Bene! Bravo! Bis!

La politica italiana dell’ultimo mese è stata un po’ come quel film, Donnie Darko. L’avete visto, e vi ha pure coinvolto, ma non avete idea di cosa cazzo parli. È successo di tutto e il contrario di tutto, coi giornali che raccontavano il contrario di tutto quando succedeva di tutto, e raccontavano di tutto quando succedeva il contrario di tutto, come loro abitudine.

Dire con esattezza come sono andate le cose è impossibile. Perché è caduto il governo gialloverde? Chi l’ha fatto cadere? Cos’è andato storto? Non lo sapremo mai. Io, nel mio piccolo, so solo che adesso, quando organizzo la serata poker a casa mia, tutti gli amici che invito non fanno che ripetermi “Oh, mi raccomando, dillo pure a Salvini!”. Ma no, non lo inviterò. Mi svuoterebbe la dispensa. Mi chiuderebbe il porto (ho un piccolo porto in casa).

Fatto sta che la crisi di governo più beckettiana da che siamo una repubblica si è finalmente conclusa, e il gialloverde è passato di moda. D’altronde l’estate sta finendo, ed è il momento di far partire la collezione autunnale, che giustamente è giallorossa, a ricordare le foglie pronte a cadere dai rami e certe ferite piene di pus. Dopodiché arriverà l’inverno: cioè il sonno, la morte, la putrefazione, ovvero il contributo del PD al programma. I 5 Stelle ci hanno messo la carta intestata.

El gobierno ha muerto, viva el gobierno!
(Elon Musk)

È vero, PD e 5 Stelle sono una strana coppia. Ma non so se siete mai stati di notte in certi parcheggi isolati di periferia.

Si sono presi a insulti per mesi. Anzi, per anni. E se avete esperienze matrimoniali sapete quanto questo conti perché la cosa funzioni bene. Finché morte non li separi, ovviamente.

Certo, le politiche sull’immigrazione dovranno cambiare. Dire a quei poveri disperati che arrivano sui barconi “non venite in Italia, non c’è lavoro, non ci sono opportunità” non funzionerà più. Non dopo aver dato una seconda chance sia a Conte che a Di Maio. Siamo ufficialmente il paese delle seconde possibilità.

Conte fa il bis. Peccato non si tratti di Paolo.

Ma va bene così. Abbiamo mandato a casa qualche ministro e qualche sottosegretario che persino a Mordor sarebbero stati visti con diffidenza.

Spiace un po’ per Toninelli. Di strada non ne ha fatta così tanta. E sì che era il ministro dei trasporti.

Vediamo cosa combina questo nuovo governo. I mercati ci credono, lo spread è in forte calo, e pure la glicemia di Salvini è rientrata nei valori normali. (va be’, un po’ di stress al fegato, ma quello ci sta)

Sarà un quadrimestre bellissimo.

 

Il governo come opportunità


Un governo come quello che c’è adesso in Italia, secondo me, è una grande opportunità. Se riusciamo a trovare delle belle vetrinette dove esporlo, e facciamo pagare dieci ma anche quindici euro a visitatore, sono sicuro che un punto un punto e mezzo di PIL lo tiriamo su, perché dall’estero figurati se non vengono a vedere un’attrazione simile, figurati se non fanno le code per visitarla, per farcisi i selfie, per comprare i souvenir dedicati, prendere il catalogo, per raccontare quando tornano a casa che roba incredibile che hanno visto lì, in Italia.

Il governo poi, figurati se si tira indietro davanti a un progetto simile. Gli dici di risollevare le sorti economiche del paese senza che ci sia bisogno che facciano nulla. Anzi, addirittura mettendosi in vetrina. Capace che ci stanziano anche delle cifre.

Così vinciamo tutti.

Ora l’unica cosa è trovare delle belle vetrinette.

