Il mondo senza di noi

A proposito dei cambiamenti avvenuti durante il lockdown e di natura che si riappropria dei suoi spazi, in un libro di Guido Morselli intitolato Dissipatio H.G. (è o non è un titolo bellissimo?) a un certo punto è scritto:

In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d’uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s’intende. L’istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell’aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante).

Poco più avanti poi:

La fine del mondo? Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort». Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

Perché è sempre utile ricordare che, se riportiamo tutto alle debite proporzioni, noi umani come specie contiamo non dico poco, ma il giusto.

La zanzara residua

La natura fa schifo. E se credete in Dio avete persino qualcuno con cui prendervela. Altrimenti sarete costretti a concludere che quasi 14 miliardi di anni – tanto è trascorso dal Big Bang che ha generato questo nostro Universo – è un tempo davvero troppo lungo per avere come risultato finale, tra le altre cose, le zanzare.

Certo, la natura non fa schifo nella sua interezza. Anzi, contiene una grandissima quantità di meraviglie di vario tipo, dai processi che alimentano le stelle alla digestione dei bovini, ma qua e là ha ingegnosamente generato, con quel malefico meccanismo fatto di caso e necessità che alimenta il mondo dei viventi, delle entità il cui scopo, nel grande disegno naturale, sembra unicamente quello di emanare fastidio. Tra queste entità ci sono senza alcun dubbio le zanzare.

Non so se a questo punto sia chiaro a tutti, ma il mio problema sono le zanzare. Anzi, la zanzara. Una, singola, specifica zanzara. La zanzara residua. Dicesi zanzara residua quella zanzara che, infilatasi all’interno di un appartamento un attimo prima dell’arrivo dei primi freddi, vi prende dimora stabile, sopravvivendo grazie alle temperature confortevoli e all’alimentazione basata sugli umani residenti.

Il caso più famoso di zanzara residua è citato nel n. 77 dell’International Journal of Mosquito Research, in un articolo intitolato Those Bloody Winters in Louisiana – The Worst Case Ever of Residual Mosquito, di G. Razi, E. Alca, T.S. Ho, in cui si racconta di una zanzara che si stabilì in una casa di Baton Rouge, negli USA, e vi dimorò per 16 anni, cibandosi del sangue dei suoi abitanti.

Il mio caso è ben lontano dalla tragedia analizzata nell’articolo citato, perché la mia zanzara residua ha preso dimorai da appena tre settimane, ma devo essere sincero: ci tengo pochissimo a finire in un articolo di entomologia in qualità di risorsa alimentare, quindi prima finisce questa situazione meglio è.

Il problema è che, come viene anche sottolineato nell’articolo di cui sopra, la zanzara residua non è una zanzara qualunque, ma è, in termini biologici, una creatura superiore, un esemplare fuori dal comune. Il che è piuttosto scontato, visto che si tratta di un individuo che è riuscito a sopravvivere a tutto il periodo estivo, ad arrivare ai primi freddi, a trovare rifugio in un ambiente antropizzato e ostile e lì a sfuggire giorno dopo giorno e notte dopo notte al suo peggior nemico, l’homo technologicus dotato di ciabatta, giornale arrotolato e stracci vari.

Premiata nella lotta per la sopravvivenza con la medaglia d’oro, sponsorizzata da Darwin e munita di capacità cognitive ben al di sopra della media della sua specie, la zanzara residua sa come, dove e quando muoversi. È in grado di rimanere nascosta per giorni, per poi attaccare nel momento più opportuno, quando l’homo technologicus è disarmato e disattento: cioè è sul divano davanti alla TV.

L’attacco della zanzara residua però non è mai diretto, e questo dimostra quanto essa sia un’abile stratega; in tal modo infatti si esporrebbe troppo all’eventuale contrattacco. La zanzara residua invece intraprende prima una serie di azioni di disturbo (ex volare attorno alle orecchie dell’umano e poi ritirarsi; farsi notare in luoghi difficilmente raggiungibili al contrattacco, come in alto sulle pareti, vicino al soffitto), azioni finalizzate a stancare l’avversario/obiettivo, dopodiché porta l’attacco vero e proprio, solitamente dal punto più inaspettato e meno difeso, cioè dal basso, con una prima linea di tiro che mira direttamente alle caviglie.

Oppure, con una strategia ancora più vincente e ancora meno rischiosa, la zanzara attende che l’avversario/cibo sia completamente indifeso, ovvero a riposo. L’homo technologicus che dorme placido nel suo letto, agli occhi di una zanzara non è che un gigantesco ristorante su cui spicca la scritta al neon “ALL YOU CAN EAT – FREE” (le zanzare parlano inglese, nel caso non lo sapeste); uno spropositato pasto gratis in stato di incoscienza, che se anche si svegliasse allarmato dall’attacco risulterebbe lento, rincoglionito e comunque incapace di vederci al buio. A fine nottata, nient’altro che un esemplare della specie che domina il pianeta che si sveglia e davanti allo specchio s’accorge di avere uno smisurato bubbone zanzaresco in piena fronte.

Così è stato, con la mia zanzara residua. E così è. Perché lei è ancora lì fuori. Anzi, qui dentro. Nascosta in un angolo buio, paziente, in attesa di colpire senza fretta e senza prendersi rischi. Perché a lei serve succhiarmi via quel tanto che basta per superare l’inverno e arrivare alla prossima bella stagione, quando potrà uscire e scorrazzare libera, guidando – grazie al grado raggiunto nel frattempo – formazioni aeree di giovani zanzare in missioni spericolate e atti d’eroismo.

Lei è qui da qualche parte, lo so. Piccolo schifoso gioiello della natura.

Difetti di fabbrica

Il mio tallone d’Achille è il collo. Non solo nel senso che se qualcuno mi colpisce lì con una lancia allora addio. Ma anche e soprattutto nel senso che sono abbastanza un habitué dei dolori cervicali. Ne soffro, come si dice.

Ma al di là della predisposizione, ci sono poi i comportamenti. I fattori ambientali, credo si dica. Cioè l’esposizione alle correnti d’aria, girare coi capelli bagnati come il protagonista di un film degli anni ’70, la postura, il cuscino, il materasso, gli sforzi fatti male, i movimenti goffi. Tutte cose a cui bisogna stare attenti, e a cui viene data la colpa al risvegliarsi del fastidio o del dolore.

Poi un giorno ho letto ricordati chissà dove che il corpo umano è ben lungi dall’essere perfetto, e che quindi ha delle cose che, avendo i mezzi per farlo, andrebbero sistemate, aggiustate, modificate, per renderci creature più resistenti, più performanti anche. E una di queste cose non fatte benissimo era proprio la colonna vertebrale, che prima era fatta per scimmie più o meno quadrupedi, poi adesso, con pochi cambiamenti, ce la ritroviamo addosso noi, che però ci aggiriamo eretti, col peso che schiaccia le vertebre e questo collo reso rigido dal fatto di dover tenere su dritta la testa, sennò sembreremmo quelle bamboline hawaiane con la capoccetta che fa di qua e di là.

E appena ho letto questa cosa del collo fatto male, mal concepito, di molto migliorabile, mi sono detto “ah, ecco!”, e da quella volta invece di prendermela con me perché sto in mezzo alle correnti, sto tutto storto sulla sedia, faccio l’attore anni ’70 o il soggetto di un Picasso quando dormo, me la prendo con la natura che non ha saputo farmi a dovere, e mi fa soffrire, come poi diceva anche Leopardi.