Merce di scarto cecoslovacca

In un libro di Thomas Bernhard che s’intitola Camminare, c’è un personaggio di nome Oehler che racconta al narratore, mentre i due camminano, di come Kerrer, un uomo con cui sia Oehler che il narratore erano soliti camminare, ma in giorni diversi, sia impazzito, e di come la sua pazzia sia esplosa definitivamente nel negozio di abbigliamento di Rustenschacher, in un crescendo tragicomico che sembra uscito da una commedia slapstick, con Kerrer che si fa mostrare in controluce un paio di pantaloni dopo l’altro, sbattendo con forza il suo bastone sul bancone e osservando che in ogni paio ci sono punti radi, e criticando quindi aspramente e sempre più violentemente i tessuti utilizzati per confezionarli, replicando ogni volta alle parole gentili del commesso, che gli fa osservare che si tratta di “tessuto inglese di primissima qualità”, dicendo che si tratta invece di “merce di scarto cecoslovacca”, e ogni volta che il commesso prova a convincerlo della qualità dei pantaloni e a farlo ragionare, Kerrer glieli fa mettere controluce e ripete che altro che tessuto di qualità, quella è “merce di scarto cecoslovacca”, e Kerrer mi ha convinto così tanto, col suo discorso sulla qualità, che ho deciso che anch’io, adesso, quando qualcuno mi dice che qualcosa è di grande qualità, ma secondo me non lo è per niente, gli dico che quella roba lì altro che qualità, quella lì è merce di scarto cecoslovacca, perché pure a me, cercare di vendermi qualcosa come fosse di qualità, ma che di qualità non è, è una roba che mi manda al manicomio, e Kerrer infatti c’è finito, al manicomio.

[Thomas Bernhard, Camminare, traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi 2018]

Il giorno in cui “morì” Billy Pilgrim

Di recente ho riletto un libro di Kurt Vonnegut intitolato Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini).

La mia vita, e non solo in senso letterario, si divide in a.V. e d.V. Avanti (la scoperta di) Vonnegut e dopo (la scoperta di) Vonnegut.

Rileggendolo, tra i non pochi dettagli che ho scoperto e riscoperto c’è anche quello contenuto in queste parole:

Io, Billy Pilgrim, comincia il nastro, morirò, sono morto e sempre morirò il tredici febbraio 1976.

Billy Pilgrim, che viaggia avanti e indietro nel tempo lungo tutto il cerchio della sua vita, è stato testimone del bombardamento di Dresda (come anche Vonnegut), è stato rapito dagli alieni di Tralfamadore e sa – perché glielo hanno spiegato i tralfamadoriani – che il tempo non è una linea ma un cerchio e morire non è poi questo gran problema perché da qualche parte nel tempo siamo sempre e comunque vivi e vegeti -, be’, Billy Pilgrim è morto il giorno prima che nascessi io.

Così va la vita.

Biografie

L’altro giorno ho dovuto scrivere una mia breve biografia per un libro che uscirà fra un paio di mesi e che conterrà, tra gli altri, un mio racconto. Mi era già capitato altre volte di scrivere queste cosiddette notizie sull’autore, coincidendo io con quest’ultimo, che sono poi finite in libri, siti web o su etichette di prodotti alimentari sospetti. Confrontando la biografia che ho scritto l’altro giorno con quelle più vecchie, mi sono accorto che nel corso del tempo le ho scritte sempre più brevi. Le prime biografie erano lunghe, arzigogolate, piene di battute e gag. Le ultime, pur avendo nel frattempo accumulato più biografia, sono formate da pochissime righe e da informazioni essenziali.

Sarà che all’inizio, quando uno non ha molto da scrivere di sé perché non ha fatto granché, si sente così poco importante che finisce per metterci di tutto, nelle biografie. E sarà che alla fine, quando uno da scrivere ne ha, si sente così poco importante per aver fatto quelle cose che nemmeno gli passa per la testa di scriverle.

Così, di anno in anno, all’aumentare delle esperienze, le biografie si assottigliano. Quelle perfette, evidentemente, sono solo nome e cognome.

Per comprarmi il Porsche

Allora. Io, in qualità di scrittore, che si sappia, come obiettivo ho quello di comprarmi il Porsche. Perciò, visto che in questi giorni ho avuto a che fare coi resoconti delle vendite di Scienziaggini, mi sono messo a fare un po’ di calcoli per capire quanto dista la meta.

Tolto il primo semestre di vendite, che è un discorso a parte perché c’è il lancio e tutta la fase di promozione violenta, cioè quella in cui sfinisci i tuoi contatti finché non ti comprano il libro, Scienziaggini si è assestato su una media di vendite di circa 30 copie a semestre. Cifra niente male, se si considera che è un’opera di esordio, umoristica, a tema scientifico, in una collana di matematica, uscita solo in e-book, in Italia.