Velo Di Maio

Io non ne so niente di come si amministra uno stato, e infatti non lo faccio. Qualcosa in più, diciamo le basi, so a proposito di testi che seguono un percorso che va dalle mani dell’autore o degli autori fino alla loro diffusione pubblica, che sia su carta o tramite altri mezzi. E so che durante questo percorso il testo subisce modifiche in molti modi e per opera di mani – o manine che dir si voglia, dipende da quanto volete apparire vicini alla frequentazione della seconda elementare – diverse. E so che queste modifiche possono anche risultare non appropriate, o introdurre errori di varia natura. E so che, proprio perché si corrono tali rischi, il percorso del testo prevede, prima della diffusione, un controllo finale anche e soprattutto a opera di chi è all’inizio della catena di passaggi, ovvero l’autore o gli autori, affinché ci sia la ragionevole certezza che il messaggio che si voleva comunicare sia nel frattempo rimasto intatto, pur nelle modifiche apportate. E so anche che, in caso di catastrofi (per esempio, un libro che esce col nome dell’autore sbagliato in copertina) (sì, può succedere) (per esempio, un libro che esce con parti mancanti e al loro posto pagine bianche) (sì, può succedere), la responsabilità pubblica se la prende l’ente che cura la pubblicazione, che poi, in privato, farà i conti con i responsabili materiali, se sono rintracciabili.
Certo, amministrare uno stato è tutta un’altra cosa, e non ho idea di come si faccia. E infatti non lo faccio.

Agoratobia

Prima, il più temuto spettro di potere che potessi immaginare era la dittatura.

Poi c’è stata la questione – che, a margine, io ritengo semplicemente privata – di Vendola, del suo compagno e di loro figlio.

E adesso, più della dittatura, mi mette i brividi la democrazia diretta.

Ratatatatouille

Terrorismo, ancora tu.
Ma non dovevamo vederci più?

Credevo l’avessimo sconfitto.

Mi ricordo che avevano detto così, in televisione, qualche anno fa. O era la fame nel mondo? Oppure il cancro?

Ora non ricordo i dettagli, ma c’era questo tizio che sorrideva e diceva che il capo del terrorismo era morto, quindi – aveva spiegato – anche il terrorismo era finito. Lì per lì tutti pensammo che fosse una cazzata, solo che poco più tardi morì Steve Jobs e fummo costretti a ricrederci.

Era stato un discorso piuttosto lungo. Ogni tanto il tizio era costretto a fermarsi per bere un sorso di petrolio.

Perciò, in poche parole, non avevamo più nulla da temere. Eravamo al sicuro.

In Medioriente quel discorso fu la trasmissione televisiva più mandata a fanculo di sempre. Addirittura più dell’uscita di Khaled alle semifinali di X-Factor Giordania.

E invece eccolo qui, il terrorismo. Qui in Europa. In Francia. A Parigi. In centro. Nel cuore delle ZTL, uno dei simboli della nostra civiltà.

Sì, c’era già stato per Charlie Hebdo, in centro. Ma vuoi mettere far fuori la redazione di un giornale satirico col far fuori i lettori di un giornale satirico?

(già che ci siamo, evoco la libertà d’espressione. Non si sa mai)

Siamo completamente su un altro piano. Quello a Charlie Hebdo poteva essere interpretato come una feroce critica ai contenuti, alla qualità. Una stroncatura, in sostanza. I critici letterari spesso difettano di tatto.

Qui da noi invece sarebbe stato interpretato come legittima difesa: “Ho tutto il diritto di difendermi sparando, se rischio di farmi quattro risate con una vignetta cazzona”.

Questa volta invece il terrorismo è stato meno simbolico e più pratico. Ha colpito la normalità: ristoranti, sale concerti, stadi. Tutti posti in cui bisogna prenotare.

(non so chi abbia riesumato l’espressione “sala concerti”, so solo che ogni volta che la leggo immagino un quartetto d’archi e Maria Antonietta in prima fila)
(e sì, ovviamente con un vassoio di brioche davanti)

C’è da dire che allo stadio non è successo granché. Niente di paragonabile a una normale giornata di campionato italiana.

Attaccare i ristoranti invece è davvero un colpo basso, con quello che ti fanno pagare.

Perché c’è anche il rischio che esploda l’ironia, oltre all’eventuale cintura da kamikaze, se magari avevi ordinato il piatto vegetariano, dopo l’allarme dell’OMS sulla carne rossa, e già ti vedevi campare cent’anni almeno. Oppure sei lì che mangi qualcosa di prelibato, probabilmente a base di pancetta, e dici – è successo a tutti, inutile negare – “oddio, quant’è buono, adesso potrei morire felice”, e ti sparano. Oppure sei lì che metti un pizzico di sale dell’Himalaya sulla bistecca di angus scozzese perché è la morte sua, e sparano a te. Finire nel ROFLD (Rolling On the Floor Laughing and Dying) è un attimo.

