Non convenzionale

Devo dire, forse l’avevo già detto, che al circolo di lettura sono diventato particolarmente bravo, nel senso che ora sono più paziente, accetto le ragioni altrui sui libri senza problemi, e ho sempre meno questo impulso a tirare delle sedie alle persone.

Per esempio, ieri sera, alla riunione del circolo, se fosse stato una specie di test di resistenza, l’avrei superato col massimo dei voti e delle pacche sulle spalle, e anche degli elogi arrivati via lettera ufficiale da qualche ministero.

Perché è successo che il libro che abbiamo letto questa volta, La famiglia che perse tempo, di Maurizio Salabelle, a me è piaciuto parecchio, invece quasi a tutti – tolti quei 4 o 5 su una trentina, è stata una lotta impari – no, non è mica piaciuto. E a parecchi ha fatto abbastanza schifo. E io, a questa gente qui, ieri sera, mentre diceva che non c’ha trovato alcun senso in quelle pagine, che forse un senso non ce l’hanno proprio, che è una lettura difficile, stancante, che Lasciamo proprio stare ma come si fa dico io?, a questa gente non ho tirato nemmeno una sedia in testa. E non nel senso che mi hanno fermato appena in tempo, non ho proprio neanche iniziato a tirargliela. Ora non so, ma io, fossi in voi, fossi qualche ente preposto o comunque chi di dovere, mi darei un’onorificenza. Una medaglia andrebbe benissimo, sarebbe opportuna.

Comunque, a parte questo, a me è un libro che ha richiamato alla mente Nel paese delle ultime cose, di Paul Auster, per quel suo clima di dissoluzione delle cose, di devastazione, di un mondo che sta andando in pezzi immerso in una surreale inquietudine. Mi ha ricordato, per le visuali distorte, le geometrie impossibli, i rapporti fra gli spazi e i tempi e le persone, le stampe di Escher. Mi ha ricordato certi schemi combinatori delle opere di Perec.

Parte ironico, o almeno parrebbe, La famiglia che perse tempo, con questi personaggi e questi ambienti scapestrati. Poi diventa grottesco e inquietante, nella ripetizione di quello che pare lo stesso capitolo ma è sempre diverso perché il tempo va piano piano in pezzi, e con lui lo spazio, i legami familiari, i gesti, la memoria. Una disintegrazione che prende anche la strada di strani morbi che affliggono i vari membri della famiglia, di lavori e hobby assurdi, sostanzialmente inutili, di detriti che continuamente entrano da porte e finestre e ricoprono le stanze i mobili e ogni altra cosa, di una città, o un mondo intero, che è una rete incomprensibile e sempre mutevole di zone, di strade, di quartieri che spariscono dalle mappe e dalla realtà, se di realtà si può parlare per un libro del genere, che è surreale come non se ne trovano poi tanti, che è assolutamente non convenzionale, perché non vi fornisce di un significato già confezionato, come quasi tutti i libri fanno, ma lascia al lettore la ricerca, lo scavo, senza nemmeno la garanzia, una volta in fondo, di trovare qualcosa, perché se nella lettura non ci mettete del vostro, allora potete pure fare altro.

Tifare suicidio

Ieri, di nuovo, c’è stata la riunione del circolo di lettura.

Siccome l’altra volta il metodo del bersi dei bicchieri di vino per non tirare delle sedie – in caso fosse stato proprio necessario – non aveva dato grandi risultati, cioè, risultati li aveva anche dati, ma gli effetti collaterali erano un po’ troppo evidenti, allora questa volta ho lasciato stare, con quel metodo lì.

Devo dire che non mi è presa per niente voglia di tirare delle sedie, ieri sera, a quelli che facevano dei commenti un po’ così, e infatti forse mi sto abituando a quest’ambiente del circolo, che io in effetti ero molto scettico, all’inizio. Ci ho messo tipo un anno, ma ognuno ha i suoi tempi.

Poi quand’è toccato a me di parlare di Piccoli suicidi tra amici, di Arto Paasilinna (comunque i finlandesi hanno dei nomi che dev’essere una fatica chiamarsi)(ah, se non l’avete letto non so se è il caso che proseguiate, qui, perché svelo un po’ di cose. Fate voi), ho detto che a un certo punto, durante la lettura, ho iniziato a tifare per il suicidio, perché non vedevo l’ora che questo gruppo di finlandesi beoni e campeggiatori ammirevoli si buttasse giù da qualche alta rupe sul serio. Invece niente.

Ho detto anche che quell’ironia e umorismo che molti ci avevano trovato (lì per un attimo ho avuto un po’ l’automatismo di afferrare la sedia, devo dire) a me non sono arrivati, nonostante fossi consapevole che l’autore stesse cercando di trasmettermeli. Che è un po’ uno dei miei incubi peggiori, quello di cercare di far sorridere ma non far sorridere.

Fatto sta che l’unica cosa che mi ha davvero divertito e fatto sorridere è stata la morte di quel poveraccio di agente dei servizi segreti, che nel libro mi sa che era l’unico che non voleva morire.

Quindi secondo me, ieri sera, erano gli altri che volevano tirarmi delle sedie. Adesso siamo pari, più o meno.

Lolita

 

Poi iera sera c’è stata la riunione del circolo di lettura.

Siccome le altre volte a un certo punto mi era presa voglia di tirare delle sedie, dopo alcuni commenti sui libri, questa volta mi sono detto Cerchiamo una soluzione per non voler tirare delle sedie.

Così, prima della riunione, mi sono fatto un paio di bei bicchieri di vino. Poi, alla riunione, dove tutti portano qualcosa da mangiare o da bere, mi sono fatto un altro paio di bicchieri di vino. A quel punto mi sono detto Basteranno, per non tirare delle sedie.

Infatti devo dire sono bastati, ho ascoltato molti commenti che non approvavo e sono rimasto assolutamente tranquillo (avevo anche un mezzo bicchiere di rosso vicino, per sicurezza).

Quand’è toccato a me, di parlare di Lolita di Nabokov, io ho detto che secondo me Lolita di Nabokov è un romanzo sull’ambiguità, sull’ambiguità giusto-sbagliato (La morale è figlia dei tempi, ho detto a un certo punto), sull’ambiguità vittima-carnefice, sull’ambiguità verità-allucinazione.

Solo che poi mi sono incazzato tantissimo con la postfazione, che è l’unica cosa di Lolita di Nabokov che proprio non mi è andata giù, e gliene ho dette di tutti i colori, usando anche diverse parolacce, tanto che alla fine mi sono scusato, per le parolacce.

Ecco, forse questo metodo dei bicchieri di vino è un po’ da limare.