Perciò, se ipotizziamo che il libro continuerà a vendere a questo ritmo a tempo indeterminato, ne risulta che potrò acquistare, pagandolo in contanti, un Porsche 911 cabrio (allestimento base) nel 7817 d.C., a fine aprile.

Dico in contanti perché dubito che, su queste basi, me lo facciano prendere a rate.

 

La bataglia contro la coglionaggine

Raffaello Baldini, ne La fondazione, che è un monologo teatrale, a un certo punto scrive una cosa che secondo me è molto adatta a questi tempi qui che viviamo:

e qui bisognerebbe fare un altro discorso, sopra la coglionaggine, perchè uno magari dà del coglione agli altri, fa dell’ironia, e invece, ecco, no, ci sarebbe una battuta, a proposito di battute, che la diceva il maestro Liverani: la bataglia contro la coglionaggine comincia da se stessi, ecco, questa mi pare detta bene, perchè siamo tutti un po’ coglioni.

Il naso della Sfinge

Quello che succede oggi è il risultato della somma di alcuni atti coraggiosi (o di una totale mancanza di senno).

Il primo è quello dello scrittore, Roberto Radimir. Scrivere, se non lo si fa solo per il cassetto della propria scrivania, è sempre un atto di coraggio. Se si è al primo romanzo, lo è ancora di più. Se il primo romanzo racconta di se stessi e della propria famiglia, figuriamoci.

Il secondo è quello dell’editore, Blonk. A parte che per un piccolo editore ogni libro pubblicato è un rischio, e non da poco, decidere di affidare una nuova collana a uno che di collane non ne sa niente è un bell’atto di coraggio.

Il terzo è quello del sottoscritto, più esattamente di colui che di collane non ne sa niente. O almeno non ne sapeva, e proprio per questo c’è voluto del coraggio ad accettare. Non che sia diventato un esperto, ovviamente, ma visto quello che succede oggi direi che l’essenziale lo maneggio.

Quello che succede oggi, ovvero la pubblicazione de Il naso della Sfinge, di Roberto Radimir, che inaugura una nuova collana Blonk intitolata Stravaganze, curata dal sottoscritto, è sul serio il risultato di una serie di atti di coraggio.

Forse anche di una totale mancanza di senno.

Poi però, s’inizia a sfogliarlo, Il naso della Sfinge. A leggere le prime righe, i primi paragrafi, che diventano in fretta pagine. Ci si immerge in un calore che non si sa bene se sia quello del clima egiziano o quello famigliare, dei propri cari, ma è un calore accogliente, invitante.

S’iniziano a intravedere vicoli polverosi, banchi di ambulanti circondati dalle mosche, ragazzini che corrono e s’infilano in ogni stretto pertugio tra la folla, scomparendo dietro gli angoli, soldati inglesi armati e annoiati, europei spaesati in mezzo a una massa umana vociante formata da talmente tante etnie, culture e fedi da apparire coerente nell’insieme.

L’odore inebriante delle spezie, ma anche quello nauseabondo della Molokhia che qualcuno sta preparando, chissà dove. Coppie che litigano, perché “vuoi mettere i greci rispetto agli armeni?” Qualcuno che nella hall di un albergo grida: “Zabakéria!”. Chissà cosa vuol dire. Cani dal pelo scuro che si aggirano come padroni delle vie. Orde di nazionalisti che vanno mettendo segni su certe case. Solo su alcune. Tram che frenano all’improvviso, senza motivo, coi passeggeri che scoppiano a ridere. Deserto. Oasi. Il futuro nei fondi del caffè. Minareti altissimi. Fotografi amanti dei giochi di parole, tristemente inascoltati. Passaporti. Partenze. E poi ritorni, alla ricerca delle proprie origini. Memorie frammentarie che si vanno incastrando. Nomi, foto, racconti, leggende, invenzioni e bugie.

E sì, forse un po’ di senno è mancato. E di coraggio ce n’è voluto.

Ma ne è valsa la pena dalla prima all’ultima parola.

Stravaganze

Sono successe delle cose, ultimamente.

Una delle cose che mi sono successe – anche se ufficialmente accadrà fra alcuni giorni – è che sono diventato un direttore di collana. Tolte le battute riguardanti gioielli e bigiotteria, resta questa definizione un po’ altisonante, che nella pratica vera e propria vuol dire semplicemente curatore di una serie di libri (molto meglio averne cura che dirigerli, i libri), ma di solito si dice così: direttore. E chi sono io per esimermi dal pavoneggiarmi un po’?

