Project for the New Vatican Century

La Chiesa sta lì da duemila anni.

Ha avuto alti e bassi, certo, ma non ha mai ceduto.

Ha resistito a  scismi, eresie e scandali. Ha superato indenne il progresso scientifico, il comunismo, la rivoluzione sessuale.

È bastato aspettare, avere pazienza, mantenere il sangue freddo e pensare a lungo termine. Con così tanta storia alle spalle, non si ragiona sul domani o dopodomani (come fanno solitamente i governi), si pensa davvero al futuro: venti, trent’anni avanti. Anche di più. Una partita a scacchi con un tempo illimitato per ogni mossa.

Così, ora, quando passerà la legge sulle unioni civili, la Chiesa non farà niente. Non subito. Ma inizierà a preparare la sua contromossa. Sempre che non abbia già iniziato.

Potrebbe, per esempio, crescere una generazione di persone con una certa mentalità, aiutarle in un percorso personale, di studio e lavorativo, fino a farle diventare piccoli amministratori della cosa pubblica. Che so, sindaci.

Sindaci obiettori di coscienza.

Che i gay non li sposano perché è peccato.

Un po’ come con la storia dei medici e dell’aborto.

Un piano che avrà bisogno di almeno trent’anni, per funzionare.

Ma che vuoi che siano trent’anni, quando ne hai più di duemila?

Perché in Vaticano non portano i conti

È di questi giorni la notizia, fra le altre succosissime provenienti dallo stato più piccolo ma col maggior numero di filiali del mondo, che il Vaticano ha un lieve problema di gestione delle finanze.

Non ho intenzione di addentrarmi nei meandri tecnici della questione, impresa in cui non è riuscita nemmeno l’apposita commissione istituita da Papa F, che adesso si fa chiamare così per fare maggiore presa sui giovani e sugli youtuber (per un po’ si è fatto chiamare Numero 1, ma in vista dell’uscita di Spectre ha deciso di cambiare, in modo da evitare le polemiche e la Siae).

Ma se proprio volete farvi un’idea di come funzionano le cose, immaginate che al centro del Vaticano, all’interno della cupola di San Pietro, ci sia un’enorme cisterna: ogni volta che arriva una donazione, un otto per mille, un’offerta, il ricavato della vendita dei santini, le entrate derivate dallo sfruttamento dell’immagine di Papa Luciani o del nome Jesus, i dividendi di quella società produttrice di mine antiuomo, le sponsorizzazioni, i depositi dello IOR, tutto indistintamente finisce gettato, attraverso delle condutture marmoree con scene di martiri in bassorilievo, in questo enorme contenitore. In contanti. Banconote o monete che siano.

Lo so, fa pensare un po’ al deposito di Paperon de’ Paperoni (arcigno e avido capitalista della prima ora, sfruttatore altrui e insensibile alle umane sofferenze. Amatissimo dai bambini. Ricorda certi papi).

A questo silos colmo di denaro hanno accesso indiscriminatamente tutti coloro che sanno il/la/gender Salve Regina a memoria, i quali si recano con contenitori di varia natura e dimensioni (bicchieri, bottiglie, secchi; Bertone va con la damigiana da 54 litri) a prelevare le cifre di cui hanno bisogno per perseguire le finalità della Chiesa.
(già qui: trattandosi di ente morale, la Chiesa persegue – tra l’altro – la felicità e il benessere degli uomini. I quali uomini, spesso, ricercano la felicità e il benessere nel denaro. Quindi, tecnicamente, se un addetto a fare del bene prende dei soldi per fare del bene e se li tiene, è missione compiuta. Nonché efficienza e produttività sul lavoro e quindi premio produzione)

Insomma, le finanze vaticane sono gestite come uno di quei salvadanai che hanno il tappo sotto. Che è come se un pettine avesse il vento incorporato. O una piastra per capelli la nebbia. O le forbici J-Ax.

Non ho idea di come si possa risolvere questo problema. Forse commissariando la Santa sede. Oppure spostandola, tanto ad Avignone sono sempre lì che aspettano a braccia aperte e baguette in terra.

So però come questo problema ha avuto origine.

Bisogna risalire agli albori della Chiesa, alla sua fondazione.

Dopo l’uscita di scena di Gesù (nel senso, la seconda uscita di scena, quando se ne andò in volo), c’era da sbrigare tutta la parte pratica e burocratica. Gesù aveva lasciato chiaramente detto a Pietro che sarebbe dovuto essere lui, su una certa pietra (ma Pietro aveva subito capito che si trattava di uno dei tanti giochi di parole che Gesù sfornava giornalmente e di cui andava pazzo), a fondare la Chiesa.

Pietro si era preso così questo cavolo e si era messo di buona lena a girare per uffici e compilare moduli. La burocrazia era molto più leggera di quella dei giorni nostri, solo che le penne erano introvabili, così c’erano continuamente code agli sportelli. Spesso scoppiavano anche delle risse, perché tutti cercavano di registrare la propria religione prima degli altri, per avere un vantaggio commerciale.

