Inventarsi nuove scuse

Ieri, ascoltando la radio, a un certo punto c’era questa speaker che commentava il messaggio di una ragazza che aveva scritto che lei, siccome faceva l’università, era assillata da tutti quelli che le chiedevano in continuazione “Quando ti laurei?”, e questa speaker le aveva risposto di stare pur tranquilla, tanto dopo la laurea tutti avrebbero iniziato ad assillarla con altre domande, tipo “Quando ti sposi?”, “Quando fai dei figli?”, domande che ti rivolgono soprattutto i parenti e soprattutto durante il Natale, quando ci si ritrova a tavola con loro, e anzi questa speaker si ricordava di una sua zia piuttosto fastidiosa che proprio a un pranzo di Natale continuava a chiederle “Eh ma quando ti sposi?”, e lei alla fine, estenuata, aveva perso la pazienza e le aveva dato una rispostaccia: le aveva detto che era lesbica. Così aveva messo a tacere la zia.

Solo che adesso, ho pensato io dopo aver ascoltato, i gay possono sposarsi. Perciò, ecco, come scusa contro le zie petulanti non funziona mica più, questa qui di essere gay. Tocca inventarsi altro.

Anche il progresso civile, qua e là, ha qualche piccola fregatura.

L’unico argomento che ho contro le adozioni gay

Ci ho pensato a lungo, e alla fine, insistendo, ho trovato una specie di argomento contro le adozioni da parte di coppie gay.

Si tratta di una situazione che con le coppie etero non può verificarsi, perché lì ci sono un padre e una madre, e l’unicità delle due figure non pone problemi di confronto diretto. Nelle coppie gay invece ci sono due padri o due madri.

Perciò, in uno scenario del genere, il rischio è che per esempio ci si ritrovi a non essere il miglior padre del proprio figlio.

Nel senso che l’altro padre è meglio.

Lo stesso vale nel caso di due madri.

Con genitori etero ovviamente questo non succede, perché un padre, per quanto scarso, godendo della caratteristica dell’unicità, è necessariamente anche il migliore. E pure la madre.

Quindi, ecco, vorrei che le coppie gay ci pensassero su.

E se se la sentono di rischiare, ok.

Chiamateli matrimoni

Davvero qualcuno pensa che dirò cose tipo “Domenica prossima ho un’unione civile e non ho trovato ancora niente da mettermi”? Davvero qualcuno crede che mi arriveranno messaggi su WhatsApp con scritto “Venerdì sera alle 21.30 da noi per vedere le foto dell’unione civile e del viaggio più o meno di nozze”? Davvero c’è chi immagina dialoghi che iniziano con “Hai saputo chi si unisce civilmente?” o “Proprio belle le bomboniere di Carlo e Roberto”? Voi fate come vi pare, ovviamente. Io però li chiamerò matrimoni, senza aggiungere asterischi o postille. Anche se la norma non mi dà ragione. Perché credo che le parole costruiscano la realtà molto più rapidamente delle leggi. E queste ultime, a un certo punto, non possono che adeguarsi.

Project for the New Vatican Century

La Chiesa sta lì da duemila anni.

Ha avuto alti e bassi, certo, ma non ha mai ceduto.

Ha resistito a  scismi, eresie e scandali. Ha superato indenne il progresso scientifico, il comunismo, la rivoluzione sessuale.

È bastato aspettare, avere pazienza, mantenere il sangue freddo e pensare a lungo termine. Con così tanta storia alle spalle, non si ragiona sul domani o dopodomani (come fanno solitamente i governi), si pensa davvero al futuro: venti, trent’anni avanti. Anche di più. Una partita a scacchi con un tempo illimitato per ogni mossa.

Così, ora, quando passerà la legge sulle unioni civili, la Chiesa non farà niente. Non subito. Ma inizierà a preparare la sua contromossa. Sempre che non abbia già iniziato.

Potrebbe, per esempio, crescere una generazione di persone con una certa mentalità, aiutarle in un percorso personale, di studio e lavorativo, fino a farle diventare piccoli amministratori della cosa pubblica. Che so, sindaci.

Sindaci obiettori di coscienza.

Che i gay non li sposano perché è peccato.

Un po’ come con la storia dei medici e dell’aborto.

Un piano che avrà bisogno di almeno trent’anni, per funzionare.

Ma che vuoi che siano trent’anni, quando ne hai più di duemila?