Com’è successo che sono diventato un direttore di collana? Ecco com’è andata. Un giorno mi telefona il buon Lele Rozza, direttore – nel suo caso è più azzeccato, il termine – editoriale di Blonk, casa editrice che ha pubblicato il mio romanzo (racconto lungo!) Eccì. Mi telefona e mi dice, più o meno: «Stavamo pensando di lanciare una nuova collana», e io: «Che bravi, fate bene», e lui: «Non hai capito. Dovresti farla tu, la collana», e io: «Ah. Ma non so mica come si fa». Io, mi rendo conto, devo essere abbastanza in controtendenza rispetto a quest’epoca in cui tutti dicono di saper fare tutto e fanno di tutto. Lì per lì dico: «Proviamo».

La prima idea naturalmente è stata quella di mettere in piedi una collana umoristica. Di letteratura umoristica, nel senso. Ovvero una delle mie passioni, nonché una cosa che nel panorama editoriale nostrano manca abbastanza.
Poi mi ricordo di quella volta che in una libreria di Roma ho chiesto dove fosse la sezione umorismo, e stava di sotto, in fondo a destra, nell’angolo, sul retro della colonna, davanti alla porta del gabinetto. E c’erano libri di barzellette, libri di “fenomeni del web”, e un paio di libri di Campanile che mi guardavano supplichevoli e sembravano dire “portaci via!”. Credo di averli portati via.
È un po’ così, da noi. O è narrativa, o è umorismo. Quantomeno a livello commerciale e di scaffali.

Niente collana umoristica allora. Però l’umorismo ce lo volevo, dentro. In una delle sue tante forme possibili: dalla sottile ironia alle demenzialità, dal tragicomico al brillante. Un po’ di satira, anche, se possibile. Dal riso silenzioso al sorriso al ghigno fino alla sganasciata. E chiedo scusa ai puristi, se mischio tutto nello stesso calderone.

E allora storie, di qualsiasi tipo o genere, finzioni o quasi-finzioni o poco-finzioni, ma raccontate in un certo modo peculiare. Un’esplorazione senza né mappa né navigatore, percorsi non chiari, a prima vista incoerenti, una miscellanea che disorienta, in cui ci si perde, mancando i riferimenti. Un cammino con solo questa – a volte quasi invisibile ma sempre presente – traccia di fondo da seguire, umoristica. Così è nata Stravaganze, una collana, lo dice la parola stessa, che vaga lungo percorsi non battuti, lontana dalle principali vie di comunicazione, e che facilmente conterrà stranezze e bizzarrie. Lassù in cima potete vederne il logo, a sé (credo renda bene l’idea che c’è dietro la collana). Qui, invece, inserito nel suo marchio.

Fra alcuni giorni Stravaganze vedrà la luce, col suo primo volume. S’intitola Il naso della Sfinge, e l’autore è Roberto Radimir (qualcuno qui sul web potrebbe riconoscerlo più facilmente dal suo nick, CoqBaroque). Per ora non vi dico altro, a parte che c’è un’apposita pagina Facebook che fareste bene a seguire per avere presto novità in merito. Intanto vi metto qui la quarta, come diciamo noi direttori di collana:

È notte quando la motonave Esperia, scivolando tra le onde scure del Mediterraneo, si lascia alle spalle le acque territoriali egiziane e al contempo la dittatura di Nasser. L’annuncio del capitano è salutato da un boato di gioia dei passeggeri: una gioia che ha il gusto dello scampato pericolo, anche se il futuro è incerto. Proprio da quest’epilogo prende avvio una narrazione che, un tassello dopo l’altro, ripercorre le vicende di una famiglia d’italiani d’Egitto, e insieme a quelle forma l’esotico e vivace mosaico della società cosmopolita in cui era immersa. Un percorso biografico tracciato con sottile ironia, in cui memoria, invenzione e ricerca storica diventano indistinguibili, ma che attraverso ritratti umani, aneddoti, ricette e canzoni ci racconta un mondo affascinante e caleidoscopico in cui religioni, lingue, usi e costumi molto diversi convivevano in perfetta armonia. Un mondo ormai scomparso, che si rianima però nella memoria e nella ricerca delle proprie origini.

Il best seller più snobbato di sempre (una recensione)

Nella classifica dei libri più letti al mondo, buona parte della vetta è occupata da opere di letteratura fantastica come Il signore degli anelli, Harry Potter, la Bibbia, il Corano. Centinaia di milioni di lettori si sono immersi – e continuano a farlo – nelle loro pagine, ricavandone ore e ore di intrattenimento, in moltissimi casi sviluppando una forte appartenenza a un credo, una chiesa, una visione del mondo. Insomma sono diventati fan accaniti.

