Un Witz, come da tradizione

Come da tradizione, anche se con un imperdonabile giorno di ritardo, in occasione del giorno della Memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Questa in particolare è tratta da un libro di Moni Ovadia che s’intitola L’ebreo che ride. Se volete saperne di più sulla grande tradizione dell’umorismo ebraico e volete anche farvi delle piacevoli risate, ve ne consiglio la lettura.

Yankele e Moishele litigano furiosamente e ad un certo punto Yankele al colmo dell’ira sfida Moishele a duello. Dato che tutti e due hanno servito lo Zar nell’esercito e conoscono l’uso delle armi, decidono di fare il duello alla pistola. Stabiliscono di incontrarsi il giorno successivo alle sei in punto di mattina, nel campetto di fianco al mulino.
Il giorno dopo, alle sei precise, Yankele è lí nel campetto di fianco al mulino, evidentemente con i suoi padrini. Passa mezz’ora, tre quarti d’ora, di Moishele nessuna traccia. Dopo un’ora si vede spuntare correndo da dietro il mulino un vecchio ebreo ortodosso con le falde del pastrano e i cernecchi svolazzanti. Il khassida tiene in mano e agita un foglio di carta. Quando raggiunge Yankele gli domanda: «Lei è il signor Yankele? Sí? Questo è un lettera per lei di parte del signor Moishele».
Yankele lacera la busta, estrae la missiva e legge: Yankele, sono il Moishele. Senti, se lo dovessi ritardare, non stare lì ad aspettarmi. Comincia pure solo… Spara!»

Un witz, anche stavolta

Come ormai ogni anno, in occasione del giorno della memoria metto qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Kvell”, che significa “gonfiarsi”, sprizzare orgoglio, soprattutto per i successi (veri o falsi che siano) dei propri figli.  Anche questo è un modo per ricordare.

La signora Blumenfeld e la signora Kovarsky si incrociano al supermercato. La prima dietro il carrello della spesa, la seconda dietro un passeggino con due marmocchi dentro.
«Buon giorno, signora Kovarsky. Che carini i suoi bimbi. Che età hanno?»
«Il dottore tre anni, l’avvocato due» risponde fiera la mamma.

Anche quest’anno un witz

Come ormai succede da qualche anno (siamo al quinto!), in occasione di questo giorno dedicato alla memoria metto qui un witz, ovvero una storiella ebraica. Questo in particolare è tratto da “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”, un libro di Leo Rosten:

Il signor Rubin è appena tornato dal suo primo viaggio in Europa, ed è con gli amici assai prodigo di racconti.
«A Roma ci sei stato?» domanda uno di loro.
«Certamente! Come si fa a non andare a Roma?»
«E il Colosseo ti è piaciuto?»
Rubin si profonde in un ampio gesto: «Molto grazioso, ammesso che piaccia il moderno».

24 marzo

(gruppo Roti, ottobre 1943)

Oggi, 24 marzo, ricorre l’anniversario dell’eccidio di Braccano, strage nazifascista avvenuta alle pendici del monte San Vicino. Persero la vita: Don Enrico Pocognoni, Demade Lucernoni, Ivano Marinucci, Raghè Mohamed, Temistocle Sabbatini e Nur Thur.
Qualche anno fa, per un ebook intitolato Schegge di liberazione, scrissi questo breve racconto, un dialogo immaginario ispirato a quei tragici fatti. Vale la pena riproporlo.

Pessima memoria

Una panchina del parco. Nella penombra di fine aprile.

– Te lo ricordi il somalo?
– …
– Ivano!
– Cos’hai da gridare? Ti prende il matto?
– T’eri addormentato.
– E allora lasciami dormire.
– Te lo ricordi il somalo?
– Di che parli?
– Il somalo, com’è che si chiamava?
– Mai conosciuto somali.
– Era con noi, su a Roti.
– Roti. Roti me la ricordo, c’ero anch’io?
– Certo che c’eri anche tu.
– E cosa ci facevamo a Roti?
– Nur Thur!
– Cosa?
– Si chiamava Nur Thur, il somalo.
– Non ricordo somali.
– Un tipo piacevole.
– Ed era a Roti.
– Sì, era insieme a noi.
– E cosa ci facevamo a Roti io, tu e Nurtù?
– Nur Thur, non Nurtù.
– Io, questi somali, perché non usano nomi normali? Ivano, Umberto, o che ne so. Me lo dici che ci facevamo tutti allegri a Roti?
– Allegri mica tanto, c’era la guerra.
– La guerra, addirittura. Non mi ricordo.
– Nur Thur morì lo stesso giorno di Don Enrico.
– Ecco, il prete me lo ricordo.
– I tedeschi lo fucilarono che non era ancora l’ora di pranzo.
– Che lo ammazzarono però non me lo ricordo mica.
– Aveva suonato le campane per avvertirci dell’arrivo della colonna.
– Sì, suonavano le campane, quel giorno. Sicuro che c’ero anch’io?
– C’eri, c’eri, porco diavolo!
– E non t’arrabbiare, ci credo. Solo è tutto un po’ una nebbia.
– Son passati più di sessant’anni, è normale.
– Poi cos’è successo?
– Siamo scesi in paese con altri due del gruppo, a vedere cos’è che andava storto.
– C’era anche il somalo?
– No, lui era sceso giù la mattina presto: lo avevano trovato durante il rastrellamento.
– E chi altro c’era con noi?
– Non mi ricordo.
– Ah, lo vedi?
– Cosa?
– Anche tu c’hai dei buchi.
– Io però non mi ricordo i dettagli, tu pare che neanche c’eri a fare il partigiano.
– C’ero, c’ero. E’ la testa che… Dai, va’ avanti.
– Eravamo alle porte del paese quando ci accorgemmo che avevano iniziato l’accerchiamento.
– Nel mezzo della tenaglia: eravamo nient’altro che un branco di ragazzini idioti.
– Potevamo solo arretrare.
– Tornammo indietro, verso Roti.
– Prima di buon passo, poi una corsa indiavolata.
– Loro erano tanti, bene armati, e con un piano e ordini da eseguire.
– Rimanemmo in due ancor prima di arrivare alla fonte.
– Raggiungemmo il fienile.
– Era quasi fatta. Da lì poi verso l’eremo, o verso il costone, mille vie di fuga. Quasi fatta.
– Non mi ricordo mica com’è finita…
– Di spari ne sento tanti, e di pallottole passarci sopra anche. I suoni si confondono, tra il fiatone, il calpestare degli scarponi, il pulsare del sangue nella testa. Poi, come isolato, arriva un colpo più nitido, definito, nemmeno uscisse da un altoparlante. La pallottola non ci sorpassa, si ferma accanto a me, a destra, nemmeno un metro. Tutto rallenta. Se mi fossi voltato un istante prima avrei visto il proiettile scostare i capelli dalla tua nuca, bruciarli, bucare la pelle e affondarvi, frantumare le ossa del cranio e finire dentro, nella testa, a fare confusione, a mischiare i ricordi e a cancellarli, a trasformarti in un’ombra.
– E poi?
– Poi ho solo corso, che mi pare ancora di avere il fiatone.
– Dici che è andata così? Non mi ricordo mica.
– Lo so. Ciao Ivano.
– Ciao Umberto, a domani.

Umberto s’alza e se ne va lento, lasciando vuota la panchina.

Di nuovo un witz

Come ogni anno, in questo giorno dedicato alla memoria metto qui un witz, ovvero un motto di spirito, esempio del sempre folgorante umorismo ebraico. Questa, in particolare, è tratta dal libro L’ebreo che ride, di Moni Ovadia:

Tre madri ebree si raccontano di quanto siano amorevoli i rispettivi figli.
La prima dice: «Il mio Joe me lo vuole un bene, ma un bene… che me l’ha comprato qvi a New York un appartamentino proprio che gvarda il Central Park e me l’ha preso un cameriera che io non lo devo fare niente, solo il dolce vita».
La seconda con aria di superiorità dice: «E cosa ce l’è di speciale in qvesto? Il mio Bill me l’ha comprato un villa al Miami Beach con cameriera, gvardarobiera e cuoco! Tutte il settimane viene a trovarmi e anche se qvella pitocca del suo moglie non vuole, lui se ne frega tanto vuole bene al suo mamma!»
La terza guarda le due amiche con commiserazione, poi fa: «Voi qvesto chiamate amore del figli? Cosa lo dovrei io dire del mio Sheldon? Il mio Sheldon! Il mio Sheldon lo paga un doctore psicoanalista qvattro volte il settimana, ogni volta paga lui 100 dollari! E per cosa fa tutto qvesto? Per cosa? Solo per parlare del sua mamma!!!»

Ancora un witz

Per rispettare l’ormai tradizione e rendere omaggio alla memoria senza farsi mancare un sorriso, ecco un witz – una storiella ebraica – tratto dalla voce Kalikèh (che significa storpio, ma anche goffo, maldestro, stupido) di quella specie di dizionario che è “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”, un libro di Leo Rosten:

Il signor Katz prova il suo abito su misura dal sarto e sbraita: «Guardate questa manica! È lunga dieci centimetri di troppo!»
«Provate a sporgere il gomito e vedrete che la manica è perfettamente giusta!»
«Il collo, poi! Mi arriva fino a metà testa!»
«Bene, tendete il collo e portate il capo leggermente all’indietro: vedete, ora il colletto scende.»
«Ma la spalla sinistra è sei centimetri più larga della destra!»
«Chinatevi, così, ecco, ora si livella.»
Il signor Katz lascia il laboratorio in questa bizzarra postura: gomito destro proteso in avanti, collo dritto e testa indietro, spalla sinistra insaccata. Si avvicina uno sconosciuto.
«Mi scusi, le spiacerebbe dirmi chi è il suo sarto?»
«Il mio sarto?» urla Katz. «Ma lei è matto! Come può venirle in mente di andare dal mio sarto?!»
«Se è riuscito a vestire un kalikèh come lei, dev’essere un genio!»

 

Obelix

Da un po’ di anni a questa parte qui da me il 25 aprile si fa una passeggiata in montagna. Anzi se ne fanno tre, perché i percorsi partono da tre punti diversi. Due sono proprio passeggiate. Uno è un po’ più una scarpinata, ma se il tempo è bello e avete un paio di scarponi è un piacere farla.

La destinazione è la stessa per tutti, all’inizio di una specie di sella ventosa fra due promontori, a circa 900 metri di quota. Lì, circondato da un piccolo steccato, c’è il monumento del Capitano. Sulla lapide è scritto

O straniero che passi per la via, attendi e annuncia che qui giaccio obbediente per le sorti d’Italia e de l’umane genti – In memoria del sacrificio del Cap. Valerio Salvatore nato a Napoli il 23.9.1907, caduto su questo suolo il 24.3.1944 nella lotta contro il nazi-fascismo

Non fu l’unico da queste parti, ma il 25 aprile si sale da lui con in mente anche tutti gli altri. Ci si ritrova lì, si depone la classica corona, qualcuno fa un discorso, si cantano delle canzoni, poi si va tutti a far merenda in una casetta lì vicino. È un modo per rendere omaggio tutti insieme. È un modo per ricordare.

Si è parlato molto, nei giorni scorsi, di un obelisco romano. È dedicato a Benito Mussolini, il cui cognome spicca scolpito nella pietra, sopra all’appellativo DVX, che oggi sembra più un formato video che altro. Qualcuno ha detto che è scandaloso, e andrebbe abbattuto, o il nome che riporta cancellato via.

Sinceramente non so come abbia fatto un oggetto così vistoso a passare inosservato fino ad oggi, visto che se ne sta lì placido dal 1932. Chissà, forse c’entra quella storia che gli italiani leggono pochissimo, e ci sta che non avessero letto nemmeno quello che c’era scritto sull’obelisco, fino a qualche giorno fa.

Io, per quel che mi riguarda, lo lascerei lì com’è e lì dov’è finché i secoli o altri capovolgimenti non se lo porteranno via.

È che così come la tomba del Capitano mi serve per ricordare con piacere i piccoli grandi uomini che hanno riparato la storia, quell’obelisco mi ricorda con disgusto i grandi piccoli uomini che l’hanno rovinata.

Voglio che resti lì ben visibile, quel brutto spuntone, per ricordarmi con ferocia ciò che disapprovo. Una specie di dito nel culo di tutti noi, per tenere bene in mente ogni giorno che c’è sempre qualcuno pronto a trasformarlo, quel coso, in una specie di altare.

Un altro witz

Leo Rosten

Direi di fare come l’anno scorso e onorare la memoria mettendo qui un piccolo esempio di meraviglioso e sottile umorismo ebraico. Questo witz è tratto da un libro di Leo Rosten che s’intitola “OY OY OY! Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish”:

Parigi, 1939.
Tre poveri ebrei tedeschi sono in coda allo sportello del comitato profughi.
«Dove vorrebbe andare?» domanda il funzionario al primo.
«Londra.»
«E lei?» dice rivolto al secondo.
«Svizzera.»
«E lei?» domanda al terzo.
«Australia.»
«Australia?» fa eco il funzionario. «Perché mai così lontano?»
Il profugo allora risponde: «Lontano da dove?».

Un witz

Visto che giorno è oggi, e visto che ho appena avuto il piacere di leggere un libro di Moni Ovadia intitolato “L’ebreo che ride”, ecco un witz, una storiella ebraica (o un motto di spirito, se siete freudiani), tratto proprio da quel volume, che ovviamente vi consiglio:

1934. Il nazismo è già saldamente al potere ma le leggi razziali di Norimberga non sono ancora state emanate. Un gerarca del partito visita una scuola per verificare lo stato di preparazione degli allievi ma soprattutto per controllare che l’educazione della gioventù sia conforme alle rigide direttive del regime. Il preside della scuola lo conduce in una delle migliori classi. Il gerarca si guarda intorno, poi indica un ragazzetto dai capelli rossi.
È il piccolo ebreo Morris Rosenfeld. Morris pronto scatta in piedi sull’attenti con il braccio disteso e saluta: «Heil Hitler, camerata!».
Compiaciuto per la disciplina del ragazzino, il gerarca domanda: «Chi è nostra madre?»
«La Germania nazista, camerata!» risponde sicuro Morris.
«Bravo! E chi è il nostro amatissimo padre?»
«Il Führer Adolf Hitler, camerata!» risponde con piglio il ragazzino.
«Bravissimo, mio giovane camerata!» dice il gerarca entusiasta.
Poi gli rivolge ancora un’ultima domanda: «Cosa vuoi diventare da grande, mio giovane amico?»
«Orfano, camerata!» replica orgoglioso Morris Rosenfeld.