Tagliare (davvero) i parlamentari

Ho letto che il governo vuole tagliare il numero dei parlamentari. Così facendo, diminuirebbero i costi della politica. L’idea è di tagliarne 345. Non so perché 345, forse perché è un numero facile da ricordare, tipo 123 o 1789 (che intuito, i francesi, a fare la rivoluzione quell’anno lì), oppure c’è un motivo più serio. Ma non credo.

Su questo fatto di tagliare i parlamentari ho un solo dubbio: se l’obiettivo è quello di risparmiare, che senso ha tagliarne solo 345? Che senso ha tenersi tutti gli altri (circa 600), spendendo comunque una cifra considerevole? Tanto vale darci un taglio davvero, e lasciarne solo uno, che a quel punto deciderà su tutto e per tutti. E anzi, secondo me, se togliamo di mezzo tutti i parlamentari tranne uno, quell’unico che avrà il potere assoluto lo stipendio neanche lo vorrà, e non spenderemo nemmeno un centesimo per far funzionare la democrazia.

Outdipendenza

Premesso che io sono per l’abolizione degli stati nazionali e per la creazione di una federazione planetaria (e, quando sarà, interplanetaria), un po’ perché

1) diomio cerchiamo di non essere ridicoli, è il 2017 e le merci vanno ovunque e le informazioni (leggi: internet) pure vanno ovunque ma le persone sono ancora sottoposte al Chi è lei? Cosa viene a fare? Che lingua parla? Ha del cibo in valigia? Mi mostra per favore un pezzo di carta dov’è scritto che in effetti sì, può venire qui? Parlerà male di noi quando tornerà a casa? Ma ce l’ha una casa?
E un po’ perché
2) col regresso all’infinito verso il basso (mi separo dall’Europa, mi separo dall’Italia, mi separo dalle Marche, mi separo dalla provincia di Macerata, mi separo da Barbatruccoli, mi separo da via Manzoni, mi separo dal civico 21, mi separo dal secondo piano, mi separo dalla sala da pranzo, mi separo da me stesso, e il giorno dopo sul Carlino “Indipendentista estremo trovato decapitato”) non si finisce mai bene,

se uno deve proprio indire un referendum per l’indipendenza di una regione, non può certo chiedere il parere di quelli che abitano lì nella regione. È sbagliato come approccio, secondo me, e così è davvero poco democratico. Se fai un referendum del genere, il quesito va posto a tutti gli altri. Per esempio, invece di indire un referendum in Veneto per l’indipendenza del Veneto, bisognerebbe indirlo in tutto il resto d’Italia per l’indipendenza del Veneto. Cioè, non sono i veneti che devono dire “L’Italia ci sta sul cazzo, ce ne andiamo”, ma gli italiani che devono affermare “I veneti hanno rotto il cazzo, che se ne vadano”.

La democrazia funziona così, con la maggioranza che decide. Non me lo sono mica inventato io.

Il signor Paternazzi al referendum

Il signor Paternazzi è nella cabina elettorale. Dentro e fuori la cabina in questo momento è il 4 dicembre 2016, giorno del referendum sulla riforma costituzionale. Che è poi il motivo per cui Paternazzi è nella cabina. Tutto quindi appare piuttosto regolare.

Sono le 8.43, Paternazzi è andato sul presto un po’ per evitare code un po’ perché è una bella domenica di sole, e una passeggiata in montagna prima di pranzo ci sta bene. Ha la matita copiativa in mano, il foglio col quesito referendario aperto davanti a sé. Sta per tracciare una croce.

Lo ferma una specie di rapidissimo lampo che illumina le pareti della cabina elettorale. Per un attimo pensa a un’esplosione, al terrorismo, alle robe dei telegiornali, ma capisce subito che non è scoppiato niente. Tutto è rimasto intatto, solo che adesso accanto a lui c’è un tizio. Paternazzi più che spaventato è confuso. Non si può mica entrare in cabina quando c’è un altro, è il regolamento. Almeno così gli pare. E poi non capisce da dove sia sbucato fuori. Forse dalla luce, ma che stranezza. Lo guarda curioso e per prima cosa nota che ha uno stile di abbigliamento che gli piace.

Poi Paternazzi guarda in faccia questo tizio comparso dal nulla e trasecola. Paternazzi, c’è da credergli, non aveva mai trasecolato in vita sua, ma questa volta proprio non riesce a trattenersi, e allora trasecola. Il tizio, detta in breve, è lui stesso. Non proprio lui identico, ma è lui. Lui Paternazzi, nel senso.

Un po’ più vecchio, un po’ più magro, con questa barba leggera, bianca, non troppo lunga. Gli sta proprio bene, dovrebbe provarla. Porcatrota!, comunque, è proprio lui! Sta per chiedergli e quindi chiedersi che diavolo succede, chi è (cioè, lo sa chi è, in un certo senso, ma gli viene proprio da chiederglielo), cosa succede, com’è arrivato lì. Ma il tizio, l’altro Paternazzi, parla prima.