Il successo di pubblico di queste opere fantastiche ha numeri impressionanti, anche solo limitandoci ai libri in sé. Se poi aggiungiamo tutto il merchandising che ne è seguito, dai crocifissi alle bacchette ai veli ai neozelandesi, non si può che rimanere allibiti. Anche dal punto di vista della critica, tutte queste opere sono state – e continuano a esserlo – oggetto di profonda attenzione e analisi, di recensioni e ricerche critiche, e hanno generato e generano una mole di studi che va accrescendosi anno dopo anno in modo esponenziale.

C’è però, tra questi best seller di sempre, un caso piuttosto anomalo. Un’opera intergenerazionale, da milioni e milioni di copie, con una diffusione globale, una presenza quasi obbligata sugli scaffali o nei cassetti di qualsiasi casa, una lettura a cui ognuno di noi, a un certo punto, si è sentito costretto, pagine lette e rilette in momenti diversi della vita. Eppure si tratta di un libro che, nonostante esibisca un successo di pubblico non inferiore a quello dei colossi già citati, è stato completamente dimenticato dalla critica, che gli ha dedicato una forzata indifferenza, una mancanza di attenzione talmente accanita da risultare snob, se non sospetta. Ed è a questa colpevole noncuranza che oggi, qui, cerco di porre rimedio, recensendo l’Elenco telefonico.

In particolare, mi riferisco all’edizione Pagine Bianche Macerata 2015-2016, con inserto Pagine Gialle e Tutto Città.

Partiamo dall’oggetto-libro. Il formato è il classico pseudotascabile, o più precisamente un cassettabile nel tavolinetto dell’ingresso, con dimensioni di 175x273mm. La copertina flessibile, di discreta fattura e dalla grafica accattivante, riporta in foto un dettaglio della rocca di Urbisaglia. Non mancano, nella parte bassa, dei falsi pulsanti social. La quarta di copertina, capovolta rispetto alla prima in conseguenza del doppio uso rotazionale Pagine Bianche – Pagine Gialle, riporta la foto di una signora sorridente con l’orecchio poggiato su una grossa conchiglia, immagine che ha una doppia valenza simbolica: quella ovviamente telefonica, e quella acustica, nel senso degli apparecchi per l’udito, come specificato in un box in basso nella pagina. In entrambe le copertine non mancano le alette, che invece di contenere il solito trito riassunto o estratto del libro, e la biografia dell’autore, contengono una pubblicità di servizi sanitari e una di un marchio di caffè.
Per quanto riguarda la pagine interne, la carta è una 30 grammi a disintegrazione progressiva e strappo involontario, di un colore grigio pioggia, con testo nero ed elementi grafici azzurro vanadio. L’impaginazione, fredda e razionale, non lascia spazio a ghiribizzi o motivi di distrazione, e ricorda un po’ certe grafiche del ventennio fascista. La leggibilità del testo è garantita da una massiccia lente d’ingrandimento (non inclusa).

Per quanto riguarda l’opera in sé, siamo palesemente in presenza di un classico della modernità. Raramente un libro sa essere così perfettamente lo specchio di un’intera società, se non addirittura civiltà, perché il suo contenuto e le considerazioni che se ne traggono vanno ben oltre il limite generazionale. La vicenda dell’Elenco telefonico mette le nostre vite a nudo; ci rende, anche involontariamente e a rischio di un eccesso di rabbia, protagonisti stessi di ciò che accade fra le sue pagine. Non possiamo sfuggire al tragico giudizio che se ne trae: siamo individui, sì, ma immersi in una moltitudine che ci annulla, che ci rende irrintracciabili, invisibili, mentre forze oscure e spesso con scopi unicamente economici ci schiacciano in spazi angusti, in cubicoli che confinano coi loro grandi spot accattivanti, a cui spesso cediamo senza lottare.

Il quadro che l’Elenco telefonico fa della nostra società è quello di una massa che pur nell’iper-nominalismo è paradossalmente anonima, incasellata, costretta in un tripudio di serialità alfabetica in cui sfuggire alla regola è impossibile. Al di là delle caste e dei ceti, ogni protagonista – e ce ne sono migliaia, ma idealmente ogni abitante del pianeta – resta lì dov’è, immobile, nella posizione dettata dall’ordinamento più becero, senza alcuna possibilità di cambiamento, di rivalsa.
Col proseguire della vicenda, ci si rende conto che le uniche alternative a questo universo rigido e inamovibile sono l’annichilamento totale, lo scomparire silenzioso dalla storia e dalla geografia, oppure l’avvio di un’attività commerciale, nel tentativo di rendersi superiori, più visibili. Quest’ultima via però, che sembra per un attimo rappresentare una soluzione percorribile e con un esito felice, si dimostra presto una battaglia senza speranza, anzi un circolo vizioso in cui a ogni scalino economico c’è da confrontarsi con entità sempre spaventosamente più potenti, e sembra a tratti di rileggere alcune inquietanti pagine di Kafka.

