Sia sanificato il tuo nome

In un confessionale qualunque. (va bene anche uno di quelli dei reality show, tanto ormai)

Da quanto non ti confessi, figliolo?
Eh, saranno anni luce…
Ma che dici?
Nel senso che è tanto tempo.
Appunto, l’anno luce è una misura di spazio.
Non ho capito.
L’anno luce…
Eh…
È come dire metri o chilometri. È una misura di spazio, non di tempo. In pratica è lo spazio che percorre la luce in un anno… sono quasi novemila e cinquecento miliardi di chilometri.
Wow. Ci si fa il giro della Terra.
Beh, se ne fanno tanti di giri della Terra, con quei chilometri.
Addirittura.
Allora, la circonferenza della Terra è intorno ai quarantamila chilometri… novemila miliardi e cinque diviso quarantamila… aspetta che uso la calcolatrice del telefono…
Glielo faccio io sul mio?
No, no, sto facendo…
Ho un iPhone… magari fa prima…
Ecco, diciamo duecentoquaranta milioni di giri attorno alla Terra… circa… all’anno. Sono… aspetta… sono seicentocinquantamila giri al giorno, più o meno.
E quanti all’ora?
All’ora sono… ma tu figliolo non eri venuto per confessarti?
Sì. Cioè, so.
So? Non ho capito.
Né sì né no. So.
Si dice ni.
Pensavo si dicesse anche so. Sa, una lettera di qua e una di là…
Però so non si usa. Si usa ni.
Ok.
Quindi, vuoi confessarti o no?
Ni.
E fin qui…
Più che altro volevo chiederle una cosa…
Sentiamo.
Il Covid l’ha mandato Dio?
Eh? Nel senso che è una punizione divina?
No, niente punizione. Nel senso… visto che Dio ha creato il mondo, avrà creato lui pure il Covid.
Mh. Diciamo che è più complicato di così.
Quindi l’ha mandato Dio o no?
Ni.
Ni?
So.
Ah, ok.
Figliolo, hai dei peccati da confessare per caso? Perché avrei…
Ho un’altra domanda.
Dimmi, ma cerchiamo di fare in fretta, ho un funerale alle quattro.
Voi preti state facendo qualcosa per questo Covid?
In che senso? Assistenza sanitaria, dici? No, però stiam…
No… nel senso, state pregando per farlo andare via?
Beh, sì, certo. Preghiamo per la salute delle persone, preghiamo per gli ammalati, preghiamo per…
Non è che state sbagliando preghiere?
Come?
Non si offenda eh. Però dico, state pregando bene, sì?
Non capisco cosa vuoi dire.
Usate le preghiere giuste? Non è che dite le parole sbagliate…
Usiamo le preghiere di sempre.
Guardi, io non voglio insegnare il lavoro a nessuno, ma non è che servono delle preghiere nuove, speciali? Che ne so, più potenti…
No, le preghiere sono giuste.
Perché boh, mi pare che i risultati…
Scusa?
Forse pregate troppo piano…
Ma cos…
Forse bisogna gridare. Sa, tipo PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI…
Cosa gridi?!
Era per fare un esempio.
Cosa c’entra il volume con la preghiera?
Boh, faccio delle ipotesi… non c’è mica bisogno di arrabbiarsi. Che ne so io quant’è lontano Dio, magari è a ummilione di anni luce, e se non urli niente da fare.
E sì perché Dio è duro d’orecchi.
Dico solo che è distante.
Dio è ovunque. E le preghiere si possono anche solo pensare.
Cioè basta il pensiero? Come per i regali.
Ma c…
Comunque ho capito.
Ah sì?
Sì, ho capito che anche voi preti state messi come tutti.
Cioè?
Cioè non ci state capendo un cazzo nemmeno voi.
Figliolo!
Mi scusi, m’è sfuggito.
Sono dieci avemarie.
Ma se non mi sono nemmeno confessato.
Per la parolaccia.
Ah, ok. Mi pare giusto.
Ora devo proprio andare.
Anch’io. Grazie per le risp… per le sue parole.
A proposito.
Dica.
C’è lì lo spruzzino con un rotolo di carta. Dai una disinfettata, che con questo Covid meglio stare attenti.

Luoghi comuni: un piccolo aggiornamento

Un luogo comune è un’affermazione comunemente accettata, una frase fatta che ci finisce in bocca già pronta per l’uso e che abbiamo tratto da un repertorio polveroso di opinioni reiterate e abusate, senza più alcun nesso con la realtà, diffuse da un individuo all’altro senza interferenze critiche come una specie di balbettio sociale. Un luogo comune è quello che diciamo quando ci sarebbero mille cose da dire, precisare, approfondire, analizzare e controbattere, ma non ne abbiamo voglia, perché abbiamo fretta, perché il nostro interlocutore non merita tale sforzo, perché a furia di usare i luoghi comuni pensiamo anche per luoghi comuni, e allora è proprio l’unica cosa che sappiamo dire, e ce la caviamo così, nel peggiore dei modi, con uno stereotipo.

