Controllo della rabbia libraria

Io devo dire che partecipare a un circolo di lettura mi sta servendo molto. Cioè, ero una persona piuttosto calma e paziente anche prima, adesso però, grazie a questo circolo, sto scoprendo sterminati magazzini interiori di pazienza inutilizzata. Ieri, per dire, sono rimasto assolutamente impassibile davanti a persone che dicevano che Le correzioni, di Jonathan Franzen, è un libro brutto, lento, che non scorre, con personaggi stereotipati, con una trama inesistente, una specie di maledizione da leggere, che oltre le 150 pagine proprio non si riesce. Ero lì e non ho fatto una piega. Avevo solo questo leggero tremolio alla palpebra. Sono fiero di me stesso.

Sentinelle dei libri (tipo una proposta)

Premesso che, dal mio punto di vista, difendere la famiglia tradizionale è come difendere la deriva dei continenti, quello che più mi contraria di questa sorta di movimento (o quello che è, che da quando c’è il M5S non puoi più dare del movimento a nessuno che subito si offende) chiamato Sentinelle in piedi è il fatto che, nel loro modo di manifestare, nella loro posa, abbiano incluso un libro da tenere in mano. Cioè, loro dicono di leggerlo, il libro, ma se non lo fanno a voce alta è impossibile accertarlo. Forse lo guardano e basta. D’altra parte è pieno di persone che si atteggiano a lettori, coi libri in mano, in tasca, in borsa, poi non leggono una riga.

Fosse stato un flashmob per promuovere la lettura, questa cosa avrebbero tutto il mio appoggio, forse anche la mia partecipazione. C’è un bisogno di lettori in Italia che non ve lo sto a dire. Così com’è però, mi spiace, devo schierarmi contro. E devo farlo in difesa dei libri. Loro difendono la famiglia tradizionale, e io difendo i libri. Voglio difenderli da questo sfruttamento che le Sentinelle ne fanno, da questo piegarli, contro la loro volontà, al messaggio che cercano di diffondere.

Trovo sia un atto di grande viltà prendere un libro, incapace di dissociarsi, di difendersi, e tenerlo in mano, magari anche leggerlo, per dare un tono alla tua protesta, per fornire un in più alle tue ragioni. Vedi?, vuoi dirmi, non sono un retrogrado come credi, perché sto leggendo un libro, non ho un cervello pieno di ragnatele e segatura, perché sono un lettore, e i lettori sono gente sveglia, e siccome siamo gente sveglia, questa nostra protesta è ancor più legittima.

Solo che, sentinella, non è che il libro ti si è lanciato tra le braccia buttandosi dagli scaffali della libreria per venire con te a manifestare. L’hai costretto. Magari nel libro c’è scritto tutto il contrario di quello che tu vuoi comunicare in piedi in una piazza con lui in mano. Magari il libro non la pensa come te. Che diritto hai di sfruttarlo così, per i tuoi fini?

Allora io adesso organizzo un movimento (cioè, non un movimento, qualcos’altro) che quando tu, sentinella, scendi in piazza col libro, io vengo lì e te lo strappo dalle mani, e lo porto al sicuro, magari in una biblioteca, dove quelli che lo vogliono leggere davvero possono farlo.

Geometrie familiari

Iniziando a leggere Flatlandia – Racconto fantastico a più dimensioni, di Edwin Abbott, la prima cosa che ho notato è che il nome completo dell’autore è Edwin Abbott Abbott.

Abbott al quadrato, in pratica.

Il che, trattandosi di un libro che ha a che fare con piani, dimensioni e geometrie, mi pare una buona garanzia.

(i genitori erano cugini di primo grado)

Macchina da scrivere

Ho sempre pensato che uno degli errori più gravi degli studi sull’Intelligenza artificiale fosse partire dal presupposto che ne esistesse sul serio una naturale.

Quando si tratta d’intelligenza delle macchine succede spesso che ci si ritrovi a fare confronti con quelle capacità che consideriamo uniche e distintive degli esseri umani, prima fra tutte la creatività, e a porci domande del tipo: può una macchina comporre una sinfonia, o scrivere una poesia, oppure un romanzo?

Ora, io non so se una macchina possa riuscire a scrivere una sinfonia, però sono sicuro che io non ce la farei. Anche sulla poesia ho dei dubbi. Per quel che riguarda un romanzo, invece, sono sicuro che una macchina ce la farebbe.

