in mezzo. Me l’ha spiegato Giacomelli, che ha otto in matematica.
E Zampini allora?, gli ho chiesto una volta, Che lo beccano sempre? Ci ha pensato un po’ su poi mi ha detto No, be’, lui è proprio sfigato.

Prende il libro, una pagina a caso, fa la somma, guarda il registro e mi chiama alla lavagna. Centro perfetto. Giacomelli ne sa. Zampini tira un sospiro di sollievo, per una volta.

Sono un po’ nervoso. Forse dipende dal fatto che non so un cazzo. Lui mi tranquillizza, con quell’accento toscano. Mi dice che non devo vederla come un’interrogazione, facciamo quattro chiacchiere. Magari vuole parlare di videogiochi.

Parlami della buona scuola, mi fa.

Il vuoto assoluto. Qui non si tratta di non sapere le cose, la situazione è molto più grave. Non so proprio cosa intenda, con la buona scuola. Di solito un pezzo di paragrafo, un titolo, qualche accenno durante le spiegazioni mi resta in testa. Non è come non sapere quando è iniziato e finito l’impero romano; è come ignorare che ci sia stato, un impero romano.

La buona scuola.

Mi giro verso la classe. Marione s’è tirato su dal suo fumetto, mi guarda scuotendo la testa, come al solito. Guardo Giacomelli, sfoglia veloce le pagine del libro, pure lui scuotendo la testa. Ma nel suo caso è molto strano. Gli altri mi guardano tutti più o meno con la stessa espressione: Per fortuna che non ci sono io lì.

Io, la buona scuola, sinceramente, non la so, gli dico.

Lui sorride, si alza e viene alla lavagna. Non ti preoccupare, mi dice, vai pure a sederti.

Torno a posto. Marione mi fa Bella risposta, e si rimette sul fumetto.

Lui, alla lavagna, prende un gessetto, dice Adesso ve la spiego io, la buona scuola, e inizia a scrivere.

Gli evidenti svantaggi delle leggi elettorali

Facciamo finta che la legge elettorale non sia un pilastro fondamentale di ogni democrazia, ovvero quel bullone che lega strettamente, nella parola stessa, demo e crazia, o come direbbe uno che ha fatto il classico, démos e cràtos, cioè il popolo al suo governo.

Ecco, se togliamo di mezzo questo gigantesco elefante concettuale che occupa tutta la stanza, quel che resta di qualsiasi legge elettorale è solo un inutile spreco di energie.

Ragionando in termini di sforzo-prestazioni, infatti, qualsiasi azione che ha come scopo l’elaborazione e l’approvazione di una legge elettorale è senza ombra di dubbio svantaggiosa, se dura più di 25-30 minuti.

Dati alla mano, nei primi 47 anni della nostra amata repubblica alle elezioni politiche si è votato utilizzando sempre lo stesso sistema elettorale, detto il Proporzionalone classico. In quell’arco di tempo ci sono state 11 chiamate (e risposte) alle urne, per un utilizzo medio della legge elettorale di una volta ogni 4,2 anni.

Nel 1993 si cambiò metodo, per svecchiare un po’, e si decise per il cosiddetto Mischione, ufficializzato dalla Legge Mattarella, il cui promotore, per rifarsi dello sforzo, si fece promettere la poltrona di presidente della repubblica. Con calma. Anche dopo vent’anni.
Il mischione restò in vigore fino al 2005, e fu utilizzato 3 volte: nel 1994, nel 1996 e nel 2001. Utilizzo medio: una volta ogni 4 anni.

Alla fine del 2005 il Mischione, nonostante fosse ancora pieno di energie, fu mandato in pensione. Entrò in vigore “una porcata”, nelle stesse parole del proponente, ovvero la Legge Calderoli, il famigerato Porcellum, da cui tutti i suini della penisola presero immediatamente le distanze. Tale legge iniziò ad andare in pezzi per motivi di incostituzionalità e di ossidazione appena 8 anni dopo la sua promulgazione, tenendo comunque duro per altri 2. Il Porcellum è servito, su un letto di rucola democratica, per 3 tornate elettorali, per un utilizzo medio di una volta ogni 3,3 anni.

Infine è arrivato, giusto qualche giorno fa, l’Italicum, detto l’Asso piglia tutto.

Ora, tutte queste leggi elettorali, qualcuna di più qualcuna di meno, hanno richiesto scritture, riscritture, discussioni, rimandi, aggiustamenti, compromessi, giochi di forza, fiducie e via dicendo. Calcolare esattamente quanto tempo e quanta energia hanno richiesto è impossibile. Ma se prendiamo come esempio lo sforzo assurdo che ha richiesto l’ultimo nato, l’Italicum, è piuttosto facile intuire che, per una legge elettorale che ha una prospettiva di utilizzo di una volta ogni 3,8 anni, e un’aspettativa di vita che si situa intorno ai 15 anni, non si può non concludere che si sia trattato di un impegno assolutamente svantaggioso.