Non si fa. E la scusa non può essere che eri sotto effetto di droghe. Lo erano la maggior parte di quelli che hai ammazzato, santo cielo, era venerdì sera!

A noi, che seguivamo da lontano, tramite i social network, sembrava di vivere un’allucinazione. Notizie e smentite si susseguivano a un ritmo incalzante, vertiginoso. Vero e falso erano indistinguibili. A un certo punto sembrò che gli attentati fossero stati rivendicati da un gruppo Scout di Marsiglia.

La confusione era massima: Salvini sembrava aver fatto una dichiarazione intelligente; Bossi sembrava aver fatto una dichiarazione, invece avevano spostato un mobile pesante; Renzi sembrava aver lanciato un hashtag che un’unità cinofila dell’intelligence gli aveva prontamente riportato; Mattarella sembrava il Presidente della Repubblica.

E di seguito lo sconcerto. Il cordoglio. La vicinanza della comunità internazionale: la ferma condanna di Obama, il “ve lo dicevo io” di Putin, la reazione del premier di Trinidad e Tobago, che magari ha detto una roba intelligentissima ma nessuno l’ha ascoltato.

A gran voce la richiesta di reagire agli attacchi razionalmente, con saggezza. Da stato democratico.

E infatti Liberté, Egalité, Bombardé.
E infatti un po’ meno Liberté, perché c’è bisogno di sicurezza.
L’equivalente di un cinepanettone, in quanto a originalità.

Gentile cittadino,
in seguito a questi terribili eventi, come governo democratico ci sentiamo in dovere di rassicurarti, perché il tuo benessere ci sta profondamente a cuore. Perciò, ci teniamo a comunicarti che abbiamo deciso di innalzare il livello di attenzione in tutto il Paese. Sapremo dove vai, cosa fai e con chi, cosa dici e a breve cosa pensi. Ascolteremo le tue telefonate, leggeremo le tue email e le tue chat. Sapremo cosa compri e dove. Potremo chiederti di seguirci senza fare troppe discussioni. Potremo tenerti in una stanza vuota per qualche ora. Farti delle domande con tono sgradevole. Niente di cui debba preoccuparti, se sei un cittadino per bene. Lo facciamo per te, per la tua sicurezza. È spiacevole anche per noi, ma non c’è altro modo. Eroderemo giusto uno spicchio delle tue libertà personali, non di più. Come dici, era l’ultimo?

3000 euro

Ho visto che il Governo innalzerà il limite per i pagamenti in contanti da 1000 a 3000 euro.

Lo trovo profondamente sbagliato.

E non c’entrano il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale.

È una faccenda personale.

Voglio dire, per una volta che avevo un traguardo economico raggiungibile, hanno spostato l’asticella.

Avrei potuto farlo: pagare in contanti col massimo della cifra ammessa dalla legge.

Avrei potuto svegliarmi una mattina, andare in banca, ritirare 1000 euro dal mio conto, lasciarci la solita ragnatela e alcune monete ossidate, uscire, andare in un negozio che vende cose che costano quasi 1000 euro e comprarne una pagando in contanti.

Sarei anche potuto andare in un negozio che vende cose che costano molto meno, e comprarne tante. È vero. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Quando al supermercato vi presentate alla cassa con 100 euro di pane, pasta, uova, carta igienica, salsa di pomodoro, braciole, deodorante per ambienti, anticalcare e tutto il resto, non avete la stessa espressione di quando stringete in mano solo una bottiglia di champagne che costa altrettanto. Col carrello della spesa guardate la cassiera con quello sguardo che sussurra ”Guarda come sono ridotto. Tutta questa roba è solo per sopravvivere, un pasto dopo l’altro. Sto sprecando la mia vita, lo so. Credo che uscito di qui andrò a gettarmi dal ponte della provinciale“. Lo champagne invece non lo appoggiate nemmeno sul nastro. Lo passate direttamente nelle mani della cassiera mentre con gli occhi le gridate ”Guarda qui cosa posso permettermi di fare, sfigata che non sei altro!“ (o, in caso si trattasse di una bella ragazza ”Guarda cosa posso permettermi di fare, tesoro. La prossima la beviamo assieme“).

Avrei potuto farlo. Solo una volta, ok, ma avrei potuto. Un singolo attimo di vita al limite delle mie possibilità, quasi al di sopra della soglia di legge. Per provare il brivido, la vista dalla cima, l’esuberanza. Un singolo atomo di potenza economica. Per poi barcollare e sfracellarmi, certo. Ma ne sarebbe valsa la pena.