Pietro fece tutto a modino, come si diceva nelle province orientali a quei tempi: registrò marchi e loghi, aprì la partita IVA e trovò una sede. Nominò Dio invano e presidente. Gesù vice (gisus vais, diceva lui).

Quando però arrivò il momento di decidere che forma societaria dare alla Chiesa, Pietro si trovò in difficoltà, perché le strade possibili erano tante, tutte con pro e contro.

Con la società in nome collettivo gli sembrava di prendere per il culo la Trinità, quindi non era il caso.

La società per azioni era un vero azzardo. La Chiesa era giusto all’inizio, una vera e propria start-up. I soldi erano pochi e il rischio di chiudere da lì a un paio d’anni era concreto. La concorrenza era spietata, e a Roma la Politeismo SpA faceva il buono e il cattivo tempo. Trovare investitori sarebbe stato difficilissimo. Quindi niente SpA.

La ditta individuale era quasi certamente vizio capitale.

Dopo tanto arrovellarsi, Pietro decise che per iniziare andava benissimo l’associazione culturale. Semplice da gestire, flessibile, poche spese. Facile da chiudere se le cose avessero girato male. Facile da portare su un altro livello se le cose avessero funzionato. In quel caso sì che ci sarebbe voluta una struttura più organizzata, solida, in grado di gestire anche eventuali flussi di denaro. (ma ti pare – pensava Pietro – che la Chiesa pensa ai soldi?)

Così fece. Fondò la Chiesa come associazione culturale. E tutto andò bene.

Anni e anni più tardi però, molto dopo la morte di Pietro, quando la Chiesa, guidata dai suoi successori, finalmente raggiunse il successo, nessuno prestò attenzione al dettaglio della forma societaria. Nonostante la forte espansione e le modifiche di struttura e organigramma, nonché l’aumento vertiginoso delle entrate, la Chiesa rimase un’associazione culturale.

E così nei secoli dei secoli. Fino a oggi.

Sarebbe ora di cambiare.

Che poi, in teoria, il segretario dell’associazione è lo Spirito santo.

Adamiani

 

C’è questo libro di Mauro Orletti, che s’intitola Piccola storia delle eresie, che in un certo senso è una storia di vicoli ciechi. La Chiesa che conosciamo oggi, infatti, coi suoi riti e le sue dottrine, ha impiegato diversi secoli per assumere un’immagine definita, monolitica, e lo ha fatto eliminando uno dopo l’altro i tanti percorsi alternativi che aveva a disposizione, dichiarandoli eterodossi.

Pensiamo spesso che la Chiesa sia un enorme blocco di marmo con su incise verità eterne, quando invece quelle parole sono state scolpite nel tempo, da uomini molto diversi con convinzioni molto diverse e in epoche distanti. Non ci farebbe male averlo sempre bene in mente.

Fra le tante vie non prese che si trovano nel libro, a pagina 49 c’è anche quella degli Adamiani:

In molti idealizzarono la nudità di Adamo nel Paradiso Terrestre. La si considerava, in un certo senso, il simbolo dell’innocenza dell’uomo prima del peccato originale, quando il corpo era semplicemente un dono di Dio e l’uomo e la donna non sapevano cosa fosse l’attrazione fisica e non sentivano l’esigenza di accoppiarsi.
Per questo motivo gli Adamiani, membri di una piccola setta attiva fra il secondo e il terzo secolo, credevano che la loro chiesa fosse il Paradiso. Prima di entrare in Paradiso lasciavano i vestiti in una sorta di guardaroba celeste, quindi si riunivano in assemblea nudi, nudi ascoltavano le letture, nudi pregavano, nudi celebravano i sacramenti e sempre nudi mangiavano e bevevano.
Epifanio di Salamina si divertiva moltissimo a domandare se d’inverno, in Paradiso, venissero accesi fuochi per proteggersi dal freddo, come accadeva durante le assemblee degli Adamiani, i quali – avendo l’obbligo di togliere i vestiti prima d’iniziare – improvvisavano il loro Paradiso in stanze riscaldate.

La vita non è un dono, sennò era incartata

Brittany Maynard ha scelto di porre fine alla propria vita qualche mese prima che lo facesse la natura con una malattia.

Non mi stupisce che uno che fa il presidente della pontificia accademia per la Vita non sia per niente entusiasta di una decisione del genere. Lui avrebbe preferito che la morte la cogliesse in forma di bozzolo incapace di intendere e di volere ripieno di antidolorifici collegato a macchinari di vario tipo e circondato da persone traumatizzate dalla situazione.

I disegni divini, si dice, sono imperscrutabili. Quelli umani invece, quando sono una cazzata si capisce al volo.