Per citarne alcuni: non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, i giovani non hanno più voglia di fare niente, non è tanto il caldo quanto l’umidità. Ma la lista dei luoghi comuni potrebbe continuare per un bel po’.

Questa lista però va ora aggiornata. Alla luce di quanto successo in Italia negli ultimi mesi, infatti, credo sia giusto innalzare (anzi, abbassare) a luogo comune un’affermazione che abbiamo detto e sentito dire chissà quante volte, e che ha circolato a lungo e ovunque sotto le mentite spoglie di verità autoevidente.

Diamo quindi il benvenuto nella famiglia dei luoghi comuni a: “la sanità lombarda è la migliore d’Italia”.

I believe I can believe

La cura a base di plasma che nessuno vuole raccontarvi. Il ruolo del 5G nella diffusione della Covid. Il virus uscito dal laboratorio cinese dov’era stato fabbricato apposta per farlo uscire dal laboratorio. Il virus già in circolazione in autunno, anzi no nel 2018, anzi no a Giochi senza frontiere dell’89, anzi no ne parlava già Ippocrate, anzi no hanno trovato uno scheletro di virologo risalente al Cretaceo.

E così via, ad libitum.

A volte mi verrebbe da redarguire o spernacchiare (in molti lo fanno) coloro che pubblicano e diffondono storie del genere. Poi però mi torna alla mente l’articolo 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Insomma, in Italia c’è la libertà di culto, quindi siamo liberi di credere in qualsiasi narrazione indimostrabile, se ci fa sentire meglio. E di propagandarla, a meno che non lo si faccia nudi o indossando una t-shirt con la faccia di Renzi.

Certo, di tale libertà sarebbe meglio non approfittarne troppo. Ma questo nell’articolo 19 non è specificato.

 

 

 

 

Esco più tardi

Lunedì non sono uscito.

Lo so, si poteva, non più solo per le urgenze. Si poteva uscire a fare una passeggiata, una corsa (ma io non corro, io cammino. A me correre, se non c’è qualcuno o qualcosa che m’insegue, mi sembra di essere scemo). Però non sono uscito. È che uscire davvero, uscire nel senso di non andare dritto a fare la spesa e poi tornare dritto a casa, uscire così, subito, il primo giorno che si può uscire, boh.  È come quelli che vanno al cinema a vedere un film appena esce, il primo giorno che è nelle sale. È come quelli che partono per le vacanze il primo giorno di ferie. Si danno fastidio l’uno con l’altro, non si godono il piacere.

Non sono uscito nemmeno martedì, cioè ieri. C’era un gran bel sole, ma avevo delle cose da sbrigare, in casa, e mi sono detto Ma sì, uscirò domani, sono stato cinquanta e passa giorni in casa senza andare a fare passeggiate di piacere, posso anche starci un giorno di più, non succede niente. Esco domani.

Oggi c’è un tempo di merda. Ci sono dei nuvoloni scuri, ed è anche freschino. Uscire per poi prendere la pioggia, uscire per poi dover stare in felpa invece che a riscaldarsi al sole, chi me lo fa fare? Esco domani e via.

Domani, ho pensato, ho delle cose da fare. Non posso rimandarle. Non è detto che mi occupino tutta la giornata, però buona parte sì. E uscire prima di cominciarle, per poi stare fuori con l’ansia di dover tornare in fretta, non vale mica la pena. Uscire dopo, a cose finite, secondo me si fa tardi, e uscire che già il sole va giù non vale mica la pena. Esco venerdì, non muore nessuno.

Venerdì mi sa che però è meglio se vado a fare la spesa. E uscire per fare la spesa e riuscire pure per fare una passeggiata non so, mi pare troppo. Che poi fare la spesa mi sfianca, fra code, mascherine, guanti, stai attento a questo stai attento a quello cosa tocchi cosa non tocchi non grattarti l’occhio che prude che chissà perché prude solo quando sono tra le corsie del supermercato a casa mai una volta. No, venerdì esco solo per la spesa, che già di suo è un’impresa. Esco sabato.

Di sabato, si sa, escono tutti. Uscirà chi durante la settimana ha lavorato, chi non ha lavorato. Usciranno pure quelli che hanno aspettato qualche giorno prima di uscire. Sabato ci sarà gente ovunque, nei prati, nei vicoli, nelle piazza, al sole, all’ombra. Non va mica bene. Bisogna evitarle, queste situazioni. Forse è meglio se sabato me ne resto a casa. Anche per dovere civico, voglio dire. Per fare la mia parte nella soluzione di questo problema. Esco domenica e non se ne parla più.