Non l’avrei fatto.

Non l’ho fatto.

Ma avrei potuto.

3000 no però. 3000 è oltre le mie possibilità.

Non lo farei comunque, ma nemmeno potrei.

Niente champagne in mano. Giusto mezzo carrello. Anzi facciamo il cestino. Col manico che sembra staccarsi da un momento all’altro.

Ecco cosa sta per fare questo Governo.

Sta per strapparmi via un sogno.

E io per questo lo odio. Lo odio profondamente.

(Comunque, non c’entra niente, ma se posso darvi un consiglio, non uscite mai a fare shopping con Winona Ryder)

Proposta per un programma televisivo di cui si sente il bisogno (almeno io sì)

La televisione degli ultimi anni ha sfornato una quantità di format così singolari che viene spesso da pensare che gli autori non sappiano più cosa inventarsi, e ancor di più lo si spera. È passato poco più di un decennio da quando siamo rimasti frastornati dal Grande fratello, e nel frattempo le stranezze televisive si sono moltiplicate. Tra un’ondata di reality e una di talent, nel bel mezzo di un bombardamento di programmi food (attenzione a non dire “di cucina”) è sorto tutto un sottobosco di trasmissioni che vi portano in casa robe che in casa non vorreste mai avere: sporcizia, malattie, morte, psicopatologie, Sgarbi.

In questo panorama così variegato e che fa rimpiangere il Postmodernismo (ora dovremmo essere nel Magarisitornassealmodernismo) si sente la mancanza di un programma che sia in grado di raccogliere i cocci di tutto quello che è andato in frantumi, cioè tutto, e inizi a reincollarli per vedere se si riesce ancora a tirarne fuori qualcosa di buono. Perciò, ispirandomi al famoso show con Gordon “blé di rabbia” Ramsey, ho ideato un reality intitolato “Governi da incubo”.

In pratica, si prende l’equivalente politico-amministrativo del famoso chef e lo si manda a cercare di salvare il governo dalla catastrofe, agendo ai vari livelli della pubblica amministrazione: comuni sull’orlo del fallimento, province commissariate, regioni afflitte da scandali, tangenti e infiltrazioni malavitose. Ovunque ci sia bisogno di un miracolo, quindi ovunque, e di un uomo forte in grado di operarlo, il Gordon Ramsey governativo va e risolve; oppure fallisce, e signori si chiude. Oltre alla stagione standard che si basa sulle amministrazioni più o meno locali, si può prevedere un finale di stagione di due episodi ambientato in Parlamento.

Ai produttori che fossero ancora in dubbio vorrei far notare come un format del genere sia facilmente esportabile all’estero, lavorando sulla caratterizzazione nazionale, e possa essere venduto anche alle emittenti governative dei regimi dittatoriali, proponendolo però come programma di tarda serata, o col bollino rosso.

Non mi metto a scendere nei dettagli, ma se qualcuno della TV volesse contattarmi per discuterne, si senta libero di farlo.

Come affrontare bene la caduta del governo

Innanzitutto niente panico. Non stiamo parlando di un asteroide di 12 kilometri. La probabilità che la caduta del governo causi la vostra morte o quella dei vostri cari è minima. No, non è pari a zero, ma siamo lì.

La cosa migliore che potete fare è fregarvene. Inutile farsi prendere dall’ansia per un evento che non avrà ripercussioni negative sulla vostra vita: l’idea che l’instabilità politica danneggi i cittadini più della stabilità è infatti una scemenza. Siete per caso diventati più felici, più ricchi o più belli quando c’è stato un governo lungo e stabile? Non credo. Ai politici invece è successo, guarda caso. Ecco perché sono loro i primi a preoccuparsi, se cade il governo. Quindi, se non siete dei politici di mestiere, state pure tranquilli: le cose continueranno ad andar male senza scossoni.

Inoltre ricordate sempre che in Italia il declino non ha un fine corsa. Siamo stati così bravi da scoprire un metodo per far andare le cose sempre peggio senza mai raggiungere la catastrofe completa. È una cosa che assomiglia al paradosso di Achille e la tartaruga. Scaviamo scaviamo, ma non tocchiamo mai il fondo. Il che significa che potremo andare avanti per sempre, evitando comunque il disastro. Vi pare davvero il caso di preoccuparvi?

Ah, dimenticavo: bevete molta acqua.