Al contempo però, l’Elenco telefonico è anche un narrazione micro, oltre che macro, globale. Fortemente localizzata, la vicenda intreccia le vite di personaggi che appartengono a un contesto limitato, paesi che si sfiorano, una provincia quasi dimenticata oltre i suoi confini. In un ambiente in cui tutti conoscono tutti, e il non riconoscere l’altrui è quasi peccato mortale, la linearità dell’intreccio si trasforma in un salmodiare, quasi fossero grani di un rosario, che suona come un loop di “ah, sì”, e ci restituisce le dimensioni microscopiche di un contenitore sociale che un attimo prima ci era apparso senza limiti. Alberelli genealogici spuntano ovunque, e crescendo intrecciano i loro rami fino a formare solo poche grandi piante secolari, le cui radici combattono nell’oscurità del sottosuolo per conquistare spazi e stabilità.

Le piccole vicende quotidiane traspaiono appena e vengono lasciate al lettore, a cui è servita l’impalcatura logistica di un territorio di cui l’Elenco telefonico è la mappa. Mappa di vite che agiscono nel loro micromondo quotidiano senza contraccolpi sulla grande compilazione che è sempre in atto. Inconsapevole, la massa dei protagonisti del libro si aggira come pagine al vento, mentre la lista si aggiorna attimo dopo attimo. Una lista che è vita, è morte, è posizione e ragione sociale, nel tremendo esistere di ogni santo giorno.

È tutto questo, l’Elenco telefonico, e anche molto altro. Un libro-cosmo sconfinato, tassello di un’enormità che è solo accennata in prefissi. Un oltre-romanzo in cui la meta narrazione è ben più di un gioco, è essenza stessa, primo livello di una costruzione potenzialmente frattale. Un oggetto che è soggetto insieme, e in cui il lettore diventa, com’è poi l’uomo nell’Universo, osservatore di se stesso, nell’eterna sfida coi paradossi della conoscenza e nel dubbio costante che tale operazione intellettuale possegga un senso, o si sia semplicemente in presenza dell’incomprensibilità assoluta, dell’idiozia fatta metodo.

Un’opera monumentale che parla di noi, per noi, con noi, in cui ognuno può riconoscersi, anzi deve, se non vuole svanire non solo come protagonista, ma anche come lettore stesso.

Una lettura obbligata, se cercate voi stessi.

Strappare libri

Premesso che a quel punto della filiera l’albero che è stato abbattuto e lavorato per produrre la cellulosa per fare la carta è bello che morto, e quindi prendersela col libro, anche proprio come atto di sadismo, sarebbe piuttosto privo di senso (com’è anche un po’ privo di senso farne tutta questa rumorosa questione per il solo motivo che ci tornano sempre in mente i nazisti che bruciano libri, che se i nazisti avessero bruciato delle costate di manzo volevo vedere adesso com’eravamo combinati), se uno volesse davvero far scontare al libro le colpe dell’autore o della casa editrice, invece di strapparlo lì, in libreria, appena uscito, e farlo finire subito nel cestino, dovrebbe lasciarlo sullo scaffale, dove sarebbe rimasto per un po’ di tempo (quanto volete che venda? Credete che i fan di Salvini siano lettori forti?), diciamo qualche settimana, poi avrebbe affrontato la solita dolorosa odissea dei libri invenduti, attraverso distributori, resi, spedizioni svanite nel nulla, magazzini, reminder, e infine, basta attendere, il macero.

Poi, sia chiaro, se uno vuole fare un gesto simbolico, lbero di farlo, con tutte le conseguenze del caso.

Però, anche qui, anche in questo caso, ho sempre la solita impressione: che Salvini sia diventato questo piccolo supereroe solo perché tutti i suoi detrattori si sono messi lì d’impegno a cucirgli addosso un costume sgargiante.

Com’è andata poi quella cosa del circolo di lettori ed Eccì

(Victoria Singh, The Waiting Room)

 

Insomma ieri sera è successa questa cosa strana di cui vi dicevo qui.

È andata piuttosto bene, devo dire. Abbastanza da correre il rischio di montarsi la testa (ma resisterò, lo prometto).

E a un certo punto c’è stata questa signora che mi ha raccontato che lei era andata dal medico, e si era portata Eccì da leggere, per passare il tempo in attesa del suo turno. Solo che dopo un po’ che lo leggeva aveva dovuto smettere, perché le scappava così spesso da ridere che aveva paura che gli altri lì nella sala d’aspetto la prendessero per matta.

Se non è una cosa bella questa, cosa lo è?

Sarà presente l’autore

Eccì

Questa sera succede una cosa un po’ strana.