La domenica però, quant’è bello starsene in casa? Ci si riposa, ci si rilassa, si sciolgono le tensioni della settimana, si sta senza pensieri sul divano, a far nulla, a oziare, a traccheggiare. Uscire è un atto contrario allo spirito della domenica. La domenica si sta in casa.

Uscirò lunedì.

O forse il giorno successivo, o quello dopo ancora. Adesso vediamo. Non facciamo programmi. Come si fa a fare programmi, di questi tempi? Vediamo come va. Esco più avanti. Che problema c’è? Che fretta c’è?

A proposito, quand’è che inizia la fase 3?

 

 

La soluzione definitiva a questo problema della Covid

Quello della Covid è un problema complicatissimo da risolvere, superato per difficoltà solo dal problema dell’allacciarsi un paio di mocassini. O da quello di indossarli, dei mocassini, senza provare raccapriccio.

Nonostante ciò, nonostante sia ormai chiaro a tutti che il livello di complessità della questione richieda soluzioni che siano multiple e altrettanto complesse, mirate e specifiche per ogni ambito particolare, step by step, aggiornabili, sostenibili nonché socialmente, economicamente, moralmente e politicamente accettabili, viviamo ormai nell’epoca della faciloneria, perciò chiediamo a gran voce una soluzione che sia una, e che sia una soluzione definitiva, o come direbbero certi anzianissimi tedeschi, una soluzione finale.

Proprio ispirato da quest’ultima espressione, vorrei far notare a tutti come in realtà un’unica soluzione totale al problema della Covid non solo esista, ma sia anche a portata di mano e oltretutto ampiamente sostenibile.

Il ragionamento retrostante è semplice. Ai fini della sua diffusione il Corona virus, solo soletto, è utile come un pene di 30 cm in una commedia romantica. Perché invada il mondo ha bisogno di ospiti che lo facciano moltiplicare e che lo trasportino in giro, un po’ dove capita, ma soprattutto nelle RSA lombarde.

Questo ci porta alla fase 2 del nostro ragionamento, molto più chiara della fase 2 annunciata dal nostro governo: senza ospiti, il virus è sconfitto. Spariti gli umani, il virus resta solo in un paio di pipistrelli e sulla maniglia d’ingresso della vostra farmacia, ma giusto per mezz’ora.

Di conseguenza, la soluzione più immediata per la scomparsa della Covid19 e del Corona virus è la morte volontaria di ogni essere umano, volgarmente detta suicidio (ok, ci vorrà anche qualche omicidio di massa per ovviare al problema degli individui non in grado di intendere o di volere o di applicare materialmente il suicidio, ma ci si è sempre organizzati bene in passato, per queste cose, non vedo perché non si possa fare anche questa volta).

Ed ecco come un problema molto complesso può essere risolto con estrema facilità, morendo tutti. E se la vostra obiezione è: “ma morire tutti non risolve solo il problema della Covid. Risolve tutti i problemi dell’umanità”, posso solo dire: rileggetevi.

Quarantadue

Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus SARS-CoV-2, che tutti chiamano simpaticamente Corona virus (specifico il tutto giusto per coloro che si fossero svegliati dal coma poche ore fa, in una terapia intensiva insolitamente affollata).

Visto che questo blog da un po’ di tempo a questa parte scarseggia di nuovi contenuti, mi sono detto (perché tanto ormai tutti parliamo da soli, giusto?) Perché non rianimarlo – toh, guarda, del gergo medico sanitario! – proprio nel giorno di confinamento 42, numero topico (nel senso del topos ma anche dei topi, lo sa bene chi l’ha letto) di quel libro di Douglas Adams che porta quel magnifico titolo che è Guida galattica per gli autostoppisti? E dopo essermi posto una domanda così ricca di incisi e di parentesi, mi sono risposto con un’altra domanda, sebbene retorica, ovvero: Perché no?

Dopo averlo riportato in vita, l’obiettivo sarebbe anche quello di offrire a questo blog un’esistenza dignitosa. Quindi la prima cosa da fare è tenerlo lontano da certe RSA divenute piuttosto famose. La seconda è pubblicarci con una certa frequenza contenuti di varia natura e argomento, non necessariamente sanitario-escatologici.

Il contenuto di oggi, visto che si parlava di Douglas Adams, è il seguente. Tra le tante belle idee scaturite dalla mente di Douglas Adams c’è anche l’azzeccatissimo titolo di un disco dei Pink Floyd del 1994, The Division Bell. Lo scrittore “donò” il titolo a David Gilmour, di cui era amico, durante una serata di beneficenza, in cambio di una donazione di 5 mila sterline a un’associazione benefica che si occupava di ambiente. Da grande fan sia dei Pink Floyd sia di Douglas Adams, quando qualche anno fa ho scoperto questa cosa ho pensato che l’universo è fatto anche un po’ come un puzzle, e ogni tanto capita persino che due tessere s’incastrino a dovere.