La soluzione definitiva a questo problema della Covid

Quello della Covid è un problema complicatissimo da risolvere, superato per difficoltà solo dal problema dell’allacciarsi un paio di mocassini. O da quello di indossarli, dei mocassini, senza provare raccapriccio.

Nonostante ciò, nonostante sia ormai chiaro a tutti che il livello di complessità della questione richieda soluzioni che siano multiple e altrettanto complesse, mirate e specifiche per ogni ambito particolare, step by step, aggiornabili, sostenibili nonché socialmente, economicamente, moralmente e politicamente accettabili, viviamo ormai nell’epoca della faciloneria, perciò chiediamo a gran voce una soluzione che sia una, e che sia una soluzione definitiva, o come direbbero certi anzianissimi tedeschi, una soluzione finale.

Proprio ispirato da quest’ultima espressione, vorrei far notare a tutti come in realtà un’unica soluzione totale al problema della Covid non solo esista, ma sia anche a portata di mano e oltretutto ampiamente sostenibile.

Il ragionamento retrostante è semplice. Ai fini della sua diffusione il Corona virus, solo soletto, è utile come un pene di 30 cm in una commedia romantica. Perché invada il mondo ha bisogno di ospiti che lo facciano moltiplicare e che lo trasportino in giro, un po’ dove capita, ma soprattutto nelle RSA lombarde.

Questo ci porta alla fase 2 del nostro ragionamento, molto più chiara della fase 2 annunciata dal nostro governo: senza ospiti, il virus è sconfitto. Spariti gli umani, il virus resta solo in un paio di pipistrelli e sulla maniglia d’ingresso della vostra farmacia, ma giusto per mezz’ora.

Di conseguenza, la soluzione più immediata per la scomparsa della Covid19 e del Corona virus è la morte volontaria di ogni essere umano, volgarmente detta suicidio (ok, ci vorrà anche qualche omicidio di massa per ovviare al problema degli individui non in grado di intendere o di volere o di applicare materialmente il suicidio, ma ci si è sempre organizzati bene in passato, per queste cose, non vedo perché non si possa fare anche questa volta).

Ed ecco come un problema molto complesso può essere risolto con estrema facilità, morendo tutti. E se la vostra obiezione è: “ma morire tutti non risolve solo il problema della Covid. Risolve tutti i problemi dell’umanità”, posso solo dire: rileggetevi.

Il non morto

C’è questa cosa che mi succede, che secondo me è un po’ strana. Poi magari capita a tutti e tutti i giorni, ma non credo. Insomma mi succede che ogni tanto do per morto uno. Nel senso, uno qui del paesello. Un signore che aveva un bar. Capita il suo nome nei discorsi, anche solo per caso, e io dico: “Ah, coso lì che è morto”. E tutti mi guardano un po’ stupiti e mi dicono: “Ma non è mica morto”. E io: “Ma va? Mi sembrava proprio”. E questa cosa succede ogni 3 o 4 anni, tipo, e fin qui non ha niente di strano, perché la memoria è quella che è, e certe fissazioni sono difficili da risolvere, e quindi io, di media, penso che quello lì è morto. E va bene, non muore mica nessuno. Non davvero. Solo che poi, il giorno dopo, dopo che ho detto “Ah, coso lì che è morto”, il giorno dopo di ogni 3 o 4 anni quindi, coso lì lo incontro per strada. Incontro il morto, in pratica. Solo che, naturalmente, è vivo, proprio come mi avevano detto. Cioè, io per 3 o 4 anni questo qui non lo vedo mai (il che, anche solo statisticamente, qui al paesello, è piuttosto difficile), poi, il giorno dopo che l’ho dato per morto, lo incrocio. Sempre. È un po’ come se mi volesse dire “Tiè, col cazzo che sono morto”, e avrebbe anche ragione. Oppure vuole dimostrarmi che dandolo per morto con tale regolarità e convinzione, lo sto facendo campare tantissimo, e ci tiene  a ribadirlo ogni volta. Oppure è solo un caso. Ma non credo.

Giusto due cose in caso apriste delle pompe funebri

Il primo problema delle pompe funebri è l’individuazione del cliente. Il che non significa aggirarsi per le corsie degli ospedali in cerca di qualcuno che abbia già un piede nella fossa, e prima ancora nella cassa che intendete fornirgli con solerzia appena necessario.

Significa capire se il cliente è chi muore o chi rimane. Per quanto possa suonare assurdo, in questo mestiere tale quesito è fondante: a seconda della risposta che vi darete avrete due visioni del mondo completamente diverse, due filosofie.

Chi è il vero cliente, chi muore o chi rimane?

Chi paga, risponderà qualcuno, buttandola sullo squallido bianco o nero dei quattrini e trascurando una pletora di sfumature di grigio che invece fa tanto eros e thanatos. Anche perché, magari facendo fare un giro lunghissimo ai soldi, alla fine quasi sempre paga il morto. Indipendentemente dalla sua volontà. E con un post-datato, di solito.