Due premesse:

1) Faccio parte di un circolo di lettori che si chiama Viola legge. In buona sostanza si tratta di un gruppo di persone amanti della lettura che all’incirca una volta al mese si riunisce per parlare di un libro, mangiare e bere, scegliere il prossimo libro in lettura, fare chiacchiere. Le riunioni si svolgono un po’ come quelle degli alcolisti anonimi (“Ciao, sono Cristiano e non leggo un libro da tre giorni”), nel senso che a turno ognuno dice la sua sul libro, lo elogia o lo massacra, racconta cosa ci ha visto e sentito, quali altre letture o esperienze gli ha ricordato, com’è andata con quello stile lì, se è stato faticoso o è andato dritto alla meta, se gli è toccato smettere dopo 31 pagine. Cose così. Una differenza sostanziale è che, rispetto agli alcolisti anonimi, da noi l’alcol non manca. Mettiamo anche un voto, alla fine, tanto per tenere una traccia quantitativa, che male non può fare. Nonostante lo scetticismo iniziale, devo ammettere che questa del circolo si è rivelata un’esperienza interessante e divertente, e il confronto con altri lettori fa scoprire cose – del libro e di molto altro – che nemmeno s’immaginano. Poi sì, quando trovi un libro che tu adori e un altro massacra, viene voglia di tirare delle sedie. È normale. L’importante è fermarsi un attimo prima di tirarle davvero, e ripiegare sul vino.

2) Ho scritto un libro intitolato Eccì.

Date tali premesse, ecco la cosa un po’ strana che dicevo: questa sera, al circolo Viola legge, il libro di cui si discuterà è proprio Eccì.

Non so se avete presente una situazione che è contemporaneamente il paradiso (l’ego gonfiato a 100 e passa atmosfere) e l’inferno (accerchiato da una piccola folla appositamente lì per giudicarti) dello scrittore. Ecco. Oppure lo straniamento di passare da giudice a giudicato, mentre ci si pente amaramente di esserci andati giù pesanti quella volta con quel libro, con quell’autore, e già ti pare di percepire il woof woof del boomerang che torna indietro.

A parte questo leggero oscillare tra gioia e terrore, l’unica cosa che spero non accada è che qualcuno, per colpa dell’autore lì presente, si autocensuri, e si trattenga dal tirare delle sedie. Perché dopo essere diventato un buon lanciatore, è ora che impari anche a schivarle.

Eppoi, come si dice, qualche sedia in faccia non può che far bene.

Eccì, gli effetti collaterali

Una delle cose che non mi aspettavo, dopo la pubblicazione di Eccì, è stata la reazione dei lettori. Non parlo tanto dei giudizi, positivi o negativi, dei complimenti o degli insulti: quelli li mettevo in conto. Parlo dei riferimenti, letterari e non solo, che i lettori ci hanno trovato dentro, dei personaggi che li hanno colpiti e dell’empatia o antipatia verso di loro, parlo di quei passaggi e di quelle frasi a cui hanno dato più peso rispetto al resto, che hanno sottolineato, delle loro ipotesi sui luoghi e sui tempi della vicenda, nonché sulle cause scatenanti degli eventi, dell’affezione o odio verso certi dettagli (i nomi, per dirne una). E queste reazioni, questi rapporti unici che si sono creati fra i singoli lettori ed Eccì, queste inaspettate costruzioni di cui io ho fornito a malapena le fondamenta, sono state una fonte inattesa di meraviglia, e non posso non prenderle come una dimostrazione tangibile dell’immensa potenza creativa del lettore, al cui confronto quella dello scrittore sembra poca cosa.

Fra tutti questi lettori però, ci sono due categorie che sento di dover apertamente ringraziare per aver mandato fuori scala la lancetta della sorpresa: al secondo posto, quelli che con Eccì gli ho provocato un continuo e fastidioso prurito, durante la lettura; al primo, quelli che, finito Eccì, gli ho fatto venire il raffreddore. Dicono.

L’accento tedesco

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Ieri, durante la prima presentazione di Eccì, a un certo punto Francesca, che era lì a presentarmi e a farmi delle domande, ha iniziato a leggere al pubblico un brano del libro in cui a parlare è un medico mezzo pazzo e mezzo tedesco, il dottor Kraus. Dopo qualche riga l’ho interrotta e le ho detto che lì, quando parlava Kraus, c’era da fare l’accento tedesco, e se voleva potevo leggerlo io, quel brano, che l’accento tedesco lo so fare. Così ho iniziato a leggere le parole di Kraus con l’accento tedesco, solo che questo accento tedesco non mi è uscito benissimo, e infatti poco dopo mi sono fermato, ho guardato i presenti e ho detto “mi sa che non è tedesco, questo”, perché usciva una roba con una erre strana che pareva più francese, e loro hanno detto “e infatti”. Al che ho continuato a leggere, e questo accento finto tedesco forse francese è cambiato di nuovo, ha preso una piega inaspettata, con la erre che ha quasi smesso di vibrare, e all’improvviso mi sono bloccato, ho guardato il pubblico (che dall’espressione media secondo me stava pensando “chissà chi bisogna chiamare quando fa così”) e ho detto “ah, no, questo è Guccini”, e loro hanno detto “e infatti”, così ho aggiunto “facciamo che lo leggo senza accento tedesco”, e loro “eh”, e ho fatto così.

Questo per dire che alla prossima presentazione, questa cosa dell’accento tedesco magari la evito.

Se lo dice il papa

C’è questo libro che s’intitola Vite efferate di papi, scritto da Dino Baldi, che per me è stato un piccolo scrigno di meraviglie inaspettate, nel senso che da una raccolta di vite di pontefici mi aspettavo – che so – palandrane, passi strascicati, cori echeggianti sotto alte volte, sguardi puntati al cielo, sentita spiritualità, candele, preghiere e altre cose così. Invece dentro c’ho trovato prodigi d’ogni genere, torture, corpi devastati, anticristi, fughe rocambolesche, trucchi e inganni, incantesimi, conflitti, risse, gozzoviglie e vizi d’ogni genere, insieme a qualche isolata virtù.

E immerso tra questi racconti sorprendenti di personaggi grotteschi dannatamente umani, pur con un piede nel divino, c’è anche quello riguardante il bolognese Prospero Lambertini, più conosciuto ai posteri come Benedetto XIV, di cui a un certo punto si dice così:

Si lasciava spesso andare alla parlata bolognese anche in occasioni ufficiali, e in particolare non riusciva a liberarsi dell’intercalare «cazzo». Siccome da molte parti gli rimproveravano di essere un po’ troppo sboccato per un pontefice, aveva incaricato il suo affezionatissimo maestro di camera monsignor Boccapaduli (che lui chiamava «mostro di camera», perché era bruttissimo) di stargli sempre accanto durante le udienze e di tirargli la tonaca ogni volta che gli fosse sfuggita quella parola di bocca. Una mattina presto si presentarono i camerieri segreti a riferire come al solito sugli avvenimenti cittadini. C’era stato, dissero, un incendio nel rione Monti. «Cazzo! Ci sono morti?», chiese il papa. Subito Boccapaduli dette una strattonata alla tonaca, e il papa sotto voce: Avi rason… Continuando il racconto dei fatti di Roma, ogni volta il papa li commentava con un «cazzo!», e ogni volta il servitore dava uno strappo. Alla fine, stanco di tutto quel tirare, gli urlò: «Hai rotto i coglioni Boccapaduli! Cazzo cazzo cazzo! La voglio santificare questa parola! Voglio dare l’indulgenza plenaria a chi la pronuncia almeno dieci volte al giorno!». E da allora, nessuno ebbe più da ridire sul suo modo di parlare.

Figli kafkiani

L’altro giorno, mentre avevo una copia di Eccì in mano, a un certo punto ho fatto uno di quei gesti goffi che noi svariatamente scoordinati ogni tanto facciamo, così il libro mi è scivolato e si è diretto molto einsteinianamente verso terra. Allorché, nel tentativo di recuperare sia il libro sia la mia atleticità agli occhi del mondo, mi sono esibito in un movimento rapido, deciso, mirato, e ho afferrato il volume grave con una stretta sicura di pollice e indice, applicata però a un angolo di pagina, che quindi, in virtù di alcune caratteristiche dei derivati della cellulosa, si è strappato. Il libro ha terminato la sua caduta sul pavimento, e io sono rimasto con un triangolino di carta in mano. Allora mi è venuto subito in mente (succede sempre, in questi casi) Kafka, che una volta scrisse un racconto intitolato Undici figli, in cui non faceva altro che descrivere i suoi undici figli; figli che, piccolo dettaglio, non aveva, ma che poi venne fuori che erano undici racconti a cui stava lavorando. Li considerava figli, i suoi racconti, Kafka. E anche a me piace un po’ considerarli così (figli miei, non di Kafka), i miei racconti. Perciò, quando l’angolo della pagina di Eccì s’è strappato, e il libro è caduto, che è un po’ come se uno avesse un figlio di carne e ossa e per una mossa sbagliata lo facesse cadere dalle braccia, e cercando di riprenderlo non dico gli staccasse un braccio, ma insomma gli facesse in qualche modo male, ecco, in quel momento lì mi sono sentito un po’ padre degenere. E avrei anche dovuto disperarmi e percuotermi il petto e piangere, solo che non mi è venuto spontaneo, e allora adesso cerco solo di starci un filo più attento.

L’insostenibile leggerezza del lasciare un libro a metà

Sebbene tra i diritti inalienabili del lettore vi sia anche quello di non finire un libro, difficilmente mi avvalgo di questa sacrosanta opportunità.

Nella mia modesta carriera di lettore, i libri di cui ho abbandonato la lettura si contano sulle dita di una mano di Topolino. In sostanza, non ce la faccio: una volta iniziato un libro devo finirlo. Anche se mi viene voglia di tirarlo dalla finestra, in fiamme, mentre lo colpisco ripetutamente con un bazooka.

È stupido, lo so. Anzi peggio: è una violenza. Anche perché, e ogni lettore lo sa bene, potrebbe trattarsi di un bel libro, letto però nel momento sbagliato. Accanirsi per poi odiarlo è assurdo, quando si potebbe metterlo da parte e ricavarci una sana soddisfazione più un là, fra mesi o anni.

Per molto tempo ho giustificato questa mia diabolica perseveranza con una domanda: e se smetto di leggerlo e dalla pagina successiva diventa un gran bel libro? Che è un po’ come chiedersi: e se domani il sole non sorge? Il che, capiamoci, è possibilissimo, perché la nostra conoscenza del mondo funziona proiettando il passato (il sole è sempre sorto) nel futuro (sorgerà anche domani), ma di garanzie definitive non ce ne sono da nessuna parte. Quindi il sole potrebbe non sorgere, domani, e quel libro potrebbe essere bellissimo, dalla prossima pagina. Però, ammettiamolo, è piuttosto improbabile che accada. Scommettiamo che l’ignoto sia uguale al noto e andiamo avanti così, induttivamente.

Ora però, da qualche tempo a questa parte, ho capito che quel “finisci il libro!” è solo un vuoto imperativo morale, il quale, come tutti i vuoti imperativi morali, ha due effetti principali: vi rovina la salute e vi fa perdere tempo. Vi rovina la salute perché, come ho già detto, è una violenza. E vi fa perdere tempo perché, invece di arrancare con fatica attraverso pagine che strappereste volentieri, per poi gettarle dalla finestra in fiamme mentre le colpite col solito bazooka, potreste dedicare quel tempo per leggere qualcosa di meglio. State cioè sottraendo del tempo a una buona lettura. Il che, se avete già raggiunto la consapevolezza che un giorno morirete e che quindi il numero di libri che potete leggere nell’arco di una vita è limitato, è imperdonabile.

Così, sull’onda di questa mia nuova saggezza di lettore pronto a lasciar da parte un libro che proprio non ce la fa, ho di recente “parcheggiato” L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera, dopo circa 150 pagine (avrei dovuto farlo prima, ma la saggezza si affina col tempo, non è un interruttore acceso/spento), perché avevo una gran voglia di buttarlo dalla finestra ecc.

(L’avevo trovato l’estate scorsa, in una bancarella di libri usati. Ricordavo di averlo sentito tanto nominare, negli anni ’80, e che c’avevano tratto pure un film, che non avevo visto. Tanto bastava per comprarlo)

Se ha avuto il successo che ha avuto, un motivo ci sarà, letterario o meno. (la mia attuale ipotesi è che il nome dell’autore, Milan, abbia trovato grossi consensi nelle cerchie calcistiche, e che questa prima fetta di lettori abbia fatto da traino) Io so solo che, dopo un centinaio di pagine, avrei preferito curare una carie a un piranha senza anestesia (a me, nel senso, l’anestesia). Proverò a leggerlo fra qualche mese. Anzi, facciamo fra qualche anno. Chissà che non lo adori.

Sulla scorta di questo parcheggio letterario, e di questo nuovo carico di saggezza, ieri, mentre girovagavo solitario in una libreria, è entrata una ragazza e ha chiesto alla libraia L’insostenibile leggerezza dell’essere. Io, che ero lì a due passi, ho pensato: adesso glielo dico. Le dico di no, meglio di no, che prenda qualcos’altro, che quel libro lì a un certo punto diventa di una noia che le conviene avere un bazooka in casa, oltre a una finestra aperta. Che lo prenda fra qualche anno magari. Ho pensato: no, non glielo dico, sennò la libraia mi mena perché le ho fatto saltare una vendita. Le faccio dei segni: scuoto la testa, oscillo l’indice.

Poi però, visto anche questo nuovo carico di saggezza che mi porto dietro, ho deciso di lasciar stare, perché ogni lettore ha la sua strada, e io sono un librardemocratico.

Quella ragazza, lei e solo lei potrà decidere se L’insostenibile leggerezza dell’essere è un capolavoro oppure un libro noioso, se è il caso d’insistere o lasciar perdere, se riprenderlo più avanti, saltare le pagine, adorarlo, leggerlo una volta l’anno, donarlo alla biblioteca o regalarlo a un’amica odiosa.

Io, con le tasche piene di saggezza, ho lasciato che decidesse da sé.

Tanto non ce l’avevano disponibile.