Una sconsiderata quantita di risorse per una legge che, rispetto a tutte le altre, non si usa praticamente mai.

Non ha davvero senso.

Senza considerare poi che ognuna di queste leggi, compreso il nuovissimo Italicum, è minata alle fondamenta da un gravissimo difetto, perché tutte prevedono che, quando si va alle urne, si possa votare sempre e solo dei politici.

Alcune ipotesi poco probabili sull’assenza (terminata) di Putin

Putin è tornato.

Ora dovete decidere se sentirvi più tranquilli o meno, per questo ritorno.

Fregarvene completamente potreste, se i fornelli di casa non emettessero quello strano suono – VLAD! – ogni volta che li accendete.

In questi dieci giorni di assenza le ipotesi su che fine avesse fatto lo Zar di tutte le Russie sono state tante, più o meno realistiche. Ci sono però alcune congetture che, con mia grande sorpresa, non sono state prese in considerazione.

Da un grosso potere eccetera eccetera
Putin, nel corso degli anni, ha accentrato nelle sue mani talmente tanti poteri che ormai gli si cominciano a rivelare persino a livello fisiologico, quindi poteri nel senso di superpoteri. Detta in breve, ha acquisito il dono dell’invisibilità. Solo che gli ci è voluto un po’ per imparare a gestirlo. Non come con lo sguardo disintegratore.

Pensiero profondo
L’ultimo impegno ufficiale prima di scomparire è stato l’incontro con Matteo Renzi. Noi ai discorsi di Renzi, con tutti quei non sequitur e nonsense e battute e hashtag e cazzabubboli, siamo ormai abituati. Putin probabilmente si è trovato spiazzato. Deve aver preso la cosa sul serio, e con spirito sovietico è rimasto lì, fermo sulla poltrona, a pensarci fisso. Dopo dieci giorni si è alzato con un vaffanculo in bocca ed è tornato a fare l’imperatore.

Guerre stellari
Mentre fumava una barretta d’uranio nei giardini del Cremlino, come fa ogni sera prima di andare a dormire, Putin è stato sovrastato da un disco volante e rapito dagli alieni. L’hanno portato sul loro pianeta per fargli tutte quelle cose che fanno ai potenti dei vari pianeti per soggiogarli e spianare la strada all’invasione. Solo che questa volta hanno preso l’uomo sbagliato. Dopo 9 giorni Vlad il distruttore – così è già ricordato nelle Cronache galattiche – ha lasciato i pochi sopravvissuti a sistemare i resti fumanti del pianeta Ucragna ed è tornato a casa guidando senza equipaggio la loro astronave ammiraglia.

Oscure trame
Per dieci giorni Putin ha visto e rivisto tutta la terza stagione di House of cards, perché gli pareva che a un certo punto lo portassero per il culo; ma voleva esserne proprio sicuro, prima di far alzare in volo i bombardieri.

Lo sfasamento temporale del politico

timeloop

A voi magari sembra facile, la vita del politico.

Del politico eletto, nel senso; di quello che ha una qualche carica: una poltrona, un divanetto, fosse anche uno spigolo di sedia, se c’è ressa.

Di quello non eletto non si sa molto; anzi non si capisce proprio cosa faccia, un politico, quando non è eletto. Capace che fa politica.

Il politico eletto, invece, ha un ruolo di governo, di amministrazione. Ha il potere.

E in questo ruolo di potere il politico eletto dev’essere una delle figure più depresse della storia umana, perché costantemente afflitto dallo Sfasamento Temporale dei Risultati di Governo (STRG, da cui la famosa Teoria dello STRG).

Immaginate cosa sarebbe la vostra vita se passaste la giornata a elaborare progetti che rispecchiano i vostri ideali, la vostra visione del mondo, e che se tutto va liscio vedrete attuati quando probabilmente non sarete più in carica, e nel frattempo entrassero in vigore altre leggi e riforme, elaborate da altri, il governo o i governi precedenti, che chissà che idee avevano, ma con le quali quasi certamente non siete d’accordo.

Lavorate e vedete i risultati altrui. Che nemmeno vi piacciono.

Come anche andare all’inaugurazione di un monumento, una struttura, un centro d’eccellenza che magari per voi è uno spreco di soldi, o non sapete nemmeno di che si tratta e di chi l’ha voluto, ma dovete sorridere, farvi le foto con le personalità, tagliare il nastro, fare un discorso di elogio.