I soldi non c’entrano. Ci sono imprese funebri che lavorano per il morto e imprese funebri che lavorano per chi rimane, indipendentemente da quanto.

È una scelta di campo, solitamente santo, e da questa dipende la politica commerciale dell’impresa, soprattutto per quel che riguarda le promozioni e le offerte.

(tutte le imprese funebri, per definizione, applicano un modello di marketing piramidale)

Le imprese che lavorano per chi rimane, per esempio, difficilmente proporranno ai loro clienti il 3×2. Sebbene in caso di omicidi plurimi o stragi possa risultare un’offerta molto conveniente, il rischio è che i parenti del defunto tentino di sfruttarla a tutti i costi, perpetuando una catena di violenze e uccisioni che frutterebbe molto all’impresa, sia in termini economici sia in termini di anni trascorsi in un penitenziario.

Le imprese che lavorano per il morto, per fare un altro esempio, non si cureranno di proporre degli sconti ai clienti affezionati. Per quanto possano essere offerte attraenti, per quanto la vostra strategia di customer retention sia vincente, difficilmente vedrete ripresentarsi qualche vostro vecchio cliente. Anche le lamentele sono rarissime.

(che poi la miglior strategia di customer retention, in questo campo, è l’imbalsamazione)

Se lavorate per i morti, potete offrire il pacchetto completo, quello in cui i vivi li fornite voi.

Se lavorate per i vivi, potete offrire il pacchetto completo, quello in cui il morto lo fornite voi.

Ai vivi potete offrire una comoda rateizzazione. Coi morti conviene un’unica soluzione.

Ai vivi potete proporre un’offerta che prevede anche un pregevole omaggio, che sia la solita bicicletta col cambio Shimano o una padella antiaderente. Pure ai morti potete offrire un omaggio, ma è proprio l’ultimo.

Se lavorate per il morto, potete pure dispiacervi per la sua dipartita. Disperarvi però no.

Perché il cliente, si sa, ha sempre ragione.

Un blog è morto

Chissà se tutte le aziende che fanno hosting sono così premurose.

Quella che reggeva Uraniborg, il mio vecchio blog, lo è di certo. Nell’ultimo mese-mese e mezzo mi ha scritto una dozzina di mail per ricordarmi che il blog stava giungendo a scadenza. Oddio, si trattava pur sempre di riscuotere dei soldi, quindi parlare di gentilezza forse non è il caso. Però, insomma, ho apprezzato.

Dal canto mio, ho assistito alla carrellata di mail con cinico fatalismo. Le ho ignorate crogiolandomi nell’indifferenza più completa. Quasi facendomi beffe del loro tono sempre più urgente, persino allarmistico alla fine. Avevo già da tempo deciso il tragico destino di Uraniborg.

Ora Uraniborg.it non c’è più. Anzi, il mio Uraniborg non c’è più. Dopo un paio di giorni di limbo bianco, infatti, ora c’è già qualcos’altro, al suo posto, qualcosa che ancora non ha forma. Presto probabilmente l’avrà. Una sorta di reincarnazione.

Il mio Uraniborg invece è scomparso. E viene da chiedersi se tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come bit nella Rete, o se diverranno fiocchi di 0 e 1 che non cadono da nessuna parte. Dipende se preferite il finale di Blade Runner o quello di Nirvana.

Oppure ho fatto un backup.

Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.

La morte come problema informatico

Non so se avete presente Matrix, quel film con Keanu Reeves in cui gli umani sono tutti collegati a delle macchine, dei computer, e in pratica la vita si svolge all’interno di una gigantesca simulazione. Ecco. Mettiamo che le cose stiano davvero così, cosa che poi non possiamo nemmeno escludere al 100%. Immagino che anche Matrix, come i computer che usiamo tutti i giorni, ogni tanto scazzi. Ci saranno anche lì dei bug nel software e difetti hardware: programmi che crashano e processori che si bruciano, cose così. Magari uno attraversa un incrocio pedonale col verde e gli passa sopra un tir perché c’è un errore nel codice. Oppure gli prende un ictus mentre fa colazione, perché quel dato settore del disco è rovinato. Può succedere, immagino, in un sistema del genere.

Perciò, vorrei pregare ogni programmatore, ogni tecnico dell’assistenza, e tutti coloro da cui dipende il buon funzionamento dei pc, di fare sempre del proprio meglio. Perché chissà chi ci vive nei nostri computer.

Vite infinite

Anche fosse vero, quello che ti promettono le religioni, e cioè che o dopo morti c’è un’altra vita, infinita ma ultraterrena, o che dopo morti c’è un’infinità di vite terrene ma tutte nuove, be’, anche fosse vero, mi pare un’idiozia. Cosa vivo a fare se poi tutta l’esperienza di una vita va buttata, o perché non me ne faccio niente o perché non me la ricordo. Quanto sono più intelligenti i videogiochi, che quando muori ti chiedono cosa vuoi fare, e tu puoi scegliere di ripartire da lì dove sei morto, oppure lasciar perdere?