Direzioni

Siamo nel 2016. Trapiantiamo organi vitali, mandiamo persone nello spazio, giriamo con in tasca dispositivi che accedono istantaneamente a più o meno tutto il sapere disponibile sul pianeta, cuciniamo persino con poco olio. Eppure, nonostante tutti questi e molti altri incredibili progressi, sebbene il mondo sia diventato una miniera quasi infinita di possibilità e opportunità, siamo ancora fermi alle due direzioni tradizionali: destra e sinistra. O di qua e di là, per quelli che si sbagliano sempre. Che senso ha, nel 2016, costringerci a scegliere fra due sole alternative? Quanto progresso ci è precluso perché possiamo andare solo a destra e a sinistra, e non altrove? Non è dunque il caso di cominciare ad aprirci nuove strade, di puntare su tutte le variazioni possibili tra questi due poli che sono stati utilissimi in epoche in cui c’era bisogno di semplicità, di scelte nette, ma che ora sono un peso dell’antichità? Il primo passo da compiere è perciò ovvio: inaugurare subito una o due nuove direzioni. Nobostra e locistra, per esempio (o di qui ecco non proprio e di lì ecco infatti, per quelli che si sbagliano sempre). Ma in questo momento i nomi poco importano, ci penseranno le varie commissioni e istituti che presto fioriranno a questo scopo. Per ora la cosa importante è smettere di dar retta alle solite indicazioni, e a quelli che ci dicono di seguirli perché sanno la strada.

Il capannello d’allarme

A 4 anni disegnavo già come un bambino di 6-7. Tutti rimanevano stupiti.
A 7 anni disegnavo come un bambino di 7 anni. Non si stupiva più nessuno.
Adesso disegno come un bambino di 7 anni, e sono tornati tutti a stupirsi.

Insomma non so disegnare.

Di solito non me ne preoccupo, è pieno di cose che non so fare, però ogni tanto mi dispiace, soprattutto quando una battuta, invece che a parole, mi viene in mente in forma grafica: un disegno, una vignetta, una striscia.

Qualche volta cerco un’anima buona e capace che la disegni. Altre volte sgrido il bambino di 7 anni che è in me e lascio perdere.

Ultimamente ho in mente un’immagine. Si potrebbe renderla bene con una striscia di vignette, ma per questa volta non andrò a importunare nessuno e cercherò di cavarmela con le parole.

C’è un capannello di gente, di qualche decina di persone, piuttosto compatto. Sono come alla fermata dell’autobus, però l’autobus non c’entra, quindi niente, dimenticatelo. Alla loro destra c’è un cartello con una freccia che punta a destra e indica “CENTRO”. Nella prima vignetta se ne stanno tutti insieme, fermi.

Nella seconda invece si vede che tutti, all’unisono, fanno dei passettini verso destra, avvicinandosi al cartello, ma ancora ben distanti. Sono tutti seri, coordinati, nessuno dice niente.

Nella terza vignetta di nuovo fermi. Immobili.

Nella quarta ecco di nuovi i passettini coordinati. Si avvicinano ancora al cartello. Questa volta però si vede uno del gruppo che resta appena un po’ staccato, sulla sinistra, con lo sguardo stupito. Si capisce che non si è mosso insieme a tutti gli altri.

Nella quinta di nuovo i passettini coordinati. Sono sempre più vicini al cartello. Il primo tizio tagliato fuori rimane del tutto staccato dal gruppo, e anche un altro, che non ha seguito tutti gli altri, rimane anche lui appena fuori dal capannello. I due si guardano sorpresi.

Nella sesta altri passettini. Cartello ancora più vicino. Il primo tizio ormai è lontano dal gruppo, e anche l’altro è ben staccato.

Nella settima il gruppo si muove ancora e arriva sotto il cartello “CENTRO”. I due tizi guardano gli altri quasi preoccupati, ma quelli non fanno una piega.

Nell’ottava i due tizi staccati prendono e se ne vanno per i fatti loro.

Nell’ultima vignetta c’è solo il capannello che fa altri passettini, superando il cartello. Si nota, sulla sinistra, un altro tizio perdere contatto col gruppo.

Ecco, ultimamente è così che immagino il PD.