L’altra sera, infatti, sono stato alla presentazione di un libro. E a un certo punto l’autore ne ha letto un pezzo.

Sento questa sintassi precisa, il lessico misurato, l’andamento senza scossoni dei periodi, le parole pesate, la punteggiatura da manuale, una prosa igienica, quasi disinfettata, e penso: ecco, alle macchine non manca poi tanto, per raggiungerci.

Troppo

Ci sono quei libri che non avevi intenzione di leggere. Anzi, non sapevi nemmeno che esistessero, finché una persona non te l’ha prestato, ti ha detto Leggilo, e tu, Va bene lo leggo.

Poi lo apri, questo libro prestato, e l’introduzione, una paginetta, è di Raymond Queneau, e ti dici Be’ allora sono a posto, c’è il beneplacito di Queneau, non può essere una roba che non mi piace, o comunque è di quel genere che apprezzo.

Inizi a leggerlo, e in effetti ci sono quelle stranezze che ti aspettavi, dopo l’introduzione di Queneau. Nonsense, surrealismi, simbolismi, giochi di parole e tutto il resto. Solo che ce ne sono tante, a bizzeffe, tutto troppo denso, e cominci ad arrancare. E arranchi per 243 pagine, poi il libro finisce.

Così ti ritrovi che il libro non ti è piaciuto, hai fatto fatica a leggerlo (e sì che hai insistito fino in fondo), e ti dispiace anche, che ti sia dispiaciuto, perché le premesse dicevano il contrario. Ti sarebbe dovuto piacere. A molti è piaciuto. Invece niente.

Ti senti quasi in colpa. Alla fine però ti ricordi di una frase che ti ha colpito particolarmente, l’unica che ti sia rimasta impressa, di tutto il libro, che dice:

Quanta roba c’è di cui possiamo fare a meno, nel cervello d’un uomo, roba da non crederci, questo ti fa pensare.*

E forse è l’autore che ti dà un po’ ragione.

 


 

* Boris Vian, Lo strappacuore, Trad. di Gianni Turchetta, Marcos y Marcos, 1993, p. 147.

Come al Salone del libro

Quel paio di volte che sono stato al Salone del libro di Torino, mi ricordo di averci ricavato un gran mal di testa. Forse per il caos di persone che c’era, forse per la quantità spropositata di libri, che se uno è un lettore appassionato ci diventa matto, solo a pensare quanta roba non riuscirà mai a leggere.

Quest’anno, che avrei anche i miei motivi per esserci, non ci sono andato. Allora faccio un po’ fatica a spiegarmi questo mal di testa che mi assilla.

Non vorrei che il Salone funzionasse anche a distanza.

Giornata del libro

Quando ho visto che oggi era la giornata mondiale del libro, ho cominciato subito a pensare a qualcosa da scrivere qui. Qualcosa a proposito di libri e lettura. Ci starebbe proprio bene. A volte ne parlo. Oggi, poi, sarebbe stata un’occasione speciale.

Solo che la prima cosa che mi è venuta in mente è che di giornate in cui non si festeggia proprio niente iniziano ad essercene davvero poche, durante l’anno.

Non ci vuole mica un genio

barney

Leggendo La versione di Barney, di Mordecai Richler, capita con una certa frequenza d’imbattersi in termini yiddish. Ora, io, la maggior parte delle volte (qualche parola la conoscevo) sono andato a senso. Non è il massimo, mi rendo conto. Ma di mettermi a cercare online (non ho un dizionario di yiddish, a casa), quando magari leggevo a letto, prima di addormentarmi, proprio non mi andava. Uscire da sotto le coperte, accendere il pc o prendere lo smartphone, per una parola, insomma. Mi sono detto Che ci vuole? Basta un po’ d’intuito, per capire cosa significa. Non ci vuole mica un genio.

Poi, quando sono arrivato a pagina 484, che è l’ultima del libro, ho visto che a pagina 485, in alto, c’era scritto “GLOSSARIO YIDDISH”.

Farci su un libro

tosse

Ora che è finito sento di doverlo confessare: non ho mai visto Masterpiece. Mi sento come un appassionato di ciclismo che non vede il Giro d’Italia. O un appassionato di omicidi che non vede CSI.

Comunque so che adesso ci fanno su un libro. Che però non è la storia di Masterpiece, come uno si aspetterebbe. È il romanzo di quello che ha vinto.

Se io avessi partecipato a Masterpiece, e se lo avessi vinto, adesso pubblicherebbero il mio, di romanzo. Con la fascetta “Il romanzo del vincitore di Masterpiece”.

Non so come s’intitola (non so proprio niente, davvero) il romanzo del vincitore di Masterpiece. Il mio, avessi partecipato e avessi vinto, si sarebbe intitolato “Colpi di tosse”.

Dentro, sarebbe stato davvero pieno di colpi di tosse.

 

Wolfgang bucato

Era da un po’ che non leggevo un libro tutto d’un fiato. Adesso mi è successo con questo romanzo di Paolo Nori che s’intitola Grandi ustionati.

Ora non c’entra niente, però poi, non dovevo nemmeno leggerlo questi giorni, questo libro, perché due settimane fa ero passato nella libreria di un’amica, le avevo chiesto Ce l’hai Grandi ustionati di Nori, le avevo chiesto, che è da un po’ che voglio leggerlo?, No, mi avevo risposto, poi però mi aveva detto Anzi aspetta, e aveva tirato fuori tipo un audiolibro dove c’era Nori che leggeva Grandi usionati, No, le avevo detto, voglio leggermelo proprio io di mio, Ah, aveva detto lei, e avevo preso un’altra roba. Poi la settimana scorsa sono passato sempre nella libreria di questa mia amica per prendere qualcosa da leggere e lei mi fa Ho Grandi ustionati di Nori, se t’interessa, Eh, le ho detto io, m’interessa sì, e mi è venuto in mente Pensa te che strategia, ho pensato, uno dice che vuole leggere un libro che in libreria non ce l’hanno e quando ripassa poi gli dicono Sai quel libro che volevi leggere? Ecco, ce l’abbiamo. Che se uno ci pensa, non ci vuole mica un ufficio marketing, per vendere.
Comunque, a parte questo, che non c’entrava, c’è un pezzo di Grandi ustionati che dice:

Che Miasma, la prima sera, si è seduto al piano circondato dagli sciatori pronti per il karaoke, si è sbottonato i polsini della camicia, ha inspirato profondamente, si è messo a suonare ha eseguito il concerto per pianoforte kappa quattrocentosessantasette di Wolfgang Amadeus Mozart ventotto minuti.

E nel mio, di Grandi ustionati, a pagina centotrentacinque, dove c’è questo pezzo, quando si arriva a leggere Wolfgang c’è un buco nella carta, nemmeno troppo grande, che si mangia tutta la o e tutta la l di Wolfgang, e la f quasi tutta, e se uno ci guarda dentro si vede che dall’altra parte c’è scritto men, che però non è men, è meno, ma la o di meno non si vede, nel buco.

Non che mi dia fastidio, il buco. Anzi, a dirla tutta, in un certo senso, ci sta a pennello, in Grandi ustionati.

A Roma ci sono i siti internet dal vero

Sono stato a Roma un paio di giorni. Ogni tanto ci faccio un salto. Da qui mi sta abbastanza comoda, in treno. Più comoda di San Francisco, nel senso.

Ci vado per diversi motivi, primo fra tutti la possibilità, tornato poi in provincia, di dire “Toh! Ma che bella è la mia provincia?”. Una sorta di autosuggestione. Immagino che anche i romani, e in generale chi abita in città, faccia lo stesso, quando torna da fuori: “Toh! Ma che bella è la mia città?”. Uno le cose le apprezza quando le ritrova. È la famosa legge del portafogli.

Girando per Roma, questa volta, ho fatto una scoperta incredibile, che non immaginavo nemmeno lontanamente: i siti internet esistono dal vero.

Mentre camminavo lungo questa grande via vedo che sopra una vetrina è scritto IBS, e penso “Come il sito internet, la libreria online, pensa te”. Sbircio all’interno e vedo degli scaffali con dei libri, e della gente che si aggira. Allora, preso dalla curiosità, entro. E scopro che si tratta proprio della libreria online, ma dal vero. Come fossi dentro il sito. Anzi, chissà se qualcuno mi ha visto, da internet, mentre ero lì. Ho fatto anche un giro, comprato un paio di libri, solo che me li hanno dati subito, senza spedirli.

Mentre uscivo hanno provato a darmi un volantino, senza riuscirsi. C’ho AdBlock.

Ho cercato anche Google, dal vero, ma niente da fare. Magari è in periferia.

L’odore degli elettroni

Fino a qualche anno fa, nel campo della lettura, come anche in quello della gastronomia, sembrava non ci fosse più niente da inventare. Poi però sono arrivati gli e-book. E Masterchef.

I libri elettronici sono semplicemente dei libri che, ispirati dalla rivoluzione non violenta nel campo della fotografia, si sono liberati di protoni e neutroni, conferendo agli elettroni il potere. In buona sostanza si sono affrancati dalla carta.

Questo rompere le catene della schiavitù cartacea ha destato parecchio scalpore e anche una lunga serie di polemiche da parte di coloro che, probabilmente per abitudine (si fa quasi tutto per abitudine, diceva Hume, più o meno), avevano dimenticato che quel mucchio di fogli rilegati non è il libro in sé, ma è un supporto, un contenitore, probabilmente il migliore, visto che siamo umani (fossimo gatti, il miglior libro sarebbe quello scritto sul filo di un gomitolo di lana), ma di certo non l’unico.

Il libro vero e proprio è ciò che racconta, indipendentemente dal fatto che sia contenuto su un papiro, su un cd letto da una voce più o meno famosa, o dentro una persona, come alla fine di Fahrenheit 451 (l’uomo-libro è un supporto parecchio scomodo e costoso, però, quando iniziate ad avere un numero di libri importante, e tutti fanno almeno due pasti al giorno).

Fatto sta che l’e-book è un contenitore che, come gli altri, ha i suoi vantaggi e svantaggi. Se fossimo alle superiori il giorno del compito in classe d’italiano, il vantaggio sarebbero quei 3 o 4 chili di dizionario in meno sul groppone. Per dirne una. Se fossimo accaniti lettori dei romanzieri russi dell’800, stessa cosa. E pure il fantasy non scherza (vi siete mai chiesti perché per descrivere un mondo fantasy sembrano servire più parole che per descrivere la realtà?).

Ora però, tornando all’abitudine, i puristi del libro cartaceo, quelli dell’odore della carta, sinceramente, li capisco. Hanno frequentato così a lungo le classiche pagine di cellulosa che, al di là delle comodità intrinseche del libro-contenitore, gli è scattato anche una sorta di feticismo, se non una mania. Così, quando si ritrovano un Kindle in mano, o quel che è, iniziano a sbuffare come mantici, sono preda di tremori e sudori freddi, e alla fine lo lanciano via come fosse un ferro rovente. Brutta scena da vedersi.

Così, per aiutarli, non dico mica ad abbandonare i libri di carta, sia mai, non lo farei nemmeno io, ma quantomeno a iniziare a maneggiare i libri elettronici senza traumi, piano piano, in modo da saperne cogliere certi vantaggi, e superare l’ostacolo mentale del contenitore privilegiato della narrazione, credo potrebbe essere utile aggiungere un dettaglio tipico dei libri di carta agli e-book. Sarei perciò molto grato, se qualcuno che ne sappia di queste cose, si mettesse giù per inventare la polvere elettronica. Grazie.

Acquisti pericolosi

Allora oggi è successo che dopo tanto tempo mi sono ritrovato a comprare delle bacchette. Bacchette per suonare la batteria, che lo so che state già dicendo “pensa che paranoico, si compra le bacchette personali per mangiare dal cinese, non si fida di quelle che ti danno al ristorante, dev’essere uno di quelli fissati con l’igiene-i materiali-la provenienza delle robe, d’altronde, a pensarci bene, non ha mica tutti i torti, non è che ci sia da fidarsi poi tanto, anzi, fammi dare un’occhiata su eBay, se le trovo anch’io, così ho le mie e punto, vado sul sicuro. Toh!, c’è un tizio in Cina che le vende a prezzi stracciati”.

Mentre ero lì che ammiravo lo scaffale delle bacchette, le prendevo in mano valutandone la presa, il bilanciamento, la lunghezza, la larghezza, la rastrematura, la punta (io preferisco quella di legno, a oliva, o anche sferica, quando mi sento particolarmente frivolo), provandole anche, su un pad che era lì accanto, mi guardavo continuamente attorno, circospetto, per controllare che non arrivasse un commando di ambientalisti per picchiarmi, colpevole di partecipare al disboscamento planetario, un po’ com’è successo qualche giorno fa a quella sagra dove un gruppo di vegani ha ferito degli arrosticini, mi pare.

Poi sono andato in libreria. Lo so, un po’ me le cerco.