Il calendario nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

I giorni si assomigliano tutti.

Tolti quelli da ricordare, quel 3% per cui vale la pena di affrontare il restante 97%, gli altri sono praticamente tutti uguali.

Cambiano i dettagli, ma lo schema è sempre lo stesso.

Paradossalmente proprio questo ci permette di ricordare i giorni speciali, diversi dai soliti, perché quelli normali, ricorrenti, schematici, sono maggiormente comprimibili, col loro pattern identico, e occupano poco spazio nella memoria.

Se vivessimo continuamente giorni eccezionali, ne ricorderemmo pochissimi.
(e per quanto ne sappiamo questo potrebbe già succedere)

I giorni si sono sempre assomigliati tutti.

La differenza, negli ultimi tempi, è che i giorni normali assomigliano tutti a giorni speciali del passato.

Non so se succeda perché qualcuno, da qualche parte in questo enorme mondo globalizzato e ridotto ad appartamento, si sia inventato un nuovo modo per guadagnare dei soldi, oppure per una necessità diffusa di esaltarsi, di rendere i giorni convenzionali meno convenzionali.

Non so se sia colpa dei social network, ma nel dubbio diciamo di sì. Tanto ormai hanno colpa di tutto, non si sbaglia.

Fatto sta che ogni giorno ci ritroviamo in un anniversario, in una ricorrenza, in una giornata mondiale/internazionale/nazionale di qualcosa, in una memoria personale-ma-pubblica di qualche anno fa, estratta dal disco rigido di chissà quanti Terabyte (chissà di quanti altri contiene le memorie, quel disco; chissà chi sono i nostri vicini di ricordi) di una server farm distante migliaia di chilometri.

Ogni giorno convenzionale trasformato in uno speciale.

40 anni di Pasolini. 40 anni di Bohemian Rapsody. 40 anni di Wish You Were Here. 30 anni di Ritorno al futuro. Il compleanno di Jim Morrison. Oggi Mozart compirebbe 270 anni. La giornata mondiale dell’acqua. La giornata internazionale delle asole. Google ha 20 anni. Cinquant’anni fa il primo telefono cellulare.

Un tripudio di festeggiamenti continui, di eventi riportati alla memoria. Una fabbrica del passato.

Ogni giorno convenzionale trasformato in uno speciale. Ogni giorno ritrasformato in convenzionale, quindi.

E mentre l’eccezionalità diventa la normalità, e siamo un po’ annoiati come sempre, solo in mezzo a stelle filanti e tappi di spumante di qualche ricorrenza, quelle poche giornate essenziali che contavano nella memoria collettiva, anniversari sacrosanti (sempre che ne esistano poi), ricorrenze con un significato ben più che commerciale, quelle stanno scomparendo alla nostra attenzione, all’interno di un calendario in cui tutti i giorni oramai sono rossi.

Sanremo stanchi

Ho visto Sanremo. Pochino, a dirla tutta. Un’oretta ogni serata. Ho ascoltato poco le canzoni, mi sono perso parecchi momenti clou, come si dice, quindi ecco, non sono certo il migliore interprete.

Però, e se l’ho notato io, con quel poco d’attenzione che c’ho messo, chissà gli altri, quello che emerge di più, di tutto il Festival, è lo sguardo rivolto all’indietro. La grande canzone italiana del passato, la grande tv italiana del passato, le grandi glorie italiane del passato, il grande passato italiano: il passato, più che altro.

E va bene le manie di Fazio, e va bene i sessant’anni della Rai, però, sinceramente, se a un Paese che fa di tutto per guardare avanti, gli presenti un Festival che guarda all’indietro, poi, se cambia canale, non te la devi prendere.

Anzi, direi che lo devi prendere come un buon segno.