«Non ho molto tempo. Da un momento all’altro potrei sparire in un lampo di luce, quindi ascoltami attentamente. Già hai intuito che tu e io siamo la stessa persona. Sono qui per avvertirti. Lo so che in questo momento ti appare tutto folle, ma devi fidarti di me, anzi, di te stesso. Io vengo dal futuro, un futuro neanche troppo lontano, e ho visto le conseguenze della tua scelta. Conseguenze tragiche, catastrofiche, che non ci hanno lasciato scampo. L’unico modo per evitare questa tragedia è cambiare il passato, per questo sono qui. Molti sono morti per farmi arrivare fino a te. Per concedermi questi pochi istanti. Ti prego, salvaci, vota… », e in un lampo simile al precedente il Paternazzi del futuro scompare.

Paternazzi, quello del presente, è lì immobile, nella cabina elettorale tornata normalmente affollata. La matita copiativa sempre in mano. È ancora voltato verso quel suo viso un po’ più anziano che non c’è più. Gli stava davvero bene un po’ di barba.

Porcatrota!, pensa Paternazzi, non ho mica capito cosa devo votare. Ero già indeciso prima, figurati adesso. Possibile poi che basti il mio voto per fare quel gran casino? Mi pare strano. Oppure sono tornati tutti indietro dal futuro, in ogni cabina elettorale, e hanno fatto lo stesso discorso. Oddio, magari gli altri l’hanno detto subito, cosa toccava votare. Io ho questo problema che mi dilungo, e infatti non ho fatto in tempo a dirmelo. Adesso che lo so, quando torno indietro nel tempo fino a qui me lo dico subito, cosa devo votare, e risolvo il problema. Intanto però, cosa voto? Sì o no? Mh.

Ci riflette un po’ su, Paternazzi.

Però scusa, pensa poi Paternazzi, uno vale l’altro, tanto se è la scelta sbagliata prendo, torno indietro nel tempo, vengo qui e mi dico cosa votare. Me lo dico subito però, poi faccio il discorso. Ci sto bene attento, ché lo so che ho questa tendenza a farla lunga, invece di arrivare dritto al dunque.

Paternazzi traccia una croce, chiude la scheda e esce dalla cabina, dopo un’ultima occhiata per vedere se il se stesso del futuro ha lasciato qualcosa. Invece niente.

Mette la scheda nell’urna, riprende la tessera elettorale, saluta e se ne va.

In macchina, salendo in montagna immerso nel sole, pensa che per stare proprio sicuri è meglio se non si fa crescere quel po’ di barba, anche se gli stava davvero bene.

Agoratobia

Prima, il più temuto spettro di potere che potessi immaginare era la dittatura.

Poi c’è stata la questione – che, a margine, io ritengo semplicemente privata – di Vendola, del suo compagno e di loro figlio.

E adesso, più della dittatura, mi mette i brividi la democrazia diretta.

82 milioni di emendamenti

 

Nel corso della storia ci sono momenti che segnano un punto di svolta, di non ritorno. Oggi noi abbiamo la fortuna di assistere a uno di questi.

L’onorevole Calderoli ha infatti depositato 82.730.460 proposte di modifica al ddl Boschi. 82 milioni. Un numero che lui stesso non aveva idea che esistesse.

L’intento dell’operazione è chiaro a tutti: si chiama ostruzionismo, e non è certo una novità. Se siedi in Parlamento le possibilità sono due: o governi o cerchi di non far governare. Per questo fare il politico è così semplice. Per questo lo vogliono fare tutti. E anche la paga non è male.

Il nucleo della questione però è altrove, e sta nell’ordine di grandezza di tale operazione e nel metodo per generarla.

Calderoli non è nuovo a queste magie numeriche, ma nei suoi precedenti record si era fermato a qualche centinaia di migliaia di proposte di modifica. Una cifra che, avendo a disposizione mezzi, organizzazione e un hangar di militanti della Lega messi lì come le famose scimmie che battono a macchina senza sapere cosa fanno e alla fine producono un discorso di Bossi, è ancora possibile produrre umanamente.

82.730.460 emendamenti però sono impossibili da generare con tale metodo, quantomeno nei tempi necessari.

E allora ecco entrare in gioco il software, la generazione automatica. Ovvero la macchina.

Dal punto di vista tecnologico non è nemmeno un’invenzione. Non stiamo parlando di un software che, inserito nella centralina di un’auto, ne regola le emissioni quando è in fase di test, in modo da rispettare le norme di legge, anche se poi, per il resto del tempo, emette fiamme e odore di zolfo.

Chiunque conosca un minimo di programmazione può sfornarvi, se gli promettete abbastanza visibilità, un programmino che partendo da un testo ne generi una valanga di varianti. Tanto non importa che abbiano senso.

– Quanti emendamenti vuoi?
– 80 milioni.
– Ok… Eccoli. Ho fatto 82: che faccio, lascio?

E allora la vera domanda che dobbiamo porci è: è giusto che quegli emendamenti portino la firma di Calderoli?

In fondo lui non ha davvero prodotto quelle proposte di modifica. Al massimo ha spinto il tasto invio, cercandolo a lungo, al terzo tentativo. Ma dubito si sia preso un tale gravoso impegno.