Il politico, il politico eletto, vittima dello STRG, è un’anima in pena che oscilla fra un passato che gli si materializza dinnanzi e che non gli interessa, e un futuro che gli interessa e non vedrà mai realizzato da quella posizione privilegiata che ha, quella del potere. A meno di non rimanerci a lungo.

E forse è per questo che i politici, per schiodarli dalla poltrona, non bastano le cannonate.

La mia esperienza alla Leopolda

Non c’entra niente, però parecchi anni fa andai con un gruppo di amici a Firenze per passare l’ultimo dell’anno. Il piano dei festeggiamenti era piuttosto casalingo, almeno fino all’ora dei tappi che saltano e dei fuochi artificiali e dei baci e degli abbracci. Per il dopo, c’era questa megafesta alla Leopolda con certi DJ famosi (non a me, ma a altri sì). Agiamo come giovani svegli e con una visione e compriamo i biglietti in prevendita: una gesto di tale maturità che bere Berlucchi da un bicchiere di plastica poco dopo non c’avrebbe minimamente impensierito.

Mezzanotte, tappi che saltano fuochi artificiali baci abbracci. Poi si va alla Leopolda. Entriamo. Spazi giganteschi, tanta gente ma niente ressa, bella musica. Non sembra nemmeno capodanno, per dire. Ci piazziamo in un punto che ancora stiamo studiando un po’ la situazione quand’ecco che va via la luce. O quantomeno salta la corrente dell’impianto audio, perché non rimaniamo al buio. O forse sono le luci d’emergenza. Vatti a ricordare. Aspettiamo. Non succede niente. Aspettiamo. Non succede niente. Al terzo aspettiamo ci rendiamo conto che non succederà niente. Festa finita. Capodanno in pezzi.

Quindi, adesso, quando sento parlare di Leopolda, ho sempre questa specie di brivido, come una scarica elettrica appena percettibile, che mi sale lungo la schiena, s’infila nel sistema nervoso, arriva al cervello, e non accende niente.

E se non ho capito male, a tanti fa questo stesso effetto.

Deutschland wuber alles

Questa cosa che una nazione di gente inquadrata, organizzata, seria, precisa e con la passione per le salsicce primeggi in diversi settori è una vera follia.

Se continuiamo così, il talento a briglie sciolte, il caos e l’improvvisazione dovranno cedere il passo alla disciplina, alla coordinazione, allo sforzo comune.

Saremo costretti a rinunciare al colpo di genio improvviso, alla soluzione inaspettata, all’illuminazione, e ci toccherà metterci lì a pianificare, costruire, mettere alla prova, aggiustare, provare di nuovo.

Il rigore. Il razionalismo. Le regole.

Il modello tedesco.

Tanto valeva lasciargli vincere la seconda guerra mondiale.

Segreti accordi politici

Io, quelli che pensano che per fare politica basti la voglia, l’entusiasmo, la passione, li capisco bene.

Anch’io ho sempre avuto una gran voglia di mettermi al pianoforte e suonare Rhapsody in Blue di George Gershwin, o Take the A Train (che è di Billy Strayhorn, ma se è così famosa è merito di Duke Ellington).

Così una volta mi sono seduto a un piano, in preda a un sacro fuoco interiore, e ho provato.

Niente. Senza saper suonare non funziona.

 

Astropolitica

Chissà, questi ultimi giorni qui, quanti analisti politici sono finiti ricoverati, in Italia.

Poveracci. Sono diventati come quelli che lavorano in borsa. Scrivono in fretta, urlano, si voltano qua e là per vedere cosa succede, gli occhi sgranati, poi passa un comunicato, un’agenzia, e via giù a riscrivere, a rispiegare, a rivedere. In un giorno, 6 o 7 analisi diverse, una dozzina di scenari, 15 reazioni, 20-25 soluzioni, 30 nomi. Gente che ormai sogna di poter vivere in una dittatura: una voce sola e punto. Invece niente, la democrazia.

Oppure, non lo so, sono come quelli degli oroscopi. Scrivono e scrivono delle enormi boiate, tanto poi il giorno dopo non è che la gente va a controllare.

L’utilità di Brunetta

BrunettaDa un po’ di tempo a questa parte ho notato che ogni volta che leggo la posizione dell’ex ministro Renato Brunetta in merito a qualcosa, io la penso al contrario.

Allora, adesso, se c’è una questione su cui sono poco informato, prendo e vado a leggermi cosa ne ha detto Brunetta. Così poi penso il contrario.

Mi fa risparmiare un sacco di tempo.