Dovrebbe firmarli il programmatore?

Anche lui, in fin dei conti, ha solo applicato un algoritmo, probabilmente già esistente. Non ha ha generato gli emendamenti.

La verità è che quegli 82 milioni di emendamenti dovrebbero portare la firma della macchina, di quell’insieme di hardware e software che ha dato vita a quel numero iperbolico di varianti. Senza la macchina sarebbero stati inutili Calderoli, che ha avuto quest’idea bislacca, e anche il programmatore, che non avrebbe avuto niente da programmare, e infatti avrebbe fatto un altro mestiere.

Eccola quindi la svolta, il punto di non ritorno: il primo passo verso la democrazia affidata alle macchine. Una prima macchina per generare ostruzionismo, tramite milioni di proposte di modifica. Poi una seconda macchina per smontare e bocciare gli emendamenti. Poi una terza per approvarli. E via così, passo dopo passo, verso un sistema in cui i politici, se proprio ci tengono, possono fare da portavoce alle macchine, oppure da semplici fantocci urlanti in aula, cosa per cui sono già parecchio preparati.

Mentre la macchina fa il vero lavoro.

E governa.

Forse è giunto il momento di spegnere e riaccendere.

Da Renzi in poi

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Non bisogna sottovalutare la grande opportunità che ci è offerta dal governo Renzi. Esso possiede infatti alcune peculiarità che ne fanno un naturale punto di (ri)partenza per una nuova grande stagione democratica.

Innanzitutto non l’ha votato nessuno. Le nostre solite croci ce le siamo tenute, senza apporle su alcuna scheda elettorale. Un classico esempio di democrazia diretta dall’interno. Il potere è passato di mano finché non ha trovato un ricettacolo accogliente. Se non fosse una specie di gigantesca truffa sarebbe quasi una roba spirituale.

Poi, da più parti si sente ripetere che questo governo è una sorta di spartiacque. Per per anni non è successo niente, in termini di azione politica, e in pochi istanti è successo di tutto. Sembra di essere entrati veramente nel post-berlusconismo. Linguaggi nuovi, proposte nuove, facce nuove. Anche se non è proprio verissimo, sembra esserlo, che in Italia già basta. Fatto sta che qualcosa di nuovo c’è. Magari è peggio di prima, ma questa è un’altra questione.

Queste due qualità fanno del governo Renzi il punto spaziotemporalmente deputato a un cambio di passo, uno switch, che è una vera rivoluzione copernicana.

Abbiamo l’occasione di riformare quel vecchio e scrostato pilastro che si chiama voto. Possiamo finalmente risolvere il più grande paradosso dei sistemi democratici, e cioè il voto a priori, l’elezione basata sulle promesse e non sulla concreta azione di governo. Così com’è ora è una scommessa, non un voto.

A scuola vi davano forse il voto prima dell’interrogazione?

Da questo momento, da Renzi in poi, il voto non sarà più una speranza, un salto nel buio. Si tratterà di una seria valutazione dell’operato. Le elezioni non saranno più un lancio di dadi, ma un concreto approvare o bocciare coloro che hanno governato fino a quel momento, e che, se lo meritano, saranno confermati alla guida del Paese. Altrimenti si cambia. E alle prossime elezioni si valuteranno quegli altri e il loro lavoro. E così via.

Come periodo storico, si potrebbe chiamarlo Soddisfazionismo.

Il prezzo delle idee (250mila euro)

Ho visto che nel “Codice comportamento per i candidati del MoVimento 5 Stelle alle elezioni europee e per gli eletti al Parlamento europeo”, alla fine, nell’ultimo punto, che s’intitola “Impegno al rispetto del codice di comportamento”, è scritto:

Ciascun candidato del MoVimento 5 Stelle al Parlamento europeo, prima delle votazioni per le liste elettorali, dovrà sottoscrivere formalmente l’impegno al rispetto del presente codice di comportamento, con assunzione di specifico impegno a dimettersi da deputato sia in caso di condanna penale sia nell’ipotesi in cui venisse ritenuto gravemente inadempiente al rispetto del codice di comportamento e, in difetto, a versare l’importo di €250.000 al Comitato Promotore Elezioni Europee MoVimento 5 Stelle che lo devolverà ad ente benefico.

Ora, a parte quelle ridicole questioni tecniche sul vincolo di mandato eccetera, che sono interessanti fino a un certo punto, e sembrano più materia per burocrati e avvocati, qui, quello che c’è da rilevare di essenziale, è che finalmente, in modo trasparente, senza tante ipocrisie, si dà un prezzo alla libertà d’opinione.

(ma si dà anche un prezzo al tradimento – che era ancora fermo ai famosi 30 denari – nonché una base d’asta per l’acquisto di parlamentari)

Confido che questo sia solo il primo passo verso un onesto e ragionato tariffario dei diritti democratici.

 

Il paese reale, metaforicamente

Il paese reale è un TIR carico di pollame che t’investe a 90 kilometri orari mentre attraversi la strada sovrappensiero chiedendoti quale sia il sistema elettorale più adatto a infilare più